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Autore

Liliana Landri

in archivio dal 12 gen 2019

Battipaglia

mi descrivo così:
Sotto il nome della mia amica Liliana Landri raccolgo le storie pubblicate sul mio profilo Facebook a lei ispirate. Linda Landi 

24 febbraio alle ore 18:08

Maggio 2005

Intro: Ogni errore prima d'esserlo, è stata una scelta. Mai scordarlo.
Così recitava un post che ho letto stamane.

Anche quando hai scelto di lasciar scegliere o lasciar fare agli altri, aggiungo io

Il racconto

Maggio 2005. Il mio ultimo mese di vita.

Anni prima avevo considerato settembre 2010 il mio ultimo mese di vita e, a dirlo con precisione, avevo considerato che il mio ultimo giorno di vita fosse stato il 26 settembre 2010.

Poi ho riflettuto che in realtà la mia vita era finita quando, il 4 settembre 2007, ero stata così stupida da andare dal vicino che da un paio di mesi fungeva da amministratore del condominio per consegnargli la ricevuta del verbale dell'ultima assemblea alla quale non avevo partecipato e chiedergli di attestarmi a sua volta la data di consegna. 
No, nemmeno.
Bene o male ero sopravvissuta. La situazione precipita quando, dopo il 18 ottobre 2007, ricevo la prima lettera di insulti, menzogne, calunnie ed illazioni contro me e mio marito da parte dei miei amorevoli vicini. O ancora meglio, precipita quando mio marito di fronte a quella lettera, dopo avere sopportato tante prepotenze, tante maleducazioni, decide di rivolgersi ad un avvocato. Gli consigliai: "Lascia perdere gli avvocati: a questa gente gli rispondo io".   Ritenevo che c'era un solo modo perché la piantassero di dare fastidio: far capire loro che se non la piantavano, ne avrebbe pagato le conseguenze qualcuno a cui loro tenevano: un loro figlio, un loro nipote, le uniche persone a cui loro, forse, avevano a cuore.
Gli altri, i figli degli altri per loro sono niente. Meno che niente.

