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Racconti di Francesco Paolo Gambino

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  • 20 ottobre 2012 alle ore 20:34
    Dove va a finire il vento

    Come comincia: Gli studi della Zugna-Lo Russo rimasero chiusi per quarantottore.
    Motivazione futile dicevano alcuni, assolutamente legittima per altri.
    Angelo De Ceglie, il loro più promettente scrittore, era scomparso nel nulla.
    Dileguato in qualche regione del Portogallo, viaggio per ritrovare l'ispirazione,
    quel non so che d'illimitato.
    “Richiamate l'albergo, Baro o Bairro Alto..”
    “Abbiamo gia chiamato, ci hanno detto non l'hanno visto”
    “Te se propri un pirla!! Fatti dire a che ora ha lasciato la camera..:!!”
    “Si-si sarà fatto...”

      Ventesima sigaretta per Giovanni Zugna.
      Appostato come una civetta sul davanzale del balcone, non fa che  intimare
      ordini a destra e a manca.
      “Dì all'Eugenio di farmi pulire la macchina...già che sei ricordargli le Muratti...”
    Impensierita più che mai la moglie, Augusta, di solito così solerte con gli amici del
    marito.
      “Non sei in pensiero per Angelo, dì?”
      “Certo che lo sono, ma non tengo sempre un musun de cera..beviamo un fernet, va”
    Il telefono squillò più e più volte, ma nessuno dei coniugi aveva lì per lì il coraggio di
    rispondere.
    “E se fosse tua madre? No-no rispondi te...”
    “Bel marito che ho...Pronto!! Chi parla??!!..”
      Angelica fu invasa da un groppo in gola; qualcuno dall'altro capo del filo stava
    lanciando un SOS, con voce sottilissima e agonizzante.
    “Beh? Alura, parla!!”
    La moglie, sfiancata in viso, cadde a terra preda di uno svenimento.
    Giovanni Zugna non riuscì a sentire il boato che di li a poco avrebbe squassato Praça
    Algarve.

     
      Angelo si era portato con sé i tredici volumi di Asimov, più una manciata di saggi
      firmati da Ajtmatov.
    C'erano tante cose che aveva lasciato nella sua abitazione milanese;
      la foto del padre, la cartolina da Bangkok con i saluti di Ugo Pagliai, la stampa
      del primo raduno degli Scapigliati.
      Ma non aveva di certo rinunciato al suo portapillole d'oro, alla camicia rosella
      di Ascanio Marchesi, né all'ibrido profumo alla nocepesca, l'ultimo regalo “intimo” di Luciano.  Eh si, il Lucianìn.
    Chissà se ha completato il corso per stilista, gli mancava solo un anno; forse a quest'ora è già un pezzo più o meno grosso degli ateliers newyorkesi....

    Sveglia, sveglia che si scende.
    L'aereo è atterrato in orario, sette in punto, precisione più svizzera che portoghese.
      All'aeroporto di Faro lo assale un cruento profumo di tabacco; Angelo soffriva terribilmente di asma e di nausea da fumo.
    Prenotazione in albergo a tre stelle; un decotto alla menta, -era solito farne gran uso- e una dormita di mezz'ora, per ricaricare le pile e far svenire la tensione.
    Tensione per poi cosa...ah si, certo, il romanzo.
    Era stato chiaro l'editore Zugna, quel lunedì di fine maggio;
    “Tocca fare qualcosa di grosso adesso, te la senti?”
    Fin lì Angelo aveva scritto soltanto racconti; piacevoli e anche apprezzati dai circuiti culturali di allora.
    Forse, proprio per questo, lo scrittore De Ceglie doveva cominciare ad osare.
    A far valere la propria scrittura, con qualcosa di finalmente congruo alle aspettative
    createsi attorno.
    SAFAT;  il titolo lo aveva già partorito, l'asse della storia filava anche bene, con quel complesso giro di identità scambiatesi dai personaggi, lungo un misterioso e lamentoso
    cosmo parallelo.
    Ma c'era una voce al capitolo 7, la voce di Martim, che Angelo non aveva ancora curato.

    Il movimento anarchico della Fazenda Unida, aveva uno e un solo scopo; il terrore.
    Scatenarlo non era neanche difficile, il duro era poi darsi continuamente alla fuga.
    A ogni membro veniva affibbiato un nomignolo che inevitabilmente finiva per distinguerlo; Alvaro era soprannominato “O Fungo”, per la sua andatura quantomeno selvatica.  Gabriel, era più conosciuto come “O Melro” per come riusciva a imitare
    il suono del merlo. La ragazza, Jacinta, era  “A Dançarina”, perché era brava a saltare
    i cordoni di guardia della polizia.
    Poi c'era il leader, se vogliamo definirlo cosi.
    Martim Juan do Casada, trentottenne di un sobborgo di Évora, detto “O Cientista”, “lo scienziato” per le sue continue e miraboliche pulsioni  dinamitarde.

    “E' pronta, valla a portare a Jacinta, sbrigati”.
    Aveva fabbricato un congegno a tempo che sarebbe dovuto esplodere in Praça Algarve
    alle diciotto in punto.
    Ora di maggior affluenza turistica, e non solo.
    L'ora in cui di solito passa il sindaco della regione con consorte, avvolta da una costosissima mantella di cervo.
    Si erano mossi tutti per tempo, a bordo di anonimi scooter.
    L'ultimo della fila, O Cientista, sarebbe andato molto più lento degli altri.
    Aveva lo scopo di fare il palo ai tre che si sarebbero diligentemente mossi fino alla gelateria Do Prado, e lì la bomba- accuratamente rinchiusa in una scatola per torte- si sarebbe confusa tra crostate e dolciumi vari.

    “E' una bomba!! …...devo subito sentire qualcuno...”
    Angelo non stava più nella pelle.
    Al quarto giorno di permanenza aveva finalmente dato voce a quell'unico personaggio che troppo lo aveva fatto tribolare.
    E così il suo romanzo stava realmente conoscendo una seconda rampa di lancio.
    Sceso frettolosamente dal Bairro Alto, De Ceglie si diresse verso la prima cabina telefonica, muovendo freneticamente il gettone da 2 centavos.

    “Fate in fretta, sono alla cabina del telefono”, aveva detto Martim ai suoi compari, accendendosi in tutta calma  un sigaro Landul.
    Angelo era arrivato per primo,  stava già digitando il prefisso per l'Italia, per mettersi in contatto col suo editore e dargli la piacevole notizia che tutto filava liscio.
    “Eeei, esci da qui per favore”.
    Angelo non aveva prestato attenzione alle parole de O Cientista, che quindi mutò la richiesta in un atto di violenza.
    “”Ehhh, ma cosa faa..u.. uuuuhhhhff uuhhff, la prego non mi fumi in faccia...””
    Angelo aveva ancora la cornetta in mano, quando improvvisamente gli fu impossibile tenere il fiato per il tanto fumo addensato.
    “...marito che ho.. Pronto!! Chi parla??!!..”
    Riuscì soltanto a gemere, la nausea e il giramento di testa si erano impossessati di lui.
    Non c'era niente da fare, Martim lo scagliò brutalmente sull'asfalto, serrandosi poi dentro la cabina.
    Trenta secondi dopo l'esplosione.
    L'intensa nube tossica che si era sparsa lo aveva inghiottito senza appello.
    Ciao Angelo.

  • 03 febbraio 2012 alle ore 12:00
    L'ansia dei rovi

    Come comincia: Le piantagioni di erica l’avevano da sempre esterrefatta.
    Non tanto perché lineari, quanto per la loro imprescindibile fierezza.
    L’orto era stato rimescolato da poco, per volere dei fascisti pure l’erba doveva
    dotarsi di un finto contegno.
    Ma le eriche avevano detto no.
    Sarebbero state sradicate, un giorno, quando anche Italia avrebbe dovuto posare
    le cicche incaute delle sue sigarette.

    Alle porte di Barberino sfilarono quel giorno le nuove squadriglie.
    Dirimpetto al municipio venne issata la bandiera del Partito Nazionale, coi fregi
    dell’anomala libertà.
    L’aquila premeva come un tuono sulle teste rasate che acquisivano i voti.
    Anche Italia, addossata al lampione a circolo, si sentiva essere meno, meno
    di tanta folla che entusiasta bramava il nuovo corso, meno del colonnello Fanio
    fatto fuori dalle milizie perché aveva detto, “no, io fiorentini non ne ammazzo”.
    Fumò un’altra sigaretta, Italia; poi, pallidamente, si diresse con un nodo in gola verso
    casa.

    Check era saltato fuori dalle macerie di un fontanino, poco distante dalle abitazioni
    miliziane.
    Aveva percorso a valle una ventina di chilometri, zampettando amaramente per via
    di una brutta ferita.
    L'incidenza della strada sterrata lo faceva oltremodo soffrire.
    Italia avvertì quei passi mogi e il guaire ansimante.
    Si voltò, danzando quasi sul cornicione, e poi produsse un strano verso, come a dire
      “ehi tu, aspettami che scendo.”

      Italia si stava prendendo cura di lui, le giornate passavano radiose e con molto più
      senso; non c'era mattina in cui la ciotola di Check non fosse carica di sorprese.
      Prima delle rondelle all'uva passa, acqua fresca di fonte, poi eleganti
      fichi d'india sminuzzati.
      La sera Check si distendeva lungo sulle gambe della padrona, che non percepiva
    più neanche gli spari della piazzetta; parevano fuochi d'artificio, quelle grosse
    luci che scuotevano le valli.
    Italia beveva del Chianti d'altura, e bisbigliava all'orecchio del cane, una semplice
    richiesta; “tu non mi abbandonerai mai, vero?”

      Lucio, detto “Il vicario” era a capo di uno dei primissimi nuclei partigiani.
      Si era stretto al braccio  il simbolo di un tamburo.
      Lui e gli altri “volontari” avevano già occupato le prime, segrete posizioni in viale
      del Lago.
      <<Cosa vi hanno detto quelli di Scandicci?>>, domandò Italia una sera di caffè 
    freddi e prugne acidule.
    <<Che è ancora troppo presto...un mese ancora o due>> ribatté Lucio avanzando
    lentamente sulla branda.
      <<E quello chi è?>> chiese “l'armatore di Fucecchio”.
    <<E' il nuovo guardiano e custode, Check>> fece Italia solleticandone il pelo fulvo,
    <<non preoccupatevi, lui dorme con me.>>

    Avrebbero percorso Corso Bolognese in perfetta sincronia.
    La prima Galetti fu quella d'Italia, che arrivò in fondo al vicolo “dei nasturzi”.
    Ci viveva lui, un vecchio caricaturista del primo conflitto mondiale.
    Si faceva chiamare Ambrogio H., collaborava ancora con una parte della stampa
    eversiva, perlopiù distribuiva ritagli ironici al Papiro di Certaldo.
    I tre, affiancate le biciclette al muretto in pietrame, bussarono sei volte come da
    segnale; alla finestrella si affacciò il volto caduco di Ambrogio, che fece
    segno con l'indice di avvicinarsi, cautamente, alla porta inclinata.

        I FASCISTI SI DIMENTICANO DI VOI, SONO SELVAGGI CHE VI
    PUGNALERANNO ALLE SPALLE.

    IL POPOLO DEVE DIRE NO; NO A CHI VUOL FARSI PADRONE DELLA
    PATRIA, NO ALLE CAMICIE NERE, AL COPRIFUOCO DEI CITTADINI.

    BARBERINO DEVE DARE L'ESEMPIO; AFFOSSATE LE BANDIERE ,
    COMBATTETE I DISTINTIVI CHE VI DICONO COSA FARE.
    PRONTI A RIPRENDERVI LE VOSTRE LIBERTA?

