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Racconti di Gino Ragusa Di Romano

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  • 21 novembre 2014 alle ore 12:55
    RIFLESSIONI

    Come comincia: Un sorriso cordiale abbellisce il viso di chi lo dona e per un attimo tace anche la sofferenza di chi lo gradisce.

    La libertà è un’insegnante virtuosa, mentre la coercizione paralizza la mente e genera violenza. La libertà è figlia dell’aria.

    Vivi da libero pensatore e da libero cittadino del mondo, ricordandoti sempre del fondamentale pensiero socratico: “Il vero sapere è sapere di non sapere”, nonché dell’esortazione “Conosci te stesso – Γνῶθι σεαυτόν –”, che può riassumere l’insegnamento di Socrate.

    Quando i politicanti litigano, il popolo è il capro espiatorio dei predetti scellerati.

    L’anarchia è la migliore forma di governo, ma gli uomini non sono ancora preparati a poter convivere in pace, condividendo in maniera sublime i tre sentimenti: la solidarietà, la libertà e la giustizia sociale.

    Un buon libro è come un fiore profumato: orna ed olezza la casa, ma, soprattutto, l’animo di chi vi abita.

    È facile senza riflettere impugnar la penna e scrivere o muovere le labbra e proferir parole a vanvera; far tutto questo, però, significa sparare senza mira e non colpire il segno.

    Le ombre, talvolta, non sono meno importanti della luce.

    Il mio pensiero, forse, non è gemello al tuo, ma della mia fatica cogli, se gradita, la sostanza.

    Essere poveri non dipende da noi, ma dipende da noi far rispettare la nostra povertà.

    Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno.

    La persona bene educata si distingue dalla maleducata in salotto, in camera da pranzo ed al tavolo da giuoco.

    Vivere sulla terra è tanto pesante, che sembra paradiso l’inferno di Dante.

    Io sono vivo perché scrivo. Poesia animi medicina. Ποίησις ψυχής φάρμακον.

    Ho conosciuto la sofferenza, ma, invece di vendicarmi, ho aiutato i deboli.

    Un forte desiderio diviene sogno, che poi il tempo traduce in realtà.

    Non dire mai è troppo tardi, per questo è stata creata la morte.

    Prenome, nome e titoli qui valgono niente, se ai posteri non lasci il bene della mente. (Da scrivere sul muro, sopra il cancello dei cimiteri.)

    Gli elogi scritti sulle lapidi in ogni cimitero son per tre quarti falsi, forse un quarto è vero.

    Un libro sa parlare bene al suo lettore, se lo stesso lettore vi si riconosce alla fine della lettura.

    È meglio per l’uomo un nemico intelligente, che un amico stolto.

    Renditi utile ai tuoi simili e così prolungherai la tua vita.

    La storia potrebbe essere una grande maestra di vita, se noi non mettessimo più in pratica tutte le negatività dei nostri predecessori, ma non è così. Quindi, io credo che, se nelle scuole di ogni ordine e grado non si insegnasse più la storia (non magistra vitae, sed magistra bellorum sanctorum et non sanctorum, vinte da nessuno, nonché magistra di tante altre porcate politiche ed ecclesiali) e si requisissero anche films giornali e quant’altro di nocivo, eroganti rispettivamente scene e notizie violente e pornografiche, in un tempo non lontano, forse, le future generazioni ne trarrebbero
    grande beneficio educativo. Se poi al predetto marciume si opponessero costruttive rappresentazioni ed azioni stimolanti, i semi positivi che sono già dentro di noi, come la fratellanza, la libertà, l’uguaglianza et cetera, germoglierebbero e noi, dimenticando
    e non tramandando più il nostro orrendo passato, forse potremmo davvero costruire una nuova società su solide fondamenta di pace, dove vivere e non a forza sopravvivere, come ancoraoggi avviene. Avremmo reso così un ottimo servigio alle future generazioni.

    La povertà causa la fame, ma, talvolta, anche la fama.

