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in archivio dal 21 ago 2007

Francesco Gallina

19 marzo 1967, Enna
Segni particolari: Curioso e fortemente ironico, malato di musica e scrittura.
Mi descrivo così: Writer per webzines musicali estreme, principalmente metallized.it. Nel mondo metal da 25 anni. Dopo la pubblicazione di un racconto per Perrone Editore, la mia prima fatica letteraria completa è disponibile all'indirizzo www.lulu.com/content/1202496
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  • 19 settembre 2007
    La giusta misura

    Come comincia: Avrei giurato che fosse più difficile, che fosse più... non so nemmeno io… che fosse comunque diverso da così... ed anche questo senso di astrazione, questo agire “dal di fuori”, cosciente ed incosciente allo stesso tempo, responsabile di quell’azione, ma parimenti irresponsabile perché commesso dall’altro me... mi dà una strana sensazione, ed anche il rendermi conto di provarla mi giunge ovattato, come comunicatomi per interposta persona.
    Continuo a stringere esercitando una pressione innaturalmente costante, meccanica, troppo perfetta, quasi poetica nella sua ieratica esaltazione.
    Il collo della ragazza non è molto grosso, sembra quasi concepito appositamente per le dimensioni delle mie mani, che infatti lo cingono con millimetrica precisione, pregiandosi di svolgere così mirabilmente il compito che gli ho assegnato.
    Ma chi cazzo è ‘sta tizia? Chi la conosce? Dato che, (ve l’ho già detto), mi sembra di agire da migliaia di chilometri di distanza, in maniera forse similare alle esperienze post-mortem raccontate da certa gente, ho tutto il tempo di pensarci, (o forse mi sembra solo di averlo fatto ed il mio cervello sta lavorando in maniera accelerata, il che dal punto di vista pratico è lo stesso), e lentamente comincio a collegare i ricordi.
    Sto camminando sulla via principale della città... gente, carte, cani , macchine, fumo, passi, sigarette, urla , spinte, gelati , vetrine e merce, merce, merce... vestiti, occhiali, valige, palloni, giocattoli, cappelli, pentole, detersivi, cibo, borse, fiori, chiodi… è inverosimile… come può esistere una quantità di denaro così enorme da poter comprare tutto? E cosa fanno tutte queste persone come cyber-formiche programmate per seguire lo stesso percorso?
    E più ancora… cosa ci faccio io tra loro? Con che diritto percorro la loro strada, guardo le loro vetrine, entro negli stessi caffè? Nonostante stiano sciamando troppo velocemente per prestarmi attenzione cosciente, qualcosa dentro di loro deve averle messe in guardia circa l’intrusione. Non hanno il tempo di fermarsi, ma un qualche segnale biochimico le ha già messe in guardia, e forse si preparano ad attaccarmi.
    Le file dei negozi si susseguono prive di logica apparente, qual è il senso di un negozio di scarpe accanto ad una ferramenta, e poi un bar, un negozio di elettrodomestici, uno di pelletteria... a me sfugge, ma loro sembrano sapere bene dove andare, o forse non lo sanno, vanno e basta.
    I negozi sono  tutti pieni di formiche a loro volta cariche di altra merce, di orpelli tecnologici, di gadgets senza senso, di pantaloni a vita bassa, di scarpe NeroGiardini, di borse con impresse carte geografiche, e premono contro le vetrine, sembra vogliano ingoiarle, fagocitarle, assimilarle, per poi vomitarle e rifarlo con le successive.
    Osservo... sono sempre stato bravo ad osservare... dà un senso di sublime superiorità sentirsi immune dalla spinta a partecipare a certi banchetti dove è il cibo a mangiare te; un senso di superiorità... ma c’è, da qualche parte, un malato barlume di coscienza che sa, e non manca di sussurrarti sommessamente, che tu quel cibo non lo hai mai assaggiato, non hai mai potuto, e questo però riesce ad avvelenarti anche se non sei nemmeno seduto al tavolo, ed è proprio questo che te lo fa odiare.
