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Poesie di Giuseppe Gianpaolo Casarini

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  • 09 giugno 2016 alle ore 12:58
    Il soffione

    Solitario  mi chino nel verde
    a coglier di un tarassaco verde
    un solo  solitario pappo e al cielo
    in alto poi guardando a disperder
    quei tanti tanto sottil piumosi semi
    forte forte soffio con l’illusion vana
    di disperder i cattivi pensier miei
    lontano e  a germogliar lontano
    lontano tanto dal terren del cuore mio
     
     

  • 06 giugno 2016 alle ore 9:24
    La lodola cantava

    Nascosta quel dì tra i boschi del Ticino
    una piccola lodola cantava e del divenir
    ignaro io di quel canto tanto mi beavo
    che di lontan lugubre triste era il suonar
    di una campana poi suono per me fatal
    a recar da lì in poi  solo dolore e pianto
    che dal materno ramo quel dì cadde
    mentre quella  piccola lodola cantava
    una piccola verde foglia a me sorella
     

  • 04 giugno 2016 alle ore 8:26
    Non vi è cantor

     
    Non vi è poeta vuoi sommo o sconosciuto
    che dell’amor  non abbia nelle rime sue
    cantato che tu donna e i sentimenti che
    all’uman cor all’animo nel tempo muovi
    del poetar son fonte sgorgan così petrose
    rime poi dolci accorate poi tanto dolorose
    tu donna angelica spirto oppur donna pietosa
    t’amo e non m’ami  lo sai che poi ti odio oggi
    questo il cantar tu senti nei secoli a te donna!
     

  • 02 giugno 2016 alle ore 10:22
    Non come rosa

    Che man gentil dal suo cespuglio colga
    o che agir violento da lì con furia strappi
    della rosa il dolce  profum  si  muore
    e l’acuta spina poi perde  il suo vigore,
    pur degli amanti al fiore la fragranza
    scema  quando tra quei cuori il distacco
    avvien quale ne  sia di questo la ragione
    fior della rosa  diverso  poi sia nell’aspetto
    sia nei colori che per vero senza spine nato
    poi di queste lui  morente si ricopre tutto
    per  far sol  un dei due cuori  sanguinare
     

  • 30 maggio 2016 alle ore 11:36
    Il saluto della rana

    Copron ninfee carnose e dal giallo fiore
    il largo specchio di un melmoso fosso
    e nel silenzio non sento per qui strano
    poi  verso alcuno delle figlie del limo
    delle ranema da qui  lontani un tuffo
    un gracidare come a dir al  domandar
    a quel pensar mio muto son qui presente
     ti saluto e del pensier io grato  m’allontano
     

  • 28 maggio 2016 alle ore 11:59
    Molle tirate da mano misteriosa

    Cheto è lo scorrer del ruscello, calmo il mareazzurro piatto senza onde, sonnolento il vulcan
    il suo bollore spento, s’apre lieto  al sole il cielo
    nessun nuvola lo turba e infastidisce poi ecco
    quelle molle misteriose lì celate che a suo piacer
    una mano misteriosa stuzzica e con lor gioca
    e per capriccio bizzarro e tanto sconosciuto oltre
    il limite meccanico sottende  della natura mutano
    gli stati si gonfia il ruscello a dismisura, ribolle
     il mar e onde violente s’alzan minacciose, fuoco
    vomita il vulcano si rompe il ciel e fulmini saette
    e sulla terra gemer si sente per morti e distruzioni
     

  • 26 maggio 2016 alle ore 8:29
    Come rapido della lucciola

    Come rapido della lucciola il suo chiaror
    nel di lei fuggir tra l’erbe si perde e spegne
    e qual da nuvola in ciel sorta improvvisa
    della luna il lucior ecco vien velato e tolto
    e delle  brillanti stelle ad un tratto il candor
    svanisce come candele da un  soffio spente
    così spesso tra l’erbe dell’orto degli amanti
    e tra il cielo dolce lunar e di lor tanto stellato
    dell’amor la lucciola muor Venere ratta si vela
    e tutto dei cuor si spegne l’ardente firmamento
    e  questo amaro divenir  spesso ignoto da sapere
     
     