    L’ideale politico dell’uomo non dovrebbe stare né a destra, né a sinistra. L’ideale politico è unico, è solo quello di amare e rispettare la collettività. Il contrario di quanto sopra scritto è dell’uomo ignorante ovvero del delinquente, che da parassita vive a discapito
    degli uomini onesti. L’uomo, che ha un ideale politico, è colui che si adopera con diligenza, come fa il buon padre di famiglia, ad attuare i programmi più idonei e confacenti alla piccola collettività, cioè alla sua famiglia, con mezzi buoni e dignitosi per
    raggiungere ottimi fini. Chi stimola la predetta virtù, poiché già la possiede, è veramente un uomo politico.

    Chi sono i cosiddetti politicanti moderati? Mi viene in mente il “Brindisi di Girella” di Giuseppe Giusti. Sono esseri ambigui e parassiti, che fanno finta di stare nel mezzo, in modo di poter dare all’occasione, da veri girella, per interessi personali una mano a
    destra e l’altra a sinistra e ricevere favori dall’uno capo e dall’altro. Ho sempre ammirato chi, invece, nel bene o nel male, negativamente o positivamente agisce senza “falsa moderazione e con schiettezza”, concludendo poi a costo di qualsiasi sacrificio personale grandi azioni virtuose per la collettività (Gesù, Gandhi, Francesco d’Assisi, Martin Luther King etc.) ovvero commettendo atti dissoluti, depravati e delinquenziali nei confronti della società civile (la mafia etc.).

    L’individuo deve essere assorbito dalla collettività, ma la collettività deve amarlo e rispettarlo.

    La poesia è l’arte di dire più cose in meno spazio, la poesia scatena la fantasia, la poesia è pathos (πάθος), ma è anche anelito.

    Il poeta deve proporsi l’utile per scopo, deve rappresentare le passioni attraverso un processo psicologico, ricavandone un insegnamento morale. Il poeta deve proporsi il vero per soggetto, deve, quindi, rappresentare l’uomo nel suo interiore più vero, scrutare l’intimo delle coscienze. Il poeta, infine, deve prefiggersi l’interessante per mezzo per rendere più facili e più estesi gli effetti della poesia, di guisa che interessino tutte le classi sociali, esercitando così una larga efficacia sulla coscienza collettiva. L’arte deve avere, infatti, una funzione educativa; se così non è, avrà fallito il suo nobile scopo e quindi arte non è.

    Gli asili nido a volte sono tristi luoghi di penitenza infantile ed anche i ricoveri per gli anziani, talvolta, sono le anticamere dei cimiteri. Nei suddetti luoghi, come negli ospedali, con strutture idonee, dovrebbero operare veri e seri professionisti di spiccata umanità.

    Sulla mia strada ho trovato spesso alunni svogliati ed io ho dovuto essere un modestissimo maestro. Avrei desiderato tanto incontrare grandi maestri per essere io un alunno. Sono stato comunque un piccolo allievo delle Muse e ne sono soddisfatto.

    Le dita della mano sono tutte diverse; ma, quando agiscono, l’uno aiuta l’altro ed insieme portano a termine qualsiasi lavoro.

    La grande felicità nella vita di un uomo consiste nel perdonare gli ingrati e donare un sorriso al viso dei suoi simili.

    Le buone azioni purificano i cuori, la cattiveria li sporca.

    Le ricchezze terrene non ci preservano dalla morte, né si possono portare all’altro mondo; perciò in terra possiamo accumulare altri tesori e poi depositarli nei cuori dei nostri simili.

    Il racconto del sacrificio di Cristo sulla croce ci dà un precetto sublime, gli amministratori della sua chiesa, invece, per le loro falsità sono dei farisei; tali individui per me valgono quanto un fiammifero già acceso e consumato, ma, purtroppo, sono la zavorra, il danno più grande dell’intera umanità.

    L’uomo porta la croce dalla nascita al morire ed il suo sembiante lo dimostra quando distende le braccia in posizione orizzontale.

    La croce dell’uomo è l’uomo stesso, per sé e per gli altri.

    Non chiedere al bambino cosa vorrà fare da grande, perché se sarà un politico, un prete, un magistrato, uno spazzino o altro poco importa, se non avrà imparato prima di tutto a vivere ed a far vivere; quindi, a comportarsi da uomo solidale, libero e giusto. A questo dovrebbe tendere l’educazione dei genitori, questo dovrebbe prefiggersi la scuola attraverso l’insegnamento delle varie discipline, a questo dovrebbe mirare la società civile, agendo bene con i fatti e con le parole.