    La ragazza è giovane, anche bella a suo modo, occhiali scuri, ben truccata, tinta bionda, orecchini pendenti acciaio/oro, una t-shirt con un logo stampato, un paio di jeans sdruciti, (ma da uno stilista), che sembra soffrano a cingerle i fianchi e  quindi vogliano sfuggire a questa tortura cercando di scivolare sempre più in basso per liberare il tanga che spunta orgoglioso dall’orlo, ed un paio di stivaletti chiari, di pelle, tacco medio.
    Dappertutto una serie di piccoli marchi sicuramente molto noti, che io non riconosco, (a cosa mi servirebbe conoscerli?), sui jeans, sulla t-shirt, sugli stivali, ed anche sulla borsa che completa il quadro, (è quella con la cartina geografica stampata, ho sentito il nome in ufficio, ma non lo ricordo), chissà se ne ha anche qualcuno tatuato, sarebbe molto trendy.
    La guardo dalla strada mentre all’interno di un negozio di abbigliamento prova con evidente annoiato distacco, quasi per dovere, una lunga serie di vestiti, in condizioni normali se fossi nei panni della commessa l’avrei mandata a farsi fottere da tempo, ma la ragazza deve guadagnare lo stipendio, e sicuramente è lì in nero, come da prassi , e non è in condizioni di reagire.
    Ma perché non la lasci in pace? Devi comprare? Allora compra e vattene. Non devi comprare? Allora gira il culo e lascia in pace quella povera crista .
    Mentre lo penso devo essermi immedesimato nella situazione ed assunto un’espressione minacciosa, in quel preciso istante la pseudo-cliente incrocia il mio viso e si accorge di me, ma non è affatto intimorita o spiazzata, anzi... assume un’espressione di gelida, mortale superiorità, costruisce in una frazione di secondo, e solo utilizzando la postura corporale, una distanza incalcolabile, posta su piani separati della realtà e proprio per questo sconfinata. Così come è impossibile incontrarsi per le rette parallele, una posta al di sopra dell’altra ed eternamente in posizione di superiorità, (io nel tuo quadro sono quella di sotto, vero?), così i nostri universi non collideranno mai, in eterno, ma io sognerò sempre di fare il drop-out nel tuo, mentre tu procederai sempre in linea retta nell’altro, felicemente al riparo da tutto.
    Cristo, ma come hai fatto? Come sei riuscita in uno spazio così breve e senza dirmi nulla a comunicarmi tutto questo? E poi cosa ne sai tu di universi, di vita, di rette parallele, di cyber-formiche, quando il tuo mondo, la tua vita, i tuoi affetti, esistono solo se hanno un brand forte, riconoscibile dagli altri?
    Realizzo…..sei tu quella messa male, perché non capirai mai cosa significa cogliere l’apparenza sotto vuoto della tua realtà, il vivere solo per essere economicamente funzionali, l’essere avatar all’interno di un programma il cui scopo è solo quello di girare all’infinito in questo super-computer biologico. Ed allora entro… scosto gentilmente la commessa… le prendo la mano, (è inebetita, è normale), la accompagno fuori dal negozio, rientro, non ci sono altri clienti, chiudo a chiave, e ti faccio il più grande favore che possa farti, anche se tu non lo capisci e non puoi capirlo... .
    Che bel collo… l’ho già detto, sembra fatto apposta per le mie mani, per favorire il rapido concludersi della faccenda... non pensavo che fare del bene facesse così bene,  allora stringo… stringo... stringo...

     
  • 22 agosto 2007
    Ferro e legno

    Come comincia: La discesa si apre all’improvviso all’incrocio di un lungo vialone che prosegue rettilineo per parecchi chilometri, uno dei tanti che delineano l’assetto stretto e lungo della  città,  non  ho bisogno  di chiedere informazioni, so benissimo dove andare, ed anche se non lo sapessi, ci arriverei lo stesso seguendo la processione dei camion.