Ma ancora mi sbagliavo completamente: il mio ultimo mese di vita era stato maggio 2005. E se vogliamo possiamo andare ancora a ritroso.
Ma fermiamoci a maggio 2005.
Maggio 2005.
Come inizia quel maggio 2005?
Con mio marito che mi chiede: "Ma ti sei fratturata le dita piccole dei piedi?" o con me che rifletto: "Mio fratello è stato gentile con me"?.
I due eventi andarono quasi a braccetto, quindi probabilmente non è importante quale dei due eventi sia accaduto cronologicamente prima.
Primo evento. Ti sei fratturata le dita piccole dei piedi.
Alla domanda di mio marito, mi guardo i piedi ed effettivamente constato che ho entrambe le dita piccole dei piedi tutte 'storzellate'. Una delle mattine successive mio marito mi accompagna dal mio medico curante che mi esamina, va a lavarsi le mani, torna e mi dice: "Tieni ... . Ci hai camminato sopra in modo che non ti facesse male per questo si sono storte le dita. Devi andare dallo specialista all'ASL. Ti scrivo l'impegnativa".
Secondo evento. Mio fratello è stato gentile con me.
Era già almeno da marzo che c'era stato un peggioramento, anche se era almeno da settembre che eravamo ripiombati in un nuovo baratro.
Ma almeno da marzo praticamente non passava sera senza che mio padre ci telefonasse e noi lasciavamo tutto quello che stavamo facendo e ci precipitavamo in auto a casa dei miei.
Ma all'inizio di maggio ci fu un netto peggioramento ed io pensai: "Mio fratello è stato gentile con me". Prima di peggiorare aveva aspettato che io sostenessi, a fine aprile, l'esame di Stato finale di uno dei due corsi di specializzazione che stavo seguendo alla Federico II. Se fosse peggiorato prima, non credo che ce l'avrei fatta a sostenere quell'esame. E così praticamente tutte le sere andavo a casa dei miei senza aspettare che mio padre mi chiamasse.Ed una sera nello studio di mio padre, con mio padre seduto dietro la sua scrivania, mio fratello ed io in piedi davanti la sua scrivania, mio fratello mi afferra per i capelli. Non reagisco. Aspetto che tiri ed aspetto il dolore.Ma la consapevolezza attraversa lo sguardo di mio fratello: il suo affetto è più grande del suo, lo riconoscevo, anche giustificato rancore e non tira. Lascia andare i miei capelli.Un'altra sera siamo in cucina e mio fratello apre il cassetto delle posate (forchette, cucchiai, coltelli), ma che contiene anche le forbici, ed a me sembra che provocatoriamente, vi armeggi dentro.Ed erroneamente interpretai: "Attenti, potrei usarle contro di voi".No, in realtà voleva dire: "Aiuto. Sono disperato. Potrei usarle contro di me".E, suggestionata dal film "A beutiful mind" che avevo visto due anni e mezzo prima senza sapere che di lì a cinque mesi pur mi avrebbe suggerito qual era la strada seguire, ma che fino ad allora non ero riuscita a perseguire, dissi a mio padre: "La sera, quando andate a dormire, chiudete la porta e mettete una sedia dietro".Ed, in quel maggio 2005, arriva la telefonata di quello che di lì a quattro anni avrei iniziato a chiamare con il nome di ragionier Casoria, dal film "La banda degli onesti" con Totò. Con i precedenti amministratori la rata condominiale era di 40 euro al mese per tutti. Da un anno e mezzo mio marito aveva assunto l'incarico di amministratore del condominio dove vivevamo. Con i precedenti amministratori la rata mensile era fissata a 40 euro al mes eper tutti. All'inizio di quell'anno, mio marito, avendo constatato che quella cifra era superiore alle effettive esigenze del condominio, aveva presentato un preventivo con quote generalmente più basse e differenziate in base ai millesimi per ogni condomino. L'assemblea, all'unanimità, aveva approvato. Il condomino con i millesimi più bassi si vide abbassare la quota da 40 a circa 20, io da 40 a circa 30, ...., solo il ragioniere Casoria, che aveva i millesimi maggiori, aveva visto la sua quota rimanere vicino ai 40. Tutti d'accordo quindi ed invece cosa era accaduto? Fatta eccezione di me, nessuno dall'inizio dell'anno versava la sua rata mensile .Mi ero vista costretta ad anticipare le mie quote affinché mio marito potesse pagare le bollette condominiali.Fino a quel maggio 2005. In quel maggio 2005 si rompe il meccanismo di apertura automatica del cancello. Da quando ero lì avevo verificato di persona che si rompeva spesso. Ed altre persone mi avevano detto che anche in passato si rompeva