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Poesie di Francesco Brunetti

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  • 05 gennaio 2009
    C'era una volta

    C’era una volta un nucleo incandescente in cui si plasmò il germe di tutto l’universo, ma da dove fosse venuto il fuoco, la scintilla, restò un mistero; ancora oggi ci si accovaccia accanto per cercare una risposta, averne almeno una visione, un’impressione, una traccia, una fantasia.

    Il fuoco genera o distrugge? L’acqua scende o sale? Il sole ruota o tutto ruota e solo noi siamo bloccati nello spazio di un attimo, incerti se dentro riesca ad entrarci e passare il tempo?

    In questa attesa tutto si consuma: la vita, la storia, la storia della vita.

    Sulla crosta infuocata
    un pane nero,
    fasciato di caligine,
    coperto di sale:
    come comparve il dolce
    è un mistero
    che ancora non si svela.
    Lacrime di luna no,
    perché non c’era,
    forse una sorta di umidore
    per quel ruotare
    a ancor ruotare
    nell’infinito,
    a spasso tra le stelle.
    Come pure è un mistero
    la goccia che non arse,
    resistendo al fuoco,
    restando liquida a ondeggiare,
    formando l’idea di una vita
    o l’ombra di un pensiero.
    Nacque prima la farfalla o il bruco,
    prima il polline o l’ape?
    Lo spazio, dice il mito,
    divenne all’improvviso un prato,
    d’erba combusta su terra arroventata,
    ricoperta di sabbia addormentata.
    Di colpo soffiò il vento,
    inaspettato,
    e l’acqua salì al cielo
    e tornò giù a cascata,
    vaporò la terra
    come il fiato all’uscir di labbra
    nelle notti di gelo,
    poi quietò il vento
    e tutto era pulito
    come il cielo la terra,
    spuntarono germogli di giunchiglie
    e fu la vita.

    L’impasto dei colori
    elementari,
    la sinfonia dei suoni,
    il perenne mutar delle stagioni,
    era la luce
    e nessun si chiedeva,
    finché non venne il primo temporale,
    un livore di buio coprì il cielo
    e la luce che era,
    per un tempo che non fu dato contare,
    fu terrore di assenza,
    memoria, angoscia di illusione,
    così nacquero il dubbio
    e la coscienza.
    Poi, dilavato il mondo
    a lampi e tuoni,
    ricomparve la luce
    e la sua fonte,
    ma la luce era solo
    un prestito del sole:
    rimase traccia d’altra luce,
    inconscia,
    quella che c’era
    e che cerchiamo ancora.

  • 07 luglio 2008
    Serata blues tango

    Ti invito a una serata blues
    blues tango, blues tango, blues tango, blues…
    come dice Paolo Conte
    e… i francesi che s’incazzano
    non c’entrano
    perché è arrivato Bartali
    - e poi i francesi che ne sanno del blues…? -

     

    Tu mi dirai che non hai avuto tempo per …
    cambiarti d’abito,
    quello lungo di seta
    che non conosco
    ma fruscia nell’armadio a muro
    della boutique.

     

    Io insisto ma non so ballare il blues tango,
    blues tango, blues…
    e allora perché? - mi dico
    guardandomi allo specchio…-
    Max era Max… con l’impermeabile…
    ballava una milonga
    con la cicca fumante
    e le scarpe lustre a punta…

     

    La terrazza è silenziosa
    di bugie di stelle,
    frusciano petali a improbabili assalti
    di venti di scirocco assetati e sabbiosi,
    la luna sorride lenta,
    malinconicamente blues,
    e all’improvviso rotea e si nasconde,
    ritorna a guardare in giù beffarda,
    forse solo ironica,
    forse dolcemente intrigata
    e la luce illumina due figure blues tango…

     

    E la luna si spegne
    e si sente ridere
    dal buio della terrazza,
    soltanto ridere e poi un canto
    magico

     

    …bibidibobidi bluuuuuuuuuuuueeeeeeeesssssss….

  • 18 giugno 2008
    Echi nel vento

    Grandi ali bianche raccolgono echi nel vento
    planando su piccole storie racchiuse in nidi di case,
    viaggiando su distese smeraldo a tratti sbiancate
    da spruzzi che increspano allegre tensioni di vele.

     

    Fantasie di sguardi bevono, avide, riflessi di luce
    e il giorno, che scorre veloce, si ferma e si tace. 

  • 16 giugno 2008
    Bouquet

    Un bouquet
    di riflessioni,
    nel senso di incidenze
    di luci prismatiche:
    ogni bagliore
    un sorriso dell'anima.

  • Non ho rancori:
    solo  a volte detesto la mia ombra.
    Eppure il sole rotea e illumina
    per i fatti suoi
    e le nuvole giocano come pensieri
    ermafroditi
    e nessuno in apparenza le giudica
    … libere, come paiono, nel vento.