    I volantini ponevano in calce il marchio ML; Movimento Libero.
    Le squadriglie fasciste cominciarono di lì a poco una tragica caccia all'uomo, non
    furono risparmiati nemmeno i vicoli più poveri, le scarpate della valle d'Elsa furono
    letteralmente invase.
    <<Check, bello, vieni qui dai la zampa...>>
    Italia aveva deciso di nascondere Lucio nel sottile ripostiglio, almeno fin quando
      le ronde si fossero fatte meno intense.
    <<Ehi, Check..porta queste a “Zio”, ok?>>
    Uno scatolino con le solite cinque sigarette del tramonto, momento in cui le milizie
      passano per via del Lago.
      <<Signora, siamo noi, ci apra>>.
      Solita constatazione iniziale, “le cose vanno bene per tutti, eh...queste piante via
      chi vi credete...”.
      Check arrivò di corsa da Italia, come sempre a quell'ora.
      La donna si era accorta, tanto tardi, della fascia col tamburo che Check aveva
      morso per chissà quale ragione.

     

    <<Lo so che mi vuoi bene...lo so>>, aveva ripetuto Italia, vedendo come gli occhi
    di Check si fossero rapidamente inumiditi.
      <<Non vuole mai essere preso per i denti...avrei dovuto dirtelo...>>
    Un soldato aveva tolto la sicura al fucile, e sparato due colpi furenti alla nuca
    del “vicario”.
    Italia era sempre lì, reggeva la sigaretta di tante altre sere, e badava a cercare
    l'erica più lunga, per torcerla e strapparla via.
    <<Tieni..>>, disse poi a Check che scodinzolava lì vicino, <<non farla mai seccare, 
    nascondila in un terreno migliore.>>
    Arrivarono tre colpi che spezzarono l'aria.
    Italia atterrò docile sopra la conca di pietre e fango.

  • 27 settembre 2011 alle ore 22:55
    Variazione sul tema

    Come comincia: <Dimmi un numero, il primo che ti balza in testa...>>
    <<Otto!!>>
    <<Dimmi una parola, adesso, la prima che ti viene in mente...>>
    <<Cazzo!!!>>

    Le nostre conversazioni erano questi razzi che svanivano presto.
    Bhò. E dire che di tempo assieme ne trascorrevamo.
    Pomeriggi a drinkare gazzose e riproporre stupidità.
    Il resto poi era un fascio di pensieri che ognuno rincorreva per conto proprio, giungendo persino a coltivare dei sogni tanto lucidi che parevano veri.
    <<Sai che sono diventata hostess? Ho il primo volo alle sette...che fai vieni?>>
    <<Non lo so, dipende a che ora finisco l'ultimo turno. Oggi ho avuto diciotto pazienti, pensa un po'>>
    Cosi scorticavamo la noia, e più di qualche paura.
    Siamo stati nell'atelier di un nostro amico pittore una mattina,  ci piaceva fare gli scemi davanti a quei quadri di spose addormentate.
    <<Ma quanti anni hai Gibo??!!>>
    <<Eugenio sempre più di te che continui a stare chiuso in questo buco..>>
    Me l'ero persa. Ho pensato subito che fosse andata al bar di fianco, e di li magari dritta a casa.
    Invece Eugenio mi aveva fatto segno di avvicinarmi al balconcino che guarniva quello spazio di bottega.
    Lei stava li, al centro esatto di un cerchio dipinto in terra, e faceva quelle che mi sembravano delle smorfie, incavandosi gli occhi e allungando le linee della fronte.
    <<Ma che sta facendo? Hai spruzzato qualcosa di là?>>
    << Io niente..forse è solo emozionata>>
    Lo era per davvero. Aveva provato qualcosa di insolito per lei, la sensazione di potere fluttuare distante, distante dalla sua età che le diceva come comportarsi, da tutte le ragazze noiose e sbrigative.
    Quella sera lasciai che rimanesse da me. Appena chiuse gli occhi per addormentarsi, mi confidò di non avere ancora fatto l'amore...

    <<Si, si ha finito la scuola...ma sai prima o poi doveva...adesso sta sempre fuori, non si vede mai..>>
    Faceva la hostess a Milano. Sua madre non capì bene chi fossi io, la parola "amico" non l'aveva convinta.
    Irene di amici non ne aveva. Così grandi poi. Aveva solo un'amicizia cui teneva più di se stessa, una sorella quasi. Marta.
    Riuscii a pescare l'indirizzo della ragazza, non che ci credessi più di tanto, ma forse lei poteva dirmi esattamente dove trovare Irene.
    <<Prendi il primo volo da Roma per Linate, no? Pirla>>.
    Ho fatto cosi, mi sono messo in viaggio alle otto del mattino, nella mia testa avrei raggiunto l'aeroporto di Linate per le nove e trenta massimo, e da lì cominciato la ricerca.
    Irene, irene...possibile che non mi ricordassi il suo cognome?
    Chiusi gli occhi giusto per riflettere più intensamente, ma anche perché il decollo non mi faceva stare tanto bene.
    <<Dimmi una parola, la prima che ti viene in mente..>>
    <<...C...iao.>>
    Dire che mi aveva colto di sorpresa è dire poco. Era proprio lei, stava completando il giro di controllo, ma si, si ricordava...come avrei potuto fermarla adesso?
    Provai a fregarmene delle cinture e alzarmi, ma l'altra hostess mi schiacciò con una presa a rovescio.
    <<Resta seduto signore, non farmi arrabbiare>>

    Ripresi il mio unico bagaglio e l'aspettai al varco della prima caffetteria.
    Provavo un'emozione gelida, come se improvvisamente non fossi più pronto a rivederla.
    <<Allora...viaggiato bene, spero>>
    Ancora una volta mi aveva preso in contro tempo; si era tolta la pesante divisa ufficiale, adesso somigliava alla ragazza che mi ricordavo,  in maglietta fucsia e le immancabili Etnies.
    <<Prendiamo un caffè...anzi no qua fanno dei divini mocaccini>>
    Parlava sempre lei, si comportava con la stessa naturalezza del passato, sembrava cosi a suo agio che mi domandai se il tempo trascorso non avesse fatto dei giri strani, e ci avesse riportato indietro di dieci anni.
    <<Allora, la parola poi non me l'hai detta>>
    <<Si invece>>, provai a controbattere nonostante un'inspiegabile timidezza, <<ho detto ciao, ciao è la parola..>>
    <<Si, si, quante te ne inventi...ti ha dato problemi?>>
    <<Ma chi?>>
    <<Faria, la mia collega..ti guardava in un modo>>
    <<Beh, di certo non le sono simpatico, volevo alzarmi e..>>
    In quel momento notai che Irene si era girata verso il gruppetto delle altre hostess pronte per il viaggio di ritorno.
    <<Vanno a Roma loro?>> domandai gentilmente.
    <<Si, ma sono delle stronze di prima categoria..camminiamo non voglio vederle>>

    <<A parte Faria non vai d'accordo con nessuno?>>
    Non sapevo che argomenti affrontare. Eravamo seduti da una buona mezzora a Parco Sempione, e più o meno fissavamo tutti e due la gente fingendo di essere concentrati.
    <<Veramente si...mi vedo con un tipo intrigante, è fissato coi tatuaggi, dice che anche sulla mia pelle starebbero bene..>>
    <<No, per niente>>
    <<Dici di no? Pensavo a una croce piccola, tipo>>
    <<Ma no, sei tosta e accattivante già cosi>>
    <<Parli come se ti piacessi>>
    Non dissi nulla.
    <<Andiamo a guardarci qualcosa>>
    <<Non mi hai neanche chiesto come mai mi trovo a Milano>>
    <<E tu? Mi hai forse chiesto come mai mi sono presa un giorno di permesso?>, fece lei , indicandomi la pineta dove esponevano dei brillanti quadri d'autore.

    ...allora la strinsi a me, maledettamente coinvolto nell'angoscia di volerla toccare di più, di assaporarne gli angoli di pelle che non conosceva nessuno. Forse dormiva, o forse no, non potevo saperlo, il suo volto era quieto ma vigile, e allora mi accorsi che la stavo tenendo per mano, in maniera soffice e premurosa.
    Misi due dita nell'apertura del suo reggiseno, aveva il cuore che le pulsava veloce, ma il suo petto era fermo, senza un brivido, con un leggero rossore appena.
    <<E' tardi Irene, quasi quasi vado a dormire, tanto ci rivediamo.. >>, la baciai sulle labbra un po' confuso, e me ne andai senza fare rumore.

  • 26 settembre 2011 alle ore 20:05
    Non ci resta che scrivere

    Come comincia: Perle, perle, perle!!!
    E che siamo all'isola del tesoro!!???
    Gianni non aveva realizzato ancora la cosa; sua moglie si, abbastanza
    da darsi quelle arie stagionate da ricca indisciplinata.
    <<E se ci rifacessimo il terrazzino?? No no aspetta, facciamo un bel camino
     di porpora, eh? Lo ordino subito...>>
    Cloe aveva preso i due cordless, voleva provare l'ebbrezza di ordinare due lussuose
    vacanze una dietro l'altra.
    <<Kingston Giamaica?? E poi Tokio tra quanto?? Si attendo in linea>>
    Lo sguardo di Gianni crepitava di nervosismo.
    In quel momento non sapeva se volerla bene, o legarle il filaccio delle carni al collo.
    <<Allora si mangia stasera o no?>>
    <<Ma che pensi sempre al cibo, e in un momento come questo!!?? Si d'accordo prenotazione
    per due...si...c'è anche mio marito..>>

    Scherzi da suocera, perdipiù deceduta, isteria arrivata a mille, insomma una situazione
    da commedia degli errori.
    "A te figlio mio, e alla tua consorte, lascio la collezione delle mie perle nere, introvabili, custoditele con cura, mi raccomando, non vendetele, o patirete tanto, tanto..""
    Gianni era andato a farle pesare da un suo amico fidato, gioielliere professionista 
    e rinomato collezionista.
    <<Gianni...>>
    <<Arturo, e questi sono solo due cofanetti. Allora che mi dici?>>
    Arturo sguainò il suo sguardo più incivile.
    <<E' bigiotteria>>.
    <<Che cosa??>>
    << Torna a casa, vai>>
    <<Ma non è possibile, è una gran cazzata, perle nere, conservate da perlomeno cent'anni!!>>
    <<Nel mondo delle favole; adesso vai per favore, ho il negozio pieno>>.

    <<Tua madre mi odiava>>.
    <<Si..>>
    <<L'ha fatto per questo>>.
    <<Si..>>
    <<Perché non le ho mai preparato le frittelle che voleva>>
    <<Anche...>>
    <<Ci portano in galera>>
    <<Non saprei...>>
    Cloe diede un'ultima, sofferta occhiata alle cornici d'alabastro, al deposito di candelabri d'epoca,
    alle tende di marocchino. Prese di nuovo il cordless e digitò il numero della sorella.
    <<Ah, vai a Tokio...si si, portami un ricordino...>>

  • 30 marzo 2011 alle ore 17:28
    Chiave al collo

    Come comincia: Avevo spento le luci per annegare il volto sopra quella copertina mobile, cartoncino rigato di un blu vaporoso come le tempeste che piegano gli archi alla nebbia.
    Tu te ne stai li, imbarazzato, nella tua intimità spogliata di ogni astio , a immaginarti come sarà fatta adesso, se ha qualche ruga color cenere, se tossisce
    ancora dopo ogni sigaretta fumata.
    E forse è anche giusto consumare il pensiero un pò cosi, senza alcuna pretesa di rivederla, strappando di tanto in tanto la cartolina di un ricordo; frammenti, suggestioni, la benzina del motore che ci lasciò per strada la mattina dell'esame, le briosches calde del bar Ventura, la vena sempre gonfia del suo braccio.
    Perché mai ha intitolato il suo romanzo "Chiave al collo"? Le regalai io un ciondolo con una chiave effigiata sopra, doveva significare fedeltà, legame integro, incurante delle pressioni e dei posteggi della noia.
    Però se mi avesse dato anche solo un minuto in più per spiegarmi...ma lei niente, era fatta cosi, doveva imporsi, regolare lei i ritmi del quando e del come.
    E pensare che io ci sarei andato volando a Rovigo, l'avrei condotta come un re in quella casa editrice, sarei partito a razzo, senza la minima titubanza.
    Ma qualcosa era già cambiato, io, lei, o il fumo delle nostre Camel; ognuno al suo tavolo pensando agli affaracci propri, riempiendo posaceneri di rischi non realmente calcolabili.

