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Racconti di Francesco Sciortino

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  • 07 dicembre 2005
    Pao-Pao

    Come comincia:

    Molto molto lontano da ogni rotta battuta, a sud-est delle Turchesi ed ancor oltre le pur remote Islas Nebulosas, proprio là dove s'incontrano - dopo aver traversato due diversi oceani - la corrente calda formatasi nel Golfo di Tendreza e quella fredda che risale dalla Fossa d'Aspritates, sorge solitaria l'isola di Pao-Pao.

    Al marinaio che abbia sconsideratamente osato avventurarsi per quell'impervio tratto di mare (o che, più probabilmente, vi sia stato trasportato da un susseguirsi di violente tempeste cui non abbia potuto opporre sufficiente resistenza) e che, al termine d'una ennesima notte trascorsa a scrutare insolite costellazioni, comincia appena ad intravederla ancora avvolta nella lattiginosa foschia dell'alba, essa appare quale un incredibile miraggio.

    Dalla calma distesa d'acqua che la barca portata da una brezza leggera (dolce carezza alle sue affaticate vele) ora fende dolcemente -limpida acqua che, non ancora raggiunta dai raggi del sole, si veste d'una luminosità madreperlacea che ne rende irreale l'aspetto - emerge soffusa di vapori diafani un'immagine granitica che la memoria, seppur controvoglia perché vi vede un inganno smaccato, non può fare a meno di riconoscere: un gigantesco corpo di fiera statuariamente accucciata che un'altera testa di donna completa. Per un attimo il navigatore dubita dei propri occhi, affaticati dall'incessante scrutare al di là delle onde, o della propria ragione, provata dai lunghi monologhi della solitudine.

    Ma il primo raggio del sole che ora si leva sull'orizzonte già svela l'incongrua immagine per quel che essa è, scomponendola rapidamente in una serie di creste rocciose e verdi valloni, oscuri dirupi e morbidi pendii, balze rigogliose e aridi pianori, il cui bizzarro concatenarsi, sotto una luce ancora opaca e priva di colore, aveva creato l'assurda illusione. L'inganno in cui i sensi travisati lo avevano tratto, ora svelato, strappa al marinaio un lieve sorriso, il primo dopo lungo tempo.

    Egli percorre quindi, tutte le vele al lieve vento ed in gola l'ansia dell'approdo su questa terra inattesa e misteriosa, l'ultimo tratto di mare scivolando sul cristallo dell'acqua che il sole rende abbacinante, e dà fondo all'ancora in una delle piccole cale riparate e tranquille che qua e là s'aprono fra le dirupate scogliere contro cui la risacca di lontane tempeste infrange le sue lente ma possenti ondate come massicci colpi di maglio, che la dura roccia ad esse apparentemente insensibile sbriciola in sbuffi e rivoli di spuma. Può infine il navigatore, l'imbarcazione al sicuro, mettere piede a terra.

    La soffice sabbia candida, sottile e leggera, che accoglie i suoi piedi induriti dal ruvido ponte della barca cui da sí lungo tempo erano avvezzi, lo invita a lasciarsi andare, a deporre su quella spiaggia accogliente tutto il suo corpo indolenzito dalla lunga lotta con gli elementi primevi dalla forza immane e indifferente che della vita in mare sono i padroni assoluti. Il dolce tepore che la sabbia comunica alle sue membra sembra a poco a poco dissolvere la ruggine con cui il salino è andato incatenandone le articolazioni, ed i muscoli, che venti ed onde cui resistere senza sollievo di tregua avevano contratto fino a privarli quasi d'elasticità, si distendono lentamente, rassicurati dall'accogliente sostegno della terraferma.

    Sarà quindi con passo leggero che il marinaio - quando più tardi il senso di benessere animale che lo ha pervaso verrà sopraffatto dalla prepotente curiosità di esplorare, di conoscere meglio questo posto la cui prima immagine ancora lo turba - si accingerà a risalire il pendio che dolcemente degrada fin sulla spiaggia ove è approdato.

