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in archivio dal 16 giu 2014

Ilario D'Alanno

23 giugno 1989, Lanciano
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  • 16 giugno 2014 alle ore 1:02
    Era solo una gara di pesca.

    Come comincia:    È estate e come tutti gli anni mi concedo qualche settimana di vacanza, recandomi nella mia città natale. Una località in cui il mare decora il maestoso paesaggio.
      Il lavoro che svolgo mi permette di vivere nell'agiatezza, ma le responsabilità sono innumerevoli. Presiedo un'azienda che fattura annualmente milioni di euro, esportando in diversi paesi del mondo. L'artefice è mio padre, un uomo caratterizzato da tenacia. Durante la giovane età è emigrato al nord Italia in cui, sfruttando le sue potenzialità, è riuscito a creare questa società. Oggigiorno, però, diversi problemi di salute lo hanno estromesso dalla gestione dell'azienda, concedendomi l'onore di prendere il suo posto. Sono felice di proseguire l'attività di mio padre, ma il terrore di compiere errori inibisce la mia serenità.
       Non sono coniugato né fidanzato. La solitudine sentimentale non mi turba, anzi mi permette di riservare del tempo alla mia stravagante passione, la pesca sportiva. La mia città natale mi dà la possibilità di praticare l'attività ittica con amici e conoscenti.
       Sono disteso in posizione supina sulla sabbia e i raggi del sole riscaldano la mia pelle, facendola grondare di sudore. Il vociare dei passanti mi rilassa. Le grida di gioia dei bambini mi rendono complice. Amo la mia terra; amo il sole che brilla su di essa e adoro sentire il suono delle onde che bagnano i miei ricordi.
       «Ciao, Mario», toccandomi le gambe.
       La voce familiare mi fa sorridere. Sollevo la sguardo e vedo il mio amico Giovanni con in mano un ampio secchio rosso.
       «Ciao, Giovanni. Sei solo?» chiedo, ponendogli la mano.
       Giovanni, senza proferire parola, china il secchio che a mia insaputa è colmo di acqua. Sobbalzo e mi affretto a cercare un asciugamano.
       Giovanni ed io siamo amici dalla pubertà. Lui è sempre stato un burlone. Ama fare scherzi, ma detesta riceverli.
       «Non cambierai mai» dico con tono sarcastico.
       «Ti ho visto un pò sudato e ho pensato di rinfrescarti.»
       Giungono al mio fianco Remo e Ginevro, amici d'infanzia.
       «Ti ha fatto il gavettone?» chiede Remo.
       Annuisco, aggrottando le sopracciglia.
       «Siamo qui per chiederti di partecipare a una gara di pesca» afferma Ginevro.
       «Io sono pronto. A che ora?», mostrando il mio entusiasmo.
      «Esattamente tra mezz'ora. Dobbiamo gareggiare contro quattro pescatori.»
       «Quindi non gareggeremo singolarmente?»
       «No. Noi contro loro.»
       «Non vedo l'ora. Ci divertiremo» dico, stringendo i pugni.
       «Ma soprattutto vinceremo» risponde Giovanni.
       Arriviamo nel luogo in cui si terrà tra qualche minuto la gara. Gli avversari, a noi ignoti, palesano sicurezza. Sono barbuti e fisicamente robusti. Uno dei quattro si avvicina con passo felpato.
       «Non gareggeremo senza pegno», con voce rauca.
       «Okay. A te la scelta» intervengo.
       «La squadra che perde dovrà pagare una somma minima di diecimila euro. Un'ora di tempo», con tono imponente.
       «Siamo matti? Io mi ritiro» proferisce Giovanni.
       Restiamo immobili, senza pronunciare nessuna parola. I nostri sguardi sbalorditi si intracciano tra di loro.
       «Puoi darci qualche minuto?» chiedo cortesemente al rivale.
       «Fate pure», facendo qualche passo indietro.
       «Ma voi lo sapevate?» domando curioso.
       «No. A noi hanno solo proposto una gara, ma non sapevamo del pegno» spiega Remo.
       «Io vado via» dice Giovanni.
       «O tutti o nessuno», imponendomi.
       «Possiamo vincere, impegnamoci» afferma Ginevro.
       «Ha ragione Ginevro. Impegnamoci e cerchiamo di vincere» proferisco, ponendo la mano sulla spalla di Giovanni.