    <<Mmmm....e di un Negroni che ne pensi?>>
    << Penso che una volta ci aggiungevi due scorzette di arancia,anziché una.>>
    <<Hai una memoria da paura, potresti scrivere anche tu lo sai..>>
    <<No, farei troppa confusione. E poi sei tu la scrittrice.>>
    <<Però tu avevi più immaginazione di me. Ricordi quello che mi hai detto in corso Newton? Porga qui grazie.>>
    Ci portiamo a casa la vetrina ok? E tu continui a farmi gli occhi che mi stai facendo adesso, piccoli e bisognosi.
    << E dove sarebbe l'immaginazione?>>
    <<Beh, a me quella frase piacque molto. Avevo anche pensato di rubartela, e inserirla in una mia poesia.>>
    <<E' vero che ti sei sposata?>>
    <<No, solo una trovata pubblicitaria per lanciare il libro...certo che è vero, stupido.>>
    << Avete figli?>>
    <<E' un argomento delicato, preferirei bypassare.>>

    Una volta la tenni stretta cosi forte che pensavo non avrebbe resistito, e si sarebbe messa a urlare di piantarla come suo solito.
    Invece non lo fece.
    Fu in quel preciso istante, che avrei voluto diventasse lei la madre dei mie figli, perché era in quel modo che avrei desiderato abbracciarla davanti a loro.
    <<Ohi, ragioniere, ti ricolleghi? Cosa ordini?>>
    <<Eh si, quello che vuoi...mmm... filetto al pepe verde>>
    <<E filetto sia anche per me...a cosa stavi pensando?>>
    <<Pensavo...che il locale è passato di moda, guarda quanti tavoli vuoti.>>
    <<Meglio, mi sono pericolosamente abituata alle folle, dovevo tornare a Porto Viro per respirare un pò di tranquillità. E riabbracciare te, s'intende>>.
    Ecco, adesso magari userà la parola amico,e io dovrò fare finta di niente, che mi stia bene, autorizzandola persino ad utilizzarla quando vuole.
    <<Va tutto bene?>>
    <<Si si, mi chiedevo soltanto cosa pensi di me, se.. insomma...ti sono venuto in mente qualche volta..>>
    <<Se proprio vuoi saperlo, gran parte del romanzo l'ho scritto pensandoti; poi certo le cose cambiano, tu sei una persona a cui tengo particolarmente, un amico
    sincero e leale>>.
    Eccola li. Esco a fumare, è meglio.

    <<Allora?>>
    <<Niente....mi hai fatto un po' male, tutto li>>
    <<Giulio, non avrei voluto, non era mia intenzione.>
    <<E piantala con 'sto tono da professoressa, Vita.Lascia stare, vado via.>>
    Si, sono andato correndo verso l'auto che sarà già stata multata.
    Non ho neanche sentito la sua voce richiamarmi, proferire un dai torna, mi sarei accontentato della più stupida parola.
    Avrà fatto ritorno al tavolo, pagato il conto in silenzio, e se ne sarà andata.
    Divieto di sosta, tutto calcolato.

  • 29 marzo 2011 alle ore 18:30
    Gli istanti drenati

    Come comincia: Balbettò per quella decina prolungata di secondi, sovrastando il silenzio della platea al coperto.
    Cercò in fretta un appiglio, si barcamenò tra le posture più insensate, schivando le catene di persone che a mano a mano lo soccorrevano.
    Voleva tornarsene in camerino, gli serviva modulare la voce ancora di quel tanto per risolvere l'antico problema di sempre.
    Trovare il coraggio di chiederle scusa, contrabbandare il proprio cuore al prezzo di un più autentico ciao, senza il patema di chiedere ad altri il favore di ogni visita.
    Macché.
    Alisa a quest'ora dorme, c'è la scuola, quella ricerca sulle cellule zigote...chissà com'è finita.
    <<Lucio, ah stai qui, vieni il medico ti visita...>>
    Come sa essere nera la notte dopo che piangi e non sai perché, dopo che alle stelle non vuoi chiedere più niente,
    perché ti ricordi di avere in mano qualcosa,e allora trascini le gambe in faccia a gente che pensa di saperne più di te, che ti strappa il contratto come fossi merce avariata.
    <<Era l'ultima occasione signor Benvisti, e lei ha confermato la mia ipotesi; è un cantante da bottega, un cincischiatore da circo, ma che dico, peggio, molto peggio...>>

    <<Le chiavi della Porsche>>
    <<Eccole Lucio...si può sapere dove vai?>>
    <<Vado a sperperare questi centoni>>
    Strano non avesse più balbettato. Aveva le ciglia ben più acute di altre volte, come se i pensieri stavolta si fossero assottigliati quanto basta da non prendere più voce.
    La sua donna (lui la definiva cosi), lo salutò ammiccando lo slang da lui composto per quella pubblicità di maccheroni.
    <<E soffice va nella bocca...>>
    <<No, non baciarmi.>>
    <<Fanculo, Lucio, vattene!>>

    Faceva freddo e la neve si chinava senza resistenze.
    La Porsche si allungava nell'asfalto depistando fanali e semafori, tra i luccichii di qualche fuoco appiccato ai rifiuti.
    Il più inutile posto di blocco lo scovò proprio lui al termine dello stradone obliquo di Ansfield, rotta di collisione tra bande
    dedite allo smercio di stupefacenti e bische a buon mercato.
    <<Signore, dove deve andare?>>
    <<Cerco Marcus, il Nordamericano>>
    <<Lei sa chi è Marcus, vero?>>
    <<Si, il pezzo da novanta.>>
    Sorpassata la polizia fantoccio, Lucio frenò davanti a un caseggiato dipinto a murales, con una grande foglia d'acero aggrappata
    al ribassamento del tetto.
    Bussò con particolare audacia, vedendosi arrivare il mento sopraelevato di un guardiano sdentato.
    <<Sei il cantante?>>
    <<Si, devo...>>
    <<Entra e basta.>>

    Tutti i presenti nella stanza cominciarono a gridare "Guayaquil, guayaquil!", bevendo margarita e applaudendo alla prossima sciocchezza di turno.
    <<Dai italiano, facci sentire la tua stronzata>> - <<Bravo, bevi, e lanciati...paparino...>>
    Lucio percepiva solo tanta stanchezza in corpo, e qualcosa giù nel petto sentirsi spezzare, per sempre.
    <<Iiii-iiiio...aaa-deeee--sso...mi aaaa--mmmaaa-zzzo>>>
    <<Eeeeeeeeeeh, paroloooooni...>>- <<Gna-gna, bevo alla tua stronzata italiano>> - <<I want youuuuu!!!!!!!!!! Ahahahahhahahaha!!>>- <<Si, canta di nuovo, baby>>
    Lucio lasciò la stanza rannicchiato in se stesso come un bambino.
    Scattò l'allarme di una Rover rossa, affiancata ad altre auto in prossimità del garage.
    Nessuno si mosse, e la caciara proseguì a grida di "Escondido, escondido!".

