username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 04 dic 2007

Giacomo Francini

03 marzo 1980, Siena
Segni particolari: Proteiforme
Mi descrivo così: Neurotonico
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
  • 11 febbraio 2008
    La maschera di cera

    Come comincia: Nella piccola stanza da bagno un ricciolo di fumo si posò sul lavandino. Stefano spense la sigaretta e gettò il mozzicone nel cestino sotto il lavello. Un filo di luce penetrava dalle tendine rosso fuoco che velavano la finestrucola del cesso e lasciavano intravedere il calore di quell’estate così torrida. Aveva sentito proprio quella mattina alla radio che da cinquant’anni non si viveva una stagione così arida e bollente. “E fra un anno diranno esattamente la stessa cosa” pensò con un sogghigno chiudendosi dietro la porta del bagno. La camera era stretta, spoglia alle pareti, ma riscaldata da una luce rossastra e dal profumo dell’ incenso patchuli, che fumava da sopra il comodino. Stefano gettò uno sguardo alla cravatta appoggiata sul letto, poi prese a trastullarsi con le stringhe delle scarpe, con una libidine da feticista pervertito. Quelle guaine di cuoio, strette e appuntite, lo costringevano al patibolo ogni santa mattina di lavoro. Scarpe scomode, cravatta ben annodata, giacca, pantalone inamidato e perfettamente stirato, calzino lindo, camicia linda, capello lindo e valigetta linda con firma. Tutto il neçessaire del provetto bancario si adagiava ogni settimana, escluso sabato e domenica, sul corpo ben rodato del nostro quarantenne. Pronto per la giungla, pronto per la battaglia quotidiana, pronto per cacciare fuori la lingua con costante e splendente vitalità.
     Magda entrò proprio in quel momento.
     - Sospiri? – gli chiese sorseggiando lo champagne.
     - Come? – rispose Stefano riprendendosi di colpo dai pensieri. – Già, qualche grattacapo.-
    Magda lo pregò di attendere un  momento e uscì dalla stanza. Dopo un po’ tornò con una sedia di vimini e un altro bicchiere di champagne.
     - Tieni – disse porgendogli il bicchiere – bevici su e racconta.-
    Stefano la guardò un attimo di traverso, poi sospirò ancora e dette un piccolo sorso.
     - Non è niente di che Magda.-
     - Niente di che? Ma guardati… Sembri appena uscito da un campo di battaglia. Lavoro? –
     - No.-
     - Silvia?-
     - Silvia…-  sospirò senza guardarla negli occhi.
    Magda spostò la sedia sulla quale si era accovacciata e si avvicinò all’ uomo.
     - Cosa è successo?-
     Stefano la fissò con uno sguardo nudo e rigido che la spaventò un poco.
     Le raccontò della mattina, poche ore prima, dell’auto che aveva fatto le bizze e della corsa per andare a prendere l’autobus. Della calca che ci aveva trovato, l’odore di sudore e chiuso al quale ormai da tempo aveva perso l’abitudine. Quell’ odore che lo rimandava all’ infanzia, all’ adolescenza, alla scuola e le vacanze estive, agli amici e le partite di pallone, alla sera che lo trovava sfinito e felice.
     Quell’ autobus colmo di gente sconosciuta, quegli odori familiari eppure così lontani e sfumati, gli avevano stretto la gola. Era sceso ben prima della sua fermata, a una quindicina di minuti a piedi dalla banca. Non riusciva a sopportare il ritorno di quei pensieri. Da molto tempo la sua vita si era trasformata in un automatismo perfetto, lubrificato e calcolato al millesimo. Si svegliava, si vestiva, prendeva il primo dei quattro caffè della giornata, usciva e raggiungeva la banca con la sua macchina splendente, salutava i colleghi e controllava la scrivania, si sedeva, accendeva il computer e spengeva il cervello. Poi, una volta finito il lavoro, un breve salto in palestra oppure il rientro a casa, il bacio a Silvia, il cane, il divano, la cena, il sesso, i denti lavati, filo interdentati, uno sguardo allo specchio e poi Morfeo. Così ogni giorno, fino al sabato e alla domenica che si perdevano in una nebbia di routine ancora più vuota e impersonale.
     Adesso che l’ autobus si allontanava lungo la strada, Stefano osservava quella città -  la sua città fin da quando aveva un giorno di vita -  per la prima vera volta. In movimento, in fermento, in balia dell’ umano vagare. Stefano ruotava gli occhi su quello spettacolo da macello che è la prima mattina, così umana da far rimpiangere il tempo della scimmia. Le bocche gli apparivano troppo larghe o strette, troppo sorridenti o contratte, troppo svenevoli o acide. Notò l’ Uomo e il suo ghigno incipriato. Fotografò la vita in controluce e ne restò atterrito. Non credeva a niente, ma le sue gambe presero a muoversi. Dovette fare uno sforzo per controllarne il movimento e cambiare direzione. Non aveva voglia di banca, né di colleghi. Sarebbe tornato a casa e dato malato almeno per oggi. Forse domani quell’ incubo sarebbe scomparso e la realtà avrebbe ripreso i suoi colori e confini. Ma oggi, Stefano era lì, ghiacciato da un pensiero nato e morto in un autobus troppo affollato. Potere dell’ imprevisto! La macchina lo aveva sempre condotto in porto sano e salvo. Ma quell’ avaria mattutina aveva fatto si che l’ esilio dal mondo terminasse, e in modo piuttosto brusco.
     Stefano giocava coi gioielli della camicia, regalo di Silvia per il loro quinto anniversario di matrimonio. L’incenso era buono e pizzicava con dolcezza le narici dell’ uomo. Magda posò il bicchiere di cristallo sul comodino e prese nelle sue la mano di Stefano. Aspettò che continuasse, ma il suo silenzio pareva non aver fine.
    - È questo che ti ha sconvolto? Quella sensazione, quell’ immagine dell’ infanzia? Ehi, guarda che capita spesso anche a me. A volte esco a passeggio, e zac! ecco un ricordo che spunta e mi folgora, anche nelle situazioni più strane: mentre faccio la spesa, dalla parrucchiera, mentre mi provo un paio di scarpe nuove… E’ così, pensi ai cazzi tuoi e di col…-
    - Magda, Magda, MAGDA!-  la interruppe gridando lui. –Non c’entra niente quel pensiero… O meglio non è solo quello…-
     Stefano le chiese una sigaretta, la accese e ne assaporò il gusto acre. Poi, proseguì con il suo racconto.
     Era lì imbambolato sul marciapiede, incapace di pensare e volere. La mente gioca brutti scherzi quando il pensiero riesce a sorprendere la ragione. Le auto non gli erano mai sembrate così veloci. Persino la gente non camminava più come al solito, bensì correva, si urtava, cadeva, scattava a velocità supersonica. Le nuvole schizzavano nel cielo, i raggi del sole bruciavano l’ iride, il vento colpiva con forza. Tutto il mondo pareva ruotare in un frullatore. Eppure lui, sentiva le sue articolazioni incapaci di proseguire, bloccate e trattenute da qualche braccio appiccicoso.
     - E poi cosa è successo? Sei tornato a casa?-  gli chiese Magda accarezzando quelle dita lisce e ben curate.
     - No.-  rispose Stefano con voce ferma e sicura, la voce di un uomo consapevole e tuttavia incredulo. - Sono entrato in un bar e ho ordinato un caffè.-
     Il bar era affollato; ora di colazione. Il barista gli gettò un’ occhiata distratta, indifferente. Eppure Stefano sentiva gli sguardi di tutti puntati solo su di lui. Gli pareva di avere pesi immensi legati ai polsi e alle caviglie. Forse gli altri fingevano di non vederlo, ma certo lo stavano osservando di sottecchi. Questo accrebbe il suo fastidio e la rabbia, l’ impotenza dei gesti lo facevano sudare. Con un filo di voce ordinò un caffè a quel barista beffardo e bisunto, afferrò tremante la tazzina e si sedette al primo posto libero; proprio in mezzo alla sala. Adesso ne era certo: tutti i clienti lo fissavano. Alzò di colpo lo sguardo e… niente! Nessuno dei presenti pareva dargli peso: furbi... Aprì lo zucchero e ne versò mezza bustina, prese il cucchiaino e iniziò a girare piano. L’odore del caffè riusciva a calmarlo. Sempre, ovunque si trovasse, il caffè aveva su di lui quel potente effetto rilassante. Guardava la schiuma rarefarsi piano piano e sentiva l’angoscia scivolare via. Ma che idiota, pensava. Tutto per uno stupido bus: la folla, un pensiero, e il mondo perde i suoi confini! Avrebbe dovuto rivolgersi a uno psicologo, giusto per buttar via un po’ di soldi, o forse no, forse era solo stanchezza.