    Ammiro Gesù Cristo, ma detesto il Dio, se esiste, che lo fece crocifiggere. Dio, ripeto, se esiste, protegge i delinquenti e tutti coloro che operano nel male. Gli amministratori della chiesa e i politicanti, infatti, ne sono un esempio eclatante. Fa soffrire, invece, coloro che amano il prossimo e vogliono lavorare e vivere onestamente da uomini semplici una semplice vita.

    Molta gente quando parla non comunica, fa solo rumore; questa gente dovrebbe, prima di parlare, imparare ad ascoltare e poi, dopo aver pensato, esprimere a bassa voce la sua opinione.

    I figli sono figli del tempo, non nostri. Noi possiamo amare i figli del tempo, che la natura per rinnovarsi mette gli stessi al mondo attraverso di noi, ma noi non possiamo mai possederli. Noi abbiamo il dovere di allevarli, di educarli e di istruirli, ma il loro tempo sarà il loro maestro; infatti, il nostro tempo non è il loro tempo. Se così non fosse, non ci sarebbe mai stata in terra l’evoluzione della vita in meglio o in peggio a seconda del tempo, dello spazio e degli accidenti.

    Le istituzioni e gli uomini che le rappresentano sono caduti così in basso, ma tanto in basso, quanto sono alte dalla terra le stelle nell’universo.

    L’orologio segna l’ora sbagliata, se il pendolo non funziona; così, il corpo umano perde il suo equilibrio, se il suo pendolo perde il giusto ritmo, che è, infatti, indice di buona salute.

    I buoni libri sono concepiti da pensatori e si evolvono pian piano nella mente dello scrittore, che poi li partorisce e restano vivi nel tempo, dando degli insegnamenti. I cattivi libri sono sfornati da cattivi fornai, non da pensatori, in breve tempo e del loro pane si nutrono gli stupidi, che sono tanti; infatti, pagano per buono un alimento avariato, intossicando così la loro mente. Tali libri entrano facilmente da porta a porta nelle case e i loro scribacchini fanno soldi, perché questo è il loro unico scopo, ma la loro fine è quella dei giornali. I giornali, infatti, rifiuto di notizie impresse nella carta, dopo una sommaria lettura si buttano nell’immondizia, perché sono irritanti anche per pulirsi il culo. Ahimè! Quanta carta, che potrebbe essere igienica, si perde inutilmente. Che spreco! Io non ho letto giornali quotidianamente, ma quelle poche volte che l’ho fatto, mi è servito solo per potere criticare gli stessi per dire ed affermare oggi quello che già ho sopra scritto. I miei giornali quotidiani sono stati i cittadini di varie estrazioni sociali, con i quali sono venuto a contatto; così ho conosciuto attraverso le loro parole, qual era la loro vita, le difficoltà delle loro famiglie, perché sotto la lingua è nascosto l’uomo e prima o poi, dialogando, si apre a chi sa ascoltarlo. Sono stato un attento ascoltatore dei bisogni altrui e, svolgendo il mio quotidiano lavoro, mi sono adoperato, in silenzio, per quanto ho potuto, ad alleviarli.

    La salute del corpo è direttamente proporzionale al silenzio dei suoi organi, come l’educazione civica e l’educazione politica sono direttamente proporzionali al silenzio delle istituzioni e del popolo.

    La scala che sale sul Parnaso contiene moltissimi gradini ed io ho sollevato a stento il piede destro, che poggia appena sul suo primo gradino.

    Chi sa leggere i libri, lasciatici dai buoni scrittori, impara tutto ciò che occorre per saper vivere bene e in buona armonia col prossimo. Si dice che i morti aprano gli occhi ai vivi; è vero, infatti, l’esperienza di quelli che ci hanno preceduto dovrebbe essere guida
    al vivere civile e solidale.

    Come può un maestro chiamarsi tale, se attraverso l’insegnamento delle varie discipline le sue parole e i suoi atti non generano anche lezioni di vita. Maestro è colui che sollecita la mente dei discenti alla conoscenza senza che questi se ne rendano conto così, come fa il vento quando muove degli alberi le foglie.