    Non c’è modo di sbagliarsi, sono a soli tre a quattro chilometri dalla Piazza principale della città, ma sembra, svoltando l’angolo, di passare dalla normale realtà di una normale  cittadina a quella di  una disastrata periferia terzomondista, che potrebbe appartenere ad una qualsiasi metropoli Africana, o Sudamericana, ed invece appartiene alla parte più a Sud dell’Europa, quella che per molti è Nord Africa, e chissà… forse è così.
    Mi avvicino al gabbiotto all’entrata, c’è un vecchio incartapecorito dentro, sembra un cartonato:
    “Scusi, sono nuovo, dove devo andare per i tre mesi?”
    “Avanti, segui u canaluni”
    U canaluni non è altro che un fiumiciattolo immondo, di colore indefinito, costituito di liquami vari, sicuramente da grasso di motore e residui di gasolio, misto a chissà che altro.
    A sinistra lo spiazzo dell’autorimessa con l’officina annessa, tanti camion in fila, la maggior parte palesemente fuori uso, alcuni meccanici che si aggirano tra di essi senza degnarli di attenzione, alcuni mezzi leggeri ai lati del vialetto che sto percorrendo, ed un paio di gabbiani tisici che mi volano sopra, c’è puzza di decadenza.
    All’improvviso, misto al fetore, mi giunge in una piccola parte della narice un profumo agonizzante, familiare, destabilizzante, è iodio, allora realizzo che a non più di trenta metri da dove mi trovo c’è il mare, e dopo la guerra, in questo stesso punto e per molti chilometri a seguire, si veniva a fare il bagno, e c’erano persino alcuni lidi, la gente usciva di casa e dopo cinque minuti era in spiaggia a guardare l’Europa.
    Tutto questo prima che cominciassero a violentare la costa per innalzare le cattedrali industriali che hanno fruttato voti per generazioni ai politici e generazioni di pessimi politici alla gente.
    Il flusso degli altri, (chi sono? Non riesco a guardarli),  mi spinge, siamo davanti ad una casupola, entro… c’è solo una scrivania da scuola elementare e due poltrone che  forse un tempo sono state anche in grado di  attrarre qualcuno dalla vetrina di qualche mobiliere, ma che oggi hanno assunto l’aspetto ed il colore di quella decadenza che avvelena l’aria.
    Ci dividono a coppie, uno nuovo con uno di quelli di ruolo, aspetto che chiamino il mio nome.
    Quando questo viene associato alla persona che mi deve istruire, all’inizio non faccio neanche molto caso a come sia fatto, e lui sembra già avere vissuto la scena mille volte.
    Poi lo guardo meglio è mi accorgo che Melo - questo è il suo nome - invece merita un po’ di attenzione.
    Melo è alto,  ben piantato,  occhi chiari, capelli ricci, sigaretta di traverso tra le labbra, aria di uomo sicuro, non c’entra niente qui, non c’entra nemmeno col nome, è uno di quei tipi che aspetti di vedere mentre ti osserva da un cartellone pubblicitario, seduto su una poltrona in pelle Frau, bicchiere in mano, maglione a collo alto, camino sullo sfondo, modella languida al fianco, mentre ti convince con lo sguardo a comprare quel liquore evidentemente riservato agli arrivati, in maniera da sentirti, per la durata di un sorso, quasi come lui.
    Quando Melo apre la bocca realizzo subito che no, forse non sarebbe il tipo adatto a fare quella pubblicita’:
    “Stefano, ccam’a fari nui”? - Stefano è il responsabile dei turni.
    “Ferru e Lignu, e chista è a zzona”, e nel dirlo consegna a Melo un foglio dove intravedo segnato un percorso.