     Eppure c’era qualcosa di più dietro quel piccolo insignificante incidente; Stefano aveva compreso, forse per la prima volta nella sua vita, qualcosa di sconvolgente, qualcosa che avrebbe potuto mandare in frantumi l’esistenza intera, la famiglia, il lavoro, gli amici, lui stesso: provava noia. Non aveva mai avuto il tempo di staccarsi dal suolo e osservarsi dall’ alto per un po’. Adesso che quell’ insignificante trauma gliene aveva dato l’opportunità -  imprevista e non voluta certo – poteva permettersi di guardare cosa fosse in sostanza la vita di Stefano Trabesi: una tabella sincronizzata e ben oliata, priva di imprevisti imprevedibili e di emozioni. Ebbene si, per la prima volta comprese di vivere una vita piatta e asettica: da formica. Aveva una posizione certo, era rispettato, poteva permettersi molto e fare quella che si chiama “la bella vita”; cene fuori, macchine, casa, regali di lusso. Ma cosa era lui in fondo? Un uomo in carriera? Bello, ma cosa diavolo significa? Un uomo rispettato? Ma rispettato da chi? No, sentiva qualcosa stridere nel profondo, una rabbia repressa per lungo tempo e ora in procinto di esplodere. Quello che vedeva riflesso nello specchio del bancone non era più un uomo: era un automa privo di tridimensionalità.
     Quel maledetto autobus – adesso ricordava era giallo, era sempre stato giallo, fin da quando era bambino – quello stramaledettissimo carrozzone di merda lo aveva reso cosciente: e la coscienza può essere peggio del napalm. Pensava a Silvia e al loro amore, ora. Quante volte la guardava davvero? Quante volte la amava davvero, con foga, con passione, con – perché no? – rabbia? Quando era stata l’ultima volta che la aveva pensata con amore? Non ricordava, nonostante tutti gli sforzi. Da molto tempo ormai, Silvia non era altro che un numero nella sua personale tabella, un altro orpello da usare, conservare, adoprare. Ma che pazzo era stato, che uomo cieco! Guardò il bancone lustro e ben lucente, vide il suo riflesso e un ghigno impermeabile sul suo volto sconvolto. Scosse la testa e soffiò via quella maschera di cera.
     Fuori il mondo aveva ripreso i suoi ritmi normali. Nessun movimento sospetto, nessun proiettile supersonico sfiorava la sua mente adesso. Si incamminò verso casa, lucido come un cristallo. All’ angolo si fermò dal fioraio per comprare delle rose. O no, girasoli, a lei piacevano tanto.
    Prese un pezzetto di carta e scrisse un piccolo pensiero per Silvia. La mattina era già calda. Il sole di luglio cominciava il suo sporco lavoro di roditore invisibile. Attaccava le strade, fin negli angoli più nascosti, sotto i tendoni, dietro agli ombrelloni dei negozi, sotto le camicie di tela e le magliette di cotone fino alla pelle pregna di sudore. Ma Stefano non si curava più di niente.
     Affrettò il passo, non vedeva l’ ora di giungere da lei. Forse non era ancora uscita per fare la spesa, magari si rigirava ancora assonnata fra le lenzuola. Pensò, sorridendo di sorpresa, che neanche si ricordava di che colore si era fatta fare i capelli dal parrucchiere, solo due giorni prima. L’aveva guardata? Come sempre, solo vista di sfuggita. Adesso si batteva la mano sulla fronte, conscio della stoltezza che lo aveva imbrigliato in quegli anni di dura carriera. E il figlio che volevano, le vacanze, i natali soporiferi dai suoi genitori, le cene per i compleanni, per gli anniversari, per San Valentino e Ferragosto. Quanti attimi vissuti eppure fuggiti chissà dove. Stefano si sentiva in preda a un raptus. Vivo e vitale, folle di energia, stava ai piedi del palazzo come Maometto o Mosè di fronte alla montagna: ansioso, speranzoso, timoroso ma pieno di felicità.
     Aprì il portone del palazzo. I gradini volavano via come schegge sotto il suo passo slanciato. Arrivò al terzo piano in un baleno. Tese l’ orecchio e non sentì nulla. Bene, doveva ancora dormire. Infilò la chiave nella toppa, piano, facendo attenzione a non fare il minimo rumore. Un pallido odore di caffè si aggirava per l’ingresso. Chiuse la porta e si tolse la giacca. La casa era fresca. Il sistema di condizionamento dell’ aria che aveva fatto da poco installare funzionava alla perfezione. Il torrido clima estivo si fermava fuori della porta e così sarebbe stato anche per il freddo invernale. Potenza della tecnologia e vantaggi del quattrino. Stefano appoggiò la giacca sul divano, si tolse anche le scarpe per fare ancora meno rumore e si incamminò così, sudato allegro e con il suo paio di scarpette in mano, verso la loro camera da letto. S’ impuntò di colpo, quando sentì un rumore provenire proprio da lì. Tese ancora l’orecchio, ma non riusciva a percepire nient’ altro che un bisbiglio sommesso e qualche strano sospiro. Con il cuore in gola si avvicinò alla porta socchiusa e gettò uno sguardo nella camera. Il materasso era scoperto, il lenzuolo di seta sfregava contro il pavimento e poi… una scarpa sconosciuta. Spinse ancora un po’ la porta e fu allora che tutto gli esplose davanti. Silvia di spalle gemeva e sospirava, e un uomo giovane, dall’aspetto possente e pieno d’ energia, la stava scopando da dietro, proprio lì, sul loro letto, nella loro stanza.
     Un lamento strozzato uscì dalla bocca tremante di Stefano. I due si fermarono di colpo, saltando giù dal letto e Silvia iniziò a gridare. Ma Stefano non sentiva più niente. Senza proferire parola, si voltò e di scatto partì verso la porta d’ingresso. Uscì correndo per le scale, saltando tre quattro scalini alla volta. La forza che lo aveva spinto fin lassù, adesso lo stava schiantando verso il suolo con potenza quintuplicata. Sentiva Silvia dietro di sé, ma come un’ eco lontana e soffusa, impalpabile.
     Era in strada ormai, perso fra la folla che, ora si, lo stava fissando sbalordita. Con la cravatta ancora allacciata e le scarpe in mano, Stefano correva chissà dove, senza meta né scopo, correva solo per fuggire lontano da lei, da tutto. Da se stesso. Adesso l’ ombra era totale, la fossa aperta e pronta per l’ inumazione. Stefano sentiva le lacrime solcargli il viso e allora ricordò l’ ultima volta che aveva pianto di dolore, d’amore. Molti anni prima, proprio davanti agli occhi di quella che sarebbe diventata sua moglie, per uno stupido bacio che aveva dato e che lei aveva scoperto. Bacio che non era stato solo un bacio, ma qualcosa di più; un bivio, la scelta di una vita. E lei aveva finito col vincerla, su tutte, persino su di lui. Capiva quanto l’ inganno di una mente abile fosse stato allora fatale e piangeva, correva, gridava. La pazzia lenisce ogni dolore e così lui voleva essere: pazzo da legare.
     Questo era tutto. Era arrivato da Magda, proprio come un cane trova il suo giardinetto preferito: con l’odore. Era giunto da lei, aveva suonato a quel campanello conosciuto, aveva salito i soliti scalini e aveva fatto tutto ciò che aveva sempre fatto negli ultimi sette mesi. Così, come un automa sull’ orlo di un crisi di nervi, tuttavia perfetto e lucidissimo.
     Magda lo fissava. Aveva nuovamente riempito il bicchiere di champagne e accavallato le belle gambe. I capelli biondi, biondo- finto ma ugualmente belli, le ricadevano sulle spalle seminude. La sottoveste le ricamava il seno e attraeva l’ occhio come una ipnotica danza. Era bellissima. Stefano se ne accorse solo ora e ne rimase disgustato: Magda era davvero un essere meraviglioso. Si sentiva piccolo piccolo di fronte a lei e fece fatica ad alzarsi dal letto. Si guardava attorno, ma non riusciva a trovare qualcosa.
     - E la giacca?-  disse poi con la voce di un bambino.
    Magda gli sorrise e poi gli disse:
     - Non la avevi quando sei entrato. Forse…-  e lasciò cadere la frase nel vuoto con un’ alzata di spalle.
    Stefano taceva. Guardava la donna come se volesse giustificarsi di qualcosa, con le braccia aperte e i palmi delle mani rivolti al cielo.
     - Vedrai che tutto si risolverà… Magari ci vorrà un po’, ma tornerà tutto a posto.-  esclamò la donna, per rompere quel silenzio opprimente e ridicolo.
     - A posto dici? Forse è proprio questo che mi spaventa…-  disse con un sospiro. - Non so se voglio che tutto torni a posto, ma francamente adesso non so più niente.-
    Prese la cravatta dal letto e se la infilò nella tasca dei pantaloni. Poi, guardò la donna e sorrise.
     - Quanto ti devo Magda?
     - Centocinquanta euro caro, come sempre!

