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Autore

Giuseppe Pipino

in archivio dal 09 giu 2011

22 luglio 1949, Palmi (RC) - Italia

mi descrivo così:
Sono un sognatore. Sogno un mondo dove si possa essere buoni senza essere considerati fessi. Dove si costruiscano impianti solari a concentrazione (quelli progettati da Carlo Rubbia) che dissalino l'acqua del mare e con tale acqua si fecondino i deserti, e si produca idrogeno per muovere il mondo

10 giugno 2011 alle ore 18:42

Tutto

Il racconto

È terribile vivere paralizzati in una stanza. Sentirsi morire lentamente di noia, disperazione, angoscia, nella crudele monotonia di giorni sempre uguali. Un alternarsi senza senso di luce scialba, spenta, soprattutto d'ombre.
  Nel dubbio, che diviene via via tremenda certezza, di non venire riamate dalle persone che ami, essendovi fra te e loro il più profondo muro d’incomunicabilità.
Tuttavia l'istinto alla vita ha quasi sempre il sopravvento e finisci con l'accettare anche la condizione più mostruosa.
T’accorgi di riuscire a sopravvivere anche così, e, in certi istanti almeno, di riuscire a provare qualcosa che forse gli altri chiamano felicità.

Anche se tua madre si curava di te, amorosa, tenera, dolcissima, non potevi non avere il dubbio che anche a lei fosse impossibile amarti, ed il senso profondo della tua diversità si faceva più vivo, palpabile, angoscioso.
Così ti rinchiudevi sempre più in te stessa: lasciavi che la fantasia immaginasse l'universo che non avevi, il sole che non vedevi, il vento, le stelle, l'infinito...
Quante volte, nelle sere ancora calde del primo autunno, quando non eri ancora relegata fra grigie pareti ed un cielo di cemento, e il vento spazzava via le nuvole, ti sei chiesta se lassù esistessero altri esseri con lo stesso tuo desiderio d'amore e la stessa infelicità .
Poi hai cominciato ad illuderti che essere paralizzati, non sentire un corpo cui si è legati, potesse avere il vantaggio di liberare le sconosciute potenzialità della tua mente.
La tua MENTE.
Quel benedetto – maledetto - te stesso che puoi riuscire ad amare od odiare, ma di cui non puoi liberarti.

La prima volta l'idea l'hai avuta per amore.

Ci furono i giorni in cui tua madre s’ammalò: cancro al cervello.
Tu DOVEVI guarirla: quante volte t’aveva curato amorosa, sorridente. Aveva cantato con gioia nella stanza, per te. Per non farti pesare la tua condizione. Fartela dimenticare.
E quante volte avresti voluto abbracciarla, baciarla...
Marco, tuo fratello, che avrebbe dovuto occuparsi di te, ti lasciava, in quei giorni, quasi sempre da sola, relegata in quella maledetta stanza, dimenticandosi di te.
In quei giorni imparasti l'odio per gli altri, i normali, i sani, nell'inferno della tua condizione che non ti concedeva neanche l'estrema possibilità pietosa concessa agli infelici.
Ti concentrasti con tutte le tue forze cercando di pensare al suo male, fino a quando non riuscisti a immaginarlo vivo, nitido, reale, presente in tutti i suoi particolari nella tua mente, e continuasti a ripetere spasmodicamente, con forza, senza stancarti: - Sparisci,  SPARISCI!

E tua madre guarì: il cancro scomparve ed i medici parlarono di miracolo.
Quell'unica volta provasti la felicità.
Fu, invece,  la tua maledizione.

Ti penti, ora, d’avere amato tanto tua madre. Maledici la tua condizione che ti ha impedito di parlare, spiegarti, farti capire,  gridare: - Sono stata io... ho solo voluto aiutarti.
Quando tua madre vide gli oggetti muoversi nell’aria, i piatti andare nell'acquaio e ritornare, asciutti, al loro posto per lo sforzo – il tuo sforzo - di risparmiarle i lavori più ingrati, i tuoi familiari, atterriti, decisero di lasciare quella casa e gli spiriti che l'abitavano.
T’abbandonarono.
L'ultimo pensiero di tua madre - non si può lasciare qualcuno che s’è veramente amato - fu per te:
- E la nostra meravigliosa Azalea?  - disse prima d’andarsene (mi sembrò di cogliere dolore nella sua voce calda, dolcissima).
- Lascia lì quella maledetta pianta! - rispose burbero mio padre.
- Tutto in questa casa è maledetto.
Mi sono sentita spezzare.

Così sono rimasta SOLA.
Poca luce nella stanza. Fili polverosi dalle persiane sbarrate.
Un rancido odore di chiuso s’è diffuso nell'aria.
Penso all'universo che ho conosciuto e non potrò più riavere. Definitivamente.
Penso al sole caldo, luminoso, alle stelle luccicanti a miriadi, inutili, ora che il mio cielo è grigio e piatto cemento.
Penso al vento malinconico e dolcissimo delle sere d'autunno.
Al mio volto, a me sconosciuto, che gli altri dicevano bellissimo, vellutato, prezioso più dei petali d'una rosa, che lentamente sfiorisce, inutile e dimenticato.
E sento un odio sottile, bruciante, salire dal fondo dell'animo e pervadermi.
Chiudo gli occhi e scopro all'improvviso di desiderare profondamente una cosa sola, con tutta l'anima, con tutte le forze: che tutto sparisca. TUTTO.

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