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Autore

Francesca Lippi

in archivio dal 28 ott 2008

24 marzo 1980, Roma

mi descrivo così:
... Parlo solo in presenza del mio avvocato, ma visto che non posso permettermelo... non parlo.

28 ottobre 2008

Romeo

Intro: Una domenica mattina di quelle tanto attese, con un programma perfetto per godersi la giornata di riposo. Ma per Romeo sarà una domenica tremenda, a metà strada tra sogno e realtà verso un epilogo sconvolgente.

Il racconto

Erano le 8,30 quando Romeo aprì gli occhi. Era veramente di buon umore: si prospettava una di quelle domeniche che vanno ad incrementare una vita felice.

 


Romeo adorava svegliarsi la domenica sempre alle 8,30, quando un merlo si metteva a fischiare sul davanzale; allora Romeo, come tutte le domeniche, gettava delle briciole che aveva preparato la sera prima, davanti alla sua finestra e si fermava ad ammirare il panorama: il sole a quell'ora illuminava appena le colline che scendevano dolcemente come una enorme cascata verde punteggiata di giallo e che si tuffavano in una sanguigna spuma di alberi di Giuda; alcune nuvole si dilungavano un po' troppo per ammirare lo spettacolo mattutino di primavera. "Caspita! - pensò Romeo - Speriamo che non voglia piovere. Se no la mia meritata gita va a monte!"


Romeo aveva appuntamento per le 9,30 sotto casa di Angelica, la sua fidanzata; dopo sarebbero dovuti passare a prendere Carlo e Cristina per andare a Bracciano.


Si stiracchiò soddisfatto e si diresse verso la cucina per la sua salutare colazione: caffelatte , succo d'arancia, pane bruscato con la marmellata di albicocche fatta da nonna Luisa appositamente per lui. Tutto procedeva, come al solito, alla perfezione: mentre si faceva la barba si compiaceva del suo bel viso dai tratti regolari e dai lineamenti eleganti, adorava i suoi capelli corvini che si modellavano in onde sempre perfette e i suoi begli occhi neri, profondi e da insolente, come diceva la sua Angelica. Già: Angelica, o meglio, la sua "pucci", come la chiamava lui, che finalmente aveva deciso di sposarlo.


Bisogna ammetterlo: la sua vita era permeata di tutto quello che può esserci di positivo al mondo: la sua fidanzata lo amava, era circondato da  amici che gli volevano molto bene e la sua carriera di avvocato procedeva a gonfie vele.


Romeo era felicissimo: se fosse stato una persona come le altre avrebbe urlato la sua gioia al mondo intero, ma, essendo una persona moderata, si sarebbe limitato ad avvertire il mondo di essere felice.


Si ammirò allo specchio per darsi un ultimo sguardo d'insieme e sentenziò che era proprio affascinante, soprattutto con quella camicia a quadretti bianchi e azzurri che metteva ancor più in risalto la sua pelle leggermente ambrata; come ultimo tocco un bel maglione giallo buttato sulle spalle che "fa domenica" e via! verso una giornata perfettamente fantastica.


Ma... Un'imperfezione, un neo... e, forse, qualcosa di peggio... Romeo corrugò la fronte: "Ma che ore sono..." il suo orologio segnava le 9,45... Come era possibile? Cercò la sveglia, ma anche le sue lancette erano posizionate paurosamente sulle 9,45. Scrutò tutti gli orologi di casa che affermavano imperterriti che fossero le 9,45 e mentre li guardava uno dopo l'altro diventavano le 9,46, le 9,47; i telegiornali, poi, ostentavano orribilmente orari come le 9,48 o le 9,49 e la sveglia telefonica asseriva starnazzando che fossero le 9,50. "Sono in ritardo!" gridò Romeo (per la prima volta da quando l'avevano sculacciato sul sedere appena nato); "Sono in ritardo!" ansimò mentre si metteva le mani fra i capelli corvini "Sono in ritardo!" e la voce gli si fermava in gola.


Cominciò, poi, a girare per la stanza in preda al panico con le lacrime agli occhi, finché non urto paurosamente contro la sua libreria da dove cadde un suo vecchio libro di filosofia di quando era al liceo, che si aprì a pagina 84. Romeo si fermò e lesse automaticamente: "A cominciare dalla realtà esterna il Locke riconosce che non si può arrivare a dimostrare l'esistenza con un ragionamento, ma la nostra certezza che essa esiste è fondata sulla sensazione; aver la sensazione di una cosa certamente non è una prova della sua esistenza, perché essa potrebbe essere così soggettiva come le visioni di un sogno...". Romeo pensò un poco: "Un sogno?"... Angelica! Devo andare da lei! Mi ucciderà! Dobbiamo andare a Bracciano con Carlo e Cristina!". Prese le chiavi della macchina e si precipitò giù per le scale verso il garage portando con sé il libro di filosofia...