    “Ferru e Lignu”, mi spiega Melo, significa ignorare la spazzatura e raccogliere solo i rifiuti legnosi e ferrosi abbandonati vicino ai cassonetti, sembra meglio mi dice , ma invece è una fregatura, perché significa dover alzare carichi pesanti tutto il giorno per farli finire dentro l’autocompattatore, pazienza… meglio che stare a casa, e poi è solo per tre mesi.
    Usciamo, (dovremmo essere in tre, un autista e due sulle pedane posteriori, ma manca personale, e dovremo arrangiarci da soli), e, per una sorta di Nemesi che chiude il cerchio della mia esistenza fino ad oggi, la strada che ci è stata destinata è quella dove abito.
    Mi si dipinge un’idea di sorriso amaro all’angolo sinistro della bocca, tutti quei libri letti… tutte quelle discussioni… quei viaggi… quelle esperienze… non sono serviti a un cazzo, solo a farmi tornare da dove volevo scappare, umiliato, già logoro, e senza voglia di proseguire.
    Cominciamo a darci da fare.
    Entriamo in un viuzza  di quei quartieri tipici di qui, costruiti dopo il terremoto, a scacchiera, quando il traffico automobilistico era un’idea astratta e mai adattati alla realtà in seguito. Il camion deve procedere molto lentamente, svoltiamo a sinistra e ci immettiamo in una piccola piazza, ci sono due cassonetti e… ma porca puttana… quante cazzo sono? Lavatrici… carcasse di lavatrici… dieci , dodici, no… quattordici.
    Cristo, ma come cazzo è possibile? Ci sono due palazzi e sei casette basse, che cazzo hanno fatto? Un concorso per deposito di lavatrici esauste e questa Piazza ha vinto?
    Non c’è il tempo di pensarci, Melo è già sceso e sta afferrando la prima, devo fare la mia parte; Melo è esperto, afferra il rottame nei punti giusti, flette le ginocchia quanto basta, rotea il busto e di slancio, senza fatica apparente, scaraventa il tutto nel compattatore, quasi con grazia, con musicalità.
    Io non sono altrettanto bravo, cerco di imitarlo, ma non ho i suoi muscoli allenati dalla quotidianità del gesto, non ho la sua destrezza nel distribuire i pesi, e do più l’impressione che il rottame possa sfuggirmi di mano da un istante all’altro che quello di un tipo che sa cosa sta facendo; Melo mi guarda di traverso e ridacchia, non sono il primo che vede e non sarò l’ultimo, gli rallento il lavoro, sono un peso, ma sta zitto e si capisce che dietro quegli occhi anche lui ha passato certi momenti, e forse mi comprende di più lui che mi conosce da mezz’ora che altri che mi ignorano da una vita senza saperlo.
    Dopo un po’ comincio ad astrarmi  ed osservo meglio le lavatrici… alcune sono palesemente  inservibili, altre sembrano in condizioni migliori di quella che mia moglie cerca ostinatamente di far durare un altro mese ancora per non umiliarmi con la richiesta di una nuova, ed allora che ci fanno qui? Sembra quasi che i proprietari se ne siano voluti disfare lo stesso, pur funzionanti, per dimostrare che anche loro avevano dei soldi da spendere, che anche hanno i titoli per partecipare alla festa, che anche loro esistono, ed allora l’unico modo per urlare in faccia agli altri questo loro esistere è comprare regolarmente, ciclicamente, ottusamente, schizofrenicamente, per non svanire sullo sfondo indistinto del vociare degli altri.
    Le lavatrici sono finite, proseguiamo il giro, i successivi tre cassonetti sono pieni di spazzatura, ed annunciano con l’olezzo la loro presenza a parecchie decine di metri di distanza, ma a noi non interessano, noi siano “Chiddi du’u firru e lignu”.