    L’uomo, degno di tale appellativo, non è altezzoso con gli inferiori e non striscia mai ai piedi dei superiori. Questo è stato il mio comportamento durante tutte le mie attività lavorative.

    Gli uomini politici dicono sempre di avere ereditato tante cose guaste da chi ha prima governato, ma, poi, venuti al potere, non si adoperano di emendarle; credo, infatti, che siano altrettanto o più colpevoli dei loro predecessori, che le hanno provocato. Che
    delinquenti! Siamo governati da delinquenti professionisti! “Otempora, o mores!”gridava, esasperato, Cicerone nella sua prima Catilinaria.

    La natura è madre e matrigna: ossigena e ossida nello stesso tempo.

    L’istruzione innaffia i semi che sono in te, l’educazione li fa crescere bene.

    Il fallimento, talvolta, stimola la maturità.

    La parità tra gli uomini, forse, è impossibile da raggiungere; le differenze tra gli stessi esistono e credo che esisteranno sempre, ma vanno rispettate. Procedendo in questo modo, credo che si può vivere lo stesso in armonia.

    Ho respinto ogni atto che ho ritenuto ignobile per me e per i miei simili. Sono stato, pertanto, isolato e biasimato dalla massa. Credo, comunque, che era necessario non infangarsi e, così agendo, penso di aver dato anch’ io un onesto contributo alla società.

    La più grande sventura che possa subire l’uomo è l’inesistenza di Dio, in cui ha fede in tutti i sensi. Pertanto, oltre che una grande sciagura di per sé, è un tradimento, perpetrato ai danni delle popolazioni ignoranti e deboli, nonché una truffa commessa dagli amministratori della chiesa cattolica, ma anche dalle chiese delle altre religioni, che hanno da secoli inculcato questo assurdo convincimento non basato su prove o dimostrazioni, traendone credito, potere e benessere economico a discapito delle predette popolazioni. Ma siccome nessuno dall’aldilà ci ha mai rivelato la verità, i predetti amministratori non sono condannabili per i reati, cui ho sopra fatto cenno. Come il sacrificio dell’uomo sulla croce potrebbe essere un racconto vero o non vero, ma di messaggio forte ed umano si tratta, degno di essere veramente applicato
    dall’uomo per vivere in pace sulla terra; così, la fede in Dio, a prescindere dalla sua esistenza o inesistenza, sulla terra porta un filo di speranza, un’illusione, all’uomo disperato, rendendolo, talvolta, più docile e tollerante verso di sé e verso gli altri. Quindi credere in un essere superiore a noi non fa male; fanno male all’uomo, invece, come ho scritto in altre parti, gli esempi deleteri, che gli amministratori della chiesa diedero, hanno dato e danno quotidianamente.

    L’amore è il motivo dominante che più di ogni altro muove e commuove la vita dell’uomo. Chi non ama, seppur vivo, è morto. Per percepire la bellezza del mondo naturale e viverla pienamente bisogna amare con tutte le proprie forze. L’amore, infatti, è il tema precipuo dei miei scritti.

    Tutti gli esseri animati producono letame, ma l’uomo spicca tra tutti i predetti esseri perché, oltre che dai consueti canali escretori, lo produce spesso in abbondanza anche dalla bocca.

    L’uomo si conosce dalle azioni compiute, come l’albero dai frutti che produce.

    Il denaro dovrebbe essere il servo dell’uomo, ma spesso da servo diventa il suo padrone. Lo stesso di può dire del popolo italiano, che, eleggendo i feticci di qualsiasi partito, da sovrano, secondo la Costituzione, diviene servo.

    La Morte incalza l’uomo appena nasce, ma se non riesce ad afferrarlo con la sua falce, la Vita alla germana rende un gran servigio, dando sofferenza all’inseguito, finché, stanco e disperato, poi si ferma, anelando ad essere al più presto avvolto nel nero manto della smunta donna.