Per la strada correva come un pazzo pensando a come poter calmare la fidanzata: sudava freddo e passava col rosso; sudava freddo ed andava contromano; sudava freddo e si spettinava ancora di più. Erano le 10,10 ed ancora non era riuscito a trovare un parcheggio "Oddio! Oddio" Angelica!" balbettava senza voce "Oddio! Oddio!" e decise di fermarsi sul marciapiede. Volò fuori della macchina e scivolò su una pozzanghera e da questa arrivò carponi sotto casa di Angelica, ma... Orrore!... Lei stava parlando con un uomo che non era lui! Anzi: stava parlando con un uomo che era lui... E lo abbracciava pure! Era lui! Era bello, con gli occhi da insolente e i capelli corvini, con la camicia a quadretti azzurri e bianchi che metteva in risalto la sua lieve abbronzatura e il maglione giallo buttato sulle spalle che "fa domenica". Istintivamente levò il fango dal suo orologio... erano le 9,30...


La bella coppia si avvicinò con aria compassionevole al povero Romeo che li guardava coperto di fango, a bocca aperta: "Non è giusto - disse l'altro Romeo - che alcune persone abbiano tutto dalla vita e che altri non abbiano nulla... Tenga, buon uomo, si compri qualcosa da mangiare, è domenica anche per lei." e gli porse 20.000 lire. Romeo non disse nulla, solo rimase lì ad osservarli mentre si allontanavano tenendosi per mano. Pensò a lungo: oltre  a non capire nulla di quello che stava succedendo, provava una grande rabbia ripensando alla sua Angelica con un altro uomo che poi, cosa ancora più grave, era lui stesso... "In effetti, se quello ero io, non dovrei essere geloso.. mica era con un altro, mica Angelica sta con uno che non sono io, no! Sta con me anche se io non sono con lei, e, comunque,  lei mi ama e l'ho visto io stesso come mi abbracciava e come era felice con me..." quindi un problema era risolto: pucci non lo aveva tradito ed oggi andava con lui, Carlo e Cristina a Bracciano. Già, non aveva pensato a Carlo e Cristina che erano i suoi amici e che gli volevano molto bene e che lo avrebbero aiutato. Corse allora alla macchina, scansò il vigile che gli stava facendo la multa, ingranò la retromarcia e urtò un alberò, inserì la prima e graffiò l'automobile di una suora, dopo di che si diresse verso casa di Carlo senza rispettare i vari stop e i semafori.


Giunto a destinazione, cominciò  a suonare ripetutamente al citofono di Carlo, non accorgendosi che lo aveva alle spalle: "Scusi, posso aiutarla...?" chiese Carlo arricciando il naso; Romeo si voltò e, preso l'amico per le spalle, cominciò a balbettare convulsamente qualcosa di indecifrabile sul fatto che aveva bisogno di aiuto e che non aveva capito che cosa stesse succedendo. Di tutta risposta Carlo cominciò a gridare inorridito finché non giunse in suo soccorso l'altro Romeo preceduto da un carabiniere e seguito a distanza da una Angelica tremebonda. Romeo (l'originale), preso dal panico, decise di scappare e così fece: salì velocemente in macchina e guidò senza avere una meta precisa, finché non si ritrovò in prossimità del bar di Giorgio. Era, questo, un locale dove Romeo era cliente abituale, uno di quei posti dove sull'insegna trovi scritto "da Giorgio" e pensi di entrare in un bar normale e invece entri in un inferno dove i camerieri ti servono con aria di sufficienza e tutto costa il doppio. Romeo, sceso dalla macchina, si diresse verso il locale, mentre un corteo di sguardi sbigottiti lo seguiva, e giunto sulla soglia, si rivolse direttamente al buon Giorgio: "Oh! Giorgio. Carissimo. ti prego, il solito, grazie. Ho avuto una giornata... Sapessi... ". E così Romeo si vide cacciare per la prima volta da un locale: si vide venire incontro come in sogno Antonio che con insistenza gli intimava di andarsene mantenendosi sempre a debita distanza;  tutto intorno a lui sembrava distorto e deformato, irreale. Tutto quanto si stava come sciogliendo lentamente, tutto era completamente indecifrabile tranne che uno specchio accanto a lui che gli rimandava l'immagine di un uomo sporco, coperto di fango, e con una maschera di disperazione sul volto mentre veniva afferrato per un braccio da un poliziotto. Romeo lo scacciò e corse alla macchina, la mise in moto e se ne andò via: guidava senza accorgersi di nulla e di nessuno... Poi vide infine qualcosa. Vide un ponte, bellissimo, e sullo sfondo un cielo insanguinato come gli alberi di Giuda che si vedono da casa sua e pensò, mentre scendeva dalla macchina, che non aveva mai posto attenzione al fatto che a quell'ora il Tevere sembrava oro fuso e brillava come il più prezioso dei gioielli, anzi, sembrava anche più brillante del sole stesso... E fu così che Romeo decise di farsi un "bagno" nel Biondo Tevere: si arrampicò su per il parapetto e si gettò nelle acque.


Dopo tre giorni il corpo di Romeo fu ritrovato su una sponda dell'Isola Tiberina: in molti si dispiacquero della morte di un così bel giovane, molti di più furono quelli che si stupirono di un corpo così integro dopo aver passato tre giorni nelle "bionde" acque del Tevere, eppure nessuno si recò all'obitorio per riconoscere il misterioso suicida che rimase senza nome.

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