    Prima dell’ultima curva però, nel punto più stretto della strada, un altro mucchio di rifiuti per noi: ancora alcune lavatrici,  qualche porta di legno, una sedia e due divani, ci vorrà del tempo a sgombrare tutto, la strada rimarrà bloccata per un po’, è questo il motivo per cui questi lavori vengono fatti nel primo pomeriggio, un vantaggio per gli utenti, ma un ulteriore scazzo per noi, dato che qui a Giugno ci sono già più di 30 gradi a quest’ora.
    Mentre scendiamo vedo con la coda dell’occhio una macchina immettersi nella via, siamo piazzati davanti al cassonetto, e 20 metri più avanti c’è il cancello elettrico di un complesso, non può che dirigersi lì, dovrà aspettare.
    E’ una Nissan Micra, nuova, rossa, alla guida una signora bionda, ben vestita, ha un foulard attorno al collo, segno inequivocabile che all’interno dell’abitacolo sta funzionando l’aria condizionata, c’è un riflesso all’altezza della mani, sicuramente uno o più gioielli.
    Sta parlando da sola, (il viva voce del cellulare), non fa caso a noi, ma quando si ferma a tre metri dal camion realizza che l’accesso al complesso dove abita è bloccato. D’istinto comincio a lavorare più velocemente, ma Melo mi fulmina:
    “Avi a ‘spittari, si ffacemu accussì ogni vota tempu un’ura non capemu cchiù nnenti pa’a fatica”.
    Ha ragione, solo l’aver accelerato per pochi secondi il ritmo mi ha fatto girare la testa, fa troppo caldo.
    La signora si agita, si capisce che sta comunicando al suo interlocutore al telefonino della seccatura che le sta capitando, si strappa via il foulard e lo butta sul sedile, e così tradisce il nervosismo crescente.
    Dopo tre o quattro minuti è già al limite, sta soppesando l’opportunità di abbassare il finestrino ed infrangere così quella bolla isolante algida che la separa dall’odore della fatica,
    “Nun ti prioccupari, fa troppu caudu, non l’abbassanu mai ‘o vitru”, dice Melo mentre continua con flemma a lavorare.
    Ma si sbaglia, la signora è proprio indisposta, (forse in tutti i sensi), e abbassa davvero il vetro - deve essere veramente incazzata.
    “E allora? Quanto c’è ancora da aspettare? Io ho finito per oggi e voglio tornare a casa. In tutti i paesi civili questi lavori vengono fatti di notte, non quando si dà fastidio alla gente che ha da fare”.
    La voce è stridula, fastidiosa, o forse è la fatica che la distorce al mio orecchio, e mi arriva al cervello mentre una goccia di sudore mi cade sugli occhiali falsando la mia percezione della realtà.
    Continua a parlare, a protestare, e dopo qualche secondo non distinguo più le parole, ogni tanto mi pare che mi insulti, ma non comprendo cosa dice; mi sto innervosendo, no, di più… mi sto proprio incazzando… ma che minchia vuoi? Maledetta troia, ma che minchia ne sai di come si sta sotto questo sole maligno a rompersi il culo per levare la merda lasciata in giro da quelle come te? Forse proprio da te, che ora stai seduta in quella fottuta macchinetta nuova, la seconda, o forse la terza di famiglia, mentre io sono venuto a piedi, perché non ho neanche i soldi per mettere due litri nel motorino; ma che cazzo vuoi da me, eh? Tu e la tua giornata che è finita nell’ufficio dove sarai stata assunta perché sei “la moglie di….”, tu e il da fare che ti aspetta a casa, in che cazzo consiste? Nel dire alla cameriera filippina cosa deve fare per non farti fare niente? Nell’aspettare che aprano i negozi per comprare qualcosa che non ti serve se non a fare trascorre un altro inutile pomeriggio della tua inutile vita passata a osservare gli altri mentre si sbattono per sopravvivere? E quella camicetta di seta che indossi, (è seta, vero?), quanto l’hai pagata? Come l’hai pagata? Col tuo lavoro, (lavoro?) in ufficio oppure è uno dei piccoli prezzi quotidiani che incassi per farti sbattere da un marito di quindici anni più grande, ma con tanti, tanti, soldi?
