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Autore

Francesco Gallina

in archivio dal 21 ago 2007

19 marzo 1967, Enna

segni particolari:
Curioso e fortemente ironico, malato di musica e scrittura.

mi descrivo così:
Writer per webzines musicali estreme, principalmente metallized.it. Nel mondo metal da 25 anni. Dopo la pubblicazione di un racconto per Perrone Editore, la mia prima fatica letteraria completa è disponibile all'indirizzo www.lulu.com/content/1202496

22 agosto 2007

Ferro e legno

Intro: Il primo, durissimo, giorno di lavoro in una calda giornata estiva. Al primo contrattempo c'è spazio per le riflessioni, e anche queste sono dure, durissime...

Il racconto

La discesa si apre all’improvviso all’incrocio di un lungo vialone che prosegue rettilineo per parecchi chilometri, uno dei tanti che delineano l’assetto stretto e lungo della  città,  non  ho bisogno  di chiedere informazioni, so benissimo dove andare, ed anche se non lo sapessi, ci arriverei lo stesso seguendo la processione dei camion.
Non c’è modo di sbagliarsi, sono a soli tre a quattro chilometri dalla Piazza principale della città, ma sembra, svoltando l’angolo, di passare dalla normale realtà di una normale  cittadina a quella di  una disastrata periferia terzomondista, che potrebbe appartenere ad una qualsiasi metropoli Africana, o Sudamericana, ed invece appartiene alla parte più a Sud dell’Europa, quella che per molti è Nord Africa, e chissà… forse è così.
Mi avvicino al gabbiotto all’entrata, c’è un vecchio incartapecorito dentro, sembra un cartonato:
“Scusi, sono nuovo, dove devo andare per i tre mesi?”
“Avanti, segui u canaluni”
U canaluni non è altro che un fiumiciattolo immondo, di colore indefinito, costituito di liquami vari, sicuramente da grasso di motore e residui di gasolio, misto a chissà che altro.
A sinistra lo spiazzo dell’autorimessa con l’officina annessa, tanti camion in fila, la maggior parte palesemente fuori uso, alcuni meccanici che si aggirano tra di essi senza degnarli di attenzione, alcuni mezzi leggeri ai lati del vialetto che sto percorrendo, ed un paio di gabbiani tisici che mi volano sopra, c’è puzza di decadenza.
All’improvviso, misto al fetore, mi giunge in una piccola parte della narice un profumo agonizzante, familiare, destabilizzante, è iodio, allora realizzo che a non più di trenta metri da dove mi trovo c’è il mare, e dopo la guerra, in questo stesso punto e per molti chilometri a seguire, si veniva a fare il bagno, e c’erano persino alcuni lidi, la gente usciva di casa e dopo cinque minuti era in spiaggia a guardare l’Europa.
Tutto questo prima che cominciassero a violentare la costa per innalzare le cattedrali industriali che hanno fruttato voti per generazioni ai politici e generazioni di pessimi politici alla gente.
Il flusso degli altri, (chi sono? Non riesco a guardarli),  mi spinge, siamo davanti ad una casupola, entro… c’è solo una scrivania da scuola elementare e due poltrone che  forse un tempo sono state anche in grado di  attrarre qualcuno dalla vetrina di qualche mobiliere, ma che oggi hanno assunto l’aspetto ed il colore di quella decadenza che avvelena l’aria.
Ci dividono a coppie, uno nuovo con uno di quelli di ruolo, aspetto che chiamino il mio nome.
Quando questo viene associato alla persona che mi deve istruire, all’inizio non faccio neanche molto caso a come sia fatto, e lui sembra già avere vissuto la scena mille volte.
Poi lo guardo meglio è mi accorgo che Melo - questo è il suo nome - invece merita un po’ di attenzione.
Melo è alto,  ben piantato,  occhi chiari, capelli ricci, sigaretta di traverso tra le labbra, aria di uomo sicuro, non c’entra niente qui, non c’entra nemmeno col nome, è uno di quei tipi che aspetti di vedere mentre ti osserva da un cartellone pubblicitario, seduto su una poltrona in pelle Frau, bicchiere in mano, maglione a collo alto, camino sullo sfondo, modella languida al fianco, mentre ti convince con lo sguardo a comprare quel liquore evidentemente riservato agli arrivati, in maniera da sentirti, per la durata di un sorso, quasi come lui.
Quando Melo apre la bocca realizzo subito che no, forse non sarebbe il tipo adatto a fare quella pubblicita’:
“Stefano, ccam’a fari nui”? - Stefano è il responsabile dei turni.
“Ferru e Lignu, e chista è a zzona”, e nel dirlo consegna a Melo un foglio dove intravedo segnato un percorso.
“Ferru e Lignu”, mi spiega Melo, significa ignorare la spazzatura e raccogliere solo i rifiuti legnosi e ferrosi abbandonati vicino ai cassonetti, sembra meglio mi dice , ma invece è una fregatura, perché significa dover alzare carichi pesanti tutto il giorno per farli finire dentro l’autocompattatore, pazienza… meglio che stare a casa, e poi è solo per tre mesi.
