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in archivio dal 22 giu 2010

Katia Romagnoli

17 gennaio 1968, Ferrara
Segni particolari: Loquacità e solarità.
Mi descrivo così: Adoro il mare, il mio cane, la vita all'aria aperta, i romanzi di Isabel Allende e la buona cucina regionale. Ma adoro anche scrivere!
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  • 20 settembre 2010
    Sbuffa il vento

    Sbuffa il vento in mezzo ai petali di rose
    Rosse,che si lasciano cullare spandendo
    Un profumo mellifluo.

     

    Anche i maestosi gigli del giardino
    Questa sera si animano, trascinati
    In una danza gitana, che è un dolce
    Tedio per la mia vista.

     

    Rimbalza nei precipizi del mio cuore
    Il tuo nome, vivificando nel ricordo,
    la sensualità del tuo sguardo.

     

    Soffoco i brividi che attraversano la
    Mia pelle, come torrenti impetuosi,
    lungo il declivio di una collina, perché
    nulla può estinguere la mia sete di te.

     

    Il mio respiro si confonde con il tuo;
    le mie mani, indomite artefici di vita,
    scolpiscono nell’aria, dove echeggia
    la tua voce, due parole: mi manchi!

     
  • 28 giugno 2010
    Tace anche il mare.

    Affondo la mia anima
    Nel tuo sguardo repentino,
    come il sole beve la rugiada
    del mattino, come i raggi
    della luna baciano il mare
    scintillante.

     

    E non si ode più niente attorno.
    Tacciono i gabbiani reali,
    mentre si adagiano lievemente
    sulle onde schiumanti dei
    miei pensieri.
    Tace anche il mare, indomito
    Depositario di mille speranze,
    mai sopite, arcano, sconfinato
    simulacro di sentimenti
    ineffabili.

     

    La brezza della sera spande
    Nell’aria una melodia insolita;
    è il tuo nome, che un rombo di
    tamburi, cadenzato dalle
    vibrazioni del mio cuore,
    intona come una marcia
    di trionfo.
    Poi ancora tutto tace.

     

    Il fremito di un bacio fugace,
    come la folgore trapassa il buio,
    schiude a vita nuova la vermiglia
    corolla del mio cuore.

     
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  • Come comincia: Le mie palpebre, perforate da lame di luce insopportabile, si spalancarono con violenza, come gli infissi delle finestre sbattuti da una folata di vento infernale.
    Il brusio attorno a me era attutito dal ritmo di una canzone che non avevo mai udito prima e che ripeteva ossessivamente in tedesco parole incomprensibili... "Spegnete quel diavolo di radio", avrei voluto gridare, ma rimasi immobile a fissare il turbinio di luci che ancora mi ipnotizzavano come un serpente a sonagli incantato dalla magia del flauto. Le labbra rimanevano serrate in una morsa e la lingua era diventata tutt'uno con il palato. Un'ondata gelida di terrore mi pervase ogni singola cellula, partendo dalla testa, per arrivare ai piedi, come un torrente in piena allo scioglimento dei nevai d'alta quota. "Che succede?", mi chiesi, senza riuscire a muovere le gambe, neppure di un millimetro. Scrutai il fascio di tubi e fili che scorrevano come rampicanti al di sopra delle mie braccia. Dopo qualche istante che mi parve un'eternità, realizzai che non mi trovavo più nella hall dell'hotel, dove stavo disbrigando le pratiche per il pernottamento, ma bensì ero distesa in quella che aveva l'aspetto di un'ampia sala operatoria. Il via vai di donne e uomini con il camice verde, la cuffia e la mascherina in viso insieme all'odore acre di sostanze disinfettanti mi proiettarono subito nella nuova dimensione, quella dell'ospedale.
    Tanti pensieri cominciarono ad affollare la mia mente in una danza frenetica. Avevo preso il volo per Oslo prima di mezzogiorno, quando a Bologna il sole era ormai a picco e con la camicia saldata dal sudore alla pelle avevo fatto di corsa un corridoio lunghissimo per arrivare al check-in.
    Poi il buio. Non ricordavo più nulla, com'era possibile? In quel momento un sorriso che odorava di caffè catturò la mia attenzione. Due pupille verdi come i fondali trasparenti delle scogliere di Capo Rizzuto avvolsero amorevolmente il mio sguardo: "E' andato tutto bene -sussurrò il chirurgo in un italiano perfetto, con qualche accento laziale-. Ora è sedata, ma domani potrà muoversi un pò e non si spaventi se ora non riesce a parlare. Anzi è meglio che riposi. Le schegge di vetro sono state tutte rimosse e i punti di sutura non le daranno problemi in futuro. Tornerò da lei più tardi".
    La mia memoria vacillava sotto il peso delle macerie dell'esplosione che mi aveva ridotta in quello stato. Impiegai molti anni per recuperare, tassello dopo tassello, il mosaico di quella giornata ad Oslo, quando un improvviso boato squarciò i muri e le vetrate dell'hotel nel quale ero appena arrivata.
    Proprio mentre stavo per tamburellare con le nocche della mano sulla calotta rugosa e zigrinata di un melone, tra gli scaffali del supermercato, nelle mie orecchie risuonò il timbro inconfondibile di quella voce: "Lo lasci al suo posto. Quel melone non è maturo al punto giusto".
    Nella frazione di un secondo riaffiorarono nella mia mente tutti i ricordi dell'esplosione di Oslo, come un plotone d'esecuzione che avanza inesorabilmente appresso al condannato a morte. Grida, allarmi, sirene, polvere, fumo, torce umane, macerie, detriti  aprirono un varco nel buio di quella giornata come uno sparo al centro del bersaglio.
    Un pacco-bomba abbandonato all'interno di un cestino delle immondizie, a pochi passi dall'ingresso dell'hotel aveva provocato una strage. Le rivendicazioni dell'attentato non giunsero di lì a poco e gli inquirenti cominciarono a seguire la pista di un gesto folle messo in atto da uno squilibrato.
    Il verde scintillante di quegli occhi mi rapì proprio come quel pomeriggio in sala operatoria. I ricordi si fecero via via più nitidi e anche la paura di quegli istanti cominciò a tamburellare nello sterno, come un puledro lanciato al galoppo. Forse non era più solo l'evocazione di quella paura a farmi sussultare il cuore ad un ritmo forsennato.
    Forse era qualcosa di più profondo e misterioso che mi lasciava quasi senza fiato.
    Afferrandomi la mano con malcelata spontaneità, mi suggerì di tastare un altro melone, ma il mio sguardo rimase paralizzato su quei fondali marini trasparenti che evocavano i miei tuffi dalle scogliere impervie di capo Rizzuto, quando da piccola sfidavo le correnti, il vento ed i miei nonni per ricongiungermi alle sirene delle favole...
    FINE... O forse no.