     

    Siena, 3 settembre 2007

     
  • 18 gennaio 2008
    E dietro la corda, la neve

    Come comincia: Sono nato in un quartiere felice. E non solo; ho cambiato tre volte casa, nei miei primi dieci anni di vita, e sempre nella stessa via. Nato e cresciuto in un quartiere felice. Lì ho vissuto le prime crocifissioni: i primi amori, le prime amicizie, i primi giochi di sesso. La nebbia che avvolgeva la città, lassù sul nostro cucuzzolo non arrivava quasi mai. E quando, quelle rare sere d’autunno, decideva di velare anche le nostre notti, significava che la città era cieca e perduta.
    I ragazzi che vivevano nel quartiere avevano tre sorrisi per bocca e un seno gigantesco al quale attaccarsi in caso di bisogno: il boschetto. Quel piccolo nido ci nascondeva agli occhi dei grandi, almeno secondo le nostre illusioni; ci preservava dalla vita vera, ci proteggeva da ogni sorta di pericolo. Andavamo al boschetto per giocare a nascondino, per costruire capanni o campi di pallavolo, per il gioco della bottiglia, di obbligo o verità, per dare i primi baci alle ragazze o semplicemente per sbirciarli.
    Eravamo una bella combriccola, variopinta come solo i gruppi di bambini sanno essere. C’era Monica, il mio primo grande amore – occhi neri, capelli scuri e un caratterino da piccola bastarda che mi stuzzicava molto. Volevo essere il capo, io, e lei era l’unica a tenermi testa. Ovviamente era femmina, come dare credito a tale raffronto! Quindi le rare vittorie che conquistava erano senz’altro dovute al fascino indiscutibile che le donne posseggono fin da lattanti – questo era il mio indistruttibile pensiero! Ma Monica era molto più di una ragazzina forte e cocciuta. Era una chimera e il suo odore fresco di donna, fu il primo crampo allo stomaco della mia pubertà.
    Massimo era il più grosso di noi: una corazzata d’acciaio che niente poteva abbattere. Prendeva il suo palmo gigantesco e te lo rovesciava sulla schiena fino a farti venire le lacrime agli occhi. Ma, come sempre accade, quella forza sovrumana andava a braccetto con una dolcezza senza fine. Massimo si prendeva a cuore tutto, fingeva di fottersene è ovvio – mica era una checca – ma nel suo cantuccio, lo vedevi assorto e pensieroso, che rimuginava su ogni cosa.
    Poi c’erano Bianca e Bernardo, fratello e sorella; lei dolce, timida e grassottella, lui dolce, timido e grassottello. Adesso sono entrambi acidi, sfrontati e magri come un grissino: potere di un’adolescenza frustrata. Poi ecco Manilo e Diego, anch’essi fratelli, gemelli per la precisione. Due pesti da manicomio, la vera dinamo del gruppo. Quando succedeva qualcosa nel quartiere, potevi stare certo che c’erano loro di mezzo. La madre, una professoressa dalla voce super - acuta, doveva sgolarsi per minuti infiniti dalla terrazza della loro abitazione, per richiamarli a casa nelle sere d’estate. Ma loro, ovvio, fingevano di non sentire e solo la discesa funesta della madre, incazzata fino al parossismo, poteva costringerli al rientro.
     Al loro fianco c’erano tutti gli altri: il Ciompi, Pelè, Alberello, Maura la dinosaura, Eli, Beatrice – le tette più grosse di tutto il quartiere - e naturalmente mio fratello Marco. Altri special - guests si univano ogni tanto, ma quella era la formazione titolare del nostro boschetto.
     Quel quartiere rialzato, formato da una strada a sfondo chiuso, una piazzetta dove il tram poteva fare manovra e tornarsene da dove era venuto, e un piccolo bosco, è stato il nostro mondo incantato per dieci anni o forse più. Bastava una palla e il casottino alla fermata del tram come porta. Oppure un salto al Palazzo Diavoli dove si diceva aleggiasse lo spirito di un uomo malvagio. O ancora gli ulivi coi loro frutti acerbi e duri e qualche macchina di passaggio nella strada su cui riversarli per poi scappare a gambe levate. C’era Lucia, l’alimentarista, dove andavamo sempre a rubare cioccolate e coca - cola; Irma, la vecchia fruttivendola, proprio lì accanto, che ci vedeva fuggire via con le tasche piene e le bocche larghe di sorriso. Tanto Lucia dormiva e non capiva niente! C’erano le ringhiere su cui nell’inverno del 1988, Massimo lasciò parte del braccio – a cui dovettero cucire sessantaquattro punti di sutura – e i cantucci nascosti nei quali toccarsi, i cassonetti nei quali infilare i gatti e lucertole a volontà, senza contare i mille posti in cui rintanarsi nelle partite a nascondino. Insomma sul cucuzzolo di Palazzo Diavoli, c’era un cosmo intero.
     La mattina che iniziò a nevicare sembrava una mattina come tutte le altre. Avrò avuto dieci, forse undici anni. L’ultima grande nevicata era stata nel 1985, cinque o sei anni prima. Ma era qualche giorno che alla televisione il meteo preannunciava neve a camionate nella Toscana – fino ai bassi rilievi e le colline del senese. Tutti noi ragazzi, quindi, ci alzavamo la mattina presto con l’ansia di guardare fuori dalla finestra e trovare il mondo tutto imbiancato.
     Anche quel mattino, mi ero alzato presto, ma della neve nessuna traccia. Così mi sdraiai sul divano in salotto per vedere i soliti telefilm alla tv, istituzioni della mia infanzia come Chips, Bo & Luke, Mc Gyver e l’A - Team. Avevo fatto colazione, aperto e chiuso di scatto i libri dei compiti per le vacanze natalizie. Tutto nella buona routine vacanziera insomma.
     Marco dormiva alla grande nel lettino accanto al mio. Mi diressi senza fallo in camera, alzai la serranda e gli ordinai di scendere da letto all’istante. Risposta agghiacciata di Marco, subitanea incazzatura da fratello maggiore irrispettato, parolaccia di convenienza del piccolo e cazzotto atomico del grande: la solita mattina in casa Francini. Marco chiamava allora babbo a lavoro, mamma allo studio e mi prenotava schiaffi per il primo pomeriggio. Così, prendevo il computer che i nostri ci nascondevano prima di andare a lavoro e giocavamo fino alle una. Rinascondevamo il computer e aspettavamo il rientro a pranzo di nostro padre. Tutto secondo le regole.
     Ma nel pomeriggio successe qualcosa che turbò le nostre anime per molto tempo a venire.
     Erano le tre, il sole aveva lasciato il posto a dei nuvoloni bianchi e rosa: un perfetto cielo a neve. L’aria era fredda e pungente. I vetri della porta - finestra in cucina, erano appannati. Alla tv Paolo Bonolis, Manuela e Uan intrattenevano i ragazzi fra un cartone e l’altro. Bim bum bam era un appuntamento fisso per noi, con quei super cartoni giapponesi, come Holly & Benji o Mila & Shiro. Marco girava la cioccolata che avevo da poco preparato. Andai al bagno e da fuori sentii un urlo, poi un altro e un altro ancora. Spalancai la finestra e vidi una ragazza camminare per la strada a zig zag. Si fermava e poi ripartiva, tornava indietro e di nuovo avanti fino al boschetto. Dava un’occhiata fra gli alberi immobili e ripartiva verso casa. Chiamava qualcuno, un uomo, che poi si venne a sapere essere il nonno. Chiusi la finestra e me ne tornai in cucina. Marco rideva per qualche battuta di Uan, il pupazzo rosa. Presi la tazza vuota e la infilai nel lavello.
     - Cosa c’è di tanto buffo? - chiesi con aria inquisitoria.
     I rapporti fra mio fratello e me sono sempre stati difficili, almeno fino a quando non abbiamo compiuto vent’anni e lui ha lasciato casa per giocare a pallone. Ma da piccoli, da ragazzi, passavamo la convivenza fra tensioni, scazzottate e litigate furibonde. Fratelli coltelli.