  • 24 maggio 2016 alle ore 12:14
    Le vite del giardino

    Nel volger del giorno dal mattin a notte muta
    repente la vita che anima l’erbe le piante i fiori
    gli spiazzi e pur l’aria di un giardin che qui s’affaccia:
    quando i gatti dormienti sono o in cerca di avventura
    e merli gazze passerotti nei nidi sui rami dei platani
    dei tigli o dell’alta quercia che quei qui  tanto sovrasta
    al notturno giusto  riposo l’ali spente  stanno abbandonati
    e volati già son  a della sera il primo far da qui  altrove
    e le bianche farfalle e le zanzar moleste e i calabroni
    e sotto terra in fondo  rifugio stan bruchi formiche
    vermi ecco che al colmo della notte striscian tra l’erbe
    veloci dal musino buffo e snello il corpo buffe corazzate
    creature i miei cari porcospini ricci che lì pronte per lor
    sui bordi di aiuole dagli spenti fiori  di dolci mele fette
    larghe in attesa stanno e di pasti altrui avanzi croccantin
    dorati  a romper il diurno forte digiuno e fame ristorare
    e s’apron poi  danze e d’amor giochi e a sospetti rumor
    mutansi infin quei corpicin in  d’aculei ricche rotonde palle
     

  • 23 maggio 2016 alle ore 14:19
    Il nobil servil omaggio

     
    La gran Marchesa dai capelli rossi
    in tarda età il mondo aveva lasciato
    dorme ora  nel  suo avito nobile
    sepolcro di marmorei busti  marmi
    colorati adorno e in alto  troneggia
     una equestre  statua di un famoso
    suo bis-bisnonno  condottiero prode
    che con una man un bronzeo  stemma
    regge, triste qui  guardo vedo e ripenso
    oggi neanche un fiore povera  Marchesa
    ma  tanti negli anni  di rose rosse mazzi
    di principi conti visconti duchi giovinastri
     non già omaggio alla vetusta grazia tua
    ma bensì ai pranzi luculliani  che largivi,
    or non ti rattristare che da che mondo
    è mondo diffuso è questo agir servile
    uno ti danno  se san più di cento avuto
    ed al  dato zero  dicon più non ti conosco
    quindi  sola non sei in questo amaro elenco
    pensa dunque qui serena e  stesa stando
    al vecchio e saggio tanto  popolare detto
    che passata la festa pur son  gabbati i Santi!
     
     

  • 20 maggio 2016 alle ore 13:37
    La mano in alto tesa

     
    La mano in alto tesa  per oggi darti mamma
    una carezza  non al  caldo  tanto amato  viso
    che  muta fredda marmorea  foto toccan queste
    dita mie e poco lo so è questa mia carezza
    che pur con tanto amor lì  portata non scalda
    né riporta  in vita  te mia  fonte della vita, vita
    spesa negli anni tanti tuoi solo  per donare
    pur se fu tua  vita sofferta e dolorosa tanto:
    tolto ti fu bambina, quel lago, un caro tuo
    fratello,  matura donna poi la figlia bimba,
    mia sorella,tenero ramo dalla rapace falce
    nera  dall’alber tuo materno  un dì reciso,
    indi  nel tempo  dolori altri e tanti  tanti
    da forte spirito mutati pur vivo quel vasto
    tuo tormento interno in sorrisi dolci e gioia
    a chi ti avvicinava ed ecco infin come dicevi
    consolazione della vita tua quell’amor tanto
    sconfinato amorevol e amorevolmente dato
    a quel figlio mio figlio di tuo figlio frutto
    eran tue parole  dolce e assaporato a dar,
    dopo amarezza tante e prima del sonno eterno
    che or pian piano  or t’avvolge, l’ultimo vigor
    al tratto estremo della  vita tua come rinnovata,
    cade la mano mamma e  dopo la carezza dal labbro
    solo col singhiozzo nasce questa mia parola:
    grazie ……………………………………!
     
     

  • 14 maggio 2016 alle ore 9:30
    La rosellina quel dì ignorata

    Un maggio antico ricordo in quel giardino
    tante eran le rose che del cuor ardente  mio
    s’offrivan al desio, coglimi era la suadente
    di lor voce: tutte eran belle tutte  profumate,
    sol  una inver taceva poco il profumo poca
    la bellezza così tra le prime la mia scelta cadde
    ma tardi stolto l’animo ferito manifesto mi fù
    l’errore mio  che senza spine sol era quella
    da me tanto sdegnata inodore muta  poverella
    che facile per un amante d’inganno esser preda
    quando si bada solo alla bellezza e all’apparenza
     

  • 27 aprile 2016 alle ore 12:06
    Quella prima domenica d'Aprile

    Una casa di riposo un letto bianco
    chi mi regalò  la vita tanto stanca:
    ecco un mio bacio l’ultimo e il tuo
    ultimo debole sorriso che deboli
    erano quelle forze, ultimi tra noi
    moti d’amore e gesti, una lontana
    prima domenica d’Aprile quel
    tuo ultimo cammino sul sentier che
    al sonno eterno, morta la vita, porta
     