    La salita però, agevole all'inizio, su un suolo morbido ed elastico ricoperto d'un fitto tappeto d'erbe verdeggianti da cui s'innalzano tremuli steli coronati da diafani petali azzurrini, si va facendo rapidamente più erta e più aspra.  Ruvide rocce emergono con sempre maggior frequenza dal manto erboso, e qua e là infidi crepacci si aprono fra la vegetazione che diventa cespugliosa, costringendolo ad un procedere non più sicuro e disinvolto ma cauto e tortuoso. Ora già ha bisogno di aiutarsi con le mani a superare i massi  che gli sbarrano la via, a districare cespi di rovi che non gli è possibile aggirare. Il pendio su cui s'era avventurato con passo agile è ormai divenuto una gola stretta e disagevole, dalle pareti inaccessibili, che consente di avanzare solo a fatica e con rischio.

    Ma il navigatore è aduso ai repentini mutamenti di situazione, all'imprevedibile susseguirsi della bonaccia piatta alla tempesta appena allontanatasi verso l'orizzonte o all'assalto della raffica che senza sintomi premonitori squarcia rabbiosa le vele leggere spiegate all'aliseo gentile, o ancora all'onda immane che inattesa sorge da un mare appena increspato, e sa che tutto ciò ha comunque sempre una causa, prossima o lontana, in fondo agli oscuri abissi o nei cieli di là dall'orizzonte. Egli non si stupisce del variegato carattere della terra su cui sta avventurandosi. Si dice che la natura vulcanica dell'isola deve aver provocato successivi sconvolgimenti nella sua struttura, che ne hanno reso così mutevole il tessuto, suppone che il contrastante influsso delle due diverse correnti che ai suoi fianchi s'intrecciano e si scontrano debba creare bizzarre nicchie climatiche, immagina che i venti che ora sembrano accarezzarla dolcemente possano talvolta, esaltati da lunghe libere galoppate su questi mari deserti, avvinghiarvisi violenti e squassarla da cima a fondo. E quindi, imperturbato, prosegue nell'ascesa, sentendosi ancora colmo del vigore e della vivacità da poco recuperati e spinto dal fascino della scoperta. Da tale fascinazione l'intera sua vita è stata plasmata, vita senz'altra meta che ciò che ogni orizzonte cela e promette.

    Ed ecco che già in lontananza cominciano ad intravedersi voli d'uccelli e ad avvertirsi un sentore d'acque correnti e di fresca vegetazione. Dopo soltanto pochi passi ancora gli si offre infatti allo sguardo il gaio spumeggiare d'un ruscelletto che si precipita sonoro giù per il ripido costone sul cui versante esterno il marinaio s'era inerpicato. L'acqua limpida scende serpeggiando poi per una valle fino a slargarsi in un minuscolo lago cristallino che una densa vegetazione cinge di ricche fronde, fra cui innumerevoli volatili volteggiano riempiendo l'aria di suoni e di colori. Il marinaio-esploratore ora si trova ad avanzare in una prateria alta e folta, che grandi alberi chiazzano d'ombre fresche. Ciuffi di grandi fiori scarlatti e turchini, candidi o vermigli s'aprono qua e là, fra le erbe o fra le fronde, e i profumi penetranti che da molti di essi emanano stordiscono quasi il navigatore le cui nari, da gran tempo assuefatte al costante assalto dello iodio marino, s'erano disavvezze a tale moltitudine di sensazioni ed alla loro terrestre carnalità.

    Sulla sponda del lago, sotto un immenso albero la cui chioma scende quasi fino a terra, a formare una sorta di capanna cui la luce filtrata ora dal verde delle foglie ora dal rosso dei fiori che ne ricoprono interi rami dà un'apparenza di cattedrale, l'esploratore si lascia cadere sul suolo morbido e fresco, a gustare oltre che il meritato riposo dopo la dura arrampicata tutte le delizie che i suoi sensi gli offrono in tale profusione.