    Marco mi guardò sorpreso, poi mi disse che Uan si era rovesciato un bicchiere d’acqua addosso e aveva poi tentato di succhiarselo via dalla maglietta con una cannuccia.
     - Bella cazzata! - esclamai io, tanto per rompergli le palle.
     Da fuori giunse ancora un urlo. La ragazza gridava come un’ossessa: “Nonno, nonno, nonnoooo”, ma il nonno non rispondeva. Dissi a Marco di vestirsi e di corsa uscimmo fuori. Era freddo, ma un freddo sano, senza umidità e in qualche modo immobile. L’aria era quieta, il vento fermo e le nuvole pietre di fumo. Salimmo su, verso il boschetto e ci fermammo in cima alla salita di casa. Massimo e Monica se ne stavano seduti sopra il muretto che costeggia il boschetto, mentre i gemellini facevano la spola tra loro due e il cassonetto. Ci sedemmo accanto ai due sul muretto di pietra e gli chiedemmo spiegazioni.
     - È la signora di Via Bandini. Sta cercando il nonno, ma non riesce a trovarlo. - mi rispose Monica con professionalità.
     - È arrivata adesso anche la madre. È quella laggiù col golf rosso. - aggiunse Massimo, indicandoci una donna grassa e affannata che si teneva stretta la sciarpa al collo.
     - E lo cercano qui? - chiesi
     - Dove vuoi che lo cerchino? - Monica scosse il capo prima di continuare. - È un nonno, è vecchio, non può essersi allontanato tanto, no?! - Monica, quanto ti amo…
     - Magari è andato a fare una passeggiata. - la buttai là per difendermi un po’.
     - Si, ma sarebbe dovuto rientrare un’ora fa, il coglione. - era Diego, il gemellino. –Adesso sarà congelato e passerà tutta la notte fuori. E loro - disse minacciando col dito le parenti –loro staranno fuori a cercarlo, tutta la notte e non lo troveranno mai. -
     - Stai zitto, scemo! - disse Massimo piantandogli un ceffone fra capo e collo da far paura a un bue.
     - Ma chi è il nonno? - chiesi. Ero disinformato e questo mi seccava.
     - Non lo so… -
     - Neanch’io… -
    Tirai un sospiro di sollievo.
     L’aria si era fatta più scura adesso. La brezza si era fermata del tutto e le nuvole sembravano più basse. Bianca e Bernardo giunsero in quel momento. Vollero sapere tutto e la scena si ripeté, solo che questa volta volli raccontare tutto io. Finito il riassunto, Monica propose di fare un giro su per il boschetto. –Anche perché, mi sa che tra poco piove… - disse scrutando l’orizzonte. Salimmo la piccola salita che porta agli alberi e ci infilammo nel piccolo bosco.
     Non so chi fu il primo a vederlo. –Porca puttana, che cazzo è quello? - esclamò Diego indicando qualcosa sotto lo scivolo di ferro. Una forma vaga oscillava lentamente fra lo scivolo e la scala per salirvi, ma la luce era così fioca che non riuscivamo a veder bene cosa fosse. Ci avvicinammo piano. L’aria era immobile. La luce oscurata dagli alberi. Il silenzio ovunque. Potevo sentire i nostri passi avvicinarsi piano allo scivolo. - Porca puttana, che cazzo è quello? - questa volta era Manilo, empatia da gemelli.
     Ancora due passi, gli occhi sbarrati e i respiri all’unisono; adesso il corpo era ben visibile. Un uomo dai capelli bianchi, marmoreo come un giglio ciondolava senza vita da una corda legata attorno alla piattaforma dello scivolo. Oscillava come un sacco di patate, inerte e silenzioso. Rimanemmo tutti quanti impietriti. Non so quanti secondi passarono prima che qualcuno mormorasse a denti stretti: - È il nonno… è il nonno della signora! -
    Allora corremmo tutti giù per la strada, gridando come matti. La signora ci venne incontro correndo e agitando le braccia, con la madre al seguito sempre ancorata alla sua sciarpa.
     - È lassù - dissi mangiandomi le parole in bocca - È lassù. -
    La signora mi fissò un attimo stranita e poi scappò verso l’antro del boschetto. Solo un attimo e poi un grido riecheggiò per tutto il circondario. Era il nonno.
     Arrivò la polizia, un’ambulanza, anche se ormai non c’era niente da fare, e molta gente scese in strada. I genitori di Massimo e la mamma dei gemellini ci chiedevano cosa avessimo visto e noi tutti eccitati eravamo prodighi di parole e spiegazioni. E io di qua e io di là, e lui e poi e abbiamo fatto e visto e detto. Tutti avevamo visto per primo il corpo, tutti avevamo dato l’allarme, tutti avevamo pensato: “Come diavolo ha fatto a legarsi lassù?”, tutti avevamo capito, sentito, osservato, percepito… Mancavano solo gli alieni.
     Marco sedeva sopra il muretto di pietra. Teneva fra le mani un filo d’erba e un fiorellino colto chissà dove. Lo girava e rigirava, fissandolo assorto. Quel fiorellino lo teneva ancorato alla felicità, certo lui non poteva saperlo, né io elaborai quel pensiero allora, ma ricordo il volto stranito e malinconico di mio fratello, la bocca aprirsi e chiudersi piano in un sussurro. E gli occhi fissi su quei petali sbiaditi. Per lui il morto dondolante sotto lo scivolino era già sepolto. Stava lì, solo e in disparte, aspettando che il fratello maggiore lo riaccompagnasse a casa: c’erano ancora i cartoni animati.
     La polizia, intanto, tracciava qualche linea, chiudeva il passaggio con un nastro rosso e bianco e faceva domande alla parenti del defunto. Lasciai i miei amici e la loro compagnia e mi diressi verso il versante opposto del bosco. Salii la scarpata e m’infilai tra i cespugli ancora asciutti. Mi arrampicai ancora un po’, fino a raggiungere l’interno del boschetto e lì mi fermai. I poliziotti erano immersi nei loro rituali, così mi avvicinai allo scivolo. Gli infermieri della Misericordia avevano appena sceso il corpo del nonno e lo stavano trasportando in barella verso l’ambulanza. Aspettai che fossero spariti e mi incamminai verso lo scivolo maledetto. Avevo paura e un timore strano. Quel pezzo di ferro mi pareva sacro, soprannaturale, quasi vivo. Aveva sorretto un uomo fino alla fine della sua vita, lo aveva sostenuto nell’ultimo passo, quello fatale. C’era una panchina, proprio di fronte allo scivolo. Mi sedetti e ripresi fiato. Sentivo il mio respiro affannarsi e non riuscivo a stare calmo. Allora, alzai gli occhi verso lo scivolo e un brivido mi percorse tutta la schiena. Vidi la corda, ancora pendula sopra il terreno e oscillante nel nulla. Nuda e vuota, reggeva l’aria. Ma il terrore che mi aveva avvolto scomparve di colpo, quando una goccia leggera, mi si posò sul naso. Alzai gli occhi e guardai fra gli alberi: fu allora che iniziò a nevicare. Quella neve mi sollevò dallo sgomento. Pensai a quell’uomo morto e alla neve che adesso bagnava la terra. Che bel giorno per morire… “Ma lui che ne sa?”… Pensai che avesse sbagliato, che adesso non poteva godersi quella fresca nevicata, non poteva alzare gli occhi e sentire la fronte bagnarsi d’acqua. Pensavo alla gioia dei giochi su quel manto bianco, alle palle di neve, le corse, i pupazzi, i moon - boot, gli scherzi coi ragazzi, le risa. Ma cosa può mai pensare un bambino di dieci anni davanti alla morte?
     I fiocchi si erano fatti giganti, grosse gocce biancastre che non sparivano subito al contatto con la terra. La neve stava attaccando lentamente, senza far rumore, e altrettanto silenziosamente la macchina con il cadavere si era allontanata. La gente, i curiosi, rientravano in casa, fieri di aver rubato un attimo di intimità a qualche vicino estraneo. Adesso, almeno, avevano qualcosa da raccontare al compagno per cena. Erano passati una ventina di minuti e tutto stava riprendendo il suo ritmo. Niente in fondo poteva sconvolgere quel quartiere felice…
     