     
  • 22 giugno 2010
    L'altra donna

    Come comincia: “Sperando di averLa ancora nostro gradito ospite, Le inviamo i nostri più calorosi …” Black-out.
    La brochure rovinò a terra insieme alle chiavi di casa e agli occhiali da sole che reggevo insieme. Perla abbaiava supplicandomi di uscire per la consueta passeggiata, ma ormai i miei pensieri si erano sospinti al largo, lasciandomi in balia di una burrasca implacabile. Anche la vista si era offuscata. Ero ancora incredula: come poteva esserci in mezzo alla posta, la brochure di un hotel del Lido di Camaiore che ringraziava Luca per un soggiorno? Ma quando? E soprattutto con chi?
    “Non siamo mai stati in Versilia, imbecille, ridicola che sono” –ripetevo all’infinito tra me e me, mentre un angolo della mia mente ancora si ribellava all’idea del tradimento.
    Per pochi infiniti istanti i ricordi di una vita insieme attraversarono il mio corpo da parte a parte come una violenta tempesta di grandine e mi rivedevo ancora lì in Piazza Ariostea in quel gelido pomeriggio di gennaio, con quelle calze di pizzo e i tacchi a spillo, avvolta come una mummia dentro quella finta pelliccia bianca ad aspettare lui…
    Lui poi era arrivato, timido e impacciato, così imbranato da farmi subito notare l’assurdo accostamento tra i miei capi di abbigliamento in un pomeriggio dalle temperature polari.
    Eccomi ora lì tra le sue braccia lungo l’argine del Po a fare le riprese delle nozze, con lo strascico dell’abito che si ergeva sotto le nostre esili figure come una spumosa nuvola bianca. Eravamo ebbri d’amore e di illusioni.
    E ora eccoci al Lido di Jesolo e in tanti altri suggestivi scorci marini della Riviera Adriatica, con le nostre immancabili Adidas e con 5 o 6 rullini di scorta per la Nikon.
    “Ma al Lido di Camaiore MAI, MAI E POI MAI, lurido schifoso, che non sei altro” –ripetevo dentro me, come un cd che salta.
    Perla continuava ad abbaiare. Decisi allora di uscire immediatamente, per sbollire l’ira che si era impossessata di me.
    “E se la brochure fosse un errore? O un semplice invito? Ma allora perché ringraziare per il soggiorno? Esitai a lungo prima di valutare il da farsi: far finta di niente e cestinare il messaggio pubblicitario? Oppure sbatterglielo sotto il muso con disgusto? Oppure?
    Quella sera lasciai sgattaiolare sotto il letto la brochure, che fino all’ultimo avevo trattenuto in mezzo al libro che stavo leggendo, ancora combattuta sulla strategia da adottare.
    Non chiusi occhio e mi girai e rigirai nel letto per tutta la notte, come se ci fosse stata una vedova nera a insidiare il mio sonno.
    “La notte porta consiglio” – mi convinsi.
    L’indomani mi resi conto solo dopo aver fatto filtrare la luce dalla finestra che quel maledetto ringraziamento era sparito…