  • 09 settembre 2009
    Alla signorina Caterina

    Come comincia: La gatta andava curiosando sopra il davanzale della finestra. Gusci rotti di noce e pezzi di cannucce grigie. Ogni tanto partiva un colpo di tosse dal piano di sotto; è il vecchio Argutti, che a quest’ora incomincia le repliche della sua bronchite.
    Paolo restò fermo, la penna sollevata in aria, fin quando non si decise e scrisse concitato due parole; piegò il foglio in quattro parti, e lo nascose nel fondo del portapenne.
    Ne prese un altro, meno sgualcito, lo intestò col suo nome e cognome, e prese a scervellarsi non poco.
    “Tu mi fissavi…Caterina, nei begli occhi fissi leggevo il tuo sgomento indefinito…”; no, no, ancora non ci sono, bofonchiò tra sé, poggiando lo sguardo sul profilo della gatta immalinconita, che giocherellava insistente fra i gusci.
    La prese sulle braccia e le cantò la strofa di una canzoncina che gli aveva insegnato nonna Cinzia: “ Oh quante bele fije, Madama Dorè, oh quante bele fije! Cosa ch’it veule fene, Madama Dorè, cosa ch’it veule fene?” Stese la gatta nella cesta, dove cinque esserini senza pelo, le si mossero incontro molleggiando le zampette.
    Paolo fece ritorno alla scrivania, col viso più alleggerito. Tuonò una pedata contro il pavimento dabbasso, e la tosse del vecchio Argutti scemò d’un botto.
    Tagliò quei versi che non lo convincevano più di tanto, e ristabilì la penna a mezz’aria, levando il gomito con un colpo secco.
    Sua madre lo ritrovo così, che si erano fatte le nove del mattino. “Paolo, Paolo” lo andava richiamando mansueta, “il caffelatte, è in tavola”.
    Paolo disegnò un cerchio in aria con la penna, e affisse un invisibile punto al centro.
    “Quanti anni ha, Totò?” proruppe Paolo con voce astiosa.
    “Oddio, ricomincia”.
    “Quanti anni ha, bestiaccia?”
    “Io non lo so, ma…”
    “Bene, te lo dico io; ha venticinque anni. E come si chiama la sua bertuccia?”
    La madre oscillò la testa, mentre le guance le erano diventate più rubizze.
    “Non…”
    “Makakita, Makakita, cosa c’è di difficile, eh?” Nel lanciarla verso la madre, la penna urtò contro lo spigolo dello scaffale più in alto, per ricadere poi a strapiombo dentro la cesta dei gatti.
    “Madama Dorè, oh, mi scusi, non l’ho fatto apposta” corse a dirle Paolo, vistosamente agitato. Mamma Deciani era già sparita dietro la porta.
    Caterina diede due colpi di mano all’uscio. Tacque. Ne diede tre. Sempre silenzio. Poi fece tintinnare mezzo secondo di campanello; a quel punto mamma Deciani corse ad aprirle.
    “E il segnale?”
    “ Non oggi, Cate; vieni, entra, è così peggiorato.”
    Caterina e mamma Deciani appostarono le loro orecchie dietro la stanza di Paolo.
    Caterina fece un cenno a proposito di una clinica venariese, dove avevano riabilitato il cugino di un collega dell’ufficio da una grave forma di schizofrenia.
    Mamma Deciani, dopo averla ascoltata con cura, provò ad abbassare la maniglia della porta.
    “Paolo, guarda chi è venuto a trovarti”.
    Paolo notò subito chi era. Gli bastò aguzzare gli occhi, con quel tanto di sforzo che gli permettesse di scorgere una seconda sagoma femminile, dietro la vetrata trasparente della porta.
    “Non farla entrare, no; cosa stai facendo, bestiaccia.”
    La madre fu respinta indietro, come dal rinculo di una cannonata.
    “La lettera non è ancora finita, Caterina. Scusami, è che…mi si sono rotti gli occhiali e scrivo più lentamente. Ma vedrai, la finirò presto e… poi ti porterò a leggerla sul cocuzzolo del sagittario, ok, sì?”
    Caterina rispose di sì, ma non per questo Paolo acconsentì a farla entrare.
    “… non è il caso, mi rimetto al lavoro.”
    Mamma Deciani era già con la cornetta in una mano e, nell’altra, una sequenza di fogli fascicolati.
    “È stato già ricoverato, per otto mesi, all’istituto Cerri di Alessandria. Ho tutta la documentazione, sì.”
    Caterina stese la mano aperta contro il vetro della porta di Paolo. Poteva sembrare un addio, cui Paolo, immerso in una pila di fogli bianchi, era sul punto di seppellirne i resti.
    Faceva caldo dentro lo stanzone al terzo piano. Lì, membri della direzione dell’istituto tenevano colloqui faccia-a-faccia con i degenti, ricevevano le famiglie e le aggiornavano sulla situazione in corso.
    Paolo si stava tergendo la fronte con una spugnetta color prugna imbevuta d’acqua fredda, quando la porta arrugginita si aprì dietro di lui, imitando il rombo di un cerchione staccato.
    Entrò Irma Laudana, una delle psicologhe pro tempore, di turno all’ospedale.
    Non appena la vide entrare, Paolo si levò dalla sedia e la fece accomodare al posto suo.
    “Sei gentile, ma c’è già la mia sedia, qui.”
    Irma parlava con un forte accento del sud, un misto tra dialetto pugliese e qualche idioma siciliano. Nel frattempo, Paolo si era riaccomodato al suo posto, aveva gettato nel cestino la spugnetta insudiciata e aspettava che Irma gli rivolgesse una parola nuovamente.
    “Paolo, so che ami scrivere, non è vero?”
    Aspettò prima di risponderle; sembrava volesse tenerla sulle spine.
    “Non mi rispondi? Riservato come uno scrittore, eh? Tua madre mi ha fatto leggere certe tue composizioni. Sei pieno di talento, sai.”
    A quella frase, Paolo la guardò stizzito. Si fece portare un bicchiere d’acqua e una cannuccia, rigorosamente grigia. Poi, Irma gli sorrise e lui rispose con una linguaccia che la fece un po’ arrossire.
    “Tu sai per caso… “ cominciò Paolo “cosa ci faccio qui?”
    Irma non replicò a tempo e lui continuò:
    “No, perché avrei certe cose da fare. Dare l’acqua alle begonie, aspettare Marcolino che mi fa ciao al balcone e poi, poi devo concludere una lettera. L’ho promesso.”
    “Ti va di dirmi per chi è questa lettera?”
    “Per Caterina.”
    “È la tua ragazza?”
    Paolo sorrise ingenuamente.
    “No, è la donna di servizio diciottenne. Abita sopra casa nostra e la sera, quando può, scende a trovarmi.”
    “Ah sì? Sei sicuro che non hai una sorella che si chiama Caterina?”
    Irma trascrisse la conversazione su un paginone pieno di timbri.
    “No, mia sorella è morta quando io ero piccolo. Caterina è la domestica, è bella e scende a trovarmi.”
    Irma tirò fuori da una valigetta scura alcuni fogli A4, che contenevano tante frasi scritte trasversalmente, con una calligrafia difficilmente leggibile.
    “Vuoi leggermi questa, se non ti dispiace?” gli chiese con fare amichevole.
    Paolo prese in mano il figlio e ristette con la testa china sul tavolo per qualche momento. Bevve due sorsi d’acqua dalla cannuccia e cercò di modulare il respiro di modo che la sua voce fosse piena di vigore.
    “Totò Merumeni è il personaggio di una creazione, non un affare mio. Ma delle volte c’incontriamo sopra i tetti, ci arrampichiamo alle grondaie e lanciamo ghiande al crepuscolo nascente. Ha quasi la mia età, è innamorato, eppure non lo sa; preferisce sostare sulla facile erba, cantare sotto il pergolato le canzonette della nonna, piuttosto che aprirsi all’aspro vento della sua età.”
    Una lacrima parve a Irma quella che luccicò sopra il ciglio destro di Paolo. Sì, non una goccia di sudore improvviso, era una lacrima piena, rimasta appesa a scintillare.
    “Ecco, ho letto; posso andare adesso da Madama Dorè?”
    Irma ebbe un sussulto di molle tenerezza.
    “Vai, se vuoi; ti faccio il numero di casa.”
    Caterina tornò ad abitare al piano di sotto. Accettò di non essere più sorella, ma di fare la domestica a tempo pieno.
    Andarono insieme sul cocuzzolo del sagittario; Paolo le lesse la lettera intitolata “Alla signorina Caterina, ovvero la mia realtà”.
    Si tennero abbracciati per un po’, dopodiché Paolo le chiese a un orecchio:
    “Ho voglia di pollo alla marengo. E tu?”
    Mamma Deciani imparò il nome di Makakita e rispose sempre più prontamente alle domande del figlio. Paolo smise di chiamarla bestiaccia.
    “Gli anni di Totò?”
    “Venticinque.”
    “Cosa invia all’amico?”
    “Un cesto di primizie.”
    “Un giorno è nato…”
    “… Un giorno morirà.”

  • 22 giugno 2009
    Cinque minuti

    Come comincia: Cazzo, cazzo! Dovevo lasciare detto almeno a Sofi, che Dylan Dog mangia soltanto i croccantini al tofu…magari se lo ricorda. A Dylan l’ho insegnato: se qualcuno t’intrappola e fa sempre quelle cose che non ti vanno giù, azzannalo dritto alle caviglie, così stai certo che quello si china verso di te.
    La legge di Ohm, sì, la legge di Ohm, professoressa Gruyère Libanetti… dunque, la costante R. resistenza, dipende dalle caratteristiche del conduttore, dal materiale, dalle forme geometriche… ho detto male? Riprovo, riprovo: dunque, l’intensità di corrente applicata a… un conduttore, che assorbe…vede… sì, sì, ovvio... la differenza di potenziale esiste, non sono tutti i conduttori che possono… esempio, io sono un materiale superconduttore, come mi ha detto, sono portato a lasciare scorrere istintivamente il flusso elettrico applicato su di me, con reazioni minime.
    “Michele, gli altri ridono alle tue spalle. È ora che tu faccia qualcosa.”
    Sì, Antonio? Chi è che è andato a raccontare a tutti che non l’ho mai fatto? Anzi, lo ridico come me l’hai sbattuto in faccia tu: Non hai ancora tastato la fica? Cosa sei, oh? Tutto molto carico d’effetto, sì.
    Maledetti quelli che trovano sempre il modo di posteggiarsi pure davanti ai parchi naturali! Fiesta, BMW e questa che è?… una Porsche, il mio zippino lo vedo bene qua dietro. Fai buona retromarcia, tu.
    Questa conca è l’ideale… e il tramonto è bello, diamine se non è bello!
    L'esistenza ha un senso o è solo il sogno di un Dio crudele?"
    Groucho, ci vorrebbe una bella freddura, adesso.
    “Signora Cannata, è di suo figlio che qui si sta parlando: ne discute manco si trattasse di un estraneo.”
    “Lui rincasa, mangia, che le posso dire, al massimo quattro cucchiaiate di pasta… dorme, lascia il finimondo dappertutto, esce, poi rincasa, altre quattro forchettate per cena, e poi mi osserva tutta quanta con quel suo sguardo tremendo, ad accusarmi Dio sa di che cosa. Lo chiama figlio, questo?”
    “Lei non gli parla?”
    “Ogni volta che provo a parlargli…”
    “Sì…”
    “Lui, ecco, si rende odioso, odioso e snervante; la verità è che gode nel sentirmi sbraitare da sola. Sa che cosa fa?”
    “Mi dica.”
    “Ecco prende questo, me lo mette davanti alla faccia, e comincia a scuotermelo davanti come fosse un pendolo, ridacchiando soddisfatto.”
    “Ma è un ciuccio per neonati.”
    “Appunto, lo trova un comportamento normale, questo?”
    “Indicativo, direi. Il ragazzo le ha mai fatto minacce?”
    “A me? Ma se a ricreazione viene sempre in guardiola a spupazzarmi! Solo con affetto, s’intende. Ih, ih, se mi sentisse mio marito… Michele è un ragazzo leale e onesto; buono come lui in questa scuola ne saranno passati sì e no dieci.  Ed io sgobbo qui da ormai venticinque anni. No, è con altri che Michele ce l’ha.”
    “Con chi?”
    “Beh, si sa che è vicino alla bocciatura. I professori non lo apprezzano e lui non fa nulla per farli ricredere. Preferisce, sì, farsi buttare fuori dalla classe nell’ora di fisica e venire a leggersi Verga o Pavese vicino a me. E a bersi… ”
    “Ha notato se ieri, uscendo da scuola, Michele avesse un’aria più triste del solito?”
    “Questa domanda… non me la doveva fare.”
    “Perché, signora Mariella?”
    “Perché, vede, ogni giorno, prima dell’ultimo suono della campanella, lui viene a darmi un ultimo abbraccio e mi dice: “A domani, Mariellina”. E ieri non l’ha fatto.”
    “Sì, che l’ha fatto, mi ha telefonato a casa, come tutti i pomeriggi.”
    “Per dirti cosa, Sofia?”
    “Ma così, tanto per fare lo stupido. Fa finta di essere tedesco, a volte un parigino; attacca con qualche battuta ripresa dai fumetti e mi costringe a indovinare qual è il personaggio che l’ha detta.
    Senta, l’altra volta mia nonna, poveretta, ha bussato col fiatone in camera mia, per dirmi che al telefono c’era Aziz, il sequestratore di mia madre, che voleva assolutamente conferire con me sul prezzo del riscatto. Robe allucinanti, lo so, ma Michele d’altronde è matto.”
    “E’ vero che voi due avete avuto una storia insieme?”
    “Non è giusto dire cosi.”
    “Perché?”
    “Perché… che significa avere una storia con qualcuno? Finirci a letto, scoparci da dio, tutta qui la storia? Ho annotato da qualche parte nel mio diario, che c’è già una storia nella vita di tutti gli uomini.”
    “E la sua, Michele, te l’ha mai raccontata?”
    “Alcuni episodi. L’improvvisa fuga di suo padre, che Michele ricorda da bambino avergli sussurrato all’orecchio mentre dormiva: “Presto ti farò sapere dove sono”, per poi dubitarne e ripetermi che l’aveva sentito soltanto in sogno; quella madre, poi, che si è fatta mettere incinta dall’amministratore del condominio e il suo amore per Dylan Dog.”
    “E per te?”
    “Non voglio più che Michele mi ami.”
    “Ah, no?”
    “No.”
    “Groucho, da quanto tempo spacci?”
    “Un anno e qualcosa… no, ma forse sono già due. Con precisione, quando abitavamo a Siracusa, mio padre nell’aia teneva già delle pianticelle di marijuana.”
     “Michele spaccia con te, non è vero?
    “Qualche volta. È un “braccino”, come si dice qui. Va nelle frazioni della provincia, consegna a domicilio. I pacchi della posta. Io e Michele villeggiavamo insieme a Melilli. Poi per un bel po’ ci siamo persi.”
    “E adesso ritrovati.”
    “Sì, ma è lui che mi ha cercato. Mi diceva che voleva guadagnarci su, ma che non voleva immischiarsi in traffici grossi. Mi ha detto anche un’altra cosa.”
    “Sarebbe?”
    “Di tenerlo lontano dall’inalazione dei fumi, perché sarebbe morto.”
    “Cioè, Michele non si droga?”
    “Anche volendo, non può. Soffre di… com’è che ha detto… una cosa congenita ai canali dei ventricoli cerebrali. Un medico gli ha detto che se assume stupefacenti, in cinque minuti il suo sistema cerebrale collassa.”
    “Groucho, come mai hai denunciato la sua scomparsa?”
    “Perché, ieri sera, Michele si è portato via cinquanta milligrammi di eroina.”