    Mi alzai dalla panchina col cuore leggero. Guardai ancora il boschetto, udii le voci della gente scemare nella strada e fissai per l’ultima volta quella corda tutta sdrucita.
    E dietro la corda, la neve.

     

     

    Siena, 5 settembre 2007

     
  • 17 dicembre 2007
    Lettera da un romantico

    Come comincia: Erano le quattro del mattino. Un’esplosione riecheggiava lontana, ai bordi della città in festa. I fuochi e i petardi ronzavano nelle orecchie stanche e leggermente brille del commissario Lugarini, mentre si chinava ad osservare quel corpo inerte.
     Una chiamata improvvisa lo aveva sottratto ai festeggiamenti per quel nuovo anno appena nato e già insanguinato. La piccola cittadina - che poi tanto piccola ormai non era più, ma si sa, la gente ama convivere con le idee del passato - era avvolta nella baldoria. Il tempo era stato clemente, nonostante i nuvoloni del pomeriggio, e la temperatura abbastanza mite di quell’inverno, aveva fatto si che migliaia di cittadini, stranieri e turisti si fossero riversati nelle vie della città.
     Il commissario Lugarini beveva a grandi sorsi il caffè bollente che si era fatto portare dal giovane agente di pattuglia. Lontano anni luce dalla festa e dai fuochi notturni, teneva in mano un foglio di carta e se lo passava di continuo sotto gli occhi, storcendo la bocca e scuotendo la testa, incredulo.
     Salvo, il giovane agente, lo osservava in silenzio; rispettava quell’uomo dall’aspetto sempre così altero e scorbutico. Guardava la sua enorme mole oscillare nella penombra, il fumo del caffè che si alzava lento dalla tazzina e quel foglio scritto a macchina. Voleva sapere; gettava occhiate furtive, ma non riusciva a carpire che qualche parola in qua e là. Il commissario se ne accorse e lo scrutò con curiosità.
     -Quanti anni hai giovanotto?-
     -Ventisette, quasi ventotto ormai.-
     -Quando li devi fare?-
     -A marzo, il tre, commissario.-
    Lugarini sorrise e gli mostrò il foglio.
     -Beh, avevate la stessa età… Lo conoscevi?-
     -Di vista, commissario. Frequentavamo la stessa scuola, ai tempi del liceo, ma non abbiamo mai avuto niente a che fare.- Guardò il cadavere steso sul pavimento e poi di nuovo il commissario.
     -Era un tipo particolare…- disse poi quasi con vergogna.
    Il commissario socchiuse gli occhi. Si passò una mano nella folta barba grigia e pensò a quante volte nella sua lunga carriera – venticinque anni di onorato servizio – avesse sentito pronunciare quella frase. –Cosa significa, un tipo particolare?-
    Salvo sembrò contento della domanda; tutta quella attenzione nei suoi confronti da parte del commissario lo lusingava. Prima il caffè, poi quella richiesta sull’età, ora questa nuova domanda. Gli altri agenti stavano setacciando il bilocale, in cerca di qualche indizio o qualche altro reperto che potesse essere utile alle indagini.
     -Ehi, giovanotto- riprese il commissario –allora, cosa significa che era un tipo particolare? Si drogava, era un alcolizzato, un violento, un depresso?-
     -No, commissario. Non so spiegarle bene.- rispose Salvo un po’ intimorito dal tono proditorio del capo.
     -Beh, provaci ragazzo, non voglio passare tutta la notte in questo tugurio.-
     -Come dirle, era un tipo per i fatti suoi. Anche a scuola, se ne stava spesso in disparte, in un angolo, oppure a giro per i corridoi, senza parlare con nessuno.-
     -Non aveva amici, vuoi dire?-
    Salvo si grattò il mento glabro, il tic del commissario pareva contagioso.
     -Non esattamente, commissario. Ne aveva certo alcuni, ma per la maggior parte del tempo, sembrava volersi isolare dal mondo. Di certo, mi è sempre sembrato molto solo, almeno nell’aria. Un solitario ecco- disse dopo una pausa con un risolino sommesso, contento di aver trovato le giuste parole. -Un ragazzo magro, timido almeno in apparenza, e molto solitario. Una specie di romantico sognatore dall’aria sempre malinconica. Forse non triste, commissario, ma certamente pieno di malinconia. Le poche volte in cui abbiamo scambiato due parole, sembrava di avere a che fare con un vecchio film americano, in cui gli attori parlano piano e sembrano ricercare ogni parola. Un tipo originale, di certo.-
    Il commissario Lugarini si piegò sulle ginocchia per osservare meglio il corpo senza vita del giovane. Un colpo di pistola ne aveva asportato la parte sinistra del cranio, una pallottola di un calibro notevole a vedere il risultato.
     -Beh, di tipi solitari o originali, ne esistono molti.- disse al giovane agente, passandogli il foglio di carta. -Leggi e dimmi che ne pensi.-
     Il foglio era in realtà una lettera. Una lunga lettera d’amore, il grido di un uomo folle di sentimento. Salvo lesse con attenzione le parole del ragazzo, gettando di tanto in tanto un’occhiata ora al commissario, ora al defunto steso sul pavimento. Quand’ebbe finito, il cellulare del capo squillò. Lugarini uscì dalla stanza e si allontanò. Tornò dopo pochi minuti e guardò con soddisfazione il giovane agente. Doveva ammetterlo: aveva un debole per quel ragazzetto imberbe e spigliato. Gli ricordava se stesso, la sua giovinezza e l’entusiasmo che metteva nelle prime indagini, prima che tutto divenisse semplice routine. La malinconia che lo prendeva a volte, non aveva nulla a che fare con i morti, i tormenti, le malefatte con cui doveva quotidianamente convivere: era dovuta proprio all’abitudine, al fatto che un morto ormai non lo scandalizzasse più di tanto. Era atroce, era forse insensibile? No, non pensava questo di sé. Ma notava con estremo rammarico che le sue reazioni davanti a certi drammi, non erano più così istintive e violente. Era calmo, ma calmo con tormento.
    Così, osservava Salvo e se lo sentiva vicino; perlomeno col suo entusiasmo riempiva di senso quelle sue emozioni così vuote.
     -C’è una novità.- disse poi, scrollandosi di dosso la malinconia. –Conosci Dalia Vargas?-
     -Certo!- esclamò sorpreso Salvo -la conosco anche piuttosto bene.-
    Aveva avuto con lei una storia di qualche mese, ai tempi del liceo. Dalia era bella, di origini messicane; una donna piena di vita e di entusiasmo. -Ma cosa c’entra lei?- chiese al commissario, preoccupato.
     -Hanno finito adesso di interrogarla. Sembra essere lei la destinataria della lettera.-
     -Di questa lettera?- chiese Salvo sbalordito. Gli pareva impossibile che una come lei, avesse potuto avere a che fare con uno come Gianni Lobina. Guardava il corpo del cadavere e si chiedeva cosa diavolo potesse entrarci la sua bella ex.
     -Questa lettera, si.- riprese il commissario strappandolo ai suoi pensieri.
     Il commissario Lugarini riassunse in breve il succo dell’interrogatorio. Gianni era scomparso da una festa verso le una e mezza, festa in cui appunto si trovava Dalia con alcuni suoi amici. Ed era lì che lui le aveva dato la lettera di cui evidentemente conservava una copia a casa. Dalia, insospettita dalla fuga improvvisa, aveva chiamato Silvio, un amico di Gianni e lo aveva pregato di cercarlo ovunque. Ma il cellulare di Gianni era spento, a giro per le strade non si trovava e neanche nel pub preferito lo avevano visto entrare. Così erano corsi a casa sua, ma erano giunti troppo tardi: il corpo insanguinato giaceva ormai sul pavimento da un’ora abbondante.
     Salvo gettò un’occhiata alla lettera e scosse forte la testa. Uccidersi per amore, uccidersi per qualcuno, uccidersi… a ventisette anni. Guardava il corpo di Gianni e se lo sentiva vicino. Ma non capiva, non poteva capire come la vita potesse avere così poco valore per un giovane uomo che poteva tutto, che aveva un infinito davanti agli occhi. Forse Dalia… forse il commissario sapeva tutto.
     E infatti, come se avesse sentito e letto nella sua mente, Lugarini si volse verso il giovane agente e lo pregò di leggere ancora una volta la lettera. -A voce alta, però.-
     E Salvo lesse, a voce alta e con un groppo alla gola.
     Come guardarti e non impazzire? Come non perdere la testa per quello che un tuo solo gesto riesce a trasmettermi? Fino al patetico, al morboso, all’ubriachezza totale dei sensi, io ti guardo e mi sento svanire. Mi siedo e non riesco a respirare. Ti parlo, ti guardo, ti osservo al bar, al cinema, per la strada fra la gente e non riesco a smettere di sorridere. Sorrido e rido felice come un bambino, ancora entusiasta dell’incanto, dell’amore. Sorrido e rido come se mai niente mi avesse ferito, come se il passato fosse stato una grossa ciambella zuccherata, dolce, tenero, familiare e caldo. Sorrido e rido come se tu ci fossi sempre stata nel passato, nel futuro e in questo presente. Sempre presente anche nel vuoto più occludente. Sorrido e rido e mi scopro in lacrime. Come in quei vecchi film francesi in cui tutto sembra essere immobile, anche l’atto più violento e passionale. Questo è il mio sguardo: puntato dritto nei tuoi occhi, in ascolto, sempre. Adesso il mondo non esiste più. Chi lo vuole, chi lo cerca, chi ne ha bisogno? Tutto mi ferisce. Eppure so che tutto neanche mi tange adesso. Il filtro che sia voce, sguardo, sorriso, sospiro, abbraccio, silenzio, rimprovero, il filtro che dipingi attorno a me mi assicura dai mali. E non ho paura di abbandonarmi a te. Potrai ferirmi – ne hai il potere – potrai dilaniarmi, ma la certezza di averti avuto nella mia vita sarà indelebile. Ti guardo e tremo perché nei tuoi occhi riconosco i miei. Quelli di un ragazzetto quattordicenne che si innamorava di tutto e tutti, che si fidava, che si ammalava di sentimento anche là dove c’era solo il nulla. Conosco quello sguardo pieno di malinconia, che non si regala mai, mai si svende o si affitta, mai si disarma sotto prezzo, mai scade nella facezia lurida di un clown d’amore. So che dietro l’amore che mi doni vive tutto un universo: la malinconia che appare, la tristezza, la paura, la fragilità, il bisogno di carezza. Eccoti piegata in ginocchio, curva nella strada, in mezzo ai passanti indifferenti, macchine, moto, gingilli, e tu lì che piano piano ti colori, sempre più viva e fragile, ferma nel bel mezzo del fiume di fango. Nessuno ti nota, nessuno fa caso a quel corpo nudo che si acquatta e osserva sé, il mondo, la terra, il cielo, col suo occhio – mille occhi. Affili il sorriso per prendere respiro, perché il mondo ti ammorba. Ti ripieghi nel mezzo della strada e afferri qualcosa, che è il nulla per il mondo ma la vita per te. Io ti osservo incapace di muovere un dito, fermo, bloccato nell’angolo più buio e nascosto… nudo, debole e timoroso. Sei la bestia che scatena l’uragano. E ti temo. Mi attrai, ma ti temo. È un segreto che mi sfugge dalle mani. Tu lo senti, ma fai finta di niente. Accarezzi la terra piegata sulle ginocchia. Mi senti scorrerti dentro e non ti dai pena. Non gridi, non fuggi, non compatisci: attendi. E io mi chiedo se sei vera o sei miraggio. Così non riesco più a dormire, l’anima è sveglia e selvaggia e ti vuole. Esplodo e ti desidero, e tu sei lì ferma sulla strada. E sei selvaggia, sesso e magma. Niente ti è sconosciuto, nessuna anima o corpo. Sei la porta e la chiave, qualsiasi paradosso sfugga alle mani dell’uomo sconfitto. La rivincita del poeta, la chimera del sognatore. L’anima dell’arte. Mi rattrista l’arte. Fuga e desolazione. Nascondiglio per l’orgoglio sconfitto o vigliacco. Rifugio di una pena troppo pesante per la vita. Dov’è l’anima nell’arte? Dov’è la vita? Non esista vita che valga la pena di essere scoperta nell’arte. Esiste e agonizza solo un senso di sconfitta che ottunde la ragione. La vita vera che è arte, che è anima, è nella donna che cerca accovacciata nella strada, è solo in te. Senza tempo, senza limiti di sorta, senza nostalgie. Tu. Odio guardarmi attraverso i tuoi occhi, eppure mi è necessario. Solo tramite loro posso ripulirmi, esfoliarmi. Non sarei nulla senza l’emozione che mi dai e, cosa infinitamente peggiore, quel ragazzetto quattordicenne avrebbe continuato a dormire in eterno. A volte mi chiedo se senti lo squarcio che provochi dentro me, se senti quel cigolìo che non è dolore né tristezza, ma il nucleo profondo del mio sentimento. Mi dono senza armi e mi spavento, ma non ho più quella guaina di ovatta che smussa ogni sentire. Ho provato ad ucciderti, ma per cosa? Stavo cadendo a pezzi, mentre sentivo il tuo sguardo – così giovane e forte – avvicinarsi a me. Provavo a lottare: che beffa, lottare la vita per la morte. E per di più la morte lenta e arida del cuore. Ho tentato di scacciarti dalla mente, ma l’anima è stata più forte, ha vinto ogni barriera e resistenza, ha annientato i démoni che spuntavano ovunque senza riposo. Sono un uomo? Sono una bestia? Sono un ragazzo, un bimbo, una persona, un artista, uno scrittore, un poeta, un musicista, uno studente, un cassiere, una maschera, un benzinaio? Posso essere ciò che voglio e vivere mille vite, adesso non importa: è solo un contorno. Non mi annullo più come facevo prima, non azzero il mio essere per un amore o una persona. Adesso vivo anima e corpo… E sento. E tutto questo lo devo a te, che mi hai compreso anche quando avresti potuto odiarmi o ripudiarmi, che mi hai fatto sentire vivo anche quando io facevo di tutto per ucciderti. Ti ho fatto male e ho assassinato me stesso. Ma la linfa che ho trovato da quando ci siamo incrociati, vale qualsiasi crocifissione abbia mai vissuto nella vita. Tutto mi ha portato a te, a qui, a adesso. Ti chiedo tanto, perché nei tuoi occhi vedo quello che ho sempre sognato. Perché sento il calore e il bisogno d’amore che hai rifuggito e nascosto per anni. Perché annuso il sesso che traspare dai tuoi gesti. Perché amo la bambina, la donna, la puttana e la madre che custodisci gelosa.
    Invecchierò e perderò fascino e senso, ma mai lo sguardo che mi salda ai tuoi occhi.
    Ferma tutto e amami come l’uomo che hai sempre portato dentro…
    Gianni