       «Mettiamocela tutta perché la somma è eccessiva» risponde Giovanni.
       «Possiamo iniziare» comunica Ginevro ai quattro pescatori.
       Ci affrettiamo a collocare con stratagemma le canne da pesca sulla riva, cercando di coordinare i nostri movimenti. Spetta a me il primo lancio. Impugno l'arnese e dopo avere riempito i polmoni di aria getto l'esca in mare. Seguono i lanci dei mei compagni. I nostri rivali, dopo avere immerso le loro esche nelle profondità marine, si siedono, aspettando il primo pesce. Noi restiamo in piedi, non riuscendo a trovare la giusta quiete.
       Il sole continua a brillare nel cielo e il sudore sulla mia fronte accentua senza darmi tregua. Penso al pegno da pagare in caso di sconfitta e alla nostra follia di accettare la sfida.
       Una canna da pesca dei rivali si muove in modo repentino. Spero sia un falso allarme, ma la mia speranza è destinata a scemare. L'uomo barbuto, con un riso insidioso, ritira il filo.
       «Spero che non abbia abboccato» confabula Remo.
       Dopo qualche istante il filo termina e un'orata di grandi dimensioni fa capolino sulla battigia.
       Una delle nostre canne da pesca accenna movimenti di cattura. L'afferro con decisione, contrastando la forza del pesce.
       «L'abbiamo preso» esulta Remo.
       Ritiro il filo rapidamente; l'amo fuoriesce dall'acqua, mostrandosi privo di pesce e di esca.
       «Si è liberato. Dannazione» dico, gettando l'arnese sulla sabbia.
       «Non è possibile» afferma Giovanni, palesando il suo disappunto.
       I rivali osservano divertiti la nostra disperazione. Uno dei quattro scuote la testa, come se volesse mettere in dubbio la nostra vittoria.
       «Possiamo farcela» dice Remo.
       Passano diversi minuti e nessun pesce abbocca alle nostre esche. La gara sta per terminare.
       «Ha abboccato. Ritira» urla uno dei rivali.
       L'uomo più robusto afferra la canna da pesca, estirpando dal mare un altro pesce di dimensioni notevoli.
       «Questa volta abbiamo pescato un cefalo» afferma soddisfatto l'uomo.
       La gara termina e il nostro secchio mostra il suo fondo. I quattro pescatori avanzano verso di noi, mostrandoci le loro prede.
       «Avete perso. Mi dispiace. Accettiamo sia contanti che assegni» afferma l'uomo più robusto, scambiando sguardi di approvazione con i compagni.
      «Un attimo. Dateci il tempo di sistemare gli strumenti nella mia macchina» dico basito.
       Dopo qualche minuto l'autovettura è colma di arnesi.
       «Che facciamo?» chiede Ginevro.
       «Ho un'idea» dico, corrugando la fronte.
       «Cosa vorresti fare?» domanda Remo.
       «Scappiamo. Non riusciranno a prenderci.»
       «Ottima idea. Andiamo» proferisce Ginevro.
       Accendo il motore della macchina e dopo essere uscito dal parcheggio schiaccio l'acceleratore, lasciando alle spalle i creditori.
       «Bastardi. Vi prenderemo» urla uno dei quattro, dimenandosi.
       «Accelera» impone Remo.
       Grasse risate accompagnano la nostra fuga. Giovanni canticchia, Remo sorride e Ginevro, nel pieno della sua euforia, batte le mani sulle ginocchia.
       Ormai lontani dal luogo in cui si è svolta la gara, decidiamo di arrestare il veicolo. Accendo una sigaretta e con un sorriso beffardo osservo l'incantevole panorama. Mi avvicino a una siepe per urinare, distanziandomi dai compagni. La sigaretta stretta dalle mie labbra si consuma lentamente. Alle mie spalle avverto una presenza. Mi volto, monitorando il viso barbuto di uno dei creditori.
       «Eccoti» dice l'uomo, accennando una risata inquietante.
       In preda allo sgomento resto inerte.
       «Io odio i debitori», estraendo dalla tasca del pantalone un coltello a serramanico.
       Gli altri tre pescatori approdano al mio fianco, sghignazzando.
       «Pagherò io, ma non fate del male ai miei amici» dico con affanno.