spesso. Mio marito non mi consente di anticipare altre quote ed informa i vicini che protestano per il cancello rotto che in cassa non c'erano soldi e comunica loro di quanto è il loro debito. Da qui la telefonata del ragioniere Casoria. Il tizio telefona a mio padre per protestare sul fatto che mio marito abbia scritto loro di saldare il loro debito.Mio marito ed io non avevamo mai detto niente a mio padre né tanto meno a chicchessia: che il ragioniere chiedeva soldi per lavori mai attestati; che il ragioniere non pagava le sue quote ma si appropriava non autorizzato delle bollette del condominio (facilitato dal fatto che il ragioniere non aveva mai voluto far installare cassette postali) e le pagava non autorizzato o intratteneva, non autorizzato rapporti con la signora delle pulizie ed il giardiniere, poi si presentava alla fine dell'anno dicendo: "Ho pagato queste cose, compensamele per le quote condominiali non pagate"; che mio marito a fine anno di amministrazione aveva rilevato che 'questo' stava fregando 300 euro al condominio e 'quello' aveva replicato sostenendo che lui era in credito col condominio di 300 euro; che il tizio faceva arrivare in continuazione a mio marito lettere di avvocati sempre diversi. Non avevamo mai detto niente. Ora mio marito è costretto a dirgli tutto. Vediamo mio padre che all'improvviso si piega in due. Ma PdM (PdM nell'azienda per la quale lavoro significa Product Manager) che non sei altro, sai che tuo fratello non sta bene, sai cosa ha passato solo un anno prima, sai che suo figlio non sta bene e deve stare tranquillo e tu che fai? Telefoni e rompi perché non vuoi pagare 40 euro al mese? E non è un sopruso: è solo la tua quota condominiale approvata all'unanimità.Tu, che tra te e tua moglie non sapete più dove mettere i soldi!
Il fine settimana successivo incontro il ragioniere Casoria e sua moglie. Per la prima volta non lo saluto. Lui, tutto meravigliato ed offeso, si volta verso la moglie e fa: “Non mi ha salutato!” Poche sere dopo, nella mia visita ormai quotidiana a casa dei miei genitori, vedo che la situazione è particolarmente pesante e per dare ai miei genitori qualche istante di riposo chiedo a mio fratello: "Mi accompagni a casa?". Acconsente. Nell’ascensore, mentre scendevamo, facevo la disinvolta e mi mostravo serena, tranquilla, ma dentro di me pregavo: “Fa che non cacci fuori le forbici dalla tasca del giubbotto e me le ficchi nel fianco”. Avrei potuto stare veramente tranquilla.Arrivati nei pressi di casa mia, mio fratello sputa fuori due rospi.
1) “Ma che cos’è questa storia di zio …”, evidentemente turbato dalla telefonata del ragioniere Casoria di poche sere prima.Glielo spiego e concludo: “Se non pagano le quote, come si fa ad aggiustare il cancello, a pagare le bollette?”Sta un poco, poi, ancora più turbato prorompe: “Ma quando mai zio … non ha pagato le sue quote!?!”. “Sempre”, è la risposta che mi viene in mente, ma non la pronuncio.
2) Arrivati oramai nei pressi della casa, se ne esce: “Pittatela di giallo, di rosso, di blue, fate come vi pare!”. Si riferiva ai lavori di tinteggiatura della palazzina dove abitavo. Tinteggiatura che aveva seguito i lavori di ripristino dell’intonaco, dato che erano da vent’anni che ne cadevano pezzi nel cortile. Mi avevano raccontato che il ragioniere Casoria erano da dieci anni che ripeteva: “Bisogna fare i lavori, bisogna fare i lavori”, ma non partiva mai niente. Fino a quando l’ultima azione che fa il vicino che funge da amministratore prima di mio marito è di presentare i preventivi di un paio di ditte. Stavolta preventivi effettivamente preparati dalle ditte. Approvata la ditta, l’onere di gestire l’esecuzione toccherà a mio marito. I lavori di tinteggiatura avevano fatto divenire la palazzina da bianco sporco ad un indefinito color ocra. Non replicai nemmeno a questa cacciata. Solo anni dopo, all’ennesima accusa: “Tu lì vuoi comandare tu!” replicai: “Guardate che il colore giallo lo ha deciso l’architetto che abita nel palazzo. Io avevo detto che dovevano rimanere i colori originari.” Intanto arriva il giorno in cui mi è stata fissata la visita all’ASL. Mi ci ero recata a piedi, vista la mia paura di guidare in città ed il mio essere nemica dei parcheggi.E così, uscita di là, invece di salire in auto ed imboccare l’autostrada per recarmi al lavoro, passo da casa