  • 01 giugno 2009
    La festa della vita

    Come comincia: Nello, il maggiordomo, era appena uscito dallo studio col solito passo strascicante.
    Quel telegramma non finì accatastato sopra gli altri. Grazia volle leggerlo tutto d’un fiato.
    “E’ il nipote del libraio Carlino… chiede notizie sulla mia salute. Andavo e venivo da loro tutti i pomeriggi.”
    Come gli sfrigolii del temporale indugiavano presso i vetri dei due finestroni laterali, allo stesso modo gli occhi di Grazia erano due direttori d’orchestra che modulavano in sincronia la pioggia dei ricordi.
    “Ha visto? Neanche a esserci messi d’accordo! Le raccontavo della mia Sardegna, e guardi un po’ chi mi ha scritto.”
    Grazia mi chiese con cortesia di spalancare i battenti.
    Del maltempo non le importava più.
    Per quasi un’ora la circondò un denso tepore di lacrime.
    “Suo padre si arrabbiò?”
    “Reagì molto male, d’altronde l’avevo messo in conto. Ma non c’erano altri modi allora di guadagnare quei soldi, che trafugare e vendere l’olio della nostra cantina.
    Il peggio avvenne dopo le prime pubblicazioni.”
    Quattro giovinastri appollaiati presso i cespugli di una tanca, una mattina l’avevano presa a colpi di rami e sassi, e le avevano insudiciati i capelli d’inchiostro.
    “Volevano che smettessi di scrivere; ripetevano che mi conveniva cercarmi marito, che quella era la mia terra e io la stavo disonorando!”.
    Grazia insistette perché mettessi almeno un mezzo cucchiaino di zucchero nel mio caffè; era un suo mirabile vezzo prodigarsi per rendere le cose meno amare.
    “L’indomani per la festa di S. Antonio Abate, mi spuntarono sulla fronte e sulle braccia, lividi grandi come noci.
    Quei quattro furfanti stavano a vigilare da sopra i loro muli; passai loro nel mezzo, e li salutai.
    La notte stessa poi, sotto una luce fiochissima, il vento delle brughiere chiamò la mia mano a scrivere le Leggende Sarde.”
    Il marito fu indispettito della mia presenza a quell’ora inoltrata; ho ragione di credere che temesse più che altro un mio coinvolgimento con la stampa clandestina antifascista.
    Grazia restò indifferente alle sferze del marito; la tenne desta il mio viso asciutto e carnoso; prese a fantasticare su di me, come sull’immagine di un Elias Portolu più forte e conturbante.
    “Essere giovani è il premio che Dio offre a tutti; ma ascoltami; bisogna ben riporre la giovinezza in noi stessi, per rintracciarne ancora il luccichio, quando la vecchiaia ci condurrà sul suo cocchio”.
    Grazia rimase in silenzio per una ventina di minuti, posata sul letto come un ritratto nostalgico.
    Meno che mai la scuoterono le mie domande sul premio Nobel, sul prestigio internazionale, sulla bella amicizia con D.H.Lawrence.
    “Cantami qualcosa della tua Sicilia”, riprese, dopo avere scompigliata la sua crocchia, e resi liberi decine e decine di capelli ingrigiti.
    “Veramente non ne conosco” ammisi con molto imbarazzo.
    “Dopotutto”, mi disse,intercalando una smorfia a ogni parola,”tu non sei come Elias.”
    Passarono due giorni e tornai da Grazia a mostrarle l’anteprima dell’articolo che avrei pubblicato l’indomani per il mio giornale, sperando sempre d’integrarlo all’ultimo momento con rivelazioni esclusive.
    Con mia sorpresa mi aprì il marito; i suoi baffi neri e lo sguardo vagamente astioso, stavano quasi per farmi recedere.
    M’introdusse poi un po’ forzatamente nello studio della moglie; la sorpresi che cantava un brano in dialetto sardo, mentre a mano scriveva su un foglio per lettere. A un segno dei suoi occhi mi feci più vicino. Di diverso notai gli scaffali svuotati di libri, e quattro piante alte, poste agli angoli della scrivania.
    “Basta, non poto pius relatare, discorro su chi poto insa memoria”, fu tutto ciò che a un orecchio mi disse.

  • 08 aprile 2009
    Un uomo più sincero

    Come comincia: La targhetta dell’infermiera diceva “Rossana”. Lui la chiamava sempre Dora, per via dei guizzanti boccoli rossicci che gli ricordavano la prima femmina con cui in un bordello aveva fatto l’amore.
    “Dora, Dora, è ancora presto, stai ancora un altro po’” le diceva per ischerzo.
    “Signor Bauer, lo sa che lei è proprio un mascalzone?”
    Lo era. Aveva fatto della “mascalzonaggine” la sua dote migliore.
    Quand’ero più piccolo, i miei genitori si erano raccomandati a lui, affinché mi lasciasse alla parrocchia di S. Croce, per il doposcuola.
    “Sì, Mariuccia, non preoccuparti, alle quattro e mezza ce lo porto”.
    Mi portava invece al campetto degli ulivi, a insegnarmi a calciare i rigori; al mercato di piazza Curo, dove comperai per pochi soldi da un rigattiere suo amico il pupazzo originale dell’Uomo Ragno, condito di accessori; oppure andavamo a mangiare i più buoni buccellati di tutta Catania, quelli della nonna Enna, e a bere una granita al cioccolato al chioschetto delle vergini.
    “Perché non vieni a stare con noi?” una volta gli chiesi.
    “No, no, molto meglio così”.
    L’orario delle visite era inflessibile; due ore al giorno, dalle sei alle otto di sera, non più di due persone alla volta, e niente sconti.
    Nel suo caso non c’era rischio di andare contro i regolamenti; le sue visite eravamo sempre noi, io e Gabriele, la mia pesticella di tre anni.
    Facevo picchiettare Gabriele alla sua porta, tenendolo in orizzontale per le gambe, come se stesse svolazzando;
    “Oh, l’angelo Gabriele qui da me! Chi ti manda angioletto?”
    “Papammio!” gli annunciava Lele fra i sorrisi.
    Avevo lasciato a mio padre una ventina di messaggi in segreteria. Niente.
    “Il nonno sta molto male; vieni su a Padova. Ti vengo a prendere alla stazione”.
    “Cosa dovrei pensare di te? Non puoi arrivare a tanto; richiamami”.
    Del mutismo di mio padre, facevano parte un ciglio obliquamente calato, la fronte rigida, le mani che mi piazzavano la “scoppola” per una domanda inopportuna; allora mi pareva d’averli tutti dinanzi, che volevano dirmi una sola cosa; smettila, è tempo perso.
    “Il signor Bauer non è nella sua stanza”.
    “Come? Allora… perché non mi avete chiamato!”
    “Si calmi; è di sotto nel cortiletto con l’infermiera; fa un giro in carrozzella”.
    Era la sua “Dora”, c’era da scommetterci.
    L’ho aspettato per circa un’ora nella sua camera; tornato, aveva le guance infiammate e un’aria più sbarazzina.
    “Nonno, ti ha fatto bene la passeggiata?” gli feci maliziosamente.
    “Oh, non sai quanto!”
    L’indomani ero al suo capezzale. Non gemeva, non dava alcun segno particolare.
    “Vittorio, non biasimo tuo padre. A molta gente non sono piaciuto”.
    “Piaci a me nonno, e anche a Gabriele”.
    Mi ha raccontato in pochi scampoli quello che in tanti anni non avevo neppure immaginato: iscrittosi alla massoneria, ottenne “per amicizia” un impiego municipale, destinato per procura a un amico ex-attendente che di lì a poco si sarebbe ucciso.
    Non era vero che aveva fatto la Resistenza; era stato mandato in Spagna ad appoggiare le truppe di Franco e si era stabilito lì, sotto false generalità.
    Era tornato negli anni Sessanta, si era sposato con mia nonna, ma soltanto perché era ricca.
    “Muoio come un vigliacco. Mi è mancato essere un uomo più sincero.”
    “Nonno, vorresti venire a stare con noi?”
    “Sì, grazie, ne sarei felice”.

  • 11 febbraio 2009
    Cosa sarà mai la nebbia?