  • 26 aprile 2016 alle ore 17:34
    Quel ch'io credeva amore

    Corre spesso il pensier a ricordar
    del tempo della età mia nova
    un non corrisposto quel ch’io
    credeva amore quanto tanto
    allor dolore mi portò al cuore
    diversa riflession e giudizio
    oggi si portano alla mente
    amor non riamato amor non
    è che questo è vero e non
    fallace sentimento se non
    v’è poi corresponsion dei sensi
     

  • 23 aprile 2016 alle ore 10:15
    Come nudo tiglio

     
    Ricche di foglie verdeggianti son
    oggi le piante del giardino il tiglio
    solo al ciel due moncherini tende
    nudo tanto la scure nel potar quel
    d’autunno dì  la chioma sua offese
    e  d’udir or par un  lamento suo
    che altre primavere han da venir
    prima d’al ciel d’aprir  le verdi
    braccia te fortunato dico che  ben
    diverso il destin di vecchia pianta
    il mio nuda tra le mille e mille
    piante  verdi nel campo della vita
    braccia dall’usura del tempo rotte
    a rinverdir precluse e la morte solo
    pronte ad abbracciare domani  forte
     

  • 20 aprile 2016 alle ore 12:38
    Son io poeta' Mai lo saprò!

    Mai lo saprò se questo mio
    parole in versi vergar costante
    fama porterà di vero poeta
    al nome mio o di scribacchin
    inver non degno di memoria,
    semplice il metro di giudizio:
    se il mio sognar, il mio amar,
    il dolor mio, del mondo  i miei
    colori saranno d’altri indotti
    sogni, sentimenti ad amor
    volti come a intendere così
    il dolore che soffro e gioire
    così del colorato mondo mio
    degno sarò di aver d’alloro
     di una fogliolina sola pur anco
    il capo cinto, ma se questo
    mio sentir amar veder soffrir
    sol mio sarà e muti dei miei
    lettori  i sentimenti e dell’animo
    i sussulti, cada il sever giudizio:
    sì di versacci sia mero scribacchino.
     

  • 16 aprile 2016 alle ore 10:14
    Erfoud

     
    Un tempo qui acque oceaniche profonde
    vita marina fatta da specie e da colori
    tanto tra lor diversi svariati fascinosi
    oggi la solitudine il silenzio del deserto
    dove il vento spesso domina e impera
    petraie dove giaccion memorie del passato
    morti fossili che puoi toccar con mano
    e come per magia riveder quel mondo
    antico e ridestar quelle vite e quei colori
     

  • 15 aprile 2016 alle ore 18:04
    Canti solenni oggi

    Oggi tutto va ben Madama la Marchesa
    questo cantar s’ode per valli e per contrade
    son voci giulive dal tosco fiorentino timbro
    ma pur trentine sicule romagnol campane
    per non dir umbre di Puglia e calabresi,
    vili sol tacciono mute son liguri e padane,
    che da due anni e più,  son grulli  quei che
    non voglion vedere, mutato il viver e lo star
    in questa nostra Italia grande e tanto nova
    che novo  un re  regna e nell’oprar delle
    faccende sue il favor ha di giulive bimbe,
    al par suo tanto saputelle, che compagnia
    fanno e al suo dir e al cenno il sì d'assenso
    danno e poi, da mane a sera le man forte
    battendo, questo il principiar del canto loro
    solenne e con lo sguardo fisso al real scanno:
    “Dove è l’Italia povera stracciona vilipesa
    di quel tal di cui tutta l’Europa un dì derise?
    Uno Stival vedi novo lucido rivoltato tutto
    che il mondo inter bacia e riverisce prono
    oh  sovrano oh nobil condottier toscano,
    non più miseri qui  in cerca di un boccone
    ma dalla pancia piena  e ben satolli tanto,
    piene le fabbriche e forte risuonano i cantieri
    non più tasse ma pesanti di fiorin saccocce,
    solo un ricordo il paese ove il bel sì suonava
    all’età dell’oro con te il tempo  è tosto ritornato
    non Italia ma di Bengodi hai tu qui terra ricreato
    epigono degno di  Giovanni di Boccacino da Certaldo”
     

  • 14 aprile 2016 alle ore 16:56
    Altri crepuscoli

    Altri crepuscoli sì crepuscoli antichi
    mai dimenticati  così ricorda il vecchio:
    curve ancor nel della risaia il fango
    gambe semisommerse le mondine,
    già il grosso calderon  sull’aia bollente,
    scoppiettante il fuoco ardente, la fame
    a lenire, dopo una rapida sciacquata
    nei fossi lì vicini, nell’ora le attendeva
    poi, spento il fuoco, in quel silenzio
    muto,solo alla luna l’abbaiar dei cani
    quel gracidare  continuo delle rane,
    l’attesa sua un altro fuoco ardente
    quell’ore d’amore complice un pagliaio
     