     

     Salvo alzò lo sguardo e scrutò il commissario che lo osservava con un sorrisetto malizioso sulle labbra. -Non riesco a capire, commissario.- disse poi dopo un attimo di silenzio. -Cosa vuol dire questa lettera?-
    Il commissario Lugarini si grattò delicatamente la barba cinerea e prese il foglio tra le mani.
     -Immagina, Salvo: immagina un ragazzo, ma non un ragazzo qualsiasi. Un romantico, un sognatore, un giovane uomo che vive nella mente i sogni più fantastici. Mille vite, l’amore eterno, l’amore che squarcia ogni resistenza, che valica ogni limite. Mi segui?...Bene. Immagina ancora questo ragazzo costruirsi un essere divino, nella mente, solo lì, crearsi un sogno e dipingerlo, adornarlo, curarlo. E questo sogno, di colpo, non è più solo un sogno: è qualcosa di reale, un’essenza che puoi toccare. Immagina, allora, un mondo perfetto, creato nell’assoluto, unico, compiuto, tirannico. Attento ragazzo, tirannico… Bene Salvo… Guarda ora questo mondo e guarda quella porta. Al di fuori, oltre quella, non esiste più niente che possa migliorare questo sogno. Esiste il mondo, esiste la realtà. Quello che noi vediamo e sentiamo, quello che percepiamo come vero. Ed è un coltello questo reale, Salvo. Squarcia… Guarda Gianni  e guarda la pistola che stringe in pugno: quello è forse l’unico contatto che aveva col mondo, di certo il più tangibile. La sua mente creava fantasie e illusioni. Creava e disfaceva a piacimento, giorno dopo giorno. Pensa solo questo: storie su storie, fantasie e surrealtà. Intrecci senza senso o direzione, subordinati al caso, al caos, alla follia. Non una mente: una fabbrica di allucinazioni! Tiranna, come ho detto prima; perché non lasciava spazio ad altro, perché non concepiva nient’altro che se stessa e il suo punto di vista. Crudele, no?! E una mente come la sua, fragile e lucida come la sua, allo scontro con la realtà, non può creare un uomo: no, può solo annientarlo, solo devastarlo.-
     Salvo scosse la testa e sospirò. – Un rifiuto, commissario. Dalia lo ha rifiutato?-
     Il commissario Lugarini sorrise. Ne aveva viste tante nella vita, ma quella ancora gli mancava.
     Gettò il foglio sulla scrivania e mise una mano sulla spalla del giovane.
    - No, Salvo… Lei gli aveva detto di sì. -

    Fine

     

    Siena, 4 settembre 2007

     
  • 04 dicembre 2007
    Tre dita nell'anima

    Come comincia: È una bella mattina di settembre. Sulla carta dovrebbe essere ancora estate, ma la natura sembra essersene scordata. La tramontana ha tirato tutta la notte e il termometro adesso segna 11°. Non proprio il calduccio estivo in cui tutti speravano… Sono seduto a un tavolino in Piazza del Campo. La nostra bella città si gonfia per l’inverno: nuovi studenti, residui turistici, gerontocrazia ai colonnini. Sopra il tetto della Cappella, l’orologio segna le dodici. In punto. Sorrido e ordino un altro vino rosso alla piccola barista slava. È nuova e ancora entusiasta del lavoro.
     