     

     

    La schiuma è salino prismatico assolato
    su per le gambe brunite
    e musica dei fianchi
    per loro si fa onda.

     

    Bevo la schiuma del mare
    e cerco il dolce
    nel cuore di ogni grano di sale.

     

    Tramontami come una notte d’attesa,
    abbandonami e poi ricoprimi di foglie
    e paglia tiepida e carezze sognanti.

     

    Abbaio sempre più flebilmente
    e stringo nel pugno la mia sorte,
    la sua percezione di istante,
    tesa come corda d’arco,
    come schiocco di freccia sibilante
    e fragorosamente dissolvo in mille scaglie di luce,
    nel bagliore del giorno,
    maroso sulla cuspide aguzza di uno scoglio.

     

    Nascondimi nel cavo della mano
    e bevimi
    lentamente,
    goccia che diventa carne.

     

    Proteggimi
    e dentro te rigenerami,
    sangue dolcissimo con sapore di eterno.

     

    Rapide le nuvole trascorrono
    e le ore si frantumano in minuti
    e secondi e poi attimi,
    fantasmi,
    immagini,
    sogni,
    nei deserti gelati,
    nel ghiaccio che fonde,
    nell’oceano che smuove di paure
    il profilo del più vasto orizzonte.

     

    Disfo e sfarino tra le dita avide
    vibrazioni di carne
    e luce d’anima
    e poi nascondo il viso,
    bambino appagato,
    nel profumo segreto di un incavo.

  • 13 giugno 2008
    Il silenzio del tempo

    Il silenzio del tempo
    è un cielo di luna,
    deserto in assenza di vento,
    una attesa di niente,
    pace infinita,
    coniugata
    sempre al tempo presente.

     

    Il cuore non pulsa,
    la mente non scruta,
    la gravità è così lieve
    che lo sguardo
    su se stesso riposa.

     

    Il silenzio del tempo
    è la pace
    che ti fa compagnia,
    lago di luce
    senza più smarrimento.

  • 11 giugno 2008
    Non mi rubare il mare

    Non mi rubare il mare
    che si sfuma di grigio
    brillando tra vele inclinate
    dal vento:
    non mi resta che uno spazio
    nel tempo
    breve come la spiaggia
    che l’onda divora.

  • 11 giugno 2008
    Sera verde acqua

    Sera verde acqua
    brilli nella pioggia,
    nelle gocce di cielo,
    nell’aria di fine primavera.
    Sera verde acqua
    sorridi ai lampioni
    ancora spenti,
    agli aghi di pino
    rubati dal vento.
    Sera verde acqua
    e poi la notte
    troppo lunga
    e il mattino.

  • 11 giugno 2008
    Roghi effimeri

    Rosso incendia fuochi di papaveri in roghi effimeri
    giù per la valle esausta di un verde immobile inesprimibile
    e la finestra della stanza sul davanti resta chiusa con le tendine al vento
    e il granturco si apre dorando l’aria sotto il sole di giugno.
    La notte è nascosta nel fienile dove un vecchio copertone
    racconta le sue mille miglia a stivali consunti e polverosi.

     

    Su questa pietra, all’ombra delle nostre anime inquiete, riposiamo
    gli sguardi attenti allo scorrere delle nuvole e dei rondoni
    e si smarrisce il tempo e il tepore della sera alita una brezza
    leggera e non siamo più qui, non siamo su questa isola d’erba,
    in questa dolcissima prigione di foglie bagnate di rugiada,
    dove grilli e cicale si parlano fitto fitto in un brusio assordante.

     

    Le mani conoscono i loro percorsi e profuma di pelle la terra,
    la luce ha scacciato ogni più piccola ombra e tracciato il confine
    all’inesprimibile concretezza del sogno, un sogno d’africa
    che profuma di savana e barrisce, sibilando, ruggendo, svanendo,
    mentre gli sguardi sfiniscono gli ultimi incendi in tramonti infuocati
    e stormi di fenicotteri rosa addolciscono il rosso del cielo.

  • Il vento rosso dei papaveri
    percorre in salita la collina

     

    conchiglie di mare
    risuonano nascoste in questa stanza vuota

     

    piangono e ridono, spiccando il volo,
    leggeri, fantasmi di parole

     

    pensieri si rincorrono e si stringono
    e interrogano muri bianchi

     

    la luce viene da dietro,
    non vedo più la mia ombra

     

    il lupo ulula piano, mansueto,
    si vergogna dello sguardo dell’agnello

     

    e la notte è profili di monti in fuga
    fin dove diviene silenzio
    il suono del mistero

     

    nascono e muoiono e rinascono
    vibrazioni – anni luce –

     

    la luna chiara, per non fare del male,
    gira altrove la sua faccia scura.

  • 06 giugno 2008
    Acqua chiara

    Beviamo questa acqua chiara,
    queste lacrime dolci
    in fondo al calice dei desideri,
    commossi nel profondo
    e sorpresi da un profumo intenso
    di miele.