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in archivio dal 27 giu 2012

Francesco Rossi

16 marzo 1987, Milano

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  • 27 giugno 2012 alle ore 19:20
    Il commesso viaggiatore Seconda parte

    Come comincia: Bart ed Anna rimasero per qualche secondo a fissarla, rapiti. Era una semplice valigia come tante, eppure li aveva come ipnotizzati.
    Il primo a riscuotersi fu Bart: -Sento...sento qualcosa -
    - Intendi dire che sta arrivando qualcuno? - chiese la sorella allarmata
    - No, no – rispose lui senza distogliere gli occhi dall'armadio – sento come una traccia nella valigetta...un senso lontano.
    - Come se nella valigetta ci fosse qualcuno? - chiese Anna corrugando la fronte.
    - No, sento solo una flebile traccia, anzi, tante tracce -
    Flebile?Dove aveva imparato quella parola suo fratello?
    Bart si avvicinò cautamente alla valigetta. Allungò la mano con una lentezza esasperante, come se si stesse avvicinando ad un ordigno in procinto di esplodere.
    Poi afferrò la maniglia. Anna ricominciò a respirare, senza nemmeno notare di aver smesso di farlo.
    - È molto pesante – constatò il fratello mentre cercava di sollevare la valigetta. Anna gli diede una mano. Effettivamente era terribilmente pesante, troppo per le sue dimensioni contenute. E fredda. Come se emanasse freddo.
    Con uno sforzo riuscirono a posarla sul letto. Era l'unica cosa che provava che lo sconosciuto era stato lì, che esisteva davvero ed era davvero entrato in quella camera.
    Il materasso si piegò sotto quel peso ed il letto scricchiolò. Anna temette addirittura che stesse per cedere.
    - Ora che facciamo? - chiese Bart con tono improvvisamente incerto.
    - Come che facciamo? La apriamo, no?
    - Non lo so...se ci beccano...se papà ci scopre -
    - Non essere sciocco, già per il fatto di essere entrati qui se ci scoprono siamo finiti – ma Anna percepiva che il timore di Bart non era certo quello di essere scoperto...sembrava piuttosto che la sua paura derivasse direttamente dalla valigetta, dal suo contenuto.
    - Senti qualcosa? -
    Bart si dondolava incerto sui talloni: - Non lo so...sento che c'è qualcosa, ma non riesco a capire cosa...sono più cose...ma non lo so...sento tante tracce, ma deboli, te l'ho detto.
    - Uff, cosa, qualcosa, non ti capisco. Apriamola e basta -
    Il coperchio era chiuso da semplici serrature a scatto, senza lucchetto o combinazione. Anna le fece scattare, poi posò le mani sui bordi della valigetta, pronta ad aprirla.
    Ancora quella sensazione di freddo. Adesso che era leggermente aperta, le sembrava che un filo tagliente di gelo uscisse dalla fessura del coperchio.
    - Insomma aprila, prima che ci becchino – disse Bart nervosamente.
    E lei lo fece.
    Il coperchio era sorprendentemente leggero, e si aprì con uno sbuffo silenzioso, che forse i due fratelli immaginarono solo.
    Dentro la valigetta era foderata di velluto rosso. Non avevano mai visto una cosa del genere.
    Posate in file ordinate sul velluto, c'erano una ventina di boccette di vetro, tenute ferme da altrettanti laccetti di raso nero. Ad Anna ricordarono i laccetti con cui la mamma chiudeva i sacchetti di velluto che contenevano i gioielli.
    Trattenuto dagli stessi laccetti, c'era un lungo coltello con il manico istoriato. La lama riluceva sinistramente ed il manico, con i suoi ghirigori inquietanti, terrorizzava Anna per l'impossibilità di scorgervi un disegno preciso.
    Le boccette erano tutte uguali, di vetro trasparente, cilindriche, con il tappo sempre di vetro a forma di sfera. A Bart sembrarono delle piccole oliere, ma si risparmiò il commento così prosaico.
    Il vetro era trasparente, eppure non si riusciva a capire cosa vi fosse dentro. Le boccette in realtà non erano tutte uguali come poteva apparire ad un esame superficiale: avevano tutte sfumature di colore diverso. O forse era il contenuto ad essere diverso. Colori diversi che sembravano cambiare, come se all'interno vi fosse un caleidoscopio di fluidi colorati, che costantemente si amalgamano e variano, in una combinazione continua ed infinita di sfumature, con una lentezza tale da far quasi dubitare che stesse davvero succedendo.
    Sembravano emanare una fioca luce colorata, anch’essa cangiante come il contenuto.
    Anna e Bart rimasero affascinati. Dopo un tempo imprecisato Bart allungò la mano verso una boccetta, con la stessa esasperante lentezza con cui prima aveva toccato la valigetta.
    Anna poteva vedere lo spazio tra la punta del suo dito ed il vetro che si accorciava, centimetro per centimetro, come al rallentatore.
    Anna non sapeva se l'avesse toccata veramente.
    Ma il dito di Bart si fermò ad una distanza quasi impercettibile dalla boccetta, che adesso stava virando dal giallo al rosso, passando per tutte le sfumature dell'arancione.
    Un'espressione di indicibile orrore si formò sul viso del bambino: - Lo sento...c'è qualcuno qua dentro...qualcuno di malvagio -
    Dietro gli occhiali gli occhi di Bart erano dilatati all'inverosimile, come se stesse fissando qualcosa di terrificante. Eppure non sembrava potersene staccare, come un coniglio abbagliato dai fari dell'auto che sta per investirlo rimane paralizzato in mezzo alla strada.
    Sulle lenti dei suoi occhiali si riflettevano le luci cangianti delle boccette, rendendo il suo sguardo ancora più allucinato.
    Anna non seppe cosa fare. Assurdamente, le venne in mente quello che le aveva detto una volta la maestra: se qualcuno ha un incidente con la corrente elettrica e rimane attaccato ad una presa od a qualcosa di simile, non toccatelo, o rimarrete anche voi attaccati.
    L'incantesimo fu rotto da un rumore che entrambi conoscevano bene: lo scricchiolio del legno della veranda per i passi di qualcuno.
    - Merda – bisbigliò Anna.
    Bart si riscosse, rimanendo ancora come intontito. La sorella richiuse con uno scatto la valigetta e lui ritrasse appena in tempo le dita.
    - Non rimanere lì impalato, aiutami cazzo – gli sibilò Anna mentre tentava di riportare la pesante valigetta nell'armadio.
    I passi erano sempre più vicini: - Non lo sento, deve essere lui per forza – bisbigliò Bart in tono disperato mentre con un ultimo sforzo spingeva la valigetta al suo posto.
    Le flebili speranze di Anna, che fino a quel momento sperava di sentire i passi proseguire oltre la porta, svanirono in un istante.
    Chiusero l'anta dell'armadio.
    I passi si fermarono davanti alla porta.
    Non seppe dire se se lo era immaginato o meno, ma a Bart sembrò chiaramente di sentire il tintinnio della chiave al di là della porta.
    - Non possiamo uscire...cosa facciamo, cosa facciamo? - disse quasi istericamente.
    - Dobbiamo nasconderci. Andiamo nel bagno -
    Il rumore, forse immaginato anche questo, della chiave che entrava nella serratura
    - No, se ci va ci becca di sicuro. Meglio sotto il letto
    In un lampo i due si buttarono a terra accanto al letto, dalla parte opposta rispetto alla porta.
    Click, il chiavistello scattò.
    Bart rotolò sotto per primo.
    Solo in quel momento ad Anna venne in mente che erano parecchio anni che non si infilava sotto un letto, e che forse non ci sarebbe stata.
    La porta si aprì lentamente, con il suo sinistro cigolio da animale ferito.
    Anna rotolò sotto il letto, sentì la testa sfiorare il bordo di legno, ma per fortuna ci stava.
    Trattennero il fiato.
    Da dove erano videro la porta aprirsi del tutto, poi le scarpe nere lucide dello sconosciuto comparire sulla soglia. Rimasero lì, immobili, come se l'uomo stesse scrutando la stanza.
    Merda, forse abbiamo lasciato qualcosa fuori posto.
    Cosa abbiamo toccato, cosa? L'anta dell'armadio l'abbiamo chiusa? Non me lo ricordo, cazzo. E la porta del bagno? Forse era socchiusa quando siamo entrati e l'abbiamo lasciata aperta e lui se n'è accorto.
    Merda, abbiamo messo la valigetta sul letto, di sicuro si è accorto del copriletto spiegazzato. Adesso ci becca.
    Lo sconosciuto misurò a lunghi passi la stanza, girando attorno al letto con un rumore che risuonava ovattato sulla moquette, ma per questo non era meno inquietante. Le sue scarpe si fermarono davanti all'armadio. I suoi tacchi erano a poche spanne dal viso di Bart. Se avesse allungato la mano le avrebbe toccate senza sforzo. Era lì, a pochi centimetri da loro: loro sotto il letto, lui che girava intorno, come uno squalo intorno ad una foca ferita.
    Lo sconosciuto aprì l'armadio
    Abbiamo chiuso la valigetta? Non me lo ricordo, non mi ricordo se abbiamo fatto scattare le serrature....Dio, Dio, aiutaci
    Lo sconosciuto, apparentemente soddisfatto, richiuse l'anta dell'armadio.
    Solo in quel momento Anna si accorse che stava trattenendo il fiato e che il suo corpo aveva un disperato bisogno di ossigeno. Lentamente, molto lentamente, combattendo col bruciore dei polmoni che le ordinavano di respirare con foga, espirò. Poi riprese aria.
    Sentirono un cigolio sopra la loro testa.
    Anna fece rapidamente saettare lo sguardo intorno al letto: le scarpe erano sparite.
    Lo sconosciuto, completamente vestito, si era disteso sul letto.
    Era pochi centimetri sopra di loro, completamente immobile.
    La ragazza girò lentamente la testa verso suo fratello. Nel farlo sentì i capelli che sfioravano la rete metallica del letto, che adesso si era abbassata per il peso dell'uomo sopra di loro.
    Guardò Bart.
    Suo fratello era pallido, teso come una corda di violino. Aveva il viso quasi affondato nella moquette blu.
    Anna decise di lasciarlo così com'era per il momento, ed iniziò a pensare.
    Erano bloccati lì sotto.
    Finché lo sconosciuto stava nella stanza, loro non potevano uscire, questo era fuori discussione.
    Se anche si fosse addormentato, sarebbero dovute passare delle ore prima che si sentisse abbastanza sicura da sgusciare fuori da sotto il letto ed uscire. Inoltre poteva benissimo svegliarsi in qualunque momento. La porta della stanza le sembrava lontana chilometri
    E se li avesse scoperti...Anna non era certo sicura che si sarebbe limitato a chiamare loro padre. Quell'uomo aveva qualcosa che non andava. Lo aveva capito dal primo momento in cui lo aveva visto. Il vestito nero, gli occhiali neri, i denti...uno così di sicuro non era una persona normale. Quelle boccette inquietanti, quel coltello poi...chi diceva che non ne avesse un altro anche addosso e che quando lei fosse uscita da sotto il letto non lo avrebbe usato per piantarglielo nella schiena...
    No, stai calma si impose. Cerca il modo di uscire da qui
    In realtà non dipendeva da loro. Magari lo sconosciuto sarebbe andato in bagno, ma anche in quel caso c'era il rischio che ne uscisse in qualunque momento.
    In più loro erano in due a doversene andare: il doppio del tempo.
    Dovevano uscire da sotto il letto, arrivare alla porta, aprirla e scappare, non prima di averla richiusa dietro di loro.
    Che situazione, che situazione. Eppure fino ad una manciata di minuti prima sembrava tutto un semplice gioco per interrompere la noia della vita in quel luogo isolato e dimenticato.
    Oramai non aveva più paura di essere rimproverata o messa in punizione da suo padre, che di sicuro una marachella del genere l'avrebbe fatta pagare salata; era terrorizzata che fosse lo sconosciuto a scoprirli. Era l'uomo che la spaventava, non la punizione di suo padre. Avrebbe accettato qualunque rimprovero pur di uscire da quella situazione.