Usciamo, (dovremmo essere in tre, un autista e due sulle pedane posteriori, ma manca personale, e dovremo arrangiarci da soli), e, per una sorta di Nemesi che chiude il cerchio della mia esistenza fino ad oggi, la strada che ci è stata destinata è quella dove abito.
Mi si dipinge un’idea di sorriso amaro all’angolo sinistro della bocca, tutti quei libri letti… tutte quelle discussioni… quei viaggi… quelle esperienze… non sono serviti a un cazzo, solo a farmi tornare da dove volevo scappare, umiliato, già logoro, e senza voglia di proseguire.
Cominciamo a darci da fare.
Entriamo in un viuzza  di quei quartieri tipici di qui, costruiti dopo il terremoto, a scacchiera, quando il traffico automobilistico era un’idea astratta e mai adattati alla realtà in seguito. Il camion deve procedere molto lentamente, svoltiamo a sinistra e ci immettiamo in una piccola piazza, ci sono due cassonetti e… ma porca puttana… quante cazzo sono? Lavatrici… carcasse di lavatrici… dieci , dodici, no… quattordici.
Cristo, ma come cazzo è possibile? Ci sono due palazzi e sei casette basse, che cazzo hanno fatto? Un concorso per deposito di lavatrici esauste e questa Piazza ha vinto?
Non c’è il tempo di pensarci, Melo è già sceso e sta afferrando la prima, devo fare la mia parte; Melo è esperto, afferra il rottame nei punti giusti, flette le ginocchia quanto basta, rotea il busto e di slancio, senza fatica apparente, scaraventa il tutto nel compattatore, quasi con grazia, con musicalità.
Io non sono altrettanto bravo, cerco di imitarlo, ma non ho i suoi muscoli allenati dalla quotidianità del gesto, non ho la sua destrezza nel distribuire i pesi, e do più l’impressione che il rottame possa sfuggirmi di mano da un istante all’altro che quello di un tipo che sa cosa sta facendo; Melo mi guarda di traverso e ridacchia, non sono il primo che vede e non sarò l’ultimo, gli rallento il lavoro, sono un peso, ma sta zitto e si capisce che dietro quegli occhi anche lui ha passato certi momenti, e forse mi comprende di più lui che mi conosce da mezz’ora che altri che mi ignorano da una vita senza saperlo.
Dopo un po’ comincio ad astrarmi  ed osservo meglio le lavatrici… alcune sono palesemente  inservibili, altre sembrano in condizioni migliori di quella che mia moglie cerca ostinatamente di far durare un altro mese ancora per non umiliarmi con la richiesta di una nuova, ed allora che ci fanno qui? Sembra quasi che i proprietari se ne siano voluti disfare lo stesso, pur funzionanti, per dimostrare che anche loro avevano dei soldi da spendere, che anche hanno i titoli per partecipare alla festa, che anche loro esistono, ed allora l’unico modo per urlare in faccia agli altri questo loro esistere è comprare regolarmente, ciclicamente, ottusamente, schizofrenicamente, per non svanire sullo sfondo indistinto del vociare degli altri.
Le lavatrici sono finite, proseguiamo il giro, i successivi tre cassonetti sono pieni di spazzatura, ed annunciano con l’olezzo la loro presenza a parecchie decine di metri di distanza, ma a noi non interessano, noi siano “Chiddi du’u firru e lignu”.
Prima dell’ultima curva però, nel punto più stretto della strada, un altro mucchio di rifiuti per noi: ancora alcune lavatrici,  qualche porta di legno, una sedia e due divani, ci vorrà del tempo a sgombrare tutto, la strada rimarrà bloccata per un po’, è questo il motivo per cui questi lavori vengono fatti nel primo pomeriggio, un vantaggio per gli utenti, ma un ulteriore scazzo per noi, dato che qui a Giugno ci sono già più di 30 gradi a quest’ora.
Mentre scendiamo vedo con la coda dell’occhio una macchina immettersi nella via, siamo piazzati davanti al cassonetto, e 20 metri più avanti c’è il cancello elettrico di un complesso, non può che dirigersi lì, dovrà aspettare.
E’ una Nissan Micra, nuova, rossa, alla guida una signora bionda, ben vestita, ha un foulard attorno al collo, segno inequivocabile che all’interno dell’abitacolo sta funzionando l’aria condizionata, c’è un riflesso all’altezza della mani, sicuramente uno o più gioielli.
Sta parlando da sola, (il viva voce del cellulare), non fa caso a noi, ma quando si ferma a tre metri dal camion realizza che l’accesso al complesso dove abita è bloccato. D’istinto comincio a lavorare più velocemente, ma Melo mi fulmina:
“Avi a ‘spittari, si ffacemu accussì ogni vota tempu un’ura non capemu cchiù nnenti pa’a fatica”.
Ha ragione, solo l’aver accelerato per pochi secondi il ritmo mi ha fatto girare la testa, fa troppo caldo.
La signora si agita, si capisce che sta comunicando al suo interlocutore al telefonino della seccatura che le sta capitando, si strappa via il foulard e lo butta sul sedile, e così tradisce il nervosismo crescente.