    Il riposo è di breve durata. La voglia d'andare più avanti lo riprende, di veder oltre, di scoprire cos'altro ha in sè la terra su cui s'è avventurato. Un tuffo nell'acqua limpida, un brivido giù per la schiena quando la liquida frescura accoglie il suo corpo, ed in poche lente bracciate la sponda opposta è raggiunta. Quasi con rimpianto ora emerge dal dolce abbraccio delle acque ma, spinto dal desiderio di sapere cosa gli riserva ancora la sua conquista, si rimette in cammino ancor grondante.

    A passo leggero e spedito egli attraversa la valle rigogliosa, che nuove alture chiudono verso cui il marinaio si dirige, immaginando al di là da esse di rivedere prossima l'azzurra distesa del mare. Pieno di baldanza affronta la nuova arrampicata, ma quella baldanza l'ascesa sotto un sole ormai alto, svaporata anche l'ultima goccia dalla sua pelle, trasforma presto in caparbia volontà di non cedere dinanzi alla difficoltà. La sommità dell'altura d'altronde non è lontana. Ancora uno sforzo, mentre adesso sono gocciole di sudore ad imperlargli la fronte, ed infine la cima è raggiunta.

      Ma di là da essa è un mare di pietre che si stende sotto i suoi occhi, un'arida pianura di polvere, ciottoli e macigni. Non un filo d'erba la grazia, non un albero promette un attimo d'ombra. Pigri mulinelli di pulviscolo grigiastro si levano di tanto in tanto, che intorbidano l'aria al punto da impedire di scorgere ove la desolata distesa abbia fine. Lo sguardo del navigatore rimane attonito dinanzi a tale imprevista visione, la cui immota durezza lo sconvolge. Egli sa affrontare la furia degli elementi, ma a questa immobile avversità sente di non sapere come confrontarsi. Sorge in lui l'irritazione per essersi lasciato andare a questa esplorazione senza un attimo di riflessione, per essersi avventurato ciecamente come attratto da un irresistibile canto di sirene.

    Si volge a guardarsi indietro, scruta a destra e sinistra per vedere se può indovinarsi una qualche via che possa rapidamente ricondurlo sulla costa, donde certamente gli sarà poi facile tornare alla sua barca. L'aria arroventata che si leva dalla petraia quasi lo stordisce. Lo stanco e avvilito marinaio si sente come prigioniero di questa terra che lo ha attratto nel proprio seno, lontano dal suo elemento ed indifeso, per svelargli infine un cuore di arida roccia. E vorrebbe gridare, vorrebbe lanciare un urlo che le squassi, queste rocce, affinché il mare possa ingolfarvisi e venire a salvarlo.

    Eppure l'idea di abbandonare l'impresa non riesce ad imporsi. Il ricordo della dolce vallata fiorita ricca di aromi e di cinguettii, del fresco laghetto cristallino cui il suo corpo si era abbandonato, della spiaggia dalla soffice sabbia ove il riposo era stato così pieno e ristoratore, il vivido ricordo di tutto questo lo spinge tuttavia a non rinunciare a scoprire cos'altro l'isola potrebbe offrirgli. E pian piano, quell'avventura nella quale si era lanciato come spinto da una molla incontrollabile, egli decide di portarla a compimento, costi quel che deve costare.

    Con una breve smorfia, che probabilmente aveva il significato di un sorriso, il marinaio si rimette in marcia, giù per la piana desolata.

    Su un'isola, voleva dire quel sorriso, prima o poi al mare si torna sempre. Ha voglia di conoscerla tutta, quest'isola bizzarra, perchè è sicuro che in giro per i sette oceani non ve ne sia un'altra simile, conoscerla tutta prima di tornare a rivedere il mare. Conoscerla, anche se non vi si fermerà certo per sempre, se infine non potrà che ripartirne per riprendere il suo girovagare senza meta. Ma ripartirà portandone in sé, prezioso ed indelebile, il segno.