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Autore

Francesca Dono

in archivio dal 01 giu 2016

Milano - Italia

segni particolari:
Sono un nessuno che scorre in un niente. Il fuori luogo del tempo in uno spazio indefinito.

17 aprile alle ore 18:09

Fondamenta per lo specchio

di Francesca Dono

editore: Progetto Cultura

pagine: 88

prezzo: 10.20 €

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Enrico Ruggeri, a cavallo degli anni ottanta, nel periodo di massima ispirazione poetica recita in un verso: "Mi amerai più di qualsiasi cosa è come dire: conto qualche cosa?". Non so bene cosa ci entri questa introduzione con "Fondamenta per lo specchio", opera prima di Francesca Dono, ma nel non senso di Francesca Dono vige il senso della vita, come se vivere fosse fare un'elemosina alla morte, uno sgarro allo sfarzo. Francesca dipinge con autorevole perizia un mondo dai colori ribaltati, come quel nero, che spesso inchioda o si fa inchiodare, sinonimo di enfatica risurrezione. Quando decide di morire non è mai stata così viva, quando pare cedere non ha mai avuto in usanza una padronanza dei luoghi, delle forme, delle parole, così energica.
Questo contraddittorio è la poesia, Francesca è poesia, le sfumature fluttuano attraverso un gorgo dove il lettore non riesce mai a capire bene dove si trovi, se sia, esso, la parte attiva o passiva di questo gioco non gioco, un precipizio piatto di carne bollita che non scuoce la fame. Prima di cimentarsi nel viaggio di "Fondamenta per lo specchio" è bene che il lettore sappia di dover fare a meno del proprio sostantivo equilibrio, meglio gettarlo via prima, o credere di non averne mai avuto uno, per ritrovarlo, forse, poi più saldo e portentoso alla fine del tragitto.
La Dono è come un anatomopatologo, chiamata a ricercare le cause di degrado del tessuto poetico moderno, non più funzionale ai valori, ma disperso nell'addormentamento generale procurato da vetusti ideali, ella si prende cura del verso, in decomposizione cronica, rigenerandolo attraverso il proprio (tanto) genio. La sua scrittura pare dotata di una smoderata sfrontatezza, ma niente può essere più sfrontato, nel poeta, del bisogno di tenerezza. Serba in sé la schizofrenia del Pavese di "Il mestiere di vivere", sebbene tra i due non esistano punti di congiuntura evidenti, il parnassiano inconscio della fuga di Renèe Vivien, ma con molto meno pessimismo, di certo Bukowski l'avrebbe amata e poi, forse, odiata d'amore.
Una silloge che turba, scioglie, incendia, sciacqua, sprona, ma soprattutto osa.

recensione di Luca Gamberini

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