Dopo tre o quattro minuti è già al limite, sta soppesando l’opportunità di abbassare il finestrino ed infrangere così quella bolla isolante algida che la separa dall’odore della fatica,
“Nun ti prioccupari, fa troppu caudu, non l’abbassanu mai ‘o vitru”, dice Melo mentre continua con flemma a lavorare.
Ma si sbaglia, la signora è proprio indisposta, (forse in tutti i sensi), e abbassa davvero il vetro - deve essere veramente incazzata.
“E allora? Quanto c’è ancora da aspettare? Io ho finito per oggi e voglio tornare a casa. In tutti i paesi civili questi lavori vengono fatti di notte, non quando si dà fastidio alla gente che ha da fare”.
La voce è stridula, fastidiosa, o forse è la fatica che la distorce al mio orecchio, e mi arriva al cervello mentre una goccia di sudore mi cade sugli occhiali falsando la mia percezione della realtà.
Continua a parlare, a protestare, e dopo qualche secondo non distinguo più le parole, ogni tanto mi pare che mi insulti, ma non comprendo cosa dice; mi sto innervosendo, no, di più… mi sto proprio incazzando… ma che minchia vuoi? Maledetta troia, ma che minchia ne sai di come si sta sotto questo sole maligno a rompersi il culo per levare la merda lasciata in giro da quelle come te? Forse proprio da te, che ora stai seduta in quella fottuta macchinetta nuova, la seconda, o forse la terza di famiglia, mentre io sono venuto a piedi, perché non ho neanche i soldi per mettere due litri nel motorino; ma che cazzo vuoi da me, eh? Tu e la tua giornata che è finita nell’ufficio dove sarai stata assunta perché sei “la moglie di….”, tu e il da fare che ti aspetta a casa, in che cazzo consiste? Nel dire alla cameriera filippina cosa deve fare per non farti fare niente? Nell’aspettare che aprano i negozi per comprare qualcosa che non ti serve se non a fare trascorre un altro inutile pomeriggio della tua inutile vita passata a osservare gli altri mentre si sbattono per sopravvivere? E quella camicetta di seta che indossi, (è seta, vero?), quanto l’hai pagata? Come l’hai pagata? Col tuo lavoro, (lavoro?) in ufficio oppure è uno dei piccoli prezzi quotidiani che incassi per farti sbattere da un marito di quindici anni più grande, ma con tanti, tanti, soldi?
Smettila, non dire altro, mi dai veramente ai nervi, smettila… chissà se… chissà che faccia faresti se all’improvviso, con calma, scendessi dalla pedana ed invece di dirigermi verso gli ultimi rottami, con calma, con molta calma, mi dirigessi invece verso di te e, sempre con grande calma, aprissi lo sportello della tua macchinina, ti afferrassi per i capelli e ripeto, sempre con affettata calma, ti scaraventassi dentro il compattatore. Immagino la tua espressione, dapprima incapace di realizzare, poi scandalizzata per quel contatto fisico illecito e sacrilego, poi spaventata mentre cominci a capire cosa succede, ed infine terrorizzata mentre ti sollevo in alto per buttarti dentro, ih ih.
Sai… le ganasce del camion sono incredibilmente potenti, - me lo ha spiegato Melo mentre raggiungevamo la zona - possono inghiottire e spezzare in due una lavatrice come se niente fosse, anche due per volta. Chissà che rumore farebbero le tue ossa mentre vengono spezzate di netto? Un crack secco? Un rumore sordo? Non so….non me lo figuro…ed i legamenti? Si sentirebbero? Verrebbero recisi? Strappati? Dilaniati? Quello che importa però è che finalmente saresti zittita, (chissà se lo sogna anche tuo marito), ed io sarei in pace, per un po’… ed i tuoi vestiti firmati? Forse mi chiederesti di toglierli prima di essere compattata, (ah ah ah), sì, forse sì, perché non reggeresti l’idea che possano essere contaminati dai rifiuti, sarebbe come mischiarsi con la gente, ammettere di fare parte della stessa razza, inimmaginabile… ed io ti accontenterei, così darei un’occhiata anche al tuo reggiseno, (firmato anche quello, vero?), ma giusto per onorare il mio contratto da maschio, così… senza insistere troppo sul contenuto delle coppe, e poi ti farei tacere, finalmente.
E quale sarebbe il tuo ultimo pensiero? Forse per tutte quelle camicette che saranno comprate da altre, magari da quella stronza dell’ufficio protocollo che fa la gatta morta con il capo ufficio -sicuramente sono già amanti -  ma non più da te… non più da te…
Abbiamo finito, Melo mi dice di risalire, la donna sbuffa irritata, ingrana la prima e si prepara a partire. Spostiamo il camion quanto serve per farla passare, quando arriva alla mia altezza le chiedo scusa per il tempo perso, ma ha il vetro alzato, e sta già parlando di nuovo al cellulare, non mi guarda neanche, andiamo… c’è un’altra via da pulire.

 

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