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Autore

Giulio Nicolai

in archivio dal 07 mag 2007

20 settembre 1987, Massa (ms) - Italia

22 giugno 2011 alle ore 19:00

Discorsi di un uomo in preda a sé stesso.

Il racconto

Non potevo crederci, mi sentivo quasi violato nell'animo, negli anfratti più oscuri ed intimi della mia personalità. Come essere colpiti da un fulmine, ci si sente vittime di una profonda ingiustizia, ci si continua a chiedere perchè proprio a noi, perché proprio quel giorno. Non era da me perdermi in un bicchier d'acqua così piccolo, avevo avuto dei cedimenti durante il percorso quotidiano della vita, ma erano sempre state piccole scosse d'assestamento, mai un vero e proprio terremoto, di quelli che ti staccano violentemente i piedi da terra. Ma ora, nel tempo d'un battito d'ali di farfalla, il mio mondo era totalmente cambiato, avevo incrociato un'ombra occulta, una personalità che emanava una profondità sconcertante nel buio dei suoi occhi, che sembravano quasi trattenere a fatica, e volontariamente, i messaggi d'aiuto che teneva dentro di sé. Era quel fare ambiguo che mi aveva inizialmente portato a una fredda indifferenza, ma che parallelamente giocava col mio inconscio, stuzzicandone le più remote pieghe. Una bomba ad orologeria, un vulcano che riempie le sue viscere di magma nel profondo silenzio della notte e che all'improvviso scatena la sua inarrestabile potenza inoculando negli spettatori quel forte senso di meraviglia e di impotenza, che spezza qualsiasi velleità di salvezza.
Ammetto, non volevo crederci neanche io, ho pensato subito ad un errore di valutazione, a delle emozioni amplificate da un particolare momento d'abbandono, ad un perverso gioco al martirio, di quelli che ci porta a fare cose che non siamo minimanente in grado di portare avanti. Ma solitamente era il tempo a levigare tutto come un fiume in piena, smussando anche le rocce più aguzze in pochi istanti così da modificare il paesaggio della mia anima nel giro di qualche giorno, eppure questo meccanismo si era inceppato col suo incontro, il tempo si beava di me facendo finta di essersi dimenticato del necessario aiuto di cui avevo bisogno.
Furono pochi i momenti in cui ebbi la fortuna di entrare in contatto con quella presenza così singolare, con quell'anima sonora che emetteva un flebile canto d'incomprensibile bellezza, malcelato da un velo di freddezza costruita ad arte come riparo dal complicato regno del sentimento, ma nonostante ciò cominciavo a non fare più a meno di quella melodia, mi piaceva anche solo ascoltare il silenzio da lei generato in quei momenti d'imbarazzo che al buon osservatore paiono regali rari e da custodire gelosamente. Avevo completamente perso ogni senso di realtà, la sua presenza, come la sua assenza, erano in grado di cambiarmi l'umore in un secondo, di trasformare il mio sentire come argilla nelle mani di un abile scultore e questo, intimamente, mi dava fastidio. Non potevo accettare che le mie azioni, questa volta, fossero legate al movimento di un'altra persona, privandomi di quella autonomia che mi ero conquistato e di cui andavo così fiero.
Ma non potevo fare altrimenti, ero come un pesce oceanico preso all'amo, che scuote la lenza con tutte le sue forze, fino ad esaurirle, rendendo quasi banale il compito del pescatore. Ed era questa banalità, questo totale lasciarsi andare, la mia rovina più grande, stavo offrendo tutto quello che avevo ad un prezzo irrisorio. E ben pochi sono in grado di accettare un dono così grande senza pagarne un prezzo tanto alto da giustificarlo.
Era questa la conclusione a cui, dopo diverse notti insonni, ero arrivato. Mi ero innamorato, ero stato così sciocco da aprirmi ad un'altra persona, senza porre ripari, senza accettarne le conseguenze. Ed ora mi ritrovavo così, solo, in compagnia del suo ricordo, accoltellato nell'animo dalla sicurezza che in quel momento lei stava pensando ad altro, magari ad un quartiere lontano, ad un vecchio poeta, ad una serata tra amiche. E io non mi rassegnavo, perchè come Ulisse avevo ascoltato il suono della sua anima, ma non ero stato tanto accorto da legare il mio corpo ad un saldo riparo.
Quanto avrei voluto che anche solo una nota del mio essere fosse arrivata alle sue orecchie, alla sua pelle, al suo cuore mascherato e velato di malinconia. Quanto avrei voluto guardarla e aspettare che fosse lei a sorridere, così da chiudere gli occhi ed aver impressa per sempre quell'immagine e poter dormire, finalmente, col sogno del domani.

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