  • 02 aprile 2016 alle ore 10:04
    Miles gloriosus (Satira)

     
    Plauto il libello suo lasciò un dì senza custodia
    da lì con balzo rapido e veloce dalle pagine  ratto
    se ne scappò Pirgopolinice  e con lui altre due figure
    a fargli compagnia e il tempo poi gli anni sfidando
    il piede mise presso il ponte  d’un italico fiume l’Arno
    e grande fu la sorpresa sua la vision di un condottier
    bardato tutto  grande codazzo lo seguia festante folla
    dame e cavalieri e solo viva  evviva al suo passaggio
    “ Come certo non sai che sei straniero-  due fanciulle
    disser con voce squillante allegra tosco-fiorentina
    -da un mondo lontan tanto tanto da qui lontan forse
    extraterren venir devi dunque tu sappia da terra misera
    questo onorato  sta trasformando  in terra di Bengodi”
    Ecco come sarà questa Italia  nuova da programma
    suo “ si legheran le vigne con salcicce di formaggio
    grattugiato le montagne maccheroni di cappon in brodo
    coi ravioli e fiumicelli di vernaccia s’intende la migliore”
    Giunta poi sera e dopo un poco nel paese aver girato
    Pirgopolinice tutto ciò non vide anzi e qui non sto a dir
    se non queste sue parole a Filocomasia e Acroteleuzia
    dette a voce alta “ Come vedete nel tempo continua
    la commedia nostra: un altro fanfaron e cortigiane altre”
     
     

  • 22 febbraio 2016 alle ore 12:06
    La foglia forestiera

    Una foglia staccatasi da un albero lontano
    un dì dal vento sollevata si posò in un giardino
    gentilizio vattene via gridaron  tu che sei plebea
    quelle qui stese e cadute dalle piante blasonate
    che non diverso dal consorzio nostro umano pare
    il pesar l’altro anche nel regno del mondo vegetale
     

  • 21 febbraio 2016 alle ore 10:10
    Cerco invano

    Cerco tra valli  monti e innevate creste
    un lago solitario dove lì lasciar i tristi
    miei pensieri e poi con lui da tal peso
     tanto opprimente  al viver mio sgravato
    respirar della solitudine quel sapore suo
    ma il mio girar è invano che sol si sa
    nel fantasticar dei sogni si potrà trovare
     

  • 15 febbraio 2016 alle ore 9:56
    Anime morte sconosciute

    Anime morte sconosciute
    Oggi di voi nulla è dato di sapere
    anime morte sconosciute nulla
    la neve ricopre quei di un tempo
    i  volti vostri e i nomi e gli anni
    nulla né vecchio bimbo fanciulla
    non vi è storia né di voi passato
    solo un presente qui silente muto
    in attesa di un futuro misterioso
     

  • 14 febbraio 2016 alle ore 9:49
    Illusion fallaci

    Spogliato è or qui l’albero del tiglio
    foglie secche già  morte tristi a far
    lì sotto a quello compagnia il vento
    poi dal mucchio una di lor solleva
    questa mossa par prender vita nuova
    altre nel tempo  si mettono a danzar
    tra quel tappeto morto dove  il vento
     poi morto  ferme ritornano a morire ,
    pur falso prender vita di volta avvien
    a passati istanti  del passato nostro
    secche foglie dall’alber della vita morte
    quando dall’alito d’interno vibrare scosse
    poi il sussulto morto di nuovo a  morir
    nel mucchio morto di ricordi nostri morti:
    fallaci illusion che  coi sensi forte pugnan
     
     

  • 10 febbraio 2016 alle ore 8:54
    Foibe

    Dieci febbraio  oggi del Ricordo il giorno
    verità negata, verità nascosta, verità taciuta
    che per anni una patria vigliacca imbelle
    prona  chinata genuflessa all’altar rosso
    fu titino comunista che vedere qui non volle
    altro rosso ma rosso sangue dalmata istriano
    sangue italiano che da corpi poveri smembrati
    vilipesi torturati forte forte  arrossò carsiche
    pietre di profondi stretti budelli foibe e foide
    e di quanti tanti poi illacrimate ignote tombe
    foibe parola che ancor oggi timidamente
    suona e par di poca risonanza che da allor
    sempre come il divin poeta scrisse Italia
    non donna di provincia appare ma bordello
     

  • 07 febbraio 2016 alle ore 18:11
    Viale spoglio

     
    Invano scuote il vento inutile fatica
    spogli di foglie son gli alberi del viale
    invano inver vorrei che questo turbinio
    l’animo mio  scuotesse e poi  la mente
    a far volar lontano i tristi miei pensieri