    Dal mio libro "LACRIME E SORRISI" - Pellegrini Editore - Cosenza 2014

  • 30 maggio 2013 alle ore 11:00
    Lettera a mia figlia Vega

    Come comincia: Mia piccola Vega,
    hai già compiuto dieci anni e mi sembra giusto che tu cominci a conoscere qualche regola di buona creanza per poter vivere civilmente con i tuoi simili e per essere considerata, come si dice, una brava ragazza.
    Durante questi dieci anni hai avuto più contatti con l’ambiente in cui vivi; ma fino ad oggi non ti avevo spiegato cos’è l’educazione, che non è una disciplina da imparare, ma un sentimento. Un sentimento che si fonda sul rispetto della personalità degli altri, mentre dallo stesso rispetto l’uomo ne trae dignità.
    Il concetto, forse, potrebbe esserti poco chiaro ed allora ti dico di non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. In presenza di altri fai in modo che il tuo comportamento sia quello stesso che tu vorresti fosse assunto dagli altri davanti a te ed, infine, quando sei sola, pensa di comportarti allo stesso modo come se fossi in presenza di altri.
    Se sentirai forte questi sensi, alla vita e alla società avrai reso un gran servigio.
    Ricordati che tu potrai essere istruita, ma non molto educata. L’istruzione sollecita, comunque, l’educazione, ma le stesse sono indipendenti. Oggi vi sono molte persone istruite o intese come tali, ma il loro alto grado di cultura non sempre è in simbiosi con l’educazione.
    Ovunque, nel mondo, l’uomo studia e tende sempre ad arricchire la sua mente, usando libri o mezzi di diversa sorta, però l’obiettivo è uno: l’istruzione. Così in ogni parte del mondo vi sono abitudini diverse e particolari modi di vivere, però ogni popolo tende al vivere civile, quindi all’educazione. Oggi vi sono tanti nuovi ricchi, anche istruiti, ma di educazione non vogliono saperne; anzi, talvolta, per la stessa hanno un gran rigetto. Certamente non hanno senso civico ed è meglio lasciarli nell’ambito, in cui stanno, avendo solo compassione di questa loro carenza.
    Adesso, mia piccola Vega, ti darò alcuni consigli: il tuo vestito sia pur rattoppato, ma non sudicio; dopo qualsiasi lavoro o giuoco provvedi a pulirti ed a mettere in ordine le cose e te stessa; durante tutti i tuoi contatti con la gente, parla con moderazione, evitando frasi scurrili o vocaboli triviali o, peggio ancora, imprecazioni; mentre parli, il tuo sia un dialogo bilaterale, improntato sul rispetto delle idee altrui, nonché sulla discrezione; se vuoi vivere e costruire sempre meglio una società civile, agisci con sincerità e con disciplina, rispettando tutti; la cortesia sia il tuo bell’abito, che insieme con la generosità sarà ammirato ed apprezzato anche da chi conosce poche regole di educazione; impara molte lingue, ma non dimenticare mai il tuo dialetto, non tutti hanno la possibilità d’imparare un’altra lingua e forse anche la sola lingua italiana ( sarebbe un vero miracolo se tutti potessimo parlare una sola lingua ).
    Mia graziosa figliuola, ti ho detto, forse, molte cose, ma tu potrai dilazionarle nel tempo; se qualche vocabolo ti fosse un po’ ostico, usa il vocabolario, il solo amico del tuo intelletto, ovvero dialoga con me, come fai.
    Tuo padre