    Non sapeva quanto tempo fosse passato. Suo fratello era sempre immobile alla sua sinistra. Non osava nemmeno girare di nuovo la testa per guardarlo.
    Il cigolio della rete del letto le comunicò che lo sconosciuto si era riscosso dalla sua interminabile immobilità.
    Anna trattenne il fiato.
    Li aveva sentiti? Si era accorto della loro presenza? Aveva preso il coltello dalla valigetta - ecco perché aveva aperto l'armadio - ed ora si apprestava ad usarlo su di loro...
    - Sì, signore. Per domani dovrei arrivare -
    La voce dell'uomo interruppe le loro terrorizzate elucubrazioni. Impiegarono qualche lunghissimo istante a capire che stava parlando al cellulare.
    - Sì, signore. È stato un buon raccolto, almeno per i tempi che corrono…-
    L'uomo ora si era alzato dal letto e stava camminando lentamente intorno al letto.
    I due fratelli in trappola potevano contarne i lenti passi attorno al loro nascondiglio.
    Anna si dimenticò ben presto della conversazione, ne approfittò per parlare con suo fratello.
    Gli si avvicinò il più possibile; controllò la posizione dello sconosciuto, che adesso le dava le spalle, e gli bisbigliò, in un sussurrò che quasi stentò lei stessa a sentire: - Appena ne abbiamo la possibilità usciamo dalla finestra. Ti tocco sulla spalla -
    Lo sconosciuto smise improvvisamente di parlare e fece due rapidi passi verso di loro.
    Anna sentì il cuore fermarsi.
    Si irrigidì, pronta a uscire da sotto il letto. Là sotto era in trappola, se fosse riuscita ad alzarsi in piedi avrebbe avuto qualche possibilità in più di cavarsela. Ma se davvero aveva il coltello c'era poco da fare.
    L'uomo deviò verso l’armadio ed aprì l’anta.
    Anna ricominciò a respirare.
    Sentì gli scatti delle serrature della valigetta, poi lo sconosciuto dire: - Ventidue, per l'esattezza, signore -
    Anna si girò con esasperante lentezza verso Bart. Il collo le faceva un male terribile a stare in quella posizione. Suo fratello, se possibile, era ancora più pallido di prima. Aveva gli occhi spasmodicamente schiusi, serrati.
    Dopo qualche istante li aprì ed annuì lentamente alla sorella. Era anche lui pronto ad uscire da lì.
    Ora si trattava di avere l'occasione giusta.
    Sarebbe bastato che lo sconosciuto uscisse un attimo, o che solo andasse in bagno, e loro sarebbero potuti uscire.
    Non importava che trovasse la finestra aperta, anche se sapeva di averla chiusa sarebbe rimasto sempre con il dubbio. Dalla camera non avevano preso nulla, lo sconosciuto non avrebbe avuto nessun motivo per approfondire la questione.
    E in fondo, chissenefrega, voglio solo uscire da qui.
    Le scarpe dell'uomo adesso erano fisse a poche spanne da Bart. Evidentemente si era seduto sul bordo del letto.
    E continuava a parlare.
    Anna non sentiva più le parole. Era esausta, come stordita. I muscoli le bruciavano terribilmente per la posizione scomoda in cui era oramai da...non sapeva dire quanto. Potevano essere minuti come ore. Era in debito d'ossigeno perché respirava pianissimo, timorosa di essere scoperta. Gli occhi ed il naso le bruciavano per la polvere.
    Con un violento cigolio lo sconosciuto si alzò di scatto dal letto: - Credo siano in macchina, signore. Posso controllare -
    E così dicendo con passo deciso si avviò verso la porta.
    Anna la sentì aprirsi e richiudersi.
    Toccò la spalla del fratello e rotolò fuori da sotto il letto, dimenandosi per passare sotto il bordo. I suoi muscoli gridarono di dolore per l'improvviso scatto dopo un'eterna forzata immobilità.
    Anna non ci badò e si lanciò verso la finestra, seguita subito dal fratello.
    Sentiva i battiti del cuore rimbombarle nelle orecchie, era quasi assordante. Le mani le tremavano. Per qualche interminabile istante litigò con le pesanti tende, cercando di scostarle, ma non riusciva a capire dove  finisse quella di sinistra e dove iniziasse quella di destra.
    Lo scatto della maniglia della porta.
    Lo sconosciuto era ancora lì fuori, non era andato alla macchina come aveva detto al suo interlocutore.
    Anna lo sentiva parlare al di là della porta. Come ipnotizzata, senza riuscire a distogliere lo sguardo, vide la maniglia abbassarsi lentamente e rimanere giù. Continuava a sentirlo parlare.
    Evidentemente era poggiato alla maniglia, bloccato da un momento cruciale della sua telefonata nel rientrare nella stanza per recuperare chissà cosa. Forse le chiavi della sua auto pensò Anna in un momento di assurda lucidità.
    Bart era riuscito a scostare le tende e stava aprendo la finestra. La afferrò per un braccio mentre la apriva.
    Anna si riscosse e scivolò dietro la tenda. Suo fratello aveva già scavalcato il davanzale, atterrando silenziosamente sul prato dietro le camere.
    Le tende si richiusero con uno sbuffo dietro di loro mentre anche Anna saltava sul prato.
    Mentre lei si rialzava faticosamente, Bart riaccostò le ante della finestra. Coperte dalle pesanti tende, con un po' di fortuna lo sconosciuto non se ne sarebbe nemmeno accorto.
    Senza dire nemmeno una parola i due fratelli si allontanarono, stando bassi come soldati nella jungla, senza saperne bene il motivo.
    Il cuore di Anna iniziò a recuperare i battiti e Bart ricominciò a respirare solo quando ebbero svoltato l'angolo dell'edificio che ospitava le cucine.

    - La ringrazio dell'ospitalità e dell'ottima cena – lo sconosciuto stava restituendo le chiavi al padre.
    Anna e Bart lo stavano guardando da dietro una porta socchiusa. Giusto uno spiraglio che permetteva loro di vedere il bancone e la nera figura dell'uomo davanti ad esso.
    - I suoi figli mi sono stati di ottima compagnia – aggiunse l'uomo sorridendo.
    Anna e Bart rimasero come paralizzati dietro la porta, immobili e gelati.
    Loro padre sorrise ignaro dietro il bancone: - Oh, non sapevo li avesse conosciuti...spero non le abbiano dato disturbo -
    - Tutt'altro, sono due cari ragazzi...un po' troppo curiosi, ma adorabili -
    Anna si sentì mancare, e per poco non cadde indietro.
    Quando ritornò a guardare dalla fessura della porta suo padre e lo sconosciuto si stavano salutando. L'uomo aveva ancora in mano la sua valigetta e nel voltarsi per uscire per un istante il suo sguardo nascosto dagli occhialini neri incontrò quello dei due ragazzi; o almeno così sembrò ad entrambi.
    Sorrise ed i suoi denti puntuti mandarono uno scintillio strano. Poi scomparve fuori dalla porta nel sole del mattino.
    Loro padre non diede segno di aver notato nulla.
    Quando i due, dopo qualche minuto, riuscirono a riscuotersi ed uscirono nel parcheggio, dell'uomo non v'era più traccia.
    Anche sulla strada, della quale avevano la visuale per un bel po' di chilometri, non c'era alcuna auto.
    Solo aguzzando lo sguardo, in lontananza, scorsero una vecchia Ford rossa che si allontanava. Era un modello davvero antiquato, che Bart aveva visto solo in qualche film; le cromature splendevano sotto i raggi del sole.
    - Lo senti? - gli chiese Anna.
    - No, ti dico. È da ieri che ti ripeto che non lo sento – rispose lui esasperato. Come per un tacito accordo non avevano parlato di quanto successo la sera prima, troppo spaventati per farlo. Ma era evidente che Bart aveva dormito poco quella notte.
    - Non intendo questo. Non senti il rumore del motore della sua auto? -
    Bart tese l'orecchio: - No, non lo sento -
    - Appunto, nessun rumore. Come se la sua auto non avesse motore
    - Secondo te lui sapeva che eravamo lì? - chiese Bart dopo una lunga pausa
    - Non lo so Bart, non lo so proprio - sospirò Anna – quando mi ha fissato, poco fa, avrei giurato di sì...ora mi sembra assurdo, ma…non voglio pensarci più.
    Rimasero lì, a fissare l'auto finché questa non divenne prima una macchia rossa indistinta, poi un semplice bagliore di luce riflessa del sole ed infine scomparve.

    Lo sconosciuto giunse in città.
    Posteggiò ed entrò nell’edifico.
    Era davvero stanco e non vedeva l'ora di consegnare il frutto del proprio lavoro ed andarsene a casa.
    Chiuse la portiera del suo veicolo rosso senza alcun rumore, attraversò il posteggio ed entrò nel palazzo.
    La Ford avrebbe trovato da sola la strada di casa. Non sapeva esattamente come funzionasse. Sapeva solo che ogni volta che veniva nel Mondo di qua, come lo chiamavano lui ed i suoi colleghi, la Ford era sempre accanto all’accesso dal quale passava, pronta a portarlo silenziosamente in giro.
    Mentre si mescolava alla folla del grande centro commerciale si sentì soddisfatto. Stanco ma soddisfatto. Ne aveva raccolto decisamente un buon numero. Oramai è sempre più difficile, pensò mentre attraversava il reparto calzature, trovare anime da portare al grande capo. Lassù la concorrenza oramai accoglieva chiunque: bastava un rapido pentimento in punto di morte e potevi entrare, anche dopo una vita di nefandezze.
    Lo sconosciuto sospirò mentre svoltava in un corridoio totalmente dedicato alle attrezzature sportive; un tempo era diverso. Un tempo la gente viveva timorata, o meglio terrorizzata, di Dio. Se sbagliavi non c’era verso: il tuo destino era segnato.
    Ultimamente invece, soprattutto negli ultimi cento anni, era sempre più semplice accedere all’eterna beatitudine. Quel Pietro si era rammollito. Lo conosceva, una brava persona, ma oramai faceva entrare chiunque.
    E così per lui ed i colleghi era sempre più difficile trovare anime idonee ad essere portate giù.
    Se continuava così si sarebbe avverata la previsione del filosofo Alf Ross: l’Inferno esiste ma è vuoto.
    A lui in fondo non importava, pensò mentre schiacciava il tasto dell’ascensore, ancora qualche secolo e se ne sarebbe andato in pensione. E per così poco tempo poteva ancora riuscire a trovare anime per il capo.
    Le porte dell’ascensore si aprirono con un ping metallico ed una signora entrò con lui.
    - Scende? – gli chiese distrattamente mentre armeggiava con la pulsantiera.
    - Oh sì, scendo – rispose lui con un sorriso.
    Dopo qualche minuto le porte si riaprirono sull’ultimo piano sotterraneo del posteggio.
    La donna uscì e si girò a guardarlo interdetta: - Guardi che questo è l’ultimo piano…-
    Lui sorrise: - Oh, lo so…ma io scendo più giù…un bel po’ più giù –
    Le porte si richiusero.

     
  • 27 giugno 2012 alle ore 19:19
    Il commesso viaggiatore Prima parte

    Come comincia: - Solo Beemoth, prego – disse lo sconosciuto quando il consièrge gli chiese il nome.
    Lui non obiettò. Scrisse il nome, poi girò il registro al nuovo cliente perché firmasse.
    - Anna, aiuta il signore col bagaglio – da dietro il bancone spuntò una bambina bionda di non più di tredici anni.
    Il nuovo arrivato sorrise sotto la tesa del suo cappello nero: - Non si preoccupi, ho solo quella – disse accennando alla valigetta in pelle nera poggiata accanto al bancone.
    Il consièrge, il padre di Anna, si strinse nelle spalle: - Come preferisce –
    Gli porse la chiave, che lo sconosciuto prese con una mano guantata di pelle nera. Il padre di Anna se ne dimenticò subito, ma sul momento gli sembrò di percepire un netto senso di repulsione mentre gli dava la chiave. Anche se le loro dita si erano appena sfiorate, fu come se avesse ricevuto una spiacevole scossa elettrica, e, pur non ricordandosi assolutamente quando fosse cominciato, passò tutto il giorno con uno spiacevole formicolio alla mano, così fastidioso che continuava a massaggiarsela, soprappensiero, senza però saperne individuare il momento d’origine.
    Ritirando la mano troppo di scatto disse: - La sua stanza è in fondo sulla sinistra, numero diciannove. Come ha chiesto lei, le due accanto sono libere -
    L'uomo sorrise scoprendo denti stranamente puntuti – almeno così sembrò ad Anna,che ancora lo spiava da dietro il bancone – ma il suo tono, benché avesse una voce metallica, sembrò assolutamente sincero e cordiale: - Grazie mille, ci vediamo domattina allora -
    Si girò in uno svolazzo del lungo cappotto nero.
    Guardandolo, Anna non riuscì a capire dove finisse il suo corpo e dove iniziasse il cappotto. Sotto quel lungo soprabito nero, per quanto si sforzasse, non riusciva a percepire la fisicità dell'ospite, la sua corporeità. Per qualche istante si chiese addirittura se ci fosse un corpo sotto quel cappotto.
    Andiamo, hai tredici anni, datti un contegno si disse, lieta di poter utilizzare la parola contegno, che  aveva appreso giusto il giorno prima.
    Appena l'uomo si avviò verso la porta Anna sgusciò fuori. Si sentiva terribilmente incuriosita, e la sua curiosità vinceva il timore non ben decifrato che provava.
    L'uomo aprì la porta e i raggi del sole morente dietro la collina lo investirono, proiettando la sua ombra sul pavimento dell'ingresso.
    Ad Anna sembrò improvvisamente enorme e minaccioso. Ora lo vedeva come una gigantesca sagoma nera, un continuo svolazzo indistinto del soprabito sovrastato dalla larga tesa del cappello, bordato dal rosso degli ultimi raggi del sole.
    Anna si trovò nel mezzo della sua lunghissima ombra, e per un secondo si sentì come inghiottita. Sentì freddo. Come quando in cucina le capitava di entrare nella cella frigorifera...quella lenta aria gelida che ti prende prima le caviglie – a scuola aveva imparato che l'aria fredda è più pesante, per questo il freddo lo sentiva prima in basso – per poi arrampicarsi sui polpacci e su su fino ad inghiottirti.
    Durò solo qualche istante. Un secondo prima la sagoma nera dell'uomo si stagliava sulla soglia invadendo con la propria ombra tutta la stanza, un attimo dopo era sparita, lasciando ad Anna una spiacevole sensazione di gelo, l'impressione di non essere poi così matura per i suoi tredici anni come soleva credere, e il solito paesaggio che da quando era nata vedeva dalla veranda del motel.
    Davanti all'ingresso infatti c'era un piccolo portico in legno dipinto, un po' scolorito dal sole ma ancora dignitoso. A sinistra ed a destra c'erano i due edifici che ospitavano le camere, anch’essi bordati da una veranda sotto cui si aprivano le porte.
    Nelle altre direzioni il nulla; almeno così lo definiva Anna: una ventina di metri di posteggio separavano il motel dall'Interstatale, un nastro d'asfalto rettilineo che spariva a destra ed a sinistra, perdendosi nel paesaggio tendenzialmente piatto e brullo.
    La città più vicina era a circa una decina di chilometri – assolutamente invisibile da lì – e quindi, a parte il distributore di benzina circa mezzo chilometro sulla sinistra, si poteva avere l'impressione di essere su un altro pianeta, nel nulla più assoluto.
    Per fortuna a chiudere l'orizzonte c'era, dall'altra parte dell'Interstatale, di fronte al motel, la bassa collina dietro cui stava tramontando il sole, lanciando i suoi ultimi bagliori rossi ad illuminare il portico.
    Anna si girò. Suo padre stava leggendo qualche documento sul banco, non badando a lei.
    Non sembrava minimamente partecipe di tutto quello che lo sconosciuto aveva portato con sé in quei pochi minuti in cui era stato lì...e poi quel nome lo sconosciuto. Anna si sorprese a pensare che
    era la prima volta che pensava a qualcuno degli ospiti con questo epiteto...sconosciuto. Di solito quelli che venivano lì - quasi tutte persone che avevano fatto male i conti sulle tappe del viaggio ed un bel po' di camionisti – lei li pensava come ospiti, o clienti, o al massimo con un generico signori ma quel termine, sconosciuto, che tanto spontaneamente aveva affibbiato a quello strano tizio, non lo aveva mai utilizzato con nessuno. Eppure sentiva che era maledettamente azzeccato.
    Scosse la testa ed andò in cerca di suo fratello.

