username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Poesie di Francesco Forgione

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Francesco Forgione

  • La mano scivola lì,

     

    cercando di trovare una parte di te che non riesco a spiegare a me stesso.

     

    E mento,

     

    sapendo sin da l’inizio che la situazione potrebbe non essere come realmente io l’ho dipinta.

     

    E le lacrime cercano di cancellare tutto, spingendo piano il tuo sorriso verso un angolo spento della bocca.

     

    Cerco nel cuscino le parole che vorrei averti detto.

     

    Penso come sarebbe stato bello aver allungato la mano per fermare le tue spalle che piano piano si allontanavano.

     

    Ma ho lasciato che tutto accadesse, cercando di evitare i tuoi occhi, i tuoi capelli, le tue parole.

     

    Ora il silenzio del piccolo lume sul comodino mi nasconde quello che tu un giorno hai scritto sulla sabbia.

     

    E adesso è tardi per dirti quello che in fondo non posso dire neanche a me stesso.

  • E’ questo che ci resta.

     

    Un eco di una voce dietro una porta, il rumore dei tuoi passi veloci persi tra una stanza e l’altra.

     

    Oggi sinceramente ne farei volentieri a meno, lascerei cadere tutto compresi i miei occhi da te.

     

    Penso che infondo potrei fare qualcosa, potrei dire la parola fine, mi manca solo questo gradino questo piccolo passo per essere libero del tutto.

     

    E le state se ne frega, arriva quando meno te lo aspetti e forse non sei neanche pronto, ma lei se ne frega. Il caldo dei muri, l’asfalto piegato e con lui il tuo nome scivola piano nel riquadro più basso del televisore. Non saluterò neanche oggi la signora del piano di sotto volando per le scale per sperare di trovare un po’ di fresco. 

  • Credo che ci sia poco da dire,


    il dolore, quello è un’altra cosa, una cosa da prendere con calma.


    Ieri ho spiato la mia vita, infondo non era male, forse triste colorata di grigio sui bordi.


    Ho provato a chiamarmi, gridavo ma non mi sono voltato.


    Ecco, ecco un’altra estate che passa e io non mi volto, non guardo, perdo tutte le sfumature, i sorrisi, gli odori i colori.


    Il mio nome perde di suono, non ha più significato si incasella con milioni di altri nomi dentro cassetti di metallo. Confuso perde le lettere cancellando pezzi di vita, cancellando idee e convinzioni. Non è bastata una vita per costruire tutto e ci è voluta solo una lettera per far crollare il mondo. 

  • Chiudo la porta, piano, lasciando le chiavi cadere senza rumore.


    Alzi lo sguardo aspettando una parola, un motivo.


    Cerchi di sorridere salutando i miei occhi dimenticando che l’ultima parola è stata tua.


    In silenzio vedo il cielo cambiarsi d’abito giusto in tempo per la cena.


    Le tue lacrime scendono piano avanzando lentamente verso le labbra.


    Ti guardo, e non provo nulla, e pure dovrei.


    La sera passa nel piatto freddo che ho davanti,


    cerco di non guardarti lasciando scivolare la tua ombra sul vetro.


    Silenziosamente penso di non tornare.


    Proverò a nascondermi sperando che il buio lasci il posto ai tuoi capelli.

  • 09 ottobre 2006
    Immagini sfocate del giorno

    Il cielo è come ieri nei tuoi occhi.


    Il rosso scende fino ad incontrare il mare e sfumando in un solo colore.


    Sto qui cercando di non stringere troppo la tua mano che scivola piano senza parole.


    Perdo il tuo profumo rimanendo solo davanti allo specchio, sapendo che è meglio cosi.


    Inventerò il tuo viso di nuovo, dipingendo un nuovo sorriso, guardando dalla finestra per vedere se piove ancora.


    Ma in fondo cosa è cambiato, lo sguardo è quello delle occasioni migliori ma sono le parole che mi mancano per chiamare questo giorno con il nome giusto. Tu aspetti una mia mossa, un gesto verso il tuo collo, ma il vento oggi e dolce per poter perdere anche questo tramonto.

  • Ora come ora pagherei per il silenzio che non ho.


    Mi attengo alle poche regole che conosco guardando i quadri cadere dal muro.


    Sono il numero 123 io, un giorno avevo un nome, mi sembra.


    Qualcosa che iniziava con la F, mi sembra, ma forse con G.


    Sì ero presente, ma giuro che non centro, la mia vita si è suicidata io non ho potuto fare nulla, neanche la conoscevo.


    Spero sempre che la notte si fermi, che rimanga inchiodata nelle mie mani, senza svegliare il giorno dopo, senza creare i giorni, le settimane, gli anni. E invece le 07:30 esistono e mi ricordano che dopo lo strillo della sveglia io mi chiamo 123, non ho una vita ma dei compiti da svolgere.


    Fatico a comprendere le ragioni per le quali mi trovo in questa condizione e non vedendo un punto alla storia, una fine dove il lupo salva la bambina.

  • Il tuo collo dice tutto, è questo il problema.


    Troppo stanco per capire il verso delle cose cerco riparo nell’angolo del letto.


    In fondo cosa cambia?


    Domani mattina saremo sempre noi, stessi occhi, stessa faccia.


    Malgrado il tuo sorriso cambierò aspetto non inchinandomi per salutare le otto di mattina.


    Il giorno passerà senza che nessuno muova l’aria, senza che nessuno nomini l’altro per paura di rovinare il sole.


    Ti aspetterò seduto, intento a verificare la verità della foglia di plastica, pensando al resto del giorno che passa senza dirlo a nessuno. Eppure ieri è cosi vicino sembra quasi di toccarlo, guardavamo lo stesso cielo e io non sapevo che dire per fermare quel momento.


    In silenzio ho preso la tua mano fermando tutto intorno, mi hai guardato, ho sorriso piegando il viso verso sinistra.


    Ti sei avvicinata, mi hai baciato e tutto il resto l’ho lasciato al mondo.