    Dal mio libro "ACCENTI D'AMORE E DI SDEGNO" - Pellegrini Editore - Cosenza 2004

  • 17 aprile 2013 alle ore 11:20
    BIOGRAFIA di Gino Ragusa Di Romano

    Come comincia: Nacqui il 26 giugno 1943 a Pietraperzia, dove vivo. La mia famiglia m’impartì un’educazione spartana ed io ne condivisi gli insegnamenti, facendo degli stessi la mia norma di vita. Padre di quattro figli, col valido e costante aiuto della mia consorte, signora Maristella Calabrese, insegnante nelle scuole elementari, essendo lei la lanterna del mio sentiero, ho potuto guidare con amore la mia famiglia. Ho lavorato alle dipendenze del Ministero del lavoro prima e poi dell’Assessorato del lavoro della Regione Sicilia. Ho diretto vari Uffici : l’Emigrazione, La Conciliazione delle controversie di lavoro, il Collocamento et cetera; infine, trasferitomi all’Ispettorato provinciale del lavoro, ho svolto le funzioni di ispettore, capo della sezione vigilanza. Le diverse esperienze ed altre nei diversi settori delle attività lavorative e sociali mi hanno aiutato a crescere, mi hanno educato a rispettare il prossimo, ad agire da uomo, a credere nello Stato di diritto ed a lottare con i miei poveri mezzi a divulgare ciò che sento. Durante tutto il periodo lavorativo il mio lavoro è stato fonte di onesto guadagno, ma anche missione; infatti, quando si amministra la fame e non si può dare un posto di lavoro, anche un buon consiglio, una parola di conforto, talvolta, rinfranca. Ho servito la gente, disprezzando l’iniquo clientelismo. Ho applicato ed ho fatto applicare le molteplici leggi sul lavoro, svolgendo nei confronti degli utenti opera di consulenza e non di immediata repressione, tenendo sempre presente che dall’altra parte ci sono uomini e non santi; uomini che, talvolta, sono inadempienti per la farragine delle leggi italiane ovvero per motivi di forza maggiore. Ho ripulsione per i politicanti, servi di partito, e per gli ipocriti, ma ho sempre creduto nella politica, intesa come arte di governo della collettività e non come artifizio o delinquenza a discapito del prossimo. Amo Dio ed ho grande fede in Lui, ma non ho molta stima degli amministratori della Chiesa, dello sfarzo della stessa e degli annessi commerci ho gran rigetto. La Chiesa non dovrebbe avere diritto di voto, dovrebbe essere aliena dalla politica e, soprattutto, dai politicanti; i preti, infatti, sono già degli eletti, vocati a servire Dio e non dei conniventi servi-padroni dei vari partiti. Apprezzo qualche uomo politico onesto, che si sente fortemente vicino alla gente onesta, che si sente tassello della collettività, che ha virtù auree, che brilla di luce propria e vale di per sè; così stimo anche quei sacerdoti che hanno il contenuto del loro appellativo nel sangue e che per missione curano solo anime con l’esempio e con le opere. Più volte mi sono sentito stanco e sconfitto, ma con più lena ho ripreso più volte la mia lotta, combattuta con la parola e con lo scritto, “non possedendo altre armi, se non le lettere dell’alfabeto, che in molti casi e nel tempo hanno vinto le più dure battaglie”. Spero, infatti, che i miei scritti, non per vanagloria, possano entrare dappertutto e siano letti da giovani e vecchi, da persone istruite e non istruite. Siano letti, se non oggi, domani, da altre generazioni magari, in maniera che ciò che ho detto e scritto possa trovare il suo terreno fertile, dove l’idea del bene possa a poco a poco trionfare e ciò che oggi sembra utopia possa domani essere perenne realtà, dove l’uomo senta il diritto-dovere di lavorare per il bene comune che poi è il bene del singolo. Poter vivere in questa armonia significa vivere con la pace nel cuore e con l’amore verso Dio. L’amore verso Dio,che è la forza più potente, che permette all’uomo di superare ogni difficoltà. L’amore verso Dio, che sopprime il dubbio, grave malattia che blocca la vitalità e il dinamismo. L’amore e la fede in Dio sono equilibrio psichico e di conseguenza equilibrio sociale. Perchè una società possa vivere bene, bisogna pensare agli altri; perchè si possa vivere meglio personalmente, bisogna amare gli altri e non ipnotizzarsi sui piccoli problemi personali. Così operando, in ogni uomo c’è un cittadino fedele allo Stato, nonchè un poeta che racchiude in sè tutto quanto di sublime arte esiste. I miei versi sono lo sfogo naturale di chi ha sempre avuto orrore delle armi e della violenza ed ha impugnato la penna per cercare di stigmatizzare il male; i miei versi sono lo sfogo naturale dei miei sentimenti che guardano con tanta speranza all’orizzonte del bene. I miei versi non hanno una poetica ben definita. Scrivo di getto, non curandomi spesso di seguire o di rispettare i canoni poetici. La poesia è libertà e chi scrive, per legge naturale, è un uomo libero che ascolta i moti del cuore e li descrive.