    Da dietro la porta sentiva già il rumore delle grida e degli spari.
    Si fermò un istante prima di entrare; un altro sparo, seguito da un’esplosione.
    Scosse la testa ed entrò. Suo fratello, due anni meno di lei, era davanti alla tv, con in mano l'immancabile joistick dell'X-box o come diavolo si chiamava. Sullo schermo in primo piano c'era un fucile o qualcosa di simile, che il suo adorato fratellino manovrava con destrezza per sparare a chiunque gli si parasse davanti.
    Stava giovando al suo gioco preferito, che aveva assorbito tutto il suo tempo nell'ultimo mese. Anna non se ne ricordava il nome...l'unica cosa che rammentava della dettagliata e noiosa spiegazione che suo fratello le aveva dato mentre con mani tremanti per l’eccitazione scartava la confezione del gioco era che grazie a quel coso poteva giocare on line e massacrare giocatori di tutto il mondo. Quindi una delle poche vie di contatto che avevano con il mondo lontano dal motel, suo fratello la usava per sparare in testa alla gente, per quanto virtualmente.
    - Bart -
    Nessuna risposta. Il mirino si spostò rapidamente per colpire un avversario in cima ad un tetto che Anna scorse solo quando cadde giù dal cornicione. Si chiese come avesse fatto a vederlo.
    - Baaaart -
    Niente. Suo fratello lanciò una granata.
    - Mmmmmm, che c'è? -
    - È arrivato uno strano tizio al motel -
    Altri spari. - E quindi? -
    - Voglio sapere cosa senti -
    Il sentire, come lo chiamavano loro, era una capacità che suo fratello aveva fin da piccolo. Uno dei primi ricordi di Anna, forse addirittura il primo, di questo sentire risaliva a quando lei aveva sette anni e lui cinque, quando la mamma se n’era andata da poco.
    Era un caldo pomeriggio di primavera, erano seduti a giocare con non mi ricordo che cosa nel portico dietro al motel, dove l'edificio principale fa angolo con quello che ospita le cucine e la sala da pranzo. Ad un certo punto Bart si era alzato di scatto, mollando quello con cui stava giocando. Aveva fissato l'edificio alla loro destra, ad almeno così era sembrato ad Anna: - Non lo senti? - le aveva chiesto rimanendo immobile.
    Anna era rimasta sconcertata: c'era qualcosa nel tono che aveva usato suo fratello che l'aveva bloccata: - Sentire che cosa? - gli aveva chiesto cautamente, come timorosa di provocare qualche reazione inaspettata ed incontrollabile. Aveva teso l'orecchio, ma non aveva sentito nulla, a parte qualche raffica di vento ed il rumore delle auto sull'Interstatale.
    Quando stava per chiederglielo di nuovo, suo fratello aveva parlato: - Ha paura, è spaventato. Ha sonno e freddo e fame. Dobbiamo aiutarlo.
    Anna aveva continuato a fissarlo, senza capire: - Di chi stai parlando? -
    Suo fratello non aveva risposto. Era uscito dalla sua perfetta immobilità – ad Anna era sembrato che non avesse nemmeno mosso le labbra per parlare, che non respirasse nemmeno – per avviarsi rapidamente verso le cucine.
    Anna lo aveva seguito. Bart aveva camminato lungo il muro, aveva girato l'angolo dell'edificio fino a fermarsi in un punto in cui l'erba era più alta, a ridosso del muro delle cucine. Anna lo osservava rapita. Ogni volta che suo fratello faceva qualcosa di strano, che sua sorella di solito classificava semplicemente come sciocco, forte della propria superiorità data da due anni in più di esperienza di vita, non esitava a dirglielo, ma questa volta sentiva di stare assistendo a qualcosa di davvero stupefacente.
    Bart si era fermato davanti a quella macchia d'erba ed aveva cominciato a scostarla. Anna tendeva ancora l'orecchio, ma non sentiva assolutamente nulla.
    - È qua dentro, ha bisogno di aiuto - 
    Solo a quel punto, come se avesse ricevuto il permesso, Anna si era inginocchiata accanto a lui. Bart le aveva mostrato quello che aveva trovato: nel muro della cucina si apriva l'imboccatura di un tubo, largo una trentina di centimetri. Probabilmente uno scolo o qualcosa di simile. Anna aveva teso di nuovo l'orecchio, ma non aveva sentito ancora nulla; in una situazione normale avrebbe già lasciato perdere, classificandola come una delle bambinate di suo fratello, ma questa volta no. Forse anche lei, di riflesso da Bart, lo sentiva.
    - Ha paura, è sfinito, dobbiamo aiutarlo – all'improvviso Bart aveva iniziato a singhiozzare – poverino, non è colpa sua, era solo curioso – due grandi lacrime gli erano sgorgate dagli occhi, rigandogli le guance.
    E qui Anna si era stupita della sua stessa reazione: aveva assecondato suo fratello in quella cosa così sciocca, così bambinesca:- va bene Bart, adesso lo aiutiamo, va bene? - aveva detto con tono calmo, pur non capendo assolutamente cosa stesse succedendo. Aveva avvicinato l'orecchio al tubo, il più possibile, quasi infilandoci la testa dentro. Era freddo ed umido. Stava quasi per rinunciarci quando finalmente anche lei lo aveva sentito. Ma non lo aveva sentito come suo fratello, lei lo aveva sentito nel senso di udito: un fievole miagolio.
    - C'è un gatto là dentro. Deve essersi incastrato -
    - È quello che ti ho detto, no? - aveva detto Bart tirando su col naso.
    Anna aveva rinunciato a spiegargli che non era andata proprio così. Anzi, aveva del tutto trascurato la cosa: si era data lei della sciocca per non averlo capito subito.
    Con l'aiuto del cuoco Raul, un ciccione giovialone con grandi baffoni sotto i quali sorrideva sempre – un uomo che al solo vederlo dava l'immagine della professione di cuoco – lo avevano tirato fuori. Era un gatto nero, stanco e spaventato, ma tutto intero. Il gatto dormiva in quel momento sul divano accanto alla tv, totalmente indifferente all'apocalisse che il suo giovane padrone stava scatenando sullo schermo.
    - Insomma, Bart – sbottò Anna. Anche il gatto sollevò la testa.
    Lo schermo si oscurò: - Ecco, per colpa tua sono morto -
    - Purtroppo, temo proprio di no – sbuffò Anna – Ora ascoltami, È arrivato un tizio, poco fa. Mi dà i brividi. Tu cosa senti? -
    Bart staccò finalmente gli occhi dallo schermo e la guardò interdetta, attraverso le lenti degli occhiali : - Mi sa che ti sbagli, non è arrivato nessuno. Il prossimo arriverà domattina, credo -
    Anna rimase interdetta: - È arrivato eccome. Ha firmato il registro pochi minuti fa. E ti assicuro che è una presenza inquietante, c'è qualcosa che non va in lui, al solo vederlo mi dà i brividi -
    - Ed io ti ripeto che non è arrivato nessuno. Lo sai che lo sento prima se arriverà qualcuno. Figurati se non sentirei uno che è già nella propria stanza, a pochi metri da noi -
    Era vero.
    Dopo l'episodio del gatto il sentire di Bart, come lo avevano battezzato, aveva iniziato ad affinarsi.
    Qualche giorno dopo Anna lo aveva trovato seduto davanti all'ingresso del motel. Fissava dritto davanti a sé, come un giocatore di scacchi che sta cercando di visualizzare la scacchiera di una partita a distanza per decidere la prossima mossa. Lo aveva osservato in silenzio, timorosa come la volta prima: - Sta per arrivare un uomo, su un'auto rossa. È di fretta, sta scappando da qualcosa.
    Anna non aveva detto nulla. Si era semplicemente seduta accanto a lui ad aspettare. Qualche minuto dopo nel parcheggio era arrivata sgommando un'utilitaria rossa. Il guidatore l'aveva posteggiata storta, occupando quasi due posti auto, ed era sceso prima ancora che il motore smettesse del tutto di girare. Era poi entrato nel motel di corsa, trascinandosi dietro una piccola valigia.

    Ora Bart sentiva con largo anticipo chi sarebbe arrivato al motel, se era un uomo od una donna, a volte addirittura che aspetto aveva o che auto guidava.
    Bart riusciva anche a sentire le sensazioni delle persone. Non quello che pensavano, sarebbe stato troppo bello, ma di che umore erano, come si sarebbero comportati – in modo gentile, simpatico o scortese – e che intenzioni avevano prima ancora che entrassero nella stanza.
    A quanto avevano osservato sia Bart che sua sorella, il suo sentire dipendeva da quanto intensamente la persona provasse quelle sensazioni, quanto intensamente si concentrasse su un pensiero, su un sentimento.
    Un comportamento normale per Bart non era fonte di alcuna sensazione. Poteva solo percepire la presenza di quella persona, ma niente di più.
    Quando Anna gli aveva chiesto come facesse, lui si era semplicemente stretto nelle spalle:- Lo sento e basta – e sua sorella non aveva fatto altre domande. Con la meravigliosa ingenuità dei bambini, considerava la cosa perfettamente normale: c'è chi è bravo a giocare a calcio, chi ha buona memoria, chi disegna bene, e suo fratello sentiva le cose, tutto qui. Lo stesso per Bart, che ancora non considerava affatto straordinaria la sua percezione.
    Solo ultimamente Anna aveva iniziato a porsi qualche domanda. Qualche mese prima aveva visto un programma sul paranormale, in cui un giornalista si chiedeva se ci fosse davvero gente con poteri fuori dal comune.
    Anna non aveva esattamente capito cosa volesse dire paranormale, ma aveva intuito che quel genere di cose che quella parola descriveva non era del tutto ordinario, e che quindi anche suo fratello doveva avere qualcosa di particolare. Ma la sensazione era rimasta relegata in un angolo della sua testa, non meritevole di più di tanta attenzione.
    - Quel gioco idiota ti ha fuso il cervello. È in una delle ultime stanze di sinistra -
    Bart socchiuse gli occhi dietro le lenti, poi scosse la testa: - No, non c'è nessuno. L'unico che c'è sul lato sinistro è il camionista ciccione che è arrivato ieri -
    - Vieni con me e vedrai che ti sbagli – gli disse Anna con un sorriso di sfida.
    Bart la guardò con un'aria di stanca superiorità: - Lo sai che non vinci mai -
    Per un po' di tempo avevano giocato ad indovinare le cose come lo chiamavano: cercavano di prevedere le cose prima che accadessero: per esempio se la prossima macchina che sarebbe passata sull'Interstatale sarebbe venuta da destra o da sinistra, o se sarebbe stata di un colore chiaro o scuro, o quante persone ci sarebbero state a cena e così via. Ovviamente Bart vinceva sempre. A parte un iniziale vaga invidia, ad Anna la cosa non pesava: lei era molto più brava di lui a scuola, e tanto le bastava: ognuno ha le proprie doti, come ripeteva mamma
    - Avanti, vieni tu stesso a controllare -
    Bart sospirò: - Va bene, tanto oramai mi hai fatto perdere – disse accennando allo schermo. Anna non aveva capito se Bart sentisse le cose anche quando giocava, ma la cosa non le interessava: quei giochi erano così sciocchi.
    Uscirono dal piccolo appartamento dietro la reception in cui vivevano ed andarono sotto il portico dell'ingresso.
    Il sole era del tutto tramontano dietro la collina, alcune fiammate di raggi morenti ancora spuntavano da dietro il crinale, tingendo di arancione il parcheggio.
    - Allora, nella stanza sette abbiamo il ciccione – disse Bart con aria professionale camminando lentamente davanti alla lunga fila di porte che si aprivano sulla veranda – sull'altro lato il commesso viaggiatore ossessionato dalla moglie che potrebbe tradirlo...-
    - Sì, ho capito, vieni al dunque – lo interruppe Anna – cosa senti nella diciannove? -
    - Assolutamente niente. È vuota – disse Bart cantilenando per sottolineare la propria esasperazione.
    In quel momento la luce della stanza si accese. Anna gli scoccò uno sguardo di trionfo: - Mi sa che hai fatto cilecca -
    Bart non rispose alla provocazione. Era rimasto come inebetito, a fissare la finestra illuminata: -Non è possibile, lì dentro non c'è nessuno. Non può esserci nessuno – farfugliò.
    Come a voler ulteriormente smentire le sue parole, un'ombra passo dietro la finestra. Istintivamente i due si ritrassero. - Merda, non può essere – Normalmente Anna lo avrebbe rimproverato per questa imprecazione, ma questa volta non disse nulla.
    Bart sembrò provare a raccogliere le idee. - Allora, Raul e i due ragazzi – intendeva i camerieri che si occupavano anche di cucinare – sono in cucina. Agata sta apparecchiando, e non vede l'ora di andarsene a casa. Papà è in camera sua, ed è triste – da quando la mamma se n’era andata, ben poche volte Bart aveva percepito da suo padre sentimenti diversi – poi ci sono gli ospiti – e Bart li elencò senza mancarne uno. - Ma in questa stanza ti assicuro che non c'è nessuno -
    - O forse non lo senti -
    - Ma com'è possibile che senta gli altri e non lui? - saggia obiezione, cui Anna non seppe rispondere.

