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Autore

Glauco Collini

in archivio dal 08 mar 2010

07 gennaio 1978, San Benedetto Del Tronto

08 marzo 2010

L'omino di paglia

Intro: La vita porta, spesso, a dover indossare una maschera per essere dentro la folla e far parte del mondo. La tristezza è sempre dietro il trucco e i segni del tempo appaiono ogni giorno sempre più numerosi su ogni oggetto. Ride tristemente il clown.

Il racconto

Di nuovo è giunta l’ora, si accende la luce nella tenda fredda e piena di cianfrusaglie di ogni genere. La sedia di legno durissimo privata dell’imbottitura da sempre, come trono delle scomodità della vita. Il tavolo pieno, non c’è più posto, ormai non manca nulla. Il grande specchio è lì sopra ma serve a non vedersi, contorni opachi, graffi d’avventura, immagine mal delineata, proprio come la realtà. Gin, due dita per la tristezza e due per il coraggio. Freddo in mano, piccolo parente opaco dello specchio, freddo sulle labbra e molto spesso. Ora trucco pesante per diventare un altro, ricci in testa e cappellone. Rosso su guance e labbra, a dipingere un sorriso dove non vi è mai stato, ma che durerà e sarà credibile finché non dipingerà l’acqua facendo sciocca e felice anche lei. Sigaretta, il fumo nell’aria nulla appanna, poiché qui è ormai lavoro fatto. Gin, due dita per il coraggio, freddo nella mano e freddo sulle labbra. Campana, in piedi di nuovo incapace e pasticcione. Rullo di tamburi, applausi, luci sempre troppo forti, a risposta il tamburo nel petto rulla troppo forte, gli occhi si socchiudono in cerca d’ombrata quiete. Le risate, le risate sono tutte per me. Ridete voi, io non lo farò. Ultimo soffio di dignità nell’orecchio, troppo breve per esser visto, qui si ride signori miei, qui dentro invece si urla e si bagna. Ecco il bianco in lontananza, anche questa sera farà la sua figura. Ancora tanta allegria per voi. Ora finisce i vestiti pesanti, enormi, smisurati. Un passo, un altro passo, e uno ancora. Tenda scura, fredda, piena di cianfrusaglie. Sedia dura, specchio opaco. Angolo dello specchio, piccola foto smangiata dal tempo. Padre, madre, due facce per una moneta, mai testa, sempre, sempre croce. Gin, due dita per la tristezza, due per il coraggio. Freddo nella mano ma ora più pesante, freddo sulle labbra, rullo di tamburi e via. Il fumo nell’aria nulla appanna, poiché qui è ormai lavoro fatto. Rosso dappertutto non sciocca neanche l’acqua. Gin, due dita a raccontar.

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