    I miei versi esprimono qualche triste nota,
    ma se la stessa intona un altro dolce suono,
    ben venga la tempesta, se poi la quiete rota.
    Più felice è l’uomo dopo il lampo e il tuono.

    Gino Ragusa Di Romano
    Da “Accenti d’amore e di sdegno” Pellegrini Editore – Cosenza 2004

    Siti: ginoragusadiromano.wordpress.com
    xoomer.virgilio.it/ginoragusadiromano

  • 13 novembre 2011 alle ore 10:51
    Franco, Epifanio e il cane randagio.

    Come comincia: Franco frequentava la seconda elementare e tutte le mattine percorreva la stessa strada per raggiungere la scuola.Durante il tragitto s'incontrava con altri compagni ed insieme con alcuni di loro andava a comprare il solito panino,che consumava durante la ricreazione.
    Un giorno,mentre andava a scuola,si accorse che un cane scarno lo seguiva e con gli occhi,dallo sguardo triste,già esprimeva chiaramente la sua necessità.
    Franco era buono ed educato,ma anche i suoi compagni non erano da meno;pertanto,subito ognuno di loro gli porse un po' di pane,che il cane ingoiò in un baleno.Franco gli accarezzò affettuosamente la testa ed il cane poi lentamente si allontanò.Ricevette ogni mattina un pezzo di pane e una carezza.
    Passarono i giorni ed anche i mesi,quell'amicizia si strinse sempre di più,tanto da suscitare invidia o chissà quale altro ignobile sentimento in un ragazzo di strada di nome Epifanio,che abitava vicino a quella scuola.
    I genitori di Epifanio erano due  maleducati ed al figlio insegnavano ciò che avevano appreso;anzi,facendo propri quegli insegnamenti  ricevuti,li trasmettevano meglio al proprio figlio,che era un perfetto delinquente.
    Un giorno,infatti,senza alcun motivo aggredì Franco,imponendogli di non toccare il cane e di non dargli da mangiare.Con parole convincenti Franco cercò di fargli capire che anche il cane era una creatura di Dio e che aveva anch'esso il diritto di vivere;anzi sollecitò Epifanio a dargli anche lui del cibo,magari i resti,soprattutto perchè il cane stava quasi sempre di fronte alla sua abitazione. Epifanio non comprese ciò che Franco disse e repentinamente gli sferrò un pugno, che lo colpì fortemente al viso.
    Il cane,di solito seduto o sdraiato vicino al muretto che circondava la scuola, senza mai dare fastidio a nessuno,sentì il pianto di un bambino,di cui la voce gli era familiare.Di scatto si levò e,digrignando,con rabbia si scagliò contro Epifanio che,impaurito,corse subito a ripararsi a casa sua. Epifanio incise nel suo cuore la vendetta,mentre Franco accarezzò il suo cane.
    L'indomani Franco ritornò a scuola,ma il cane non si presentò.Passarono i giorni,ma il cane non si vide più.
    Pianse il bambino l'amico e la pena fu così forte che si ammalò.
    Epifanio,non vedendo più Franco,che ogni mattina passava davanti alla porta della sua casa,chiese di lui ai suoi compagni di scuola; appresa la triste notizia e resosi conto del valore dell'amicizia,nonchè del grande male che aveva causato a Franco,corse subito a casa dello stesso,dove trovò la madre mesta seduta accanto al figlio e,visto il bambino dormiente,molto malato,disteso nel suo letto,a mani giunte con singhiozzi e pianto,rivolgendosi al cielo pregò,pregò così:"Io non so preghiere,perchè mai nessuno me ne insegnò;io sono un ragazzo cresciuto qua e là. I miei genitori sono sempre in guerra con tutti ed anche tra di loro.Io non ho colpa di sì gran misfatto.Or ti prego Dio,perchè tu mi perdoni e faccia che Franco viva ed io possa morir per lui". Poi,accanto a Franco così gli disse:"Mi pento di ciò che ho fatto ed amico io ti sono.Sarò come quel cane,io ti aiuterò".Quelle parole scossero il bambino malato,che sentì e tese la debole mano ad Epifanio,a cui con voce fioca così rispose:"Hai ucciso il mio vecchio cane,ma nello stesso tempo è morto con esso anche il suo assassino. Epifanio,amico mio,oggi tu sei rinato;non disperarti,il sacrificio del cane ti ha redento.Adesso io so che vivrò e,come il mio povero cane,tu mi resterai nel cuore,perchè anche tu ora sei figlio del Signore".
    Così i due fanciulli si abbracciarono e l'amicizia li legò per sempre.