    Smettila, non dire altro, mi dai veramente ai nervi, smettila… chissà se… chissà che faccia faresti se all’improvviso, con calma, scendessi dalla pedana ed invece di dirigermi verso gli ultimi rottami, con calma, con molta calma, mi dirigessi invece verso di te e, sempre con grande calma, aprissi lo sportello della tua macchinina, ti afferrassi per i capelli e ripeto, sempre con affettata calma, ti scaraventassi dentro il compattatore. Immagino la tua espressione, dapprima incapace di realizzare, poi scandalizzata per quel contatto fisico illecito e sacrilego, poi spaventata mentre cominci a capire cosa succede, ed infine terrorizzata mentre ti sollevo in alto per buttarti dentro, ih ih.
    Sai… le ganasce del camion sono incredibilmente potenti, - me lo ha spiegato Melo mentre raggiungevamo la zona - possono inghiottire e spezzare in due una lavatrice come se niente fosse, anche due per volta. Chissà che rumore farebbero le tue ossa mentre vengono spezzate di netto? Un crack secco? Un rumore sordo? Non so….non me lo figuro…ed i legamenti? Si sentirebbero? Verrebbero recisi? Strappati? Dilaniati? Quello che importa però è che finalmente saresti zittita, (chissà se lo sogna anche tuo marito), ed io sarei in pace, per un po’… ed i tuoi vestiti firmati? Forse mi chiederesti di toglierli prima di essere compattata, (ah ah ah), sì, forse sì, perché non reggeresti l’idea che possano essere contaminati dai rifiuti, sarebbe come mischiarsi con la gente, ammettere di fare parte della stessa razza, inimmaginabile… ed io ti accontenterei, così darei un’occhiata anche al tuo reggiseno, (firmato anche quello, vero?), ma giusto per onorare il mio contratto da maschio, così… senza insistere troppo sul contenuto delle coppe, e poi ti farei tacere, finalmente.
    E quale sarebbe il tuo ultimo pensiero? Forse per tutte quelle camicette che saranno comprate da altre, magari da quella stronza dell’ufficio protocollo che fa la gatta morta con il capo ufficio -sicuramente sono già amanti -  ma non più da te… non più da te…
    Abbiamo finito, Melo mi dice di risalire, la donna sbuffa irritata, ingrana la prima e si prepara a partire. Spostiamo il camion quanto serve per farla passare, quando arriva alla mia altezza le chiedo scusa per il tempo perso, ma ha il vetro alzato, e sta già parlando di nuovo al cellulare, non mi guarda neanche, andiamo… c’è un’altra via da pulire.

     

     
  • 21 agosto 2007
    Sotto il divano

    Come comincia: Non ci avevo mai fatto caso, ma, viste così da vicino, le mattonelle non sono fatte di un materiale così compatto come sembra. Sono porose, quasi spugnose, come se il pavimento potesse assorbire tutto quello che gli striscia sopra, (o forse lo stare sdraiato qua sotto per così tanto tempo sta comiciando a crearmi qualche problema alla vista), e negli spazi tra l’una e l’altra si sono accumulate tante striscioline scure, d’altra parte non è facile arrivare con lo straccio fino  a qui, e per farlo ci vuole anche una voglia ed una costanza che Michela ormai non può più avere, la cosa quindi non mi stupisce.
    E’ ridicolo…
    Cosa ci faccio in questa posizione assurda, sotto il divano? Eppure è così,  qualcosa potrebbe anche esserci… forse dentro la valigia, (mai usata, chi cavolo ce l’ha data)?, o magari nell’angolino… potrebbe essermene caduta di tasca qualcuna chissà quando ed essere finita qui… potrei anche essermene accorto sul momento, ma forse per pigrizia non ho allungato subito la mano per cercarla e poi essermene dimenticato… sì, potrebbe… è più probabile la seconda ipotesi, la tengo di riserva, così se invece dovessi trovare qualcosa nella valigia avrei la prima ancora a disposizione per la prossima volta.