    Dieci minuti e il cielo cambia colore. La tramontana spazza via il sole, per poi farlo tornare dopo pochi istanti. La gente sembra accusare il primo freddo. Ma tutti sanno che il caldo tornerà. È così da qualche anno, ormai. Niente più mezze stagioni – evviva quei luoghi comuni dei nostri nonni. Anche se non ci sono più i nonni di una volta.
    Scrivo sull’orlo dell’abisso. Scrivo perché il personaggio che mi hanno dipinto addosso me lo impone. Maria dice che sono un po’ pazzo, che non vivo in un mondo reale, ma nel cosmo fittizio di un clown. Beato me, penso, non capendo un’acca di quel che vuole dire. Guardo il mondo e mi chiedo quale sia reale: il tuo Maria?
     Scrivo sull’orlo dell’abisso, dicevo. Sono quello che al mondo alcuni chiamano artista, altri vagabondo, altri pazzo, altri zecca. Ma quest’ultima definizione la rifiuto a priori! Per concetto e sostanza è praticamente impossibile che io sia una zecca. Una zecca se ne sta quatta quatta nel suo angolo, nell’erba o sopra un ramo, e aspetta che la vittima le passi accanto. Aspetta ore, giorni, anni, secoli, questa zecca paziente. E poi zac – al momento buono salta giù e s’incolla alla bestia giusta. Io no! Io non ho pazienza! Non aspetto, ma corro incontro alla vita, la divoro, la sbrano, la dilanio. Me ne drogo e ubriaco fino alla pazzia – allora sono pazzo davvero…- me ne imbevo come fosse crema, e dall’acido ne prendo forza. E poi, francamente, sbaglio sempre bestia…
    Per il resto, possono chiamarmi come vogliono. Le definizioni servono solo a creare scompiglio. Certo aiutano. Un medico non può mica farsi trovare ubriaco come un tegolo, a mezzogiorno nel bel mezzo della piazza principale, qui in città. Un avvocato non può certo sedersi a terra con la chitarra a tracolla e mettersi a cantare Sweet Jane a squarciagola. Un politico non deve permettersi di ballare, saltare e gridare nel cuore del giorno, così senza motivo. E pensate a un bancario che tutto a un tratto salta su dal tavolino del bar e scoppia a ridere come un invasato, da solo! Certo, tutti farebbero tutto. Ma a un artista è permesso dare di matto ogni tanto… finché non fa male a nessuno. E non c’entra niente se i desideri repressi degli altri si trasformano poi in giudizi e condanne. All’artista tanto cosa vuoi che freghi?! Allora ringrazio le convenzioni, le formalità, le definizioni a priori che mi permettono di fare come un monaco zen: ho fame-mangio, ho sete-bevo, ho sonno-dormo, ho voglia di scopare in un angolo della strada e scopo in un angolo della strada. Badate bene, anche gli altri lo fanno. Ma se li beccano sono grane, mentre se beccano me… “beh è un artista, cosa vuoi farci?” A libertà donata…
    Questo dogma però, mi schiavizza anche un po’. Se non faccio qualcosa di inaspettato, la gente mi guarda come per dire: “Cosa diavolo avrà, guardalo è così calmo, starà male?”… E io hai voglia a spiegare che non c’è una regola, che oggi mi va di essere così, incolore come un tassista o un avvocato. Un po’ zecca, ecco…

     

    Sono al quarto bicchiere di vino rosso adesso. Forse vaneggerò un po’, ma rientra negli schemi. E poi sono stanco morto.
    Ho passato tutta la notte in bianco. Anche stanotte. Sono quasi venti giorni che non riesco a dormire bene. Mi giro e rigiro nel letto, fino a quando mi alzo inviperito, mi vesto e esco per strada. Siena di notte è un incanto. Un pizzico di nebbia, silenzio e luci soffuse. Il passato esce dai mattoni e si ritrova in piazza per danzare. Ho visto spesso Cecco, Dante, Simone e Jacopo. Il Savonarola immerso in un pentolone e dietro, ai fornelli, San Bernardino con una birra Poretti in mano. Rosy deve essere ancora aperta… Faccio un salto al bar, ma mi scordo che ancora non è autunno e l’estate è già finita: quindi è tutto chiuso. Poco male. Ci sono due o tre bottiglie di vino in terra, semipiene – vedo il lato grasso della vita adesso. Le travaso come un oste provetto, senza far cadere neanche una goccia e mi metto quella semi-piena sotto braccio. Adesso ho tutto: il nettare, scarpe ai piedi e un buon cappello. La tramontana soffia forte. La sento ghiaccia sul viso, così il sonno mi passa del tutto. Vado verso il Duomo, che è sempre il luogo più silente di Siena. Devono essere le pareti della cattedrale che assorbono il rumore del giorno e non lo liberano che all’uscita del sole. Gli scaloni sono freddi, marmorizzati. Mi siedo e do un sorso alla bordolese. Porca puttana, quanto è fredda!
     La notte è un guanto di lana: riscalda e riesce sempre a non farmi sentire solo. Sono uscito di casa con un pizzico di tristezza addosso. Ci sono giorni in cui accade anche questo. Anzi, nel mondo dicono che un artista deve essere così: solitario, malinconico, introspettivo e profondo. Ad alcuni annoia, a me resta indifferente. Ho chiuso la porta di casa e ho sentito una fitta. Pensavo fosse il fegato, ho toccato un po’ con tre dita, ma niente. Allora ho toccato più a fondo e ho capito che era l’anima. È leggermente ingiallita in questo passato prossimo.
     Giulia dice che ho bisogno di stare male.
     -Cosa ti manca? Fai la vita che vuoi fare, mangi scopi scrivi e sorridi, ma sembri sempre inquieto. Vuoi di più? Bene, allora rassegnati. Se vuoi di più devi fare di più.- E allora le rido in faccia, perché capisco che non capisce niente e che quel suo “di più” altro non sono che soldi. Chi se ne frega dei soldi? Ho un gran bel mucchio di soldi nella mente. E guarda caso non mi manca niente, se non un po’ di sguardi in meno. In meno, attenzione. Voglio meno sguardi e meno mani, meno occhi, dita, bocche, fiche, capelli, datteri e corvi. E Giulia continua:
     - Ridi? Ridi! Bene, ridi… Tanto a me che me ne frega. Ma guardati: vuoi il sogno e non appena lo trovi, lo distruggi, poi corri da me e piangi come un bimbo.- E il bello è che non sono mai corso da lei, piango come un bimbo è vero, ma non sono mai corso da lei.
     - Gracchi, come un corvo gracch i- continua lei - Sei l’immagine sbiadita di un uomo. Ciucci al mio capezzolo e non ti basta mai. E io non mi tiro indietro, bada bene. Io sto qui, ferma e accetto tutto. Ti ascolto, ti consolo, ti scopo quando ne hai voglia e ogni tanto ti allungo anche qualche soldo. Eppure tu non mi mostri neanche un minimo di riconoscenza. Che razza di ingrato sei, che mostro sei? Sei una zecca ecco cosa sei. - Poi mi guarda e mi chiede se ho voglia di passare la notte da lei. Certo, penso: e così sarei io la zecca? Tu che mi sfoghi addosso le incazzature di una settimana giuridica, tu che mi ammorbi di offese e giudizi, tu che ti liberi della merda accumulata per codardia, tu… dai della zecca a me? Bene, sono una zecca e vengo a dormire da te.
     - Avrei anche bisogno di cinque euro, giusto per comprarmi le sigarette. - Mi guarda, sorride e me ne regala dieci, per fare la scorta.
    Giulia è l’esempio lampante di quanto gli artisti siano necessari all’umanità. Capri espiatori, permettiamo alla gente di purificarsi attraverso noi. Attraverso l’arte, attraverso i sorrisi, attraverso la rabbia che si trasforma in bile e li sotterra. Siamo la pace e il centro dell’universo. Giulia è talmente contenta di offendermi e poi scoparmi che quasi quasi mi sento felice. Se non fosse per la sua lingua dura, mi sentirei davvero al settimo cielo. Ma quella lingua è un supplizio al quale devo sottostare se voglio godere un po’ anch’io. Lei ha il suo bagaglio di leggi, scartoffie e processi money-maker, io la sua pala d’acciaio che frulla come un ventilatore. Tiro un po’ di coca, l’avvocatessa ne dispone sempre in quantità e poi mi ci ficco come un centometrista. Ogni volta che esco da quella casa, sazio, svuotato e pieno di soldi, mi accorgo di quanto bella e facile sia la vita.

