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Autore

Giuseppe Galato

in archivio dal 30 gen 2008

20 gennaio 1983, Salerno - Italia

segni particolari:
Se la curiosità può essere annoverata fra i segni particolari, ecco, è quello il mio...

mi descrivo così:
Non è tra i miei interessi l'autodescrizione...

30 gennaio 2008

Pasquale

Intro: A volte le cose bisogna guardarle da punti di vista differenti per poterne cogliere quelle sfumature che si confondono. E un buon osservatore, o un buon lettore, trova sempre delle sorprese ad attenderlo...

Il racconto

E' solo tre giorni che sono stata liberata dalla mia prigionia.
Voi non potete immaginare cosa significhi passare una vita tra le sbarre. Ambiente piccolo, impossibilità di qualsiasi azione. O reazione. Una vita ad essere nutrita da terzi. Una vita che, di fatto, è dei terzi. Non tua. Tu sei un automa. La routine fa perdere coscienza del sé. Immola il libero arbitrio ad un pensiero ridondante. Ed ora eccomi qui, per strada. In un mondo che non mi appartiene. Il mio mondo personale era ormai lì, con le sue limitazione. Io sono una disadattata. Non so rispondere agli impulsi esterni. Non ho avuto l’abitudine a farlo. L’abitudine che forgia il tuo bagaglio interno a reagire a ciò che ti circonda. È un’ingiustizia mi abbiano liberato. È una finta libertà. La libertà vera è ciò che tu puoi fare nelle tue limitazioni. Io non posso fare. Non riesco a fare. E loro, in fin dei conti, lo sapevano. Sapevano che mi avrebbero mandato allo sbando. Ma non gliene è importato. L’importante è il gesto, non le conseguenze di esso. Progetti di facciata a breve termine contro conseguenze concettuali a lungo termine. Ed eccomi qui. È solo tre giorni che sono stata liberata dalla mia prigionia. E sto morendo. Non sono riuscita a trovare un mio posto. Una vita fatta di eremo non ti permette una socializzazione. Non ti dà i concetti necessari per lasciarti comprendere il come. Sto morendo di freddo, di fame, senza un posto dove andare, senza riuscire a rapportarmi con i miei simili. Sto cercando di pensare se mai sono stata libera. Non ricordo. Non ricordo nulla. Né i miei genitori, né la mia vita precedente la prigionia. Il primo ricordo che ho sono quelle sbarre. E gente in andirivieni. Ma solo immagini di persone, non i concetti che essi portano con sé. Non ricordo neanche il mio nome. Semmai ne abbia avuto uno. Ed ora, eccomi qui. È solo tre giorni che sono stata liberata dalla mia prigionia. E sto morendo. Ho già gli arti irrigiditi, impossibilitati di movimento, come quando erano fra le sbarre, ma stavolta immobilizzati dall’interno. Sento il battito cardiaco che inizia a calare. Il corpo sta cedendo, non reagisce, ed il freddo va a riempirlo. Sento la pupilla, bagnata dalle lacrime, espandersi. Le immagini si sfocano. Il mio ultimo pensiero va al giornalista della televisione, che ha parlato nel momento in cui sono stata liberata.
E forse ha pronunciato il mio nome.
Penso alle sue parole: “Ecco liberata la colomba della pace, come buon auspicio per un mondo migliore”.

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