    L’asma comincia a farsi sentire, ma non ci bado, (polvere anche nella maniglia, nelle serrature, nelle cuciture, ma dove l’abbiamo preso ‘stò valigione? E perché? Tanto non siamo mai andati e mai andremo da nessuna parte), apro.
    Cos…? Chi è quello? Perché mi fissa con quell’aria felice? Ma che cazzo avrai da ridere? Sono io… e mi sto guardando da una polaroid di almeno diciassette/diciotto anni fa, mio figlio piccolissimo in braccio ed un pacchetto in mano, è un compleanno. Molti capelli in più, molti chili in meno, e, soprattutto, negli occhi ancora intatta la riserva di speranze nei miglioramenti in serbo per il futuro.
    Mi fa male…
    Come posso spiegarti quello che sto facendo? Potrei dirti che sono semplicemente le pulizie di primavera, oppure qualcosa tipo: “Oh… Salve, come stai? Sono io, sono te stesso, ma guarda… e allora? Come va? Aspetta… già che ci siamo… ascolta, ho qualcosa da dirti: sta attento! Non dura, quegli anni che stai aspettando con quel sorriso idiota non saranno migliori come ti aspetti, non ci sarà stabilità, non ci saranno soddisfazioni, non ci saranno riconoscimenti. Quelle rinunce affrontate così allegramente non porteranno niente… quelle persone che ti stanno accanto non valgono un cazzo, e proprio per questo sono migliori di te, più resistenti, più adatti alla vita, e spariranno dal tuo orizzonte mentre percorrono la loro strada, voltandosi di tanto in tanto non per aiutarti, ma per deriderti. Allora cambia certe scelte, certi atteggiamenti, certe amicizie (?); elimina certe apatie, la rassegnazione, la fiducia nel fatto che alla fine i conti devono tornare perché è nell’ordine naturale delle cose, svegliati! Non è così!  Io lo so… io lo so… lo sapevo… ma non ho fatto niente lo stesso”.
    Continuo a guardarmi da quella foto, (dov’ero? È il mio vecchio appartamento, certo), e mi sembra che da quel lato della realtà io mi stia davvero interrogando sul motivo che mi/lo ha spinto qui sotto. Non riesco più a guardarlo, devo concentrarmi altrove. Ci sono altri oggetti nella valigia, alcuni vestiti, (ecco dov’erano quei maledetti boxer), una maglietta degli Accept stinta e bucata in più punti, uno dei bracciali che costruivo da solo, giocattoli vecchi, documenti inutili, bollette ancora in lire, ma non trovo niente, nessuna moneta, neanche un soldo.
    Cristo, non c’è altro da fare… lo odio… lo odio… LO ODIO! ma non c’è altro da fare, devo di nuovo scendere alla bottega e farmi segnare sul conto il mangiare per oggi. Come sempre incontrerò i vicini di casa, e come sempre la vecchia dietro il banco non mancherà di scrivere con movimenti teatrali e scandendo bene le cifre quanto si va ad accumulare alla lista dei miei debiti, indubbiamente deve trarre gran piacere dal sembrare generosa, i prezzi della merce urlano il contrario, ma non posso dire niente.
    Rovistare negli angoli sotto questo fottuto divano è la speranza che comunque conservo per domani, l’altra per oggi è che mentre lo penso magari mi prenda un malore che mi chiuda gli occhi, così da rimanere in questa posizione per sempre, con l’immagine di un giocattolo di mio figlio cristallizzata nella retina, senza dover voltare la testa verso quella luce così malsana, così aggressiva, così impregnata di quella normalità che a me è negata, ma non accade, mi alzo… sospiro… mi vesto… per uscire devo passare dall’ingresso e quindi davanti allo specchio, nel farlo mi volto dall’altro lato.