    Come comincia: Cosa sarà mai la nebbia?
    So bene che non posso rispondermi, eppure seguo, imperterrito, a codificarla dal finestrino dell’aereo.
    A guardarla distaccatamente, essa non ci da soggezione, abbiamo tutto il tempo di interpretarla con cognizione, di comprendere che è una delle componenti della natura, così come il suo successivo diradarsi è l’inevitabilità che l’attende; ma nell’attimo in cui la si osserva, come la osservo io in volo, così intimamente prossima al mio animo, essa  si schiude agli occhi, compenetra il cuore, reso frattanto più caldo dalla fiammella interiore di certi pensieri; e a quel punto, non c’è tempo di chiedersi se lo vogliamo o no, cominciamo a piangere.
    Una regolazione di conti, il cui massimo pronunciamento doveva essere stroncarlo ; come persona, per la sua vigliaccheria, fatuamente dissimulata; come marito, per avere reso,in poco più di un anno, mia madre il fantasma di se stessa; come padre,infine, per l’abbandono spietato della sua famiglia.
    Con questo carico di esplosivo, ero giunto ad Haarlem.
    Mia madre tempo addietro mi aveva mentito, quando le avevo intimato di dirmi dov’è che si trovava; disse di non saperlo, che aveva chiuso i ponti.
    Esattamente quello che avrebbe voluto fare, se avesse avuto maggiore forza d’animo.
    Venni a sapere da uno zio che lei, per mezzo dell’opera di un non meglio qualificato “007”, suo lontano parente, aveva scoperto che mio padre si era stabilito in Olanda e che un amico gli aveva fatto pervenire il certificato di residenza all’estero.
    “Ha aperto un bistrot, cosa da poco” le era stato riferito.
    Mia madre, indotta dallo sconvolgimento emotivo, aveva preso l’abitudine di uscire quasi ogni sera con colleghe dell’ufficio, a suo dire.
    Ma la verità, tremendamente appurata da un’agenda di appuntamenti che lei aveva lasciata aperta sul tavolo della cucina, era che usciva con uomini sempre differenti, in rispetto a uno strano sistema di appuntamenti“usa e getta”, adottato da tutta una frangia di persone, iscritte allo stesso sito internet, lei compresa.
    Una sera, rincasato nottetempo a casa, la trovai rannicchiata sul divano del soggiorno , rossa in viso e inveente contro mio padre. Fu allora che ella stessa non si trattenne dal confidarmi il luogo dove il “maledetto” si era già creato il nucleo di una diversa esistenza; Harem.
    Sì, perché la sua mente,forzata dagli eventi, aveva involontariamente trasferito sul nome della città di Haarlem, tutta l’asprezza di quel dolore a suo tempo inaspettato; il nome “Haarlem”per mia madre non aveva senso, tanto più che non era mai stata in Olanda; lo aveva invece il nome Harem, che si prestava meglio alla logica induttiva secondo cui l’abbandono di mio padre era stato a tutto favore di una, o più donne.
    “Fagliela pagare!” fu l’eco martellante del suo strazio.
    Avevo soltanto l’indicazione del bistrot, peraltro senza nome, ma una frenesia ferina che mi avrebbe consentito di stanare la lepre più caparbia.
    Raggiunta la Grote Markt, presi posto in un tavolino esterno a uno dei locali della piazza. Domandai a un cameriere smilzo, dalla carnagione chiara come l’avorio, se lui, o qualcuno della birreria, avessero per caso sentito parlare di un bistrot cittadino, gestito da “Tullio Scoletta, un italiano”.
    Il cameriere mandò a chiamare la titolare, una donna dalle spalle massicce e una voce stantuffata, solforosa, la quale mi disse che sì, lo conosceva;  mi porse cordialmente una piantina della città,  cerchiandomi la stradina dove avrei trovato il bistrot, e mi augurò una buona permanenza.
    La molla ostinata di un ingranaggio mal collaudato, il risultato imprevisto di un calcolo,  la realizzazione di cui, sul momento, ci ha distolto dalla precaria conoscenza  dei nostri mezzi; la vita può essere anche questo.
    Mio padre seduto di fronte a me, con le narici piene di ovatta insanguinata, e un silenzio irrisolvibile di cui allora ho conservato il gelante ricordo.
    “Federico, dopotutto è mia la colpa”.
    La foga con cui l’avevo affrontato si era disciolta d’un colpo, svelando a occhi disincarnati da me stesso, la piena grossolanità del mio essere.
    “Perdonami per prima, papà; davvero. Lui dov’è?”
    “Vuoi conoscerlo?”.
    “Mi piacerebbe”.
    Mio padre si alzò e, muovendosi fluidamente , come se a quei gesti si fosse preparato già da prima, lo vidi imboccare una scalinata a chiocciola e chiamare, con tono ascendente e confortevole, suo figlio Stephen.
    Io di sotto mi preparavo a essere ricevuto da quel ragazzo, come un fedele confuso che ha perduto le coordinate del mondo, e che passeggia avanti e indietro sul sagrato della chiesa.
    “Papà, raccontami com’è andata”.
    “Ero al primo anno di università, quando conobbi sua madre, durante un scambio studentesco ad Amsterdam. Me ne innamorai, e lasciai gli studi, per trasferirmi con lei, che lavorava in un chiosco turistico.
    Rimase incinta. Al sesto mese di gravidanza, mi disse che i medici le avevano detto che il neonato sarebbe nato con un qualche difetto congenito, ma non seppero dire di più.
    Io ero spaventato, forse più di lei. Ma mi sembrava giusto farlo nascere, quel bambino, di ciò ero convinto.
    Ma io e Karen litigammo e finì che io me ne tornai in Italia, dopo la morte di tuo nonno, e portai avanti la pasticceria. Non la sentii più. Poi conobbi tua madre. Il resto è storia che conosci”.
    “E la telefonata?”
    “La ricevetti un anno e mezzo fa; proveniva da un istituto dove Stephen aveva vissuto fino ad allora. Mi dissero chiaramente che la madre da anni non si faceva più viva, e che aveva fatto il mio nome al direttore, l’ultima volta che la videro. Aggiunsero che Stephen da un pezzo stava molto male, che soffriva la solitudine e crisi di grida, e che loro avevano già fatto tanto. Ma guarda, come ti sorride! Stephen, this is your brother, Federico”.
    Sì, Stephen sono tuo fratello. Cosa c’entra la sindrome di Williams con noi? Con l’affetto che in tutto questo tempo ti dovevo?
    Lo domando alle nuvole, a una in particolare, che da quest’altezza  pare somigliante al volto di un re con una corona piena di gemme; hai ordinato tu di erigere per primo questo muro, che divide arbitrariamente una città con più mezzi, da una che per quanto non abbia le medesime possibilità, fa comunque parte dello stesso spazio che condividiamo?
    “Papà, ma perché non dire semplicemente la verità; perché andarsene via così, passare per persona crudele, per nemico degli affetti?”
    “Federico, Stephen è un po’ agitato. Lo vorrei portare a Parkwijk, al parco; sai, anche a lui piace tanto pattinare. Oggi, vi posso portare entrambi”.
    “Non mi hai risposto”.
    “Federico, quando partii la prima volta per vedere Stephen, mi ero ripromesso di farlo, di confessare a te e tua madre tutto quanto”.
    “Perché allora non l’hai fatto?
    “Perché… non era quello che voleva Stephen. Lo sai cosa mi ha detto, fra risa e lacrime, quando una ragazza dell’istituto gli ha fatto capire che ero suo padre?
    Mi ha detto che gli sono sfuggito, che è stato più veloce di me; e che adesso mi permetteva di raggiungerlo, perché si era stancato di correre tutto da solo. E’stato il suo rimprovero, capisci?”
    Li ho conservati così nella mia testa, Stephen che prendeva una mano a mio padre, e lui che teneva nell’altra il passamontagna che Stephen non voleva perché diceva che gli metteva caldo.
    Eravamo andati al parco, trascorso ore a cadere giù col sedere sul ghiaccio. E’stato meraviglioso.
    L’indomani, all’aeroporto di Schiphol, mio padre si raccomandò con me affinché portassi a termine l’università, di non lasciare nessun tragitto a metà. Mi diede dei soldi, dicendo che me ne avrebbe spedito un tanto ogni mese.
    “Papà, mi sorprende che tu non mi abbia chiesto come sono riuscito a trovarti. E un’altra cosa; cosa dovrò dire alla mamma? ”
    Mio padre drizzò le sue spalle alla maniera di chi sa di avere combinato un impiastro ai fornelli, eppure celebra bonariamente la sua pietanza come fosse la più saporita mai realizzata;
    “Sono certo che lo “007” le farà pervenire mie notizie”, fu la sua risposta.

  • 20 gennaio 2009
    Quando una stella muore

    Come comincia: Vito preferì restare nella sua stanza a consumare la cena curvo sulla scrivania, senza perdere il filo della concentrazione.
    L’avvocato Alfio Ruletta, benché di norma contrario a elargire tali permessi ai suoi figli, quella sera non avanzò obiezioni, e occupò la sedia a capotavola, scandendo sottovoce in complimentosa marca palermitana;
    “Bene, bene.”
    La signora Ruletta divise le porzioni di girello e patate al forno, tra lei, suo marito, e la figlia minore, Carmela, che in casa ( e presumibilmente anche fuori) chiedeva di essere chiamata più rispettosamente, secondo lei, Carmen.
    “Carmela, a tavola!” sussultò il padre dal suo posto di comando.
    “Non la chiamare così Alfio, che poi si mette a discutere e non la finisce più.”
    “Ma insomma è o non è il suo nome?  ‘Sta picciuttedda, proprio, si fissa nelle cose; e pure tu che le dai corda!”
    Carmela, quattordici anni, un visino visibilmente roso dall’acne giovanile, entrò salutando con diffidenza i genitori e si mise a mangiare, premurandosi di tenere lo sguardo quanto più possibile basso sul cibo.
    “Sai, Carmela, scusami, Carmen” cominciò a stuzzicarla il padre, col suo risolino da ipocrita navigato“ io e la mamma abbiamo pensato di cambiare i nostri nomi.
    Io non mi chiamerò più Alfio,ma Antonio; tua madre non sarà più Francesca, ma Cleopatra. Antonio e Cleopatra: belli, no?
    “Finiscila ora Alfio, e pensiamo alle cose importanti” tuonò la signora Ruletta, masticando frettolosamente un boccone.
    “Ecco,bravi, finitela” soggiunse Carmela, in evidente stato d’indisponenza.
    “Che ti ha detto Fogliardi?” domandò la signora Ruletta al marito.
    “Mi ha detto che tutti concordano con lui, nel descriverlo come un giovanotto intelligente, serio, disciplinato, e che sicuramente farà tanta strada. A quanto pare è entrato nelle grazie del professor Rapisarda, quello di diritto romano. Lo sai che ha chiesto a nostro figlio di assisterlo personalmente nello sviluppo delle tesi dei suoi laureandi?”
    “Si, vabbene; ma allora Fogliardi glielo da il trenta?”
    “Mi ha lasciato intendere che farà il possibile.”
    “Ah, lo vedi, non è più sicuro” sbottò la moglie, dando con le posate una sonora scossa al piatto di porcellana.
    “Che cosa mi doveva dire per telefono, Franca? Manco tu mi sembri” andava scaldandosi Alfio, “sai bene quello che c’è  per ora in procura, e non è che uno può parlare di queste cose così, ai quattro venti. “
    “Ho capito ma non è la fine del mondo, se fai una telefonata…”
    “Zitti,zitti, un altro omicidio” li interruppe Carmela, alzatasi ad aumentare il volume della televisione.
    “Non si ferma la spirale di sangue nel palermitano. Stamane,a Trappeto, comune distante quaranta chilometri dal capoluogo siciliano, sono stati rinvenuti i cadaveri di Giuseppe Micé e Rosario Cannata, affiliati alla cosca degli Inzerillo, e già da tempo nella lista dei condannati dei boss corleonesi. I corpi sono stati ritrovati sulla spiaggia del litorale da un pescatore del luogo, rimasto sottochoc dall’efferatezza dell’esecuzione. Micè e Cannata avevano il cranio spaccato in più parti, e fori di proiettile nella cavità faringea.
    Gli inquirenti parlano a questo punto  di  caccia aperta, e fanno il nome di Giuseppe Insigniti, già prestanome della famiglia Inzerillo, come prossimo obiettivo dei clan corleonesi…”
    “Carmela, abbassa quel coso” sbuffò esagitato l’avvocato Ruletta.
    La moglie gli rincarò appresso: “Si, tesoro, stiamo cenando, spegni.”
    “Carmen, papà; io sono Carmen, quante volte te lo devo ripetere!”
    “Si, vabbè, la stupida che sei” così dicendo l’avvocato si levò da tavola, e con piglio deciso spense la TV.
    C’era un attributo che Vito non tollerava gli venisse affibbiato: stupido. Potevano dargli dello stralunato, dell’asociale, del presuntuoso, sferrargli persino del delinquente.  Li faceva passare tutti questi “apprezzamenti”, spesso con una risata provocatoria all’indirizzo dell’accusatore.
    Ma stupido, fosse venuto a dirglielo Gesù Cristo in croce, a quell’offesa non avrebbe porto l’altra guancia.
    Avrebbe cominciato a irritarsi, uncinando prese di posizione sul fatto che i veri stupidi sono altri. E avrebbe detto e stradetto sul conto dei suoi concittadini.
    Da quei clienti che “non si accorgono” che il salumiere ha appena agevolato un tipo sospetto, risparmiandogli la penosa ressa al bancone, sì da  introdurlo più comodamente sul retro, da cui il favorito ne esce colmo di primizie quanto un’oca farcita.
    A quelli che, confinati come apostati  sul tavolinetto del bar, parlottano dell’ultimo omicidio di mafia, come se disquisissero di calcio o varietà;
    “L’ammazzaru.”
     “Ah, si?”
    “E s’avia a maritari Duminica.”
    “Mah…chi dici, t’ù pigghi un cafè?”
    “Sì, offro io però.”
    “Se io sono stupido”, rifletteva Vito “allora gli altri sguazzano in un mare d’imbecillità.”
     Mentre lavorava sul motto finale del volantino, sentì qualcuno agganciare la maniglia esterna della porta.
    “E’ permesso?” domandò la signora Ruletta, con voce ammansita di spia reietta.
    Vito ebbe giusto il tempo di nascondere il volantino in mezzo a un bloc-notes e di riprendere in mano il corposo armamentario giuridico.
    “Per il principio di colpevolezza,un fatto può avere attribuzione penale solo se vi sono i presupposti per ritenerlo oggettivamente imputabile al suo agente…” intonò con registro artificioso.
    Si ritrovò lo sguardo della madre addosso.
    “Tutto bene?”
    “Si, mamma. Volevi qualcosa?”
    “Studia, bravo, ma non ti stressare” si complimentò Francesca con una pacca compiacente sulla sua spalla, “papà ti manda questi.”
    Vito si pentì amaramente di non essersi chiuso a chiave.
    Lo fece qualche attimo dopo, mescolando in sé una miscela di disgusto e irritazione.
    Prese la banconota di cinquantamila lire e l’accese con un fiammifero; la poggiò sul posacenere e ne ammirò l’inevitabile consumarsi.
    “LA GIUSTIZIA NON BRUCERA’ A FUOCO LENTO”, sentì d’un tratto ispirarsi.
    Mise sul mangianastri una musicassetta dei Queen, e graduò  il volume cosicché i suoi di là non ascoltassero.
    Poi, distesosi sul letto, telefonò a Corrado, il quale sembrò rispondergli con piglio suscettibile.
    “Vito, dimmi.”
    “Ohi Corrà, per i volantini tutto fatto. Tu hai riempito le taniche?
    Corrado accennò un respiro sommesso.
    “Ohi, allora?”
    “Vito, io sto pensando a studiare. Ho sentito Furio e Anna Rita,  e pure loro erano con i libri in mano. Noi tre lasciamo stare sta stronzata; dovresti farlo anche tu.”
    “Compà, ma che cazzo dici? Vi siete bevuti il cervello, tu e gli altri finocchi dell’ Armata?” inveì Vito con occhi furenti, afferrando da una tasca dei blue-jeans  un foglietto giallastro e spiegazzato “ brutto stronzo, leggi il quarto punto del regolamento : ogni atto intimidatorio deve avvenire col favore del buio, e avvalersi della collaborazione di ciascun membro del gruppo! Ciascun membro, hai capito!”e quasi non svenne dalla troppa ira.
    “Ma parli proprio tu?” tuonò altrettanto aspramente Corrado, “Già, lui, il figlio dell’avvocato Ruletta, il ricettatore che ruba ai ricchi per dare ai mafiosi.”
    “Guarda Corrado, che se avessi anche solo una prova sul conto di mio padre”, aggiunse Vito sforzandosi di essere lucido “io…”
    “Tu, che faresti tu?”
    “Io… lo ucciderei.”
    “Sì, vabbè. Intanto vai a farti raccomandare per l’esame. “
    “Basta! Non puoi dire certe cose! Perché l’avrei fondata l’Armata della Giustizia, se no? Pronto?”
    Corrado aveva riagganciato. Erano appena trascorse le nove.
    Fin da bambina, la segreta passione di Carmela era stata l’astronomia.
    Ancora oggi, quando di giorno capitava che una compagna di scuola la trattasse in malo modo e lei si rintanasse a piangere nei bagni, la faceva stare meglio pensare che un corpo lucente di lì a poco sarebbe sceso a infonderle più coraggio, a scapito della sua proverbiale paura.
    Carmela rientrò in camera dopo aver cenato, e dall’angolo dietro la porta trasse la fodera argentea con il telescopio che, suo zio, astronomo tra i più rispettati d’Europa, gli aveva regalato il giorno del suo dodicesimo compleanno.
    Aprì le imposte e si affacciò come ogni sera al terrazzino.
    Soffermò per pochi istanti l’attenzione sul cielo diafano di quella sera.
    Puntò poi il tubo ottico verso l’orsa maggiore e si pose a focalizzare l’immagine.
    Poco dopo lanciò un enfatico grido:
    “Una stella è esplosa nel cielo!”
     Vito si guardò attorno con aria insensata e, ubbidendo a un moto di rivalsa, aprì l’uscio della camera e si slanciò di corsa verso l’ingresso.
    “Vito, dove vai?”, chiese discretamente la madre  dal soggiorno.
    “Le chiavi, le chiavi”, confabulò Vito, “le chiavi della vespa!”
    “Le hai lasciate sul ripiano della cucina. Ma ti senti bene?”
    “Si, certo… anzi no, non sto bene. Mi faccio schifo,mi fate schifo!”
    Vito afferrò le chiavi dalla cucina e scomparve dietro la porta dell’ascensore.
     Francesca Rutella, rimasta di schianto di fronte a un acredine cui mai il figlio l’aveva sottoposta, si mosse trafelata verso lo studio del marito, impegnato in una conversazione per cui aveva espressamente richiesto il massimo della privacy.
    Attese dietro la porta che egli ultimasse la telefonata.
    “Va bene, non appena avrò la conferma, vi manderò il segnale.”
    “A dopo avvocato.”
    “Sì, a dopo.”
     Gli erano passati proprio di fronte. Avevano ancora i kalashnikov tra le mani.
    Vito ebbe addirittura l’impressione che l’uomo sulla motocicletta volesse sparare pure a lui.
    Ma quello forse, vedendolo che restava a quel modo pietrificato sulla sella della vespa, doveva aver stabilito che non occorreva.
    Vito attraversò quel pezzo della via Isidoro Carini a passo di redenzione.
    Da un indicibile senso di freddo alle ossa, comprese che dietro le maschere di sangue stavano il generale Dalla Chiesa e sua moglie.
    Restò a fissare la scena per qualche secondo, con il volto trasfigurato.
    Risalì velocemente a casa,  fece a pezzi una scatola di cartone, e su una facciata vi scrisse:
    “QUI E’ MORTA LA SPERANZA DEI SICILIANI ONESTI.”
    La fissò nel muro di fronte, dove ribollivano ancora i corpi degli assassinati.
    Vito montò sul vespino e non diede più tracce di sé.
    Nessuno  attraversava ancora la via, né c’era gente esposta ai balconi delle case.
    Solo Carmela era affacciata al terrazzino e  col telescopio indagava vanamente il cielo.
    Come se, in quel momento, tutte le stelle fossero morte.