    Riflessione: L'odio solca l'odio, finchè non trova l'amore.
    Tratto da"Accenti d'amore e di sdegno"
    Pellegrini Editore - Cosenza 2004

  • 15 giugno 2010
    Nino

    Come comincia: Nino, figlio di Turiddu e di Stella, abitava in campagna con i suoi genitori e con i suoi fratelli. Tutti lavoravano un appezzamento di terreno di proprietà di un tale, chiamato don Totò.
    Nino aveva sei anni ed, oltre a lavorare, andava a scuola, in una scuola rurale, che raggiungeva a piedi ogni mattina, attraversando campi seminati e percorrendo viottoli interpoderali limacciosi.
    In una vecchia casa di campagna, adibita a scuola, con vecchi banchi molto malandati, dove la luce entrava solo da una finestra, ogni giorno perveniva con mezzi di fortuna una povera maestra con il suo scaldino, attesa con piacere dai suoi pochi alunni.
    Tra i suoi compagni Nino era il più indigente, ma il suo corpo appariva pulito ed ordinato come i vecchi indumenti che indossava ben rattoppati; anche le scarpe, a suo malgrado sporche, mostravano una sommaria pulitura.
    Nino non aveva libri né quaderni, perché la sua famiglia molto povera e numerosa disponeva solo di quel poco per sostentarsi quotidianamente. Nino non poteva scrivere né leggere; solo ascoltava le lezioni, adoperandosi sempre ad imparare.
    Un giorno, Nino, cresciuto di due anni, dopo la bacchiatura delle mandorle, sapendo che non tutte venivano raccolte e qualcuna veniva lasciata a terra o sull'albero sol per mera svista, portando con sé un lungo bacchio, andò subito per i campi a cercarne qua e là, aguzzando sempre più la vista verso terra e verso i rami.
    Settembre fu per Nino faticoso, però in ottobre il ragazzo raccolse i frutti del suo lavoro onesto. Diede al padre la metà di quelle mandorle e lo pregò, dicendogli il motivo, di vendere la sua restante parte.
    Turiddu chiamò subito la moglie e volle che anche lei ascoltasse attentamente quanto il figliuolo gli aveva appena detto. Stella benedisse il suo fanciullo e rivoltasi al marito così disse: " Vai, Turiddu, subito in paese, il primo ottobre è fra qualche giorno ". Turiddu comprese e si affrettò a sellare il mulo, mentre Stella ritornò ai lavori usati. La scuola si riaprì il primo di ottobre e Nino si presentò di buon mattino ad aspettare lieto la maestra, che arrivò, come sempre, allora giusta.
    La scolaresca, composta di quattro alunni, le corse incontro con infantile gioia e, dopo averla salutata con affetto, Nino subito le disse:
    " Maestra, quest'anno leggerò sul mio libro ed anche scriverò ciò che tu dirai, perché ho lavorato un po' di più, dando a mio padre più dell'anno scorso e tenendo per me quanto basta per poter comprare la penna, i libri ed i quaderni. Quest'anno anch'io sarò come tutti gli altri e non molesterò più i miei compagni ".
    Così estrasse dalla tasca il suo pugnetto, che mise nella mano alla maestra, pregandola con gioia di comprargli tutto l'occorrente.
    La maestra, commossa, strinse al petto quel fanciullo, che dopo trent'anni per caso io rividi a Roma, percorrendo una strada principale, dov'era scritto a fianco di un portone - Dottor Nino Grigio - Pediatra.

    Riflessione: La gloria ed il successo costano sacrifici.

    Tratto da "Accenti d'amore e di sdegno" - Pellegrini Editore - Cosenza 2004