dei miei per vedere come era la situazione. Mi apre mia madre, mio fratello e mio padre sono ancora a letto. Me ne torno a casa, sto chiudendo la porta di casa mia per salire finalmente in auto ed andarmene al lavoro. Squilla il mio telefonino. E’ mio padre che mi dice che ha chiamato il 118. “Ed io che devo fare?”, replico leggermente esasperata. Ma lo so cosa vuole mio padre da me: vuole che vada lì e prenda in mano la situazione.Ci vado naturalmente, senza che lui debba aggiungere niente.Quando arrivano gli operatori sanitari vedono un giovane un po’ giù, un po’ provato e non capiscono che cosa sono stati chiamati a fare. Un infermiere dice: “Anche mio figlio è stato così intorno ai vent’anni: gli ho comprato un cagnolino!” “Papà, se firmi i signori se ne vanno!”, imploro io. Ma mio padre è irremovibile. Allora rompo gli indugi e decido di far capire agli operatori com’è la situazione. Non per tema di possibili aggressività da parte di mio fratello, ma mio fratello non mangia da settimane e sta male. Io avevo pensato perché avesse paura di essere avvelenato, ma molto più probabilmente, pensai anni dopo, era perché temeva che per via di qualche patologia se avesse mangiato sarebbe morto. Non gliel’ho mai chiesto. [In seguito mi sarebbe capitata la stessa cosa nell’agosto del 2011. Avevo subito una serie di traumi ed uno di questi, il meno serio, era stata una gastroscopia in cui il sondino mi aveva graffiato l’esofago alla base della gola. L’avrei scoperto in seguito da sola: la gastroscopia era proprio l’esame che ci voleva per diagnosticare il motivo per cui non mi sentivo bene, ma nessun medico mi spiegò niente. E la diagnosi che avrebbero dovuto farmi, me l’avrebbero potuto fare anche solo in base ai sintomi. E così in seguito, cercando su dottor Google quale poteva essere la causa di quel continuo dolore alla base della gola ed altro avevo scoperto che tante persone avevano avuto all’improvviso una perforazione dell’esofago e solo 11 erano state salvate, una o due al Policlinico di Napoli. Ed ad agosto mi ero convinta che avevo l’esofago perforato e mangiando sarei morta. Hai voglia che avevo letto che bastava che l’aria andasse nella gabbia toracica per morire, ma quando le sinapsi si sono scollegate per eccessivo stress e mancanza di sonno, hai voglia a ragionare contro le fobie. A fine febbraio avevo già scoperto di essere passata in due mesi da 65 a 55 kg, quell’agosto arrivai a 47 kg per i miei 165 cm.]
Ok, torniamo a maggio 2005.Così decisi di rompere gli indugi con gli operatori sanitari. Versai del latte in un bicchiere, ne bevvi un sorso davanti a mio fratello e gli porsi il bicchiere. Gli accostai anche il bicchiere alle labbra. Niente mio fratello si rifiutava di bere. Allora gli operatori sanitari chiesero a mio fratello se acconsentiva ad essere ricoverato. Mio fratello acconsentì.Come immagino che continui questa favola dopo?L’altro fratello, quello ‘buono’, nel senso di quello intelligente, quello in gamba, (nell’azienda dove lavoro (ma anche altre) diremmo quello ‘smart’), almeno così era fermamente convinto lui, [ed è ancora più convinto oggi, ora che lui e la sua compagna hanno raggiunto quasi tutti i loro obiettivi] che se ne era andato da 14 anni a lavorare ed a vivere nella capitale aveva in programma una gita nel Galles con la sua famiglia. Mi telefona e chiede: “E’ inopportuno, sembra brutto se partiamo lo stesso?”.Che gli dovevo dire, rischi immediati di vita non sembrava che ce ne fossero.Partirono per la gita.La domenica ci rechiamo mio marito, mia madre ed io in ospedale. Mio fratello non è lui. Io poggio la fronte sulla spalla di mio marito, mio fratello mi guarda meravigliato come per dire: “Ma che fa questa?”, ma anche come se non mi riconoscesse. Poi la sequenza è confusa nella mia fantasia.Sono in ufficio, squilla il telefono sulla mia scrivania. E’ il primario del reparto dove è ricoverato mio fratello. Ascolto quello che mi dice e scivolo dalla sedia, raggomitolandomi su me stessa per reggere al dolore e rimanere tutta intera. “Non c’è mai limite al peggio”, pensai. Nemmeno un anno prima mi ero ritrovata in circostanze in cui avevo pensato: “Questo è il momento peggiore della mia vita”. Ed ora: “Non c’è mai limite al peggio”.Ed intanto torna l’altro fratello dalla gita, mi chiede il numero di telefono e comincia a subissare