    Ma ieri notte Giulia non c’era. Ero al Duomo, solo e un po’ malinconico. Il cielo scuro di nubi non lasciava intravedere nient’altro che se stesso. Ho finito di scolarmi la bottiglia di vino rosso e ho preso a camminare per le vie vuote. Che silenzio, che pace! Il grido di un bambino mi avrebbe ferito a morte. Chissà quanti bambini dormono dietro quelle finestre chiuse? Per fortuna nessuno di loro ha gridato. Solo la macchina di Trilloro è passata sobbalzando sulla pietra serena. L’ho visto curvare verso il Duomo, col suo carico di mangime per piccioni al seguito. Il comune vieta che si dia cibo a quei volatili. Ma vai a vietare qualcosa a un pazzo…

     Non so per quanto tempo ho camminato. La cosa che più mi piace della notte è che riesce a spogliarmi la mente dai pensieri. È la sua informità, le sua deforme indifferenza. Cammino con la mente vuota e così non sento il nulla nella pancia. Lei grida, certo, ho una tale fame, ma la mente asettica non percepisce più niente. Ed è il primo passo verso la felicità.
    Ripenso al mio dottore, che è la parodia ciondolante di un medico. L’altro ieri l’ho chiamato a casa. Avevo un po’ di mal di gola e la febbre alta, almeno così gli ho detto. Non c’era motivo di farlo, ma volevo vedere la sua buffa faccia almeno per cinque minuti.
    Lui ha scosso la testa: - Sempre male stai, eh Giacomino! - Giacomino… mannaggia a te dottorino…
    - Già - gli ho detto – sono cagionevole. Troppi antibiotici da piccolo.
    Mi guarda. Ghigna. Esplica.
    - Gli antibiotici sono la colonna portante del sistema farmaceutico italiano, Giacomino. Non devi condannarli così, a caso - mi ha risposto quasi offeso. – Che sintomi hai?
    Mal di gola, febbre alta, mal di testa e ossa doloranti.
    - Porca vacca! - ha esclamato allontanandosi un po’.
    - I primi sintomi della lebbra? - gli ho chiesto vedendo il suo ribrezzo.
    Così mi ha controllato gola, occhi, respiro, ghiandole, petto, schiena, riflessi: un check-up completo, da distanza siderale-anticontagio, è ovvio.
    - Ahi, siamo messi male - ha sospirato poi. – Facciamo così: ti prescrivo questi antibiotici. Due al giorno, dopo pasti, per una settimana.
    - Una settimana?
    - Sì, fino alla fine della scatola… E riguardati che non sei messo per niente bene!
    Perfetto! Sette giorni di antibiotico e quarantena, poi convalescenza e vitamina C. E tutto per…niente!
    Ho comunque preso la scatola in farmacia, non si sa mai.

    Continuo nella mia passeggiata esfoliante. Ho aperto i sensi e sono in allerta. Se il giorno ti esclude dal mondo, la notte ti ci riconcilia. Basta non pensare ed essere pronto a ogni evenienza. Cammino, ma la malinconia è sempre lì, sottobraccio. Arrivo in piazza Salimbeni, dove il mostro di Pio non so quale, mi guarda con aria grave e contratta. Sono un profano, libertino e impenitente, lo so; perdonami… Proseguo oltre, quello sguardo è troppo forte. Alla Lizza, splendido giardino, sento il vento aumentare. Mi calzo il cappello più a fondo e alzo il colletto della giacca. Posso sembrare un tipo losco, ma ho solo freddo. Costeggio un po’ il Palazzo di Giustizia, pensando al porco che ha avuto il disgusto di pensarlo e al demente che ne ha approvato il progetto. Spero perlomeno che ci debba vomitare, una volta o l’altra. Mi tolgo dalla vista quel mostro fabbrica-mostri e corro fino al laghetto dei cigni. Loro dormono, hanno la coscienza a posto. O forse è l’acqua, nera, torbida e puzzolente, che li atrofizza. Mi viene voglia di oppio. Aprono bar, pizzerie a taglio, negozi d’alta moda; mentre io chiedo solo due cose: un bordello e una fumeria d’oppio. E una carrozza che mi riporti a casa quando sono tutto fatto.
    Salgo i gradini, dietro al laghetto. Il puzzo di piscio è devastante, ma fingo di non sentirlo. Mi appoggio ai bordi della finestrella e guardo i cigni grigi ripiegati su se stessi, dormire come cigni ripiegati su se stessi: scomodi… Il cespuglio accanto a me si muove per il vento. Guardo dentro e tacchete! una rosa selvatica. Corro giù, mi assicuro che nessuno sia in giro, e la colgo all’istante. È bella, rossa, piena di spine e profumata. Una rosa rossa come si deve! Forse che il piscio di qualche ubriaco l’abbia nutrita e fatta così regale? Stacco lo stelo pungente e lo lancio nel laghetto. Mi ficco la rosa nel taschino sinistro della giacca, dopo averla annusata ancora, proprio sopra il cuore.
    Fa freddo adesso. Decido che è ora di tornare a casa. M’incammino, ma una fitta mi buca ancora lo stomaco. Tre dita, ma niente, è ancora l’anima. Così mi siedo su una panchina. Il campanone della Torre del Mangia rintocca le quattro. Il mondo è vuoto. Sono l’unico essere umano sveglio. E mi godo quell’attimo di pace. Mi torna alla mente una canzone che ho sentito alla radio, quella mattina. È orecchiabile e la fischietto un po’, per tenermi compagnia. Il paradosso dell’artista: c’è gente e non la vuoi, sei solo e ti senti troppo solo. L’artista ha bisogno della gente – questa è la verità – per sentirsi solo senza soffrire. La solitudine forzata è una gabbia, né più né meno.
    Fiero di quel pensiero chiudo gli occhi per un po’.

    Dopo qualche minuto sento dei passi dietro me. Mi volto di scatto e vedo una ragazza sbandare a destra e sinistra, come su una nave in tempesta. Si avvicina piano e vedo che è ubriaca fradicia. La prima cosa che mi viene in mente è: ma da dove cazzo viene? Pensavo fosse tutto chiuso in questo periodo, ma forse qualche bar è ancora aperto. La ragazza mi nota. Mi si fa incontro e impastando grida: - Scusi, che ore sono? - Mi fa sorridere, scusi, sono già così vecchio? Un bambino qualche giorno fa mi ha lasciato il suo posto sul tram, dicendomi “venga signore, venga”. L’avrei ucciso… Ma questa povera ubriaca non riuscirebbe a distinguere una stringa da una scarpa, così le sorrido.
    - Mi spiace, non ho l’orologio- le dico mostrandole il polso.
    - E il cellulare? - fa lei imbronciata.
    - Neanche, mi spiace.
    - Accidenti! - sospira battendosi il pugno nel palmo della mano.
    Gira i tacchi e si allontana, barcollando. Quando è a qualche decina di metri da me, mi viene in mente il campanone e quei suoi quattro rintocchi. Le corro dietro e le dico. – Ehi, aspetta. Sono le quattro e mezza, minuto più minuto meno.-
    -Oh grazie! - esclama. E dal nulla tira fuori un sorriso meraviglioso.

    Adesso sono sulla via di casa. Passo da Piazza per dare un’ultima occhiata a quella notte. Ancora nessuno a giro, solo il vento che continua a spazzare il nulla. Alzo gli occhi verso il cielo e miracolo! nessuna nuvola. Solo stelle e una splendida luna piena all’orizzonte. Sta quasi per sparire, ancora pochi istanti e tramonterà. Sento l’ennesima fitta allo stomaco. Riprovo e finalmente lo sento, lo stomaco che si lamenta. Niente più anima inquieta, è solo fame…
    Corro verso casa, mi spoglio in fretta e furia e chiudo gli occhi sotto le coperte. Ecco cosa intende la gente, quando dice “artista”. Ora dormo, perché ne ho voglia. Sono uscito per fare una passeggiata, solo e malinconico. Ma adesso, nella stessa casa, appena due ore dopo, non sento più niente se non qualche crampo di fame. La vita è bella, meravigliosa! E questo è l’artista: un uomo che esce nella notte di tramontana e nella sua malinconia vaga fino allo sfinimento. Sono uscito, ho vagato, mi sono sfinito: e quello che ho raccolto sono un fiore, un sorriso e la luna – la vita!

    Fine

    Siena, 6 settembre 2007