  • 06 ottobre 2008
    L'accompagnatrice

    Come comincia:

    C’è ancora un sole giovane e lucente, balza da dentro la finestra sulle sue guance addormentate, e Sabrina con una provvida occhiata allo specchio, d’improvviso si ridesta.
    Il tempo di un caffè e scende giù per le scale, la camicetta di cotone sgualcita, un profumo vagamente esotico, le ciglia che si stagliano nere e prospere.
    Il bus trecentocinque giunge puntuale, come al più atteso degli incontri; osservare quella calca di sconosciuti trattenere finanche il respiro, sebbene siano l’uno così vicino all’altro, non fa che rendere più irreversibile la condizione del suo smarrimento. Sabrina si presenta del tutto incerta al cenno dell’autista, latore della fretta generale; le gambe salirebbero anche, ma la mente è restia a dare l’impulso.
    Il volto più ombroso del conducente diventa una seria minaccia al suo tentennamento. Eccola che sale; una manciata di secondi e s’inoltra a occupare quell’unico posto rimasto vuoto sull’estrema sinistra, che lei sente come averla aspettata.
    Il mezzo,pur nella scorribanda dell’ora di punta, prosegue lesto verso il capolinea.
    Sabrina vorrebbe andare sparata dal conducente, per dirgli; “ Stronzo sono salita, ma adesso guida piano, che non ho fretta”.
    Via dei Carrettieri, Corso Maruzza, l’incrocio con Largo Biscenti, e il semaforo che diventa rosso:
    “Diglielo più gentilmente: senta, le spiace aprire il portellone? Su, stronzo, cosa ci vuole!”
    Invece rimane immobile fino a quando non scende alla sua fermata.
    La palazzina di via Alfieri con i pezzi d’intonaco cadenti, è ritta al proprio posto. Sabrina ricorda di averla sognata la scorsa notte, che crollava inesorabilmente, dopo che qualcuno aveva misteriosamente appiccato il fuoco all’appartamento del terzo piano.

    L’ex generale ha cinto il braccio villoso intorno a quello morbido di Sabrina. Procedono a passo lento per via Alfieri, scambiandosi di tanto in tanto uno sguardo occasionale.
    “Dove vuole che la porti oggi, generale?”
    “Mi sembrava di averti detto di chiamarmi Arturo”.
    “ Sì, certo”.
    “E dunque?”
    “ Arturo…dove vuoi andare oggi?”
    “In via Oberdan, c’è il mercato dell’usato storico. Cerco una radio Balilla, di quelle che si usavano ai tempi del duce. Tu hai studiato il fascismo da quel libro che ti ho dato, vero cara?
    “Si, lo sto leggendo generale, volevo dire…”.
    “ Passiamo prima da Calogero, però”.
    “…ok, Arturo”.
    Fino a qualche settimana fa, Sabrina si adoperava a rispondere con la più spontanea vivacità alle domande del generale relative allo stato di salute dei genitori, al suo progresso negli studi, ai suoi incontri serali in parrocchia, raccontandogli ogni cosa sino ai minimi dettagli.
    Adesso usa per ogni domanda la stessa formula affermativa, a un tempo vaga e stringata:
    “Va tutto bene”.
    Saliti sopra il centoottantaquattro, Sabrina si accorge di avere gli arti più freddi e irrigiditi, e di non riuscire a compiere un semplice gesto, come quello di aprire la tracolla ,senza prima controllare dove siano diretti gli occhi smussi e indagatori del generale Rizzi.
    Calogero è l’inquilino meridionale dell’angusto locale di proprietà del generale, in cui Rizzi entra ed esce a suo piacimento, senza che la cosa comporti discussioni con Calogero, avendo ben rilevato la pochezza di carattere del manovale siciliano, innanzi a ogni suo ferreo volere.
    “Entra cara, Calogero a quest’ora non è in casa”.
    Sabrina s’introduce lenta come un’ombra, mentre Rizzi avanza sul divano-letto, si toglie la giacca visibilmente larga per quel corpo esile e scricchiolante, e si distende per lungo, le braccia dietro la nuca.
    “I soldi della settimana stanno sul primo cassetto della credenza, dentro l’astuccio della pipa. Troverai anche gli extra, naturalmente”.
    Sabrina li rinviene con l’inerzia abituale delle cose che non stupiscono più, cercando allo stesso modo di rallentare il respiro fattosi più convulso, obbligandosi ad assumere una visuale meno cosciente possibile.
    “Vieni qua, che fai lì all’impiedi?”
    “Vado un secondo in bagno, generale.”

    Si lancia ad aprire la finestrella del bagno, per cercare il caloroso contatto di qualche raggio, ma il sole è scomparso dietro una spessa coltre di fumi e nebbia.
    Si avvicina allora alla specchiera brandendo una spazzola, e prova a ordinarsi la folta capigliatura riccia.
    “Cazzo, perdo già i capelli!”, e ne afferra una piccola matassa nera, rimasta tra i denti della spazzola.
    Dalla borsa recupera lo smalto fucsia, e comincia a passarselo sulle unghia, che le cadono una dopo l’altra.
    “Non è possibile”.
    Rizzi intanto la invoca a gran voce, ora dandole del lei, ora chiamandola per nome, poi abbozzando un “tesoro” , con tono via via più acceso e confidenziale.
    Sabrina si sfiora le guance con le dita ed emette un suono stridulo e dannato, poiché le pare di avere toccato una pelle non già liscia e turgida, ma floscia e squamosa, la stessa pelle che odia.

  • 19 giugno 2008
    Il re è servito

    Come comincia: Si è appena lavato, ha indossato una sgargiante camicia bluette e adesso se l’abbottona con morbosa attenzione; mentre si specchia assume l’aspetto capriccioso di un sovrano d’altri tempi, allisciandoseli operosamente, i baffi color vinaccio.
    La servitrice che ha il volto inespressivo di un’amante occasionale, gli passa la tazzina di caffè corretto con la sambuca.
    Una breve rintoccata alle basette, una spruzzata di un Bulgari d’imitazione, e un bacio penetrante della sua servitrice-amante, che si congeda lasciandogli in un pizzino un numero di cellulare: il re è servito.
    Manca ancora qualcosa?  Certo, la corona: il cappello panama che tutti nel quartiere gli riconoscono, e che nessuno ha mai osato chiedergli di provare.
    Se lo fissa bene bene sulla testa calva e spiantata, facendo una smorfia a metà tra l’isteria e la  rassegnazione:
    “Chi ci pozzu fari, cundannati ‘a vecchiaia semu!”
    Questa volta prima di scendere da casa, ha intenzione di controllare dalla finestra, perché qualcosa gli dice che quel signore pure stamattina starà appoggiato al muretto del palazzo di fronte; e infatti è là, una sagometta intenta a fissare un punto imprecisato dello stabile  dove il re e parte di certi suoi sudditi dimorano.
    Al bar di Gaetano il re è accolto da un’ondata di benemerenze; come in un teatro dell’ottocento, la claque seduta al bancone e ai tavolini, sostiene quell’apparizione col più rispettoso ossequio, elargendo ringraziamenti e complimentose strette di mano.
    Gaetano stesso non può esimersi dall’offrire un cospicuo onorario al sovrano di Corso Candelai, che lo ha reso degno della presenza nel suo bar;
    “Sempre a disposizione, compare Bartolomeo”.
    Come Gaetano, anche Flavio il macellaio, Totò il barbiere, Rosa e Pietro i tabaccai, nonché Vito, il padrone del cinema Ortensia, rendono grazie per il suo passaggio, con una somma di euro che sia rappresentativa, se è possibile, del rispetto che col tempo il re si è adoperato di non farsi mai mancare.
    “Compare Bartolomeo, i cannoli freschi come le rose sono…”
    Il re di Corso Candelai se ne fa impacchettare una dozzina, che poi lascia a un giovane di guardia al comando dei carabinieri della sezione Candelai-Val di Sole; “Per il comandante Giuffrida, mi raccomando”.
    Di ritorno dalle sue commissioni mattiniere, il re incrocia di nuovo quel signore, che questa volta si è spostato di fianco al portone della palazzina, e sta sfogliando il Giornale di Sicilia, con aria apparentemente distaccata.
    Il re non ci pensa più di tanto: è re proprio perché è  pronto a prendere le decisioni quando servono.
    Sale al primo piano, dove abita il suddito Vincenzo, e sotto la fessura della porta deposita un foglietto piegato in più parti con scritte poche parole: “Vicè, ammazzalo”.
    A tarda sera, il riposo di re Bartolomeo viene guastato da un triplice colpo alla porta d’ingresso; dalla fessura  spunta una busta che il re raccoglie e porta con sé nella camera da letto:
    “Il re è servito. Ma taliassi ‘sta foto”.
    Nella polaroid sgualcita riconosce se stesso, senza baffi, senza corona, quando era semplicemente Bartolomeo “ ‘u sciancatu”, per la sua camminata imperfetta ; e aveva una moglie, sì, Lucia, e anche un bambino di pochi mesi, che nella foto dorme tra le braccia della madre.

  • 30 aprile 2008
    Un posto dove restare

    Come comincia: Assonnato come quel mercoledì mattina, Emilio probabilmente non lo era mai stato. Faticava a tenere lo sguardo vigile sulla lavagna, mentre la professoressa finiva di trascrivere le costruzioni del periodo ipotetico in latino. A dire il vero, pochi nell’aula sembravano prestare una convinta attenzione; Carmine non era tra questi. Approfittando del posto in ultima fila, ben coperto dalle voluminose spalle di un compagno, si era messo ad ascoltare pacificamente la musica dal suo lettore MP3, comperato il giorno prima.
    “Bene, ragazzi: prima di andare vi ricordo che domani è giorno di versione in classe. Non accetto ritardi, a meno che il motivo non sia grave".
    Storia già sentita, mormorava tra sé  Emilio mentre oltrepassava l’uscita con passo liberatorio.
    Lontani abbastanza da non percepire più i vocii della folla dinanzi al portone della scuola, Carmine ed Emilio presero a dialogare con scarsa partecipazione; solo qualche rapido scambio di battute sulla situazione critica del Catania in classifica.
    “E Domenica c’è la Juve”, salutò distrattamente Carmine che imboccava una viuzza stretta e in salita, lasciando Emilio divincolarsi da solo nel tran tran di passanti che assediavano i marciapiedi di via Etnea.
    Ogni persona che lo urtava, gli suscitava istintivamente un senso allarmante di rancore, che riusciva a contenere soltanto tenendo bassa la testa, concentrata sull’asfalto uniforme del marciapiede.
    Capitò dinanzi ai tavolini esterni del Bar Caprice, e su una delle seggiole lasciò cadere tutto il peso del corpo. Poggiò il gomito destro sul tavolino all’altezza della nuca, indeciso se fermarsi lì, o proseguire la camminata.
    “Beh, che ci fai qui? Vattene a casa, forza, la mamma ti aspetta”, sussultò in tono greve un uomo che sfumacchiava  un mozzicone di sigaro.
    Finito di mangiare, Emilio allungò verso la madre uno sguardo che tratteneva una richiesta di qualche tipo; la donna, impegnata a sparecchiare, non tardò comunque ad accorgersene: “Emi, è uscito quel nuovo gioco della Play… come si chiama… Fantasy… che dici, ti porto al negozio di pomeriggio? ”.
    Emilio non le prestò la benché minima attenzione, e andò a rifugiarsi caparbiamente nella sua stanza. Dalle pareti da poco ritinteggiate, strappò via poster e insegne di  giochi e personaggi virtuali; dopodiché, senza altre esitazioni, agguantò la cornetta:
    “Pronto, Carmine, io ci rivado.”
    “Quando?”
    “Subito, vediamoci lì.”
    “No, non voglio mettermi nei casini. E poi quella roba non mi piace.”
    Emilio affrontò, superandole con astuzia, le domande della madre, che lo vide sparire in fondo alla tromba delle scale.
    Di gran corsa percorse un reticolo di vie somiglianti l’una all’altra, che lo condussero dinanzi a un garage malridotto, pieno di scritte offensive lasciate con le bombolette spray.
    Bussò freneticamente, con il cuore che gli scattava come una mitraglietta:
    “Ah, sei tu; e il tuo amico?”
    “No, lui non è venuto.”
    “Entra dai, fai in fretta.”
    Si sedette a gambe incrociate sopra un ampio tappeto di stoffa variopinta, in quell’ambiente tanto differente da casa sua, illuminato da vibrazioni sfumate di lampade etniche, maschere appese ai muri con espressioni sofferte, odori che serpeggiavano nell’aria, in modo tanto denso, che a Emilio parve quasi di poterli sfiorare con le dita.
    Kofi, riprese il libro adagiato su una mensola;
    “Mosi, Semelo come on!”
    Due ragazzi di colore sbucarono da dietro una poltrona in bambù, per ricomporre il cerchio, di cui adesso anche Emilio era entrato a fare parte.

  • 19 marzo 2008
    Il professore

    Come comincia: L’aula pian piano cominciò a svuotarsi, e l’ultimo suono che si era protratto uscì dalla bocca di Laura,la studentessa moretta dell’ultimo banco; “A domani professore.”
    Da lì in poi più nessuna voce, sibilo o fruscio.
    Il professore rimase accerchiato dai fantasmi del silenzio.
    Sì, il silenzio lo angosciava. Era qualcosa che non riusciva bene a spiegarsi. Lui così fedele alle parole, alla convinzione che esse potessero spiegare ogni evento, sciogliere qualsiasi contraddizione.
    Poi conobbe il silenzio, scoprì che quello con le parole non si poteva raccontare.

     

    Aveva il volto torvo, vistosamente pallido e con qualche venatura di sudore che scorreva qua e là sulla fronte.
    Decise di rompere la litania del suo sguardo, fin lì devoto a quei banchi ora deserti.
    Inclinò il capo, tolse gli occhiali. Li ripose con moderata lentezza nella custodia.
    Strizzò leggermente le pagine del libro di filosofia moderna, riponendolo poi con la solita accuratezza in uno dei vani della sua ventiquattrore.
    Era teso, spazientito, con una gran voglia di spersonalizzarsi, di ritrovare la sua pelle di uomo.
    Percorse il corridoio della scuola con fare distaccato.
    Raggiunse la sua Audi blu metallizzata, che più che una macchina nella sua testa aveva preso da tempo le sembianze di una donna stanca di aspettarlo.
    Non a caso di li a poco, il suo cellulare cominciò a vibrare smodatamente.
    “Pronto, dimmi.”
    “Sono andata a ritirare gli esami io stessa. Sei tu quello sterile.”
    “Ah. Sei sicura?”
    “Certo che sono sicura!”
    “Ho capito.”

    Mise in moto e si mischiò al carosello di macchine che in quell’ora di punta paralizzava le arterie della città.
    Si fermò a un semaforo che pareva non volerne sapere di ritornare verde.
    Indugiò un attimo, poi si accorse alla sua sinistra della presenza di un Alfa Romeo grigia, guidata da un signore facoltoso in giacca e cravatta con accanto la sua ipotetica signora.
    Il professore abbassò il finestrino e si rivolse con tono sferzante alla coppia:
    “Sono sterile. E voi?”
    I due lo guardarono basiti, specialmente la donna parve quasi inorridita:
    “Eugenio parti, è verde.”

    Dopo circa mezzora ,l’Audi del professore si ritrovò parcheggiata di fronte a un grande palazzo rosa austero, lungo un corso fiancheggiato da bar e tavole calde.
    Lui rimase con le mani bloccate sul volante, con una espressione imperscrutabile.
    Il cellulare cominciò a illuminarsi nuovamente, ma questa volta sembrava che la cosa non gli importasse.
    Scese dalla macchina, salutò a stento un suo conoscente, e scomparve dentro a una delle tavole calde “Mordi e Fuggi”.
    “Potrei avere una schiacciata?”
    “Certo. Funghi e melanzane o mozzarella e prosciutto?”
    “Non fa differenza.”
    “Signore mi dica quella che preferisce.”
    “Non so...  sono sterile.”
    Alla signora della tavola calda fu subito chiaro che aveva a che fare con qualcuno poco sano di mente, e con il resto della clientela addensata dinanzi al bancone, non era proprio il caso di portare avanti la discussione:
    “Ecco a lei, mozzarella e prosciutto. Fanno due euro, alla cassa per favore.”

    Trascorse il restante pomeriggio ovattato nella sua auto, con il cellulare che lontano dai suoi occhi, vibrò ripetutamente per una buona manciata di minuti.
    S-T-E-R-I-L-E-, scriveva e riscriveva la parola sui fogli bianchi di un bloc notes circondandola alle volte da altre parole come “Maschio” “Uomo” “Moglie” “Famiglia” “Amore?”.

    Erano quasi le sette di sera, quando abbassò lo specchietto frontale, prese un pettinino dalla borsa, e allineò la propria capigliatura con una riga in mezzo.
    In ascensore salì accompagnato da una madre radiosa che teneva in braccio un piccolo neonato di non più di qualche mese.
    “Scusi, lo studio del dottor Di Vita?”
    “Terzo piano, signora.”
    Era rimasto da solo mentre il display dell’ascensore inesorabile scandiva l’avvicinamento al nono e ultimo piano del palazzo. Di fronte alla porta di ingresso, appoggiata al pomello centrale, lo accolse una lettera. La prese senza neanche leggerla e la ripose in una delle tasche anteriori del cappotto.
    Prese a girare per casa con aria spenta, biascicando talvolta un sogghigno che nessuno gli conosceva.

    Entrò nella camera da letto, rimasta visibilmente spoglia di molti oggetti:un quadro, due o tre portafotografie, un abat jour,due portagioielli.
    Ah, dagli scaffali mancavano anche i volumi della raccolta “Genitori del duemila.”

    La luna nel frattempo era calata intensamente, e i suoi occhi la incrociarono per qualche vivido istante, sottoponendola a una sorta di veglia interiore.
    Fu allora che il professore prese la cornetta e digitò un numero che ricordava a memoria:
    “Pronto, sono Vittorio un compagno di scuola di Laura.”
    “Amore sono io, sei pazzo a chiamarmi a casa!”
    “Se ne è andata.”
    “Ma per quanto?”
    “Ha lasciato la solita lettera.”
    “Vuoi vedermi adesso?”
    “Non lo so...  meglio domani.”
    "Come vuoi tu,amore."

    Vittorio rimase accerchiato dai fantasmi del silenzio.
    Sì, il silenzio lo angosciava. Era qualcosa che non riusciva bene a spiegarsi. Lui cosi fedele alle parole, alla convinzione che esse potessero spiegare ogni evento, sciogliere qualsiasi contraddizione.
    Poi conobbe il silenzio, scoprì che quello con le parole non si poteva raccontare.