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Racconti di Francesca Pellegrino

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  • 08 agosto 2006
    Inutile dettaglio

    Come comincia: Ufficio

     

    L'ufficio del direttore era all'ultimo piano dell'edificio.

    - Purtroppo, siamo costretti a prendere una decisione immediata! Ormai, sono mesi e non possiamo più tollerare oltre - Intanto il direttore chiudeva tra gli indici le labbra e la sua voce accentava in maniera precisa il senso della discussione.
    - Ma, io, io non ho potuto fare altrimenti e ormai, la mia situazione, non durerà ancora per molto. I medici dicono che non c'è altro da fare. Dobbiamo solo aspettare qualche mese ancora e poi sarà tutto... finito. Finito - il tono di Marco era roco, in gola gli si stringeva il respiro rabbiosamente affannato e stanco.
    Il direttore era impassibile: guardava e basta. Sembrava non ascoltare.
    - Direttore, sarà mia premura ... - Marco tentava di giocare l'ultima carta, ma il direttore l'interruppe: - Le ripeto che purtroppo non sarà possibile tornare sulla decisione. La sua assenza degli ultimi mesi ci ha costretti a rivedere i piani d'azione e altre figure hanno preso il sopravvento. Purtroppo devo pensare al futuro dell'azienda -

    - Si, certo, capisco - la sua voce aveva perso ancora un tono e adesso era come un colpo di tosse che graffia la gola. Non cercò più altre parole: non servivano. Era chiaro che ormai ogni cose fosse vana, inutile.
    Inutile. Come tutti i mesi vissuti a strappare parole di speranza ai medici. E anche quello non era servito a nulla. Sua figlia moriva ogni giorno e lui non poteva fare altro che guardare.

    Le parole che seguirono fra i due, furono fredde e distaccate: convenevoli di rito.
    Marco sudava nonostante l'aria condizionata e non riusciva più a trattenere i pensieri in testa. Le parole del direttore continuavano a risuonarli dentro ma allo stesso modo, gli sfuggivano. Come se non avessero memoria.
    Si strinsero la mano e si salutarono.

    Bar

    Il bar sotto l'ufficio era quasi vuoto, come ogni giorno a quell'ora, subito dopo l'ondata della prima colazione.
    Il barista era il solito, Giorgio. Cinquant'anni portati malissimo e l'effetto dell'acqua fredda del rubinetto sulle mani. Lo vide accomodarsi sullo sgabello e piantare i gomiti sul tavolo ripassando le palme della mani sul volto come per lavarsi la faccia. Sapeva tutto. I baristi sanno sempre tutto.

    - Dammi una vodka, Giorgio - disse Marco
    - Non gira eh? Non ci pensare. A tutto c'è rimedio, tranne che ...  - Si accorse di aver detto una cazzata. Ma la lingua era stata più veloce di ogni altro pensiero e lo bruciò sul tempo. Ormai, aveva detto l'unica cosa che non avrebbe dovuto dire. Ma indietro non si torna. Mai
    - Appunto, Giorgio. Appunto. - gli rispose. 

    È tutto come quando ti accorgi di non pensare a nulla. Ti manca anche l'energia per parlare o immaginare. Non c'è niente nello sguardo, se non quel bicchiere tra le dita che lo fanno girare come in un gioco. Il gioco è non versarne una sola goccia perchè ogni goccia è un momento di lucidità in meno. Perchè ogni goccia è un respiro nuovo.

    In fondo, lui, era solo un uomo, quel bar solo un bar qualunque e la sua vita una delle tante sparse tra le vie di una città come troppe.
    In fondo era uno dei tanti cristi, uno in mezzo alla gente. Uno. 
    È il momento in cui le persone non sono che sagome in controluce e senza un volto. Solo ombre. Ti passano accanto e sembrano, banalmente, la scia di se stessi o dell'anima che nasconde in fondo.
    È come quando sogni e riapri gli occhi e il sogno sparisce. Così la sua vita adesso. Un uomo senza storia, senza vita.
    Una goccia dopo l'altra, un bicchiere dopo l'altro. Uno, due, tre, quattro....

    Strada

    È mezzogiorno fuori. Il sole a picco batte sull'asfalto.
    Potrebbe essere qualsiasi stagione. Che importanza avrebbe, sarebbe solo un dettaglio.
    Un inutile dettaglio.
    Inutile.
    - L'asfalto! Come corre veloce sotto le auto, l'asfalto! - Nella mente le parole si articolano e prende fuoco un immagine precisa, nitida: - Asfalto... Io -

    Fine.