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Racconti di Giampiero Fichera

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  • 08 dicembre 2019 alle ore 9:04
    uscita d'emergenza

    Come comincia: La pioggia cadeva ininterrotta da giorni. Ora fitta, sottile e di sbieco, stirata dal vento, ora con gocce grosse e grevi che si schiantavano al suolo in fiotti sfavillanti, oppure con scrosci imperiosi, rovesci irruenti che impedivano alla gente di poter fare qualsiasi cosa. Buda, dunque, da sempre adusta, si fermò attonita e depressa, in fremente attesa  che il cielo plumbeo sparisse e scaricasse altrove la sua pancia gonfia d'acqua, magari a San Antonio o in quel di Galveston, dove tutta quella gente con la puzza sotto al naso ne avrebbe giovato.

    Jane, appostata dietro la finestra, approfittò immediatamente del riprender fiato dei nembi e, sotto una pioggerella innocua, raggiunse in fretta il bar all'angolo. Da troppo era chiusa in casa, anche per una solitaria come lei: doveva rientrare nello spazio dell'umanità.  Ma, tranne il barista appisolato sul bancone, la porta le spalancò il nulla, il niente: il bar era completamente deserto. 

    Purtuttavia non tornò indietro anzi, con un contento disappunto, prese posto al tavolino dietro la vetrata, in modo da poter osservare la strada e la pioggia che, nel frattempo, aveva ripreso a scrosciare con rinnovato vigore.

    Niente, dunque, come al solito.

    Niente oltre la soglia del suo matrimonio, niente dietro le porte dei vari maschi incrociati dopo, e niente dietro la porta della sua famiglia. Niente neppure oltre i paraventi degli amici,  e meno di niente oltre le sgangherate porte dei colleghi, del lavoro. 

    Aveva ormai perso il conto di quante volte era entrata ed uscita dal niente, sempre sorretta e sospinta dal "non può essere". Sino a che non aveva imboccato una delle due uscite d'emergenza possibili: la solitudine. L'altra, quella del niente di niente, pur spalancata e invitante, l'avrebbe evitata. 

    E la scelta sembrava essersi rivelata fruttuosa poiché da quando aveva intrapreso il romitaggio aveva ritrovato tutto. Tutto quello che aveva perso, o le era stato rubato o a cui aveva rinunciato, nel nome del "s'è fatto sempre così" e di "così va il mondo". L'aver accettato supinamente regole e consuetudini, pensieri preconfezionati e azioni telecomandate, ne aveva abbrutito l'essenza sin quasi a convenire di chiudersi la porta alle spalle, e far finta di niente. Stritolata dalle catene delle sopraffazioni, delle contraffazioni e delle mistificazioni s'era dovuta adeguare per non perire e, dunque, ne era diventata ingranaggio consapevole. Anonima porzione del grande e immarcescibile gioco delle parti, dove ciascuno non è mai quel che sembra. Dove menzogne, ipocrisia e avidità lubrificano in continuazione la giostra. Che corre, corre sempre, per non andare da nessuna parte.

    Nonostante ciò, però, nonostante stesse bene da sola, e isolata, ogni tanto sentiva imperioso il bisogno di parlare e di essere ascoltata, di essere toccata, abbracciata. A stento resistendo all'impulso di rimettersi nel gioco, di lasciarsi andare.

    Il fragore di un tuono sorprese il barista nel più bello del sonno, sancendone la fine. Assodato che ebbe l'assenza di avventori, nel persistere del fortunale, l'uomo chiuse i battenti senza pensarci su due volte. Jane rimase, così, l'intera notte a frugare freneticamente nella pioggia, come se in qualche goccia potesse scovare il segreto della felicità.