    Mangiarono in fretta.
    Bart si alzò con ancora la bocca piena, ed Anna subito lo seguì. Sapeva già dove stava andando: entrambi volevano vedere lo sconosciuto.
    Si avviarono verso la sala da pranzo, senza dire una parola.
    Lo sconosciuto era ad un tavolo nell'angolo. Era vestito come quando era entrato. Stesso cappotto nero che non si era levato, stesso cappello nero, stessi occhialini tondi cerchiati d'argento con le lenti nere – occhialini antiquati – venne da pensare ad Anna.
    Mangiava lentamente, con gesti precisi, facendo sparire bocconi sempre uguali in quella bocca stranamente dentata.
    - Non lo sento – disse sconsolato Bart – è come se non ci fosse.
    Erano rimasti vicino all'ingresso della sala, fingendo di chiacchierare con Agata, che era lì ferma in attesa che i clienti finissero il primo piatto per servire il secondo.
    Anna era pensosa. Non riusciva a capire. Non era mai capitato che a suo fratello accadesse una cosa simile. E del resto era la prima volta che anche lei provava sensazioni del genere riguardo ad un cliente.  Da quando aveva memoria, aveva visto passare migliaia di persone da quel posto, eppure era la prima volta che  qualcuno la spaventata a quel modo.
    Prese una decisione; si allontanò dalla sala tirandosi dietro il fratello. - Dobbiamo entrare in camera sua -
    Bart la guardò incredulo: -Ma sei impazzita? - gridò quasi.
    La sorella gli strizzò il braccio per fargli abbassare la voce.
    - Dicevo, ma sei impazzita? - ripeté bisbigliando – hai idea di cosa ci fa papà se ci beccano? -
    Anna lo guardò con un'espressione risoluta; aveva già deciso. - Lo so meglio di te quello che succederà. Ma qui ci sono troppe cose strane. Quel tizio non mi è piaciuto fin dall'inizio. Ed il tuo non sentirlo ha confermato tutto questo. Dobbiamo farlo.
    Bart sospirò rassegnato. Da un lato sapeva bene che quando sua sorella parlava in modo così solenne non c'era verso di farle cambiare idea; dall'altro non gli spiaceva affatto partecipare ad una cosa del genere: a parte l’X-box c’erano ben pochi diversivi nella sua vita forzatamente isolata.
    Si avviarono verso la reception.
    Da quando erano nati, il motel era stato, oltre che la loro casa, il loro campo giochi. Conoscevano tutto di quel posto, ogni anfratto, ogni nascondiglio, quali porte cigolavano quando si aprivano, tutto.
    Ed ovviamente sapevano anche che per ogni stanza c'erano due chiavi. Una lasciata al cliente, una conservata alla reception. In realtà c'era anche quella che loro padre chiamava la mia chiave magica, che apriva tutte, ma proprio tutte le porte. Ma quella l'aveva solo lui, e per loro era impossibile procurarsela.
    In quel momento, invece, all’ingresso non c'era nessuno. Anna scivolò dietro al bancone, frugò un attimo e poi mostrò trionfante al fratello la chiave della camera diciannove.
    Bart si guardava in giro nervosamente: - Giù – le disse in un soffio, un istante prima che la porta si aprisse.
    Anna si tuffò dietro il bancone, trattenendo il respiro e stringendo la chiave nel pugno.
    Bart assunse un'aria indifferente ed annoiata, come se fosse lì per caso: - Ciao papà – disse a suo padre, che stava arrivando.
    Lui rispose con un vago cenno della mano, come al solito. Poi si bloccò: - Che ci fai tu qui? Non hai mangiato? -
    - Abbiamo appena finito, papà – rispose Bart ossequioso.
    Lui annuì, di nuovo pensando ad altro, poi: - Dov'è tua sorella?
    Bart si strinse nelle spalle: - Bho, sarà a telefonare con qualche idiota che le viene dietro -
    - Rispetta tua sorella. Ora vado al ristorante che Agata...- non finì la frase, di nuovo assorbito da qualche pensiero, e si allontanò.
    Da quando la mamma non c'è più fa sempre così, come se noi esistessimo solo quando ci incrocia per caso pensò amaramente Anna; per capire questo non aveva certo bisogno del sentire di suo fratello. Appena udì la porta chiudersi emerse da dietro il bancone, come un marinaio dal boccaporto di un sottomarino. Si guardò in giro, poi sgusciò fuori, seguita a ruota da Bart.

    La cena era appena cominciata; avevano almeno un quarto d'ora buono di tempo.
    Anna si fermò davanti alla porta della diciannove, si guardò intorno, poi provò ad inserire la chiave.
    - Dia, muoviti – disse Bart, continuando a lanciare occhiate al posteggio deserto ed alla porta principale del motel. Evidentemente il non sentire lo sconosciuto lo aveva turbato tanto che ora si fidava più della propria vista che delle proprie percezioni.
    Anna armeggiò con la serratura per ancora qualche lunghissimo istante. Le tremavano le mani e non riusciva ad introdurre la chiave. Finalmente vi riuscì e fece scattare la serratura.
    Il click metallico del chiavistello sembrò loro risuonare come uno sparo. Per qualche istante rimasero immobili, trattenendo il fiato, come se da un momento all'altro tutte le persone presenti nel motel dovessero riversarsi fuori sulla veranda, attratte da quel fragore.
    - Dai, muoviti – il primo a riscuotersi fu Bart.
    Anna non se lo fece ripetere: sospinse la porta, che cigolò con un lamento che sembrava lo strazio di un animale ferito – da quanto tempo nessuno oliava le porte delle stanze – e sgusciò dentro, seguita da suo fratello.
    Si richiusero la porta alle spalle.
    Un fioco chiarore filtrava dalle tende della finestra, che erano chiuse.
    Strano, pensò Anna mentre i suoi occhi si abituavano all'oscurità, di solito aprire le tende è la prima cosa che si fa entrando in una stanza. Invece le lunghe tende che arrivavano a terra erano chiuse, esattamente come le lasciavano le cameriere, e solo un filo di luce contornava i bordi del pesante tessuto.
    Davanti a loro c'era quello che avevano visto migliaia di volte: una stanza di motel. Il letto matrimoniale con di fronte una piccola scrivania, sulla sinistra un armadio, sulla parete opposta alla porta la finestre. A sinistra la porta socchiusa del bagno. Una poltrona in un angolo completava l'arredamento.
    Bart fece qualche passo verso il centro della stanza. Il copriletto era perfettamente liscio, intatto, come lo avevano lasciato le cameriere.
    Anna si avvicinò al bagno ed aprì la porta.
    Trattenne il fiato ed accese la luce.
    Gli asciugamani pendevano immobili dal porta asciugamani, perfettamente piegati. Non una goccia d'acqua nel lavandino né nella doccia.
    - Sembra che in questa stanza non sia entrato nessuno dopo le cameriere – mormorò, quasi a se stessa
    - Nemmeno nell'armadio ci sono vestiti – disse Bart, che aveva appena aperto il mobile.
    - Molto strano. Eppure è da un po' che è arrivato. Non ha usato nemmeno il bagno...non si è neppure seduto sul letto.
    - Però qui c'è qualcosa, guarda – disse Bart additando l'armadio.
    Sul fondo, accanto ad una coperta ripiegata compresa nel corredo di ogni stanza, c'era la valigetta nera dello sconosciuto. Le sue rifiniture cromate brillavano sinistramente nella luce incerta della stanza.

     
  • 27 giugno 2012 alle ore 16:38
    Soffocando Terza parte

    Come comincia: Il terrore puro è qualcosa di indescrivibile. E  fu quello che provò Erika in quel momento: un misto di reazioni fisiche e mentali; il cuore che si ferma, le gambe che divengono molli, la mente che si annebbia e non riesce ad afferrare un pensiero completo.
    Tony era dietro di lei. Erika non osava girarsi, ma lo poteva ben immaginare: massiccio escarmigliato sulla porta della cucina.
    Si  è accorto di qualcosa? Forse è meglio confessare e dirgli tutto. Qualsiasi cosa è meglio di questa tortura, di questa incertezza. Magari mi perdonerà.
    Ma perché si è alzato? L’ho svegliato? Allora sarà ancor più arrabbiato.
    Maledetto Ben, maledetto Ben.
    - Cosa stai facendo? – chiese di nuovo Tony, questa volta un po’ meno impastato dal sonno.
    Erika riuscì a reagire; con una naturalezza che la sorprese fece scivolare la mano dalla maniglia dello sportello del tunnel dell’immondizia a quella del frigorifero: - Prendevo un bicchiere d’acqua – disse senza osare voltarsi, sperando che lo stare di spalle dissimulasse il terrore nella sua voce.
    - E lo prendi al buio? –
    - Non volevo svegliarti – fu lesta a rispondere mentre afferrava la bottiglia con due mani perché con una sola aveva paura di farla cadere per il tremito che le pervadeva il corpo.
    - Versane uno anche a me –
    Ovviamente obbediente Erika eseguì. Afferrò due bicchieri dalla credenza, li poggiò con troppo rumore sul tavolo – Tony le lanciò un’occhiataccia – e li riempì.
    Tony ingollò il suo in un fiato, lei bevve il suo, o meglio, si rese conto di averlo in mano , solo quando il marito la fissò con aria  interrogativa. Si forzò a bere, facendo passare l’acqua che le sembrò gelata e le diede ulteriori brividi lungo la gola serrata.
    Tony abbandonò il bicchiere sul tavolo e si avviò verso la camera da letto, senza dire altro. Erika per un riflesso condizionato lo prese e lo spostò nel lavello. Se lo avesse trovato lì il giorno dopo suo marito probabilmente si sarebbe lamentato, ma del resto era a lei che toccava tenere in ordine la casa, ed era un compito che assolveva di buon grado.
    Mentre si girava lanciò un ultimo sguardo allo sportello; per un istante pensò di aprirlo di nuovo, ma sapeva di stare solo considerando l’idea, che non lo avrebbe mai fatto. Il suo cuore non aveva ancora rallentato i battiti, le sue nocche erano ancora bianche da quanto aveva stretto il bicchiere per il terrore mentre Tony era lì.
    Questa volta era stata fortunata. Ci era mancato poco, molto poco, che Tony la scoprisse. E se fosse successo...non voleva nemmeno pensarci. Era uno scenario troppo orribile, ed al contempo  ancor più terrificante perché così vicino al realizzarsi ogni istante.
    Maledetto Ben, maledetto Ben, è solo colpa tua. Spero solo non ti salti in mente di metterti ad urlare. In un modo o nell’altro domani ti libererò, anzi, mi libererò di te, e tuto questo finirà. È solo colpa tua.
    Per un istante la rabbia le salì tanto che fu quasi tentata di aprire lo sportello e gridarglielo in faccia; gridare in faccia a quel maledetto che era solo colpa sua, che non si meritava tutto questo.
    - Cosa fai ancora in cucina? – la voce potente di Tony, non molto smorzata dal sonno, la raggiunse in cucina facendola sobbalzare.
    Maledizione, perché non sono andata subito in camera. Maledetto Ben, che tu sia maledetto. Oramai lo ripeteva come un mantra: maledetto, che tu sia maledetto.
    La rabbia nei confronti di Ben era l’unico sentimento che si alternava al terrore di essere scoperta.
    - Arrivo – corse fuori dalla cucina, obbediente.Spense la luce e a tentoni, più in fretta che potè, rischiando di inciampare in corridoio, tornò in camera da letto.
    Senza dire nulla si infilò sotto le coperte e si rannicchiò su un fianco, in posizione fetale.
    Dopo qualche secondo – minuto, ora? – il russare regolare di Tony le annunciò che dormiva profondamente.
    Erika iniziò a tremare. Un tremito potente ed incontrollato. Il suo corpo, raggomitolato sotto il lenzuolo, era percorso da scosse violente; quasi in preda ad una crisi epilettica, non riusciva a fermarsi; ma nemmeno era sicura di volere.
    Silenziose lacrime le colarono dalle guance; appena un tremito le fece spostare la testa sentì il tessuto bagnato del cuscino sotto la pelle.
    Maledetto Ben, che tu sia maledetto. È solo colpa tua, solo colpa tua. Ma me la pagherai, o, se me la pagherai. Guarda in che situazione sono, in che situazione mi hai messo. Non potevi lasciarmi in pace? Vivevo così bene prima di incontrarti; andava tutto così bene. Ma quando uscirai da lì, se non sarà Tony a farti qualcosa, ci penserò io. Stai sicuro che non la passerai liscia, non pensare di potertene uscire dal tuo nascondiglio e tornartene a casa tranquillo, oh, scordatelo. Nel dormiveglia, ancora scossa dai tremiti che andavano perdendo di intensità, pensò che forse valeva la pena dire tutto a Tony. Certo, ne avrebbe pagate le conseguenze, e lei sola sapeva quanto queste conseguenze potevano essere gravi e dolorose – probabilmente questa volta la scusa di essere caduta dalle scale o scivolata sul pavimento del bagno non avrebbe convinto i medici del pronto soccorso – ma almeno avrebbe potuto farla pagare come si deve a Ben. Di sicuro Tony gli avrebbe dato il fatto suo, molto più di quanto avrebbe potuto fare lei.
    Ancora piangendo, si addormentò.

    Dal suo nascondiglio Ben aveva più o meno capito quello che era successo; ed aveva trattenuto il fiato. L’entrata in scena di Tony era qualcosa che gli aveva gelato il sangue. Improvvisamente gli erano tornati in mente tutti i racconti che aveva sentito al bar, la violenza ottusa e senza remore di Tony. Aveva smesso di respirare, tendendo l’orecchio a quello che succedeva nella cucina timoroso che le pulsazioni, che gli rimbombavano nelle orecchie, potessero essere sentite da fuori.
    Da un momento all’altro si aspettava di sentire un urlo belluino di Tony – seguito probabilmente dallo schiocco di uno schiaffo ad Erika – per poi assistere allo spalancamento dello sportello e dalla comparizione dell’enorme braccio peloso di Tony che si sarebbe infilato nel tubo come un tentacolo, nel tentativo di afferrarlo. E lui avrebbe potuto fare ben poco.
    Poi però non era successo nulla di tutto ciò. Si erano detti qualche parola, poi se ne erano andati, spegnendo la luce e lasciandolo lì.
    Ben provò una strana sensazione, come di delusione. Oramai era pronto e rassegnato ad affrontare Tony; se lo aspettava. Almeno sarebbe uscito da lì. Forse non sarebbe stato un vero miglioramento della sua situazione, ma almeno sarebbe stato un cambiamento.
    E invece era di nuovo lì, nel buio, e niente era cambiato.
    Aveva sete e fame. Un dolore costante allo stomaco ed un perenne bruciore in gola gli ricordavano che non mangiava e non beveva da parecchio,  da troppo. Si sentiva terribilmente debole. La forzata immobilità, unita al digiuno, gli facevano sentire i muscoli – quelli che ancora sentiva – deboli e rattrappiti, forse incapaci di reagire prontamente se fosse stato necessario.
    E adesso era di nuovo lì, ad aspettare. Era il suo destino in quella situazione: attendere l’iniziativa altrui. Essere passivo. Era forse questa la cosa più frustrante di tutte: non poter fare nulla da soli, poter solo aspettare le decisioni altrui.
    Da tempo aveva rinunciato a provare a raggiungere lo sportello; aveva steso le braccia più che poteva, fino a stirarsi tutti i muscoli ma non ci arrivava; aveva provato a risalire, ma non aveva trovato alcun appiglio. Infine aveva rinunciato la sua libertà non dipendeva da lui.
    Nel buio, mentre cercava per l’ennesima volta di controllare la disperazione, prese una decisione: il giorno dopo, se Erika non avesse fatto qualcosa, avrebbe agito lui.
    Era oramai chiaro che la ragazza, se non fosse stata più che sicura di poterlo aiutare senza essere scoperta da Tony, non avrebbe fatto nulla, anche a costo di lasciarlo lì a tempo indeterminato. Ma lui non poteva più aspettare. Se il giorno dopo Erika non lo avesse tirato fuori, avrebbe chiamato aiuto. Avrebbe gridato per farsi sentire. Pazienza se Tony lo avrebbe sentito.
    Per aiutarlo o per massacrarlo, di sicuro lo avrebbe tirato fuori da lì – almeno sperava. Poi, con un po’ di fortuna, sarebbe riuscito ad imbastire qualche scusa di scarsa plausibilità – che era un operaio rimasto incastrato durante un lavoro o qualcosa di simile – che di sicuro non avrebbe convinto Tony ma che magari, con un po’ di fortuna – ce ne vorrà molto di fortuna – ok, con molta fortuna, gli avrebbe fatto guadagnare quei trenta secondi necessari a raggiungere la porta e darsela a gambe, muscoli atrofizzati permettendo.
    In fondo il trovare un uomo incastrato nel tunnel dell’immondizia dovrebbe essere qualcosa di piuttosto inusuale: Tony avrebbe impiegato un po’ di tempo a capire che non era possibile che lui fosse un operaio, e in quel tempo Ben poteva approfittarne per andarsene. In fondo Tony non gli sembrava una cima.
    L’unico punto debole – uno dei tanti punti deboli, Ben – era capire se Tony lo conosceva. Ben non ricordava se si erano mai incontrati. Il palazzo era grande e non sapeva con certezza se si fossero mai incrociati sulle scale o da qualche altra parte. In ogni caso era improbabile che lo riconoscesse guardando nel tunnel: lì dentro era parecchio buio. Magari lo avrebbe riconosciuto dopo averlo tirato fuori, ma in quel caso poteva iniziare a parlare inventandosi qualcosa lo stesso, ed intanto allontanarsi verso l’uscita.
    Che lo riconoscesse i meno come il vicino, la sorpresa sarebbe comunque stata grossa, e Ben avrebbe potuto approfittarne.
    In quel momento, dopo ore di interminabile immobilità, persino l’essere inseguiti da Tony brandente una chiave inglese gli sembrava una situazione migliore di quella in cui si trovava. Non ne poteva più di quel cunicolo, di quella puzza, di quella sete, di quella fame.
    Il giorno dopo avrebbe fatto qualcosa.
    Un po’ confortato da questo pensiero si addormentò. O perse i sensi. Il confine tra sonno ed incoscienza, tra addormentarsi e svenire, era oramai sottile.

    Erika si svegliò ansimando, come emergendo d’improvviso dall’acqua dopo aver trattenuto il fiato per lungo tempo. Era confusa, impiegò qualche secondo a ritrovare lucidità. Si sentiva la pelle del viso secca e tirata. Capiì che era colpa delle lacrime. Evidentemente aveva pianto anche nel sonno, ininterrottamente.
    Si girò di scatto; Tony non c’era.
    Maledizione, sono morta, probabilmente lo ha già scoperto.
    Il suo sguardo corse frenetico alla sveglia, che segnava le nove passate. Tony non era un tipo mattiniero, ma dopo anni di lavoro come autotrasportatore oramai il bioritmo impostogli dalla sua attività – poche ore di sonno consecutive, inframmezzate da ore di lavoro, per poi riaddormentarsi appena era di nuovo possibile – lo condizionava anche quando non doveva lavorare.
    Ora Tony era di là, e la colazione non era pronta. E magari quel maledetto di Ben avrebbe fatto qualche idiozia che li avrebbe fregati entrambi. Maledizione, maledizione; continuando a ripeterlo – erano anni che Erika non imprecava più – saltò giù dal letto. Inciampò nel lenzuolo che ancora le avviluppava i piedi e cadde per terra, sbattendo entrambe le ginocchia. Due lampi di dolore le salirono lungo le gambe, paralleli, percorrendo tutta la lunghezza degli arti.
    Maledizione, ripetè per l’ennesima volta, senza osare niente di più. A Tony non piaceva che le ragazze fossero sboccate, non avevano lo stesso diritto al torpiloquio degli uomini; e negli anni aveva così ben abituato Erika a rispettare questo precetto di buona educazione, che la ragazza oramai non si permetteva di farlo nemmeno quando era da sola; e negli ultimi tempi, non si permetteva nemmeno più di pensarlo. Il massimo che si concedeva era un maledizione a denti stretti
    Scalciando si liberò dal lenzuolo e imboccò il corridoio. Accolse il rumore dello scarico del cesso con un sospiro di sollievo: Tony non era ancora andato in cucina.
    Passò davanti alla porta del bagno proprio mentre la maniglia si abbassava. Scivolò in cucina e con una mossa rapida posò la tovaglia della colazione sul tavolo, poi aprì il pensile ed afferrò due tazze proprio mentre Tony varcava la soglia.
    Ovviamente non la salutò. Lei finì di disporre le cose per la colazione sul tavolo; solo in quel momento si rese conto che non aveva messo su il caffè. Afferrò la moka ed iniziò a caricarla, metre Tony si sedeva pesantemente sulla sua sedia, continuando ad ignorarla.
    - Cos’è qusta puzza? –
    Le prima parole della giornata di Tony la fecero sobbalzare al punto che la moka le cadde di mano, aprendosi e spargendo il caffè sul pavimento.
    Tony la guardò con disprezzo, ma la cosa non sembrava interessarlo più di tanto al momento: - Ti ho chiesto: cos’è questa puzza schifosa? Non la senti? –
    Erika cercò di controllarsi e si concentrò su quello che Tony le stava dicendo. In preda alla frenesia di preparare la colazione non aveva notato nulla. Annusò l’aria.
    Effettivamente la cucina era pervasa da un odore rancido, pesante, umido.
    Merda.
    Per la prima volta dopo anni, anche se solo pensandolo, Erika imprecò.
    C’era un’unica ed incontestabile spiegazione per quell’odore: era odore di cadavere in decomposizione. Nient’altro poteva puzzare in quel modo in quella cucina.
    Quello era l’odore di Ben in decomposizione.
    Doveva essere morto ed aveva già inziato a puzzare. Puoi sempre dire che non ne sai nulla, che non capisci come un cadavere sia finito lì, in fondo, come può dire il contrario?  Ma sei scema? Non ci crederà mai, e poi è un cadavere, non un gioco. Verrà la polizia, ci saranno indagini...
    - ...la spazzatura – il flusso di coscienza di Erika si interruppe sulle ultime parole di Tony.
    - La spazzatura – ripetè meccanicamente, non sapendo cosa dire, ancora con metà della moka in mano.
    - Ma sei cretina? – Tony iniziò ad alzare la voce – ti ho detto di buttare la spazzatura. Te ne sei dimenticata. Hai lasciato come al solito il sacchetto ad irrancidire. Vedi di muoverti, va’ –
    Erika si fiondò ad aprire lo sportello sotto il lavello, dove tenevano il bidone dell’immondizia. Appena aprì l’anta una zaffata di rancido la investì. Mai in vita sua averebbe mai pensato di accogliere con tanta gioia un simile odore.
    Di buon grado tirò fuori il bidone da sotto il lavello, pur essendo ancora in preda alle immagini di corpi putrefatti e decomposti nel tunnel dell’immondizia e di poliziotti che la interrogavano in merito, mentre Tony aspettava solo che se ne andassero per darle quello che si meritava.
    Fece il nodo al sacco nero ricolmo di spazzatura e lo estrasse dal bidone. Tony la fissava,come per assicurarsi che facesse tutto correttamente. Per quanto si disinteressasse totalmente a lei, non gli era sfuggito che quella mattina c’era qualcosa che non andava.
    Erika sentiva il suo sguardo addosso, benché fosse chinata sul sacco, intenta ad estrarlo dal bidone senza romperlo. Già una volta era successo che un angolo della busta si incastrasse e il sacco si squarciasse mentre tentava di estrarlo. Anche in quell’occasione Tony le aveva fatto capire che non aveva gradito e che non era il caso accadesse di nuovo. Una delle innumerevoli “lezioni di vita”, come le chiamava lui, che le aveva dato.
    Mentre aveva quasi finito, un pensierò la gelò: dove avrebbe messo il sacco? Nello scivolo dell’immondizia c’era Ben, non poteva buttarlo lì come al solito. Maledizione, maledizione, maledetto Ben, è tutta colpa tua. Cercò di prendere tempo fingendo di fare di nuovo il nodo al sacco, cercando di pensare ad una soluzione. Il problema era che non c’erano soluzioni. Il sacco era lì ed andava buttato. Quanto ti odio, Ben, è solo colpa tua, quanto ti odio. Tony continuava a fissarla; poteva sentire il suo sguardo sulla sua testa china.
    Oramai stava temporeggiando troppo, Tony di sicuro voleva la sua colazione, non avrebbe pazientato ancora a lungo. Con un gesto deciso estrasse il sacco dal bidone dell’immondizia.
    C’era solo una soluzione. Fece un mezzo respiro, sollevò il sacco e con aria noncurante si avviò verso la porta della cucina.

    Ben era ancora privo di sensi, o forse stava ancora dormendo, nel suo angusto rifugio. Iniziò lentamente a riprendere conoscenza. La prima sensazione che provò, riemergendo dalla nebbia che gli ottundeva le percezioni, fu la bocca secca. Ancora ad occhi chiusi – o forse erano aperti? Non sapeva dirlo, era buio – si passò un paio di volte la lingua sulle labbra. Fu come leccare un pezzo di creta secca: riarso e screpolato. Provò a schiarirsi la gola, ma senza risultato se non un forte dolore. I suoi arti erano sempre più intorpiditi, sarebbe stato impossibile muoversi se non dopo lunghi e lenti tentativi. Dalla vita in giù non sentiva più nulla. Girò leggermente la testa e si riaddormentò.

    - Cosa – stai –facendo? – Tony sillabò lentamentele parole, fissandola con occhi truci mentre lei gli passava accanto con il sacco.
    Erika si bloccò. Era finita, ma non poteva fare altro che continuare a recitare la sua parte. Maledetto Ben, mi hai messo in questa situazione, ed ora te ne stai al sicuro lì dentro, lasciandomi qui. Dannato Ben. Me la pagherai, fosse l’ultima cosa che faccio.
    Non potendo fare altro, si girò con aria innocente verso il marito: - Vado a buttare la spazzatura. Torno subito e ti faccio immediatamenteil caffè –
    Tony sospirò rumorosamente, come spesso faceva quandole doveva spiegare qualcosa, come se avesse a che fare con una povera ritardata che lui aveva la bontà di sopportare.
    - Non ti ricordi che hanno costruito lo scivolo apposta per evitare di dover scendere a buttare l’immondizia? Vedi di usarlo con quello che ci è costato. E cerca di non fare altri danni, che vorrei fare colazione, finalmente – poi, a voce più bassa, ma non troppo: - cretina.
    Erika annuì e si girò verso la parete in cui si apriva l’apertura dello scivolo. Maledetto Ben. Fece due lenti passi e si trovò davanti allo sportello. Posò la mano sulla maniglia. Ed improvvisamente seppe cosa era giusto fare.
    Non avresti mai dovuto mettermi in questa situazione, Ben. Io non volevo,sei tu che mi hai convinta; prima a vederci, poi a frequentarci, poi ad andare avanti. Io-non-volevo, ma tu hai insistito. E adesso mi hai messo in questasituazione. Hai idea di come ho passato questa notte? Di come sono stata? E di come sono stata ieri? Io-non-intendo-più-soffrire-così. È-solo-colpa-tua, e per colpa tua io non intendo stare così, rischiare tutto per te, che –non-fai-altro-che-nasconderti in quel buco.
    Girò la maniglia ed aprì lo sportello, risoluta come mai in vita sua.

    Il rumore dello sportello che si apriva e la luce che invadeva il suo buco lo svegliarono di botto. Per qualche istante rimase abbagliato, come investito da una luce divina. Fuori, nel mondo reale, era una bella mattina luminosa. Gli sembravano secoli che non vedeva la luce del sole. Finalmente lo tiravano fuori. Non gli interessava chi. Erika, Tony, chiunque fosse e qualunque cosa gli avrebbe fatto dopo non gli importava. Voleva solo uscire.
    Un’ombra comparve nel quadrato di luce delimitato dai bordi dello sportello. Impiegò qualche istante a mettere a fuoco. Era Erika.
    Il volto tirato, teso, pallido, incorniciato dai capelli scarmigliati e dalla luce del mattino che creava come un’aoreola intorno alla sua testa. Era evidente che non avesse dormito. La sua bocca era stretta, le labbra ridotte ad un sottile filo esangue.
    Nei pochi secondi in cui la vide, Ben percepì anche un’altra cosa: i suoi occhi, divenuti piccoli e freddi, erano animati da una decisione inamovibile. Lo fissava senza vederlo, con quel suo sguardo vacuo e gelido come quello di uno squalo.
    Questa fugace visione fu oscurata da un’enorme massa scura, che occupò l’intero vano dello scivolo e gli precipitò addosso. Prima che potesse fare nulla qualcosa di caldo ed umido lo colpì sul viso. Non fece in tempo a muovere le sue braccia intorpidite, che rimasero prigioniere sotto quella massa scura, non fece in tempo a gridare dalla bocca riarsa. L’enorme palla lo investì ed iniziò a premere sulla sua fronte, sui suoi occhi, sul suo naso, sulla sua bocca.
    In un secondo non riuscì più a respirare. La sua faccia era completamente premuta contro la plastica, e la pressione aumentava.
    Reso debole dalla lunga immobilità, dalla sete e dalla fame, prigioniero nel tunnel, le braccia intorpidite incastrate sotto la massa nera, non poteva sottrarsi a quel peso micidiale.
    Svenne di nuovo ed in breve tempo tutto fu definitivamente ed invariabilmente nero.

    Erika premette a fondo il sacco dentro il tunnel. Le sembrò di percepire qualche movimento dall’altra parte, ma forse era solo una sua impressione.
    Hai avuto quel che ti meritavi, Ben. O me o te, e tu non avevi il diritto di mettermi in questa situazione. La prossima volta ci penserai due volte prima di trascinare le brave persone nelle tue folli idee, per poi nasconderti come un topo.
    Quando aveva aperto lo sportello aveva temuto di vedere il volto di Ben, ma per fortuna era buio lì dentro e lei ovviamente non aveva dato tempo agli occhi di abituarsi all’oscurità. Non voleva vedere, voleva fosse tutto rapido ed indolore. Aveva immediatamente ficcato il sacco nel tunnel,  schiacciandolo il più dentro possibile, volendo bloccare una qualunque reazione da là sotto. Aveva tenuto le mani lì dentro un po’ più del necessario, premendo il più possibile, ben attenta che da fuori Tony non potesse notare niente. In realtà aveva spinto con tutte le sue forze, appoggiandosi con tutto il proprio peso.
    Aveva continuato a premere, come in trance, continuando a ripetere come un mantra maledetto Ben, te lo meriti Ben, finché suo marito, con tono scocciato, le aveva detto: - Non dirmi che si è otturato di nuovo – e poi, a mezza voce come suo solito – idea del cazzo questo scivolo, condominio del cazzo e abitanti del cazzo –
    - No, non si è otturato – Erika era scattata su, chiudendo lo sportello di botto. Un incubo era finito: quando Tony fosse uscito di casa avrebbe pensato come risolvere il problema. Una soluzione l’avrebbe trovata. Per ora l’importante era esser riusciti a ovviare al problema più immediato, impedendo a Ben di combinare danni. Ora non avrebbe più creato problemi a nessuno, quel maledetto.
    Quanto allo svuotare lo scivolo ci avrebbe pensato in un secondo momento; prima era stata una sciocca: ora che ci pensava lo sapeva che i cadaveri impiegano un bel po’ prima di iniziare a puzzare. Aveva tutto il tempo per liberarsi anche di quel problema.
    Si girò di scatto, sorridendo enormemente sollevata: - Ti preparo la colazione -

     
  • 27 giugno 2012 alle ore 16:37
    Soffocando Seconda Parte

    Come comincia: Le prime volte aveva ascoltato quelle conversazioni divertito, come si trattasse di folklore locale poi, da quando aveva iniziato a frequentare Erika, lo aveva fatto perché, seppur indirettamente, lo riguardavano, anche se sperava che il tutto rimanesse indiretto.
    A ripensarci la cosa che lo aveva colpito di più era chi raccontava quelle storie. Fosse stato lo stesso Tony a raccontarle, avrebbe potuto liquidarle come sbruffonate, cose dette per farsi grosso davanti a quella platea di poveracci; ma il fatto era che quelle cose non le raccontava lui, le raccontavano i suoi amici, e mai in sua presenza, con un tono non tanto di ammirazione, quanto di malcelato timore. Quello che emergeva era che quando Tony perdeva la testa, cosa alquanto semplice da far accadere, non rispondeva più delle proprie azioni.
    Merda. Non voleva diventare protagonista di uno dei racconti del bar della piazzetta.
    Se era vera anche solo la metà di quello che era successo ad uno che aveva tamponato in macchina Tony, cosa sarebbe successo a quello che se la faceva con sua moglie?
    No, la cosa migliore era aspettare. Prima o poi Tony sarebbe uscito di casa, che diamine. A quel punto sarebbe sgattaiolato fuori, esattamente come avrebbe dovuto fare quella mattina.
    Decise quindi di risalire, di riavvicinarsi a quei tre lati di quadrato di luce che indicavano la sua unica via di fuga.
    Poggiò i palmi  sul condotto, il più vicino al corpo, e provò a spingere.
    Non successe nulla, il suo corpo non si mosse.
    Era incastrato.

    Erika passò il resto del pomeriggio in camera, alternando pianti sommessi a disperazione quasi incontrollabile. Un paio di volte, sopraffatta dal terrore ed incapace di reggere l’angoscia, fu addirittura sul punto di andare di là e confessare tutto a Tony, sperando nella sua clemenza per la sua spontanea rivelazione. Solo all’ultimo istante, pensando alle conseguenze, si era fermata. Aveva anche provato a concepire una storia plausibile per giustificare la presenza di Ben nel condotto, ma nulla le era venuto in mente. Tony non era uno stupido, o almeno non così tanto, e del resto non c’era altra spiegazione accettabile che la realtà a quella situazione grottesca.
    Nei loro cinque anni di matrimonio Erika aveva imparato a temere Tony, come aveva temuto suo padre. Ed il timore si era trasformato in sacro terrore, esattamente come per suo padre, prima che un cancro se lo portasse via.

    Un’onda di panico gli serrò la gola, solo all’ultimo istante represse l’istinto di gridare. Le mani scivolavano lungo il condotto, incapaci di fare presa a sufficienza da farlo avanzare lungo il tubo di metallo. Il suo bacino era stretto dalla circonferenza del tubo come in una morsa da cui non era in grado di liberarsi. I suoi piedi invece fluttuavano nel condotto principale, troppo lontani da una superficie su cui puntarsi per spingere in avanti.
    Tese le mani in avanti, verso quel perimetro di luce che rappresentava la sua unica via di salvezza. Tese le braccia il più possibile, stendendo tutti i muscoli, ma riuscì solo ad arrivare a pochi centimetri dal coperchio del condotto. Non abbastanza per spingerlo o per fare presa sul bordo dell’apertura. Provò di nuovo, si tese ancor di più; ogni fibra del suo corpo spingeva verso quello sportello, i muscoli erano tesi come cavi sul punto di spezzarsi: gli sembrava di sentire ogni singolo filamento vicino alla rottura, le spalle gli facevano male, ma non servì a nulla: i suoi polpastrelli sfiorarono il metallo del coperchio, gli sembrò quasi di sentire il freddo della superficie, ma non era abbastanza per uscire da lì.
    Da solo non era in grado di uscire da lì.
    Iniziò a respirare profondamente, tentando di controllare i battiti del cuore, tentando di controllare i suoi pensieri che gli evocavano orribili idee di claustrofobia e soffocamento.
    Cercò di riflettere. Appurato che da solo non era in grado di risalire, era da vedere chi avrebbe potuto tirarlo fuori.
    Se avesse gridato ora, Tony avrebbe sentito. Se non era in grado di affrontarlo in condizioni normali figuriamoci in quel momento. Non era nemmeno sicuro che Tony lo avrebbe tirato fuori. Se era vero la metà di quello che aveva sentito al bar, sarebbe stato capacissimo di lasciarlo lì mentre escogitava cosa fare di lui; e prima di farla pagare a lui, di sicuro l’avrebbe fatta pagare ad Erika. Fu soprattutto quel pensiero a fermarlo: se avesse gridato, se avesse chiesto aiuto, sarebbe stato costretto ad assistere impotente al massacro di Erika.
    No, doveva aspettare. Prima o poi Tony sarebbe uscito di casa. O si sarebbe addormentato davanti alla tv. Allora Erika sarebbe venuta lì, avrebbe aperto lo sportello, lo avrebbe afferrato e lo avrebbe tirato fuori. Poi se ne sarebbe andato finalmente a casa.
    Dio, ci sarebbe voluto l’acido muriatico per levarli di dosso quell’odore.
    Era solo questione di tempo. Di aspettare e di avere pazienza. In fondo quel condotto non era tanto peggio di grotte in cui era stato, dove anzi c’era molta più umidità ed animali strani che si muovevano nel buio. Dalle fessure dello sportello e da sotto di lui passava senza dubbio abbastanza aria, non era in immediato pericolo di vita. Questo pensiero lo rasserenò e si dispose ad attendere nella sua tana di metallo.

    Erika uscì dalla camera solo verso sera, appena prima dell’ora di cena, in modo che Tony non avesse di che lamentarsi. Da tempo aveva imparato a prevenire i suoi desideri che, in fondo, erano piuttosto semplici.
    Per le otto e mezza la cena era pronta e Tony trovò il tempo di staccarsi dalla tv e sedersi alla tavola già apparecchiata, a pochi metri dallo sportello dello scivolo dell’immondizia.
    Erika non riusciva quasi a guardarlo in faccia. Durante tutto il pomeriggio aveva fatto in modo di non vederlo – cosa quanto mai facile visto che non si era alzato dalla poltrona se non per andare in bagno – ma ora che ce lo aveva di fronte era terrorizzata, quasi che lui potesse leggerle in faccia quello che aveva fatto. Mentre Tony si abbuffava, lei riuscì solo a piluccare un po’ di pane, desiderosa solo che lui se ne tornasse davanti alla sua tv e poi andasse a dormire.

    Non sapeva quanto tempo fosse passato. Si era accorto che del tempo era trascorso solo perché adesso filtrava molta meno luce dall’apertura. Era sera. Ed anche ora di cena, a giudicare dal vuoto allo stomaco che provava. Sentiva rumore di posate e piatti, evidentemente stavano mangiando. Il famigerato Tony era a pochi metri da lui.
    Non sentì una parola durante tutta la cena, solo rumore di stoviglie.
    E attese ancora, sperando che Tony si saziasse in fretta e se ne andasse a dormire, così che Erika potesse tirarlo fuori da lì.

    Tony se ne tornò davanti al suo televisore appena finì di mangiare, lasciando alla moglie l’incombenza di sparecchiare.
    Mentre si occupava della cucina, Erika continuava a lanciare occhiate allo sportello accanto al frigo. Doveva assolutamente tirarlo fuori da lì. Era già un miracolo che non avesse deciso di uscirsene per i fatti suoi, facendosi scoprire da  Tony; o che non si fosse messo ad urlare. Appena Tony si fosse addormentato lo avrebbe fatto uscire, e quell’incubo sarebbe finito. Non voleva più vederlo, non voleva più avere a che fare con Ben, che l’aveva messa in quella situazione. Mentre scuoteva la tovaglia lo maledisse silenziosamente, cercando di trattenere le lacrime: maledetto Ben, è tutta colpa tua. Non avrebbe mai dovuto cedere alle sue lusinghe, alle sue storie sul ti meriti di più, non può trattarti così; vi aveva creduto, ed ecco il risultato. Ora non voleva più vederlo. Era quasi tentata di lasciarlo lì, se non fosse che era pericoloso, così avrebbe imparato a coinvolgerla in certe cose.
    Sì, lo avrebbe fatto uscire, lo avrebbe accompagnato alla porta e non l’avrebbe più rivisto. Era finita, non voleva più avere a che fare con lui. Se solo avesse deciso tutto questo il giorno prima.
    Un altro attacco di pianto, soffocato appena in tempo. Le venne voglia di aprire lo sportello per dire  a Ben di starsene buono, che lo avrebbe tirato fuori, e che era tutta colpa sua e che non voleva più vederlo; se non fosse stato pericoloso glielo avrebbe gridato in faccia: è tutta colpa tua. Lanciò uno sguardo alla nuca di Tony, che spuntava dalla poltrona davanti alla tv. Era immobile, forse si era già addormentato. Fece un passo verso lo sportello. Guardò di nuovo la nuca di Tony.
    Posò la mano sulla maniglia. Era fredda, gelida quasi. Tony era sempre immobile.
    Senza staccare gli occhi dalla poltrona del marito iniziò a tirare lentamente lo sportello, piano piano, millimetro per millimetro.

    Ben si ridestò dal suo torpore. In quel condotto iniziava a fare dannatamente caldo. In più non beveva da quella mattina – aveva saltato il pranzo per andare da Erika direttamente da scuola – e solo in quel momento realizzava che la sua gola e la sua bocca erano riarse.
    Gli sembrò di vedere la lama di luce intorno allo sportello allargarsi, come se qualcuno lo stesse aprendo. Ma era una cosa così lenta che non ne era sicuro. Strinse gli occhi cercando di vedere meglio.

    Erika riuscì a distogliere gli occhi da Tony ed a guardare per un istante lo sportello. Lo aveva aperto di appena un dito, eppure le sembrava di essere lì da ore. Senza osare aprirlo di più – le sembrava cigolasse – cercò di guardare dentro. Era troppo buio. Vide solo nero. Come Ben, strinse anche lei gli occhi cercando di vedere meglio.
    Niente.
    Improvvisamente sentì lo scricchiolio della poltrona del salotto che gemeva sotto il peso di Tony. Le sembrò il cuore esplodesse. D’istinto chiuse di scatto lo sportello con quello che le sembrò un fragore incredibile e, a testa bassa e senza osare guardare verso il salotto, si girò verso il lavandino, fingendo di sistemare qualcosa.
    Sentì i passi di Tony avvicinarsi. In un attimo era accanto a lei. Erika lo guardò sottecchi, continuando a fingere di sciacquare un cucchiaio nel lavandino.
    Tony la ignorò e puntò deciso verso lo sportello dello scivolo dell’immondizia. Erika si sentì mancare. Evidentemente l’aveva sentita o vista armeggiare con quel coso, ed adesso stava andando a controllare. Era finita. Poteva solo gettarsi in ginocchio e chiedergli di perdonarla. Si aggrappò al bordo del lavandino perché le gambe molli non la reggevano più.
    Tony fece un altro passo verso lo sportello, poi aprì il frigorifero lì accanto.
    Erika si sentì invadere da un tale sollievo che le gambe le diventarono ancora più molli. Cercò di ricomporsi; prese uno strofinaccio ed iniziò ad asciugare il cucchiaio, con una cura che mai aveva usato. Tony afferrò una birra, richiuse il frigo, la ignorò e se ne tornò in salotto.
    Per quella sera era troppo. Non avrebbe fatto altri tentativi di comunicare con Ben finché non fosse stata più che sicura che Tony dormisse. Se non avesse avuto il timore che Ben uscisse di sua iniziativa o si mettesse ad urlare avrebbe anche atteso finché Tony non se ne fosse uscito di casa per andare al bar o da qualche altra parte.

    Appena finito di sparecchiare e pulire la cucina se ne andò a letto. Lo comunicò a Tony, che rispose con un mezzo grugnito senza nemmeno voltarsi. Non era infrequente che si addormentasse davanti alla tv e che solo molto tardi si trascinasse fino al letto, o che addirittura passasse tutta la notte a dormire lì.
    Erika non sapeva cosa sperare: se si fosse addormentato davanti alla tv per lei sarebbe stato più facile sgusciare fuori dalla camera da letto, ma poi lui sarebbe stato dannatamente vicino allo scivolo dell’immondizia. Tony aveva il sonno pesante, ma sarebbe stato un rischio enorme.
    Se invece fosse venuto a dormire in camera…Erika non sapeva se avrebbe trovato il coraggio di fare un qualunque movimento con lui lì accanto.
    Il tutto dando per scontato che Ben non facesse idiozie, che se ne stesse buono buono nel condotto, senza cercare di uscire o, ancor peggio gridare. Dio come lo odiava, come lo odiava. Gli sembrava un’eternità da che quella situazione si era creata. Ore infinite con quella spada di Damocle pendente sulla testa; ed il suo destino era nelle mani di quell’idiota.
    Questi pensieri, ovviamente, la tennero sveglia.
    Era nel letto immobile, con gli occhi spalancati da non sapeva quante ore, quando sentì passi in corridoio e la porta della camera aprirsi. Chiuse gli occhi e pregò che Tony si limitasse a buttarsi sul letto ed addormentarsi immediatamente. Così fu. Sentì il letto gemere sotto il suo peso ed il materasso inclinarsi verso di lui, dopo poco il suo respiro pesante e regolare rotolare nell’oscurità.
    Ed Erika attese.
    Attese per quanto non lo sapeva, ma attese, cercando di trovare il coraggio, cercando di convincersi che sarebbe stato facile: sarebbe scivolata fuori dal letto, avrebbe aperto lo sportello dello scivolo, avrebbe detto a Ben che poteva uscire, lo avrebbe accompagnato fuori e non lo avrebbe rivisto più. Tutto si sarebbe sistemato. Ma lo doveva fare subito.
    Anzi, magari se era fortunata Ben se ne era già uscito fuori. Magari il condotto era già vuoto e lei avrebbe dovuto solo constatare ciò, per poi tornarsene serenamente a dormire.
    Poi, silenziosamente, scivolò fuori dal letto. Si muoveva con lentezza studiata, trattenendo il fiato. Appena fu in piedi si girò verso il letto, dove il corpaccione di Tony formava una sagoma indistinta e minacciosa coperta dal lenzuolo che si alzava ed abbassava ritmicamente con il respiro.
    Solo sei passi fino alla porta della camera. Sei lunghi passi silenziosi, a piedi nudi. Ogni volta fermandosi per accertarsi che Tony non si fosse mosso, che continuasse a giacere nel suo sonno di pietra.
    Oltrepassò la soglia della camera da letto e fece un breve respiro, il primo da quando si era alzata dal letto. Altri cinque passi e fu sulla porta della cucina.
    Le sembrò di percepire un rumore, si bloccò gelata e tese l’orecchio, timorosa anche solo di girare la testa verso la  porta. Dalla camera da letto proveniva uno scricchiolio. Sentì le gambe farsi molli e si morse il labbro cercando di trattenersi. Non voleva nemmeno appoggiarsi al muro, per paura di fare rumore.
    Il cigolio cessò. Era solo Tony che si girava nel letto, in preda a chissà quale sogno.
    Il pavimento gelido della cucina le mandò un brivido dalle piante dei piedi nude. Non osò accendere la luce, ovviamente.
    Coraggio, quattro passi e ci sei si ritrovò a pensare stupidamente. Mai in vita sua avrebbe mai immaginato che sarebbe stato tanto difficile attraversare una stanza.
    Ma questa è l’ultima che mi combina, quell’idiota; il moto di stizza che seguì a questa affermazione distolse per un secondo la su attenzione da quello che stava facendo e le permise di arrivare allo sportello dello scivolo.
    Meglio sbrigarsi. La sua voce interiore era cresciuta molto nelle ultime ore. Non sapeva se rammaricarsi – poteva essere visto come il primo passo verso la follia – od esserne contenta – in fondo era pur sempre una voce amica.
    Afferrò il pomello dello sportello. Gelido.
    Iniziò a girarlo.
    Non successe nulla.

    Non sapeva quanto tempo fosse passato. Probabilmente si era assopito, ma non ne era sicuro. Per il torpore la parte del suo corpo dalla vita in giù era terra di nessuno. Non sapeva più nemmeno se aveva le gambe. Per un instante fu addirittura assalito dal timore che per un qualche strano motivo una paralisi potesse averlo colpito. Magari un trombo dovuto alla forzata immobilità gli aveva ostruito un’arteria e lentamente le sue gambe stavano morendo. Nella sua mente assonnata questo scenario gli apparve improvvisamente maledettamente plausibile e terrificante; di nuovo gli si serrò la gola e l’aria, sempre più rancida e rarefatta, gli sembrò all’improvviso venire risucchiata da quell’ultimo strozzato respiro che a stento riuscì a trarre dalla sua gola ridotta ad un pertugio dal panico. Il buio non lo aiutava di certo. Era come essere in un non lugo: poteva essere ovunque, ma anche da nessuna parte. Un nero così non lo aveva mai vissuto. Nemmeno nelle notti senza luna, nemmeno nelle grotte in cui era stato. Un buio così buio da sembrare inconcepibile: siamo così abituati ad avere almeno una fonte di lucecome punto di riferimento, uno spiraglio, per quanto esile, che il buio totale ci è totlamente estraneo. Così abituati a contare sulla vista, l’oscurità vera ci è sconosciuta: ce la lasciamo dietro quando chiudiamo la porta di una stanza, quando usciamo dalla cantina, dal garage, ma non siamo abituati ad esserci dentro. L’occhio vaga in quell’infinito nero alla ricerca di un punto di riferimento senza trovarlo, inutilmente. Non abbiamo idea di cosa ci sia intorno, per quanto ne sappiamo potrebbe esserci qualcun altro, e noi non ce ne accorgeremmo. Magari il suo viso è a pochi centimetri dal nostro e non lo sappiamo.
    Per l’ennesima volta si impose di stare calmo, ed in qualche modo riuscì a rallentare i battiti del suo cuore, a respirare di nuovo ed a muovere un poco le caviglie che, intorpidite, ripresero a funzionare come due vecchi ingranaggi arruginiti resi artritici dalla lunga immobilità.
    Gli sembrò di sentire un rumore, quasi un soffio. Ma non ci voleva contare. Troppe volte, quella notte, nel suo ossessionato dormiveglia, si era illuso che ci fosse un suono, un rumore, che Erika stesse venendo a tirarlo fuori. In quella fase di equilibrio tra il profondo sonno e la veglia, in cui spesso pensieri e realtà si fondono, più volte era stato sicuro che lo sportello si stesse aprendo; più volte si era convito che lei fosse finalmente venuta tirarlo fuori. Aveva addirittura fatto un mezzo sogno, di quelli che ti lasciano una impressione confusa quando ne esci; aveva sognato che lo liberavano. Ma a tirarlo fuori, assurdamente, non era Erika, ma Tony, che lo fissava con il suo faccione pericolosamente inespressivo ed inintelleggibile, pericolosamente ottuso, incorniciato dagli stipiti dello sportello.
    Sì, era per forza un sogno.
    La realtà, la sua realtà costituita da quei pochi centimetri di metallo che lo circondavano era solo buio e silenzio.
    Per l’ennesima volta il tempo non assunse alcun significato, e dopo secondi, minuti od ore gli sembrò di sentire un rumore. Non sapeva quanto fosse passato da quando si era svegliato, se era rimasto sveglio o se si era assopito di nuovo.  Non lo sapeva. Non sapeva più nulla.

    Erika si rese conto che non stava tirando la maniglia. La stava solo stringendo spasmodicamente, ma non la stava tirando. Si guardò un’altra volta intorno ed inziò a fare forza.
    Lo fece così lentamente che non sapeva dire se lo sportello si stesse aprendo davvero o meno. I suoi occhi si erano abituati all’oscurità, ma non c’era abbastanza luce per vedere se davvero lo stesse aprendo.
    Improvvisamente si arrestò, assalita dall’improvviso dubbio che Tony si fosse alzato dal letto. Senza osare staccare la mano dalla maniglia,come se un suo movimento potesse farla scoprire, rimase immobile, con il cuore che le batteva contro le costole, dopo che si era fermato per qualche istante al sentire il rumore.
    No, niente, nessun rumore.
    Maledetto, maledetto Ben. Era tutta colpa sua. Era colpa sua se era in quella situazione, se era lì terrorizzata, in balia di essere scoperta da Tony. Era tutta colpa sua. Ma l’avrebbe pagata. Oh, se l’avrebbe pagata. Non si mettono le persone in pericolo così. Lui era lì al sicuro nel tubo, ma con Tony era lei a doverci avere a che fare.
    In preda alla rabbia tirò con più decisione lo sportello e lo aprì di un apio di dita.
    Poi d’improvviso si accese la luce.

    No, il rumore c’era davvero, non se lo stava sognando. Alla fine aveva senso: di sicuro era notte. Forse Erika aveva trovato il coraggio di venire a tirarlo fuori finalmente. Tony dormiva in camera sua, lei poteva tirarlo fuori e quell’incubo sarebbe finito. Se ne sarebbe tornato a casa, nel suo letto comodo, morbido e pulito.
    E addio Erika. Anche se suona come un trito luogo comune che in certe situazioni in pochi minuti puoi conoscere di una persona molto più di quanto potresti conoscerla in anni di vita di routine, in quelle ultime ore quello che Ben aveva visto di Erika non gli era piaciuto per niente. La sua unica preoccupazione era che Tony la scoprisse, non che lui era intrappolato lì dentro.
    All’improvviso una lama di luce penetrò dallo sportello: qualcuno aveva acceso la luce.
    - Cosa ci fai in piedi? – la voce di Tony, per quanto impastata di sonno, gli gelò il sangue.
    Ora era davvero fottuto

     
  • 27 giugno 2012 alle ore 16:35
    Soffocando Prima parte

    Come comincia: Il ronzio violento del citofono li risvegliò dal torpore post coito.
    Lei saltò su, come punta da uno spillone. Ben, ancora intorpidito, socchiuse appena gli occhi. Quello che vide in quelli di lei lo svegliò del tutto: vide terrore puro, come mai ne aveva visto.
    - Oddio è già qui – squittì Erika con una voce così stridula da essere quasi un cigolio. Un istante dopo era già in piedi, mentre cercava di vestirsi.
    - Forse potremmo provare a parlargli, alla fine è da un po’ che… –
    Erika smise di dibattersi cercando di infilarsi i pantaloni  - in preda al panico non si era accorta che erano ancora allacciati – e lo fissò con uno sguardo allucinato: - Ma sei impazzito – quasi gridò – ma hai idea di cosa potrebbe fare? Devi andartene subito.
    Ben scese dal letto ed iniziò anche lui a recuperare i propri vestiti. Erika intanto si lanciò al citofono, infilandosi la maglietta sulla soglia.
    - Chi è? –
    - Finalmente, chi vuoi che sia? – voce resa ancor più ruvida dalla distorsione del citofono.
    Lei aprì.
    Ben notò, mentre si allacciava le scarpe, che le mani gli tremavano. Cercò di convincersi che non era per niente spaventato, che la voce sentita, che saliva roca da piano terra, non lo aveva turbato.
    Cazzo, sarebbe dovuto tornare solo domani. Cazzo, cazzo.
    Finì di vestirsi ed uscì dalla stanza. Erika era nello stretto corridoio, vicino alla porta d’ingresso. Si girò di scatto: - Gesù, quanto ci hai messo. Ora non c’è più tempo –
    Lui rimase interdetto: - Cosa vuoi dire? –
    - Che lui sta salendo – quasi gridò lei in preda ad una mezza crisi isterica – non posso rischiare che ti veda uscire da qui. Devi nasconderti -
    Ben rimase interdetto: - Guarda che posso ancora scendere le scale –
    - NO, l’ascensore è rotto,anche lui starà salendo le scale. DEVI NASCONDERTI –
    Si avventò verso di lui ed iniziò a spingerlo di nuovo verso l’interno della casa, lontano dall’ingresso, da cui stava per entrare lui, ovvero il marito di Erika.
    Ben ed Erika si erano conosciuti circa sei mesi prima. O meglio, abitando nello stesso palazzo di vista si conoscevano da sempre, ma solo sei mesi prima si erano parlati più del solito buongiorno e buonasera. Fino ad allora, infatti, lui era semplicemente stato l’inquilino del terzo piano, lei quella del quinto.
    La loro storia, se così può chiamarsi, era iniziata quasi per caso, da un problema alla lavatrice che Ben si era offerto di ripararle visto che il marito di lei, camionista – autotrasportatore preferiva farsi chiamare lui – era fuori città, e lo sarebbe stato ancora per un po’.
    Avevano iniziato a vedersi regolarmente, aiutati dalle frequenti assenze di Tony, il marito appunto. Ma benché la sintonia e la confidenza tra loro fosse in costante aumento ad ogni incontro, c’era una cosa che Ben non era riuscito a scalfire: il folle terrore che lei aveva nei confronti di Tony.
    Fin dall’inizio, quando Ben era entrato in casa sua per aiutarla con la lavatrice, aveva percepito questa cosa: di tutto poteva parlarsi, fuorché di Tony. Ben aveva accennato poche volte all’argomento, all’inizio per caso, poi incuriosito dalla sua reazione, ma vi aveva rinunciato: l’argomento Tony era tabù. L’unica cosa certa che poteva dire era che Erika era letteralmente terrorizzata da lui. Non avendone quasi mai parlato non poteva comprendere le cause di questo terrore, anche se i lividi che aveva trovato spesso su di lei gli davano una buona ragione di quella paura.  Aveva anche provato a chiederle di quei segni ma lei, com’era prevedibile, aveva biascicato scuse improbabili per poi cambiare imbarazzata argomento.
    Ben era addirittura sorpreso che fosse riuscita a mettere da parte il terrore che le incuteva il marito ed a lasciarsi trascinare in quella che diventava sempre più una relazione stabile.
    A Ben Erika piaceva ogni giorno di più. Aveva iniziato senza alcuna pretesa, senza alcuna aspettativa, ma ogni giorno che passava si rendeva conto di desiderarla sempre di più, di volerla solo per sé.
    E questo implicava il dover affrontare il terribile Tony. Ben non lo aveva mai visto, se non in qualche foto in casa. Era un uomo massiccio, con una pancia prominente ma che si intuiva solida - muscoli inguainati nel grasso - si era ritrovato a pensare e che non sembrava avere problemi a  menare le mani.
    Ma il panico che stava vedendo negli occhi di Erika mentre lo spingeva nel corridoio cancellò ogni sua velleità di affrontare il misterioso marito.
    - Devi nasconderti, devi nasconderti – continuava a ripetere Erika.
    - Sì, ma dove? –  provò a farla ragionare lui.
    - Non lo so, non lo so – squittì lei sull’orlo delle lacrime.
    Ben pur assecondandola cercò di prendere in mano la situazione: - Nell’armadio? Nel ripostiglio? –
    - No, no, potrebbe aprirli. Sotto il letto non ci stai…Gesù, quello ci ammazza -
    Erano tornati quasi in fondo al corridoio: di fronte a loro la porta della camera da letto, alla loro sinistra quella della cucina. A Ben sembrava quasi di sentire Tony ansimare sulle ultime rampe di scale.
    Poi ebbe un’idea: - Mi infilo nello scivolo dell’immondizia  -
    Lei lo fissò interdetto: - Ma ci passi? –
    - Proviamo –
    Ben entrò in cucina. Il sistema di scivoli per l’immondizia, che era stato costruito di recente, permetteva a tutti i condomini di buttare i sacchi in un’apertura nel muro in cucina, che attraverso un tubo li portava nelle cantine dove c’erano i cassonetti.
    Ben aveva supervisionato incuriosito i lavori fatti, e più volte si era chiesto se una persona ci sarebbe potuta passare. Era uno speleologo dilettante, tante volte si era infilato in grotte e caverne anguste, sfidando la claustrofobia. Ora era giunto il momento di vedere come se la sarebbe cavata in un contesto urbano.
    Lo sportello dello scivolo si apriva accanto alla porta del balcone, un quadrato di circa quaranta centimetri di lato.
    Erika lo aprì: - Muoviti – gli disse, secca.
    Ben rimase allibito: a parte l’iniziale stupore, che in realtà era solo chiedersi se ci sarebbe passato o meno, non si era nemmeno posta il problema se fosse sicuro o meno, se corresse il rischio di rimanere incastrato o peggio. In quel momento voleva solo liberarsi di lui, che percepiva come un peso ed un pericolo per la propria esistenza.
    Ben sospirò. Finito tutto ciò avrebbe affrontato seriamente l’argomento Tony con tutti gli annessi e connessi.
    - Muoviti per Dio – berciò lei, con lo sguardo che saettava dallo sportello che teneva aperto alla porta della cucina.
    Ben si avvicinò. Il buco era oscuro ed emanava un odore di immondizia, ma meno intenso di quando si sarebbe aspettato.
    Infilò prima una gamba, poi l’altra. Con cautela si lasciò scivolare. Il bacino passò attraverso l’apertura e lui si girò a pancia in giù. Ora sporgeva con il busto dall’apertura, come un grottesco pupazzo a molla uscito dalla scatola.
    - Muoviti, muoviti – sembrava quasi che si stesse trattenendo dallo spingergli giù la testa con entrambe le mani, a costo di soffocarlo.
    Soffocare, che brutta parola.
    Dimenandosi un poco riuscì a scivolare ancor più all’interno. Il condotto era largo abbastanza, in pendenza verso il basso. Ora spuntavano solo le spalle.
    E se rimango incastrato così? Si chiese in un lampo di terrore gelato. Il buon Tony avrebbe voluto sapere cosa ci faceva un uomo incastrato nel suo condotto dell’immondizia.
    Scacciò quel pensiero, puntò le mani e si spinse ancor più giù. Questa volta sparì del tutto dentro l’apertura. Un istante dopo che la sua testa aveva passato il bordo sentì il campanello della porta.
    Evidentemente Erika non l’aveva aperta. Per fortuna la casa era al quinto piano e tutte quelle rampe di scale a piedi erano lunghe da fare.
    - NON MUOVERTI da qui finché non torno a prenderti io, che sarò sicura che puoi uscire – gli sibilò con voce resa stridula dal terrore, ma in cui Ben percepì una nota di ordine inappellabile e perentorio.
    Erika richiuse lo sportello e si lanciò ad aprire, senza dare nemmeno un ultimo sguardo dentro il condotto.
    Ben si ritrovò nell’oscurità più totale.
    A quanto aveva visto durante i lavori, i condotti erano costituiti da un tratto in pendenza, lungo circa un metro e mezzo, che collegava l’apertura nella cucina con il condotto principale, più largo, che era verticale e che terminava nelle cantine.
    L’idea di Ben era quella di scivolare lungo il condotto in pendenza e giungere fino a quello verticale. Da lì, puntando i piedi si sarebbe potuto calare lentamente, come alcune volte aveva fatto nelle grotte.
    Oppure attendere finché Tony se ne fosse andato per uscire da dove era entrato. Ora doveva solo aspettare che gli occhi si abituassero all’oscurità.

    Erika andò ad aprire.
    Tony era appoggiato allo stipite della porta, ancora ansimante per le scale che aveva dovuto salire. Ma smise di sbuffare appena la vide: - Ce ne hai messo di tempo ad aprire –
    Lei ovviamente non gli fece notare che si sarebbe potuto portare le chiavi. Si limitò ad uno scusa a mezza voce.
    Lo precedette nel corridoio. Lui abbandonò accanto alla porta la piccola borsa che si portava quando faceva viaggi che duravano più giorni, il che accadeva piuttosto spesso.
    Varcò la porta che dal corridoio dava nel piccolo salotto; era una stanza sovraccarica di arredamento e soprammobili di poco prezzo, tutti accuratamente posizionati nei loro centrini di pizzo bianco. Al centro troneggiava un’enorme televisione nera, di fronte alla quale stava una poltrona di pelle, su cui si lasciò cadere Tony, con un sospiro. Alle sue spalle un’altra porta collegava il salotto con la cucina. Pochi metri dietro lo schienale della sua poltrona preferita si nascondeva Ben; e se Tony si fosse girato avrebbe potuto vedere lo sportello dello scivolo dell’immondizia, accanto al frigorifero.
    - Come mai già di ritorno? – chiese Erika in un tono che cercò di essere il più possibile casuale, ma risultò solo forzato.
    Tony arrestò per un istante la ricerca del telecomando e la fissò socchiudendo gli occhi: - Non hai saputo niente? –
    Erika si sentì gelare, senza sapere esattamente perché: - Cosa avrei dovuto sapere? – domandò cautamente, quasi a se stessa oltre che a lui.
    Tony sospirò, come uno costretto a spiegare ovvietà ad un ritardato:- La compagnia è fallita – disse semplicemente. Poi ricominciò a cercare il telecomando.
    Erika rimase interdetta. Questo proprio non se l’aspettava; così, senza pensarci, chiese: - Che compagnia? Quella di trasporti? –
    Tony si fermò di nuovo, guardandola allibito, con un’espressione che assumeva quando lei diceva qualcosa che a suo parere era estremamente stupido; di solito il seguito non era piacevole.
    - Esatto, proprio la compagnia di trasporti per la quale lavoravo –
    - Ecco perché sei tornato prima –
    - Esatto. Avrei dovuto fare altre consegne e tornare domani, ma ho scoperto che non avevano i soldi per pagarci, quei vermi. E col cazzo che lavoriamo gratis. Quindi abbiamo deciso di tornarcene tutti a casa…ora se vuoi lasciarmi in pace…sono piuttosto stanco, come puoi intuire –
    Erika raccolse il coraggio a due mani e domandò in un soffio: - Ma troverai un altro lavoro? –
    In realtà il significato della domanda era: per quanto ancora rimarrai a casa? La sua mente continuava a correre a Ben nel condotto. Aveva il terrore che decidesse di uscire, o che si facesse sentire in qualche modo o che facesse qualche sciocchezza del genere. La sua vita era nelle mani di quell’idiota nel condotto.
    Si aspettava che Tony desse fuori da matto e le urlasse contro, che non erano affari suoi, magari sottolineando il concetto con qualche schiaffo, ma aveva finalmente trovato il telecomando e quindi le rispose con voce assente, mentre faceva scorrere i canali: - Non lo so…Bob mi ha detto che forse conosce qualcuno…vedrò nei prossimi giorni –
    Erika si ritenne soddisfatta – e fortunata – di quella risposta e batté in ritirata.
    Fece una rapida ispezione della casa, sempre con l’orecchio teso al salotto ed alla cucina, per vedere se c’era qualche traccia in giro della presenza di Ben, ma non ne trovò.
    Oramai erano quasi le cinque, ed era abbastanza sicura che prima di cena Tony non si sarebbe scollato dalla  tv, la prima cosa che aveva comprato appena aveva avuto abbastanza soldi, pagandola a rate. Lei non poteva nemmeno avvicinarsi a quella tv. Per lei c’era quella in cucina, senza programmi a pagamento ovviamente.
    Solo una volta aveva provato ad usarla, ma aveva premuto qualche tasto che aveva fatto saltare la sintonia dei canali. Quando Tony era tornato aveva fatto in modo che le passasse qualsiasi ulteriore velleità di toccare l’elettrodomestico.

    Dal suo fetido nascondiglio Ben sentì l’arrivo di Tony. Sentì che parlava con Erika, ma non riuscì a distinguere le parole.
    Udì qualche movimento, poi un rumore sommesso e continuo che poteva essere solo quello della tv. Sapeva che quello era l’unico interesse di Tony quando era a casa. Erika gliene aveva accennato la volta in cui aveva incautamente provato ad accenderla. Gli aveva praticamente strappato il telecomando dalle mani, dicendo che solo Tony la usava e che lei non la toccava per paura di romperla. Ben aveva provato ad obiettare all’assurdità di quel timore, e lei aveva provato a giustificarsi, cambiando in realtà discorso narrandogli di come suo  marito passasse tutto il suo tempo sulla sua poltrona e di come avesse il più completo pacchetto pay tv disponibile. Pensò quindi che Tony fosse sufficientemente distratto da  non fare caso a qualche piccolo rumore che provenisse dallo scivolo in cui era nascosto lui.
    Ora che i suoi occhi si erano abituati all’oscurità riusciva a scorgere tre segmenti di luce che delimitavano lo sportello chiuso poco sopra di lui. Volendo avrebbe potuto spingerlo per aprirlo, ma non era il caso. In fondo lo divertiva quasi quella situazione: farla in barba al rozzo Tony, passandogli praticamente sotto il naso, grazie alle sue abilità di speleologo. Ora però era il caso di muoversi. L’aria iniziava a scarseggiare e l’odore non era certo dei migliori.
    Con cautela poggiò i palmi sulle pareti del tubo e si sospinse lentamente verso il basso. Dopo che era sceso di circa una trentina di centimetri sentì che i piedi e poi le gambe non poggiavano sui nulla. La parte posteriore del suo corpo era sbucata nel tubo principale.
    Quello che successe dopo però non se lo aspettava: i suoi piedi toccarono immediatamente la parete del condotto verticale. Evidentemente quest’ultimo era molto più stretto di quanto si aspettasse, o quanto meno il condotto in cui era lui si congiungeva con quello verticale con un angolo così stretto da impedirgli di passare.
    Si impose la calma, ma percepì subito la morsa del panico stringergli la gola. Improvvisamente gli sembrò che l’aria nel condotto si fosse ulteriormente rarefatta e che lo sportello dal quale era entrato, che era solo a circa un metro dai suoi occhi, fosse lontano chilometri.
    Fece un paio di profondi respiri di aria fetida e cercò di rallentare le pulsazioni. Gli sembrava quasi che il cuore sbattesse direttamente sul metallo.
    Mosse lentamente le gambe, cercando di tastare con i piedi il condotto verticale, per capire quanto largo fosse.
    La ricostruzione mentale che ne fece non fu consolante: il condotto era grande appena dal suo ginocchio – che sfiorava il bordo dello scivolo in cui era lui – alla punta della sua scarpa, che toccava la parete verticale del tubo. Era quindi grande più o meno come quello in cui si trovava, con la differenza che per passare in esso lui doveva piegarsi, cosa che non era in grado di fare dalla posizione in cui era.
    Altro panico, come qualche volta aveva provato durante una discesa speleologica, o durante un’immersione subacquea in una grotta. Quel panico che ti fa fare pensieri irrazionali come non uscirò mai da qui o mi manca l’aria anche se non è vero o voglio uscire subito da qui anche se farlo sarebbe più pericoloso che rimanere fermi.
    Il puzzo che saliva dal condotto divenne insopportabile, ed appena gli venne in mente che avrebbe potuto fargli lacrimare gli occhi, puntualmente gli occhi iniziarono a bruciargli. Si passò una mano sulle guance per asciugarsi le lacrime, ma immediatamente si bloccò, pensando che le mani avevano strisciato lungo tutto il condotto in cui normalmente passava la spazzatura.
    Spazzatura la parola gli fece venire in mente sacchi fetidi e bagnati, colanti disgustosi viscidi umori, pieni di bucce d’arancia, rimasugli di verdura e frattaglie di pesce.
    Si morse il labbro finché non recuperò il controllo, finché non fu sicuro che un istante di più di pressione glielo avrebbe tranciato di netto.
    Si impose di analizzare la situazione. Era ovvio che più giù non poteva scendere: non poteva passare nel condotto principale. La sua unica speranza era risalire. Ma cosa lo attendeva di sopra?
    Tony.
    Non conosceva Tony, non lo aveva mai visto se non in una foto in casa e forse qualche volta al bar del quartiere, ma il terrore puro che aveva visto negli occhi di Erika quando lui aveva suonato – quanto tempo prima? Un minuto, un’ora, non sapeva dirlo con precisione. Gli sembravano fossero passati secoli da quando era nel letto con lei – non lo aveva lasciato indifferente come cercava di convincersi. Era ovvio che lei era terrorizzata da suo marito.
    Provò a pensare che il fatto che lei fosse terrorizzata non fosse una buona ragione per esserlo anche lui: in fondo era facile picchiare una donna, ma da pari a pari era tutta un’altra cosa.
    Poi pensò meglio ai valori in campo: nell’angolo destro, in calzoncini blu, Ben, lo sfidante. Settanta chili scarsi, insegnante di liceo, appassionato di speleologia e minerali, nessun incontro all’attivo dai tempi delle elementari (ed anche allora non era certo un avversario degno di questo nome).
    Nell’angolo opposto, in calzoncini rossi il campione, Tony: centoventi chili abbondanti, camionista con esperienza di meccanico di camion, decine di incontri all’attivo, almeno uno a settimana secondo le voci, quasi tutti vinti per K.O., nessuna remora per i colpi bassi  e nell’utilizzo di armi improprie, in particolare la chiave inglese.
    Forse lo scivolo per il momento era più sicuro.
    In realtà, anche se non aveva mai incontrato Tony, ne aveva spesso sentito parlare.
    Il bar del quartiere non era un posto che frequentava volentieri, ma faceva un buon caffè e spesso ci capitava.
    Si trovava nella piazza circondata dai palazzi di edilizia popolare periferica, a pochi passi da dove abitavano tutti e tre.
    Vi si trovavano i classici avventori del bar di periferia. Oltre agli anziani che discutevano del tempo buttando giù un bianchino dopo l’altro, quelli che discutevano di sport con il giornale aperto sul frigo dei gelati, i due o tre maniaci del videopoker che inconsapevoli di avere un serio problema, o forse proprio perché ne erano consapevoli, non parlavano mai con nessuno, c’era il variegato gruppo dei lavoratori: operai, meccanici, camionisti, il salumiere, il barbiere…tutta  gente che la madre di Ben avrebbe definito sinteticamente un branco di poveracci. Ben non era di quel quartiere periferico. Vi si era trasferito perché la cattedra che gli era stata assegnata – la prima della sua carriera – era nell’istituto tecnico locale. Aveva quindi affittato una casa lì.
    Tony faceva dunque parte del gruppo dei poveracci. Tutta gente normale, a parte qualche testa calda sempre pronta al menare le mani anche per futili motivi, soprattutto dopo qualche birra di troppo. E Tony faceva parte anche di questo sottoinsieme, anzi Tony era la testa calda.
    Più volte aveva sentito raccontare di come aveva sistemato questo o quello, di come aveva minacciato quell’altro al punto che adesso la vittima si scappellava ogni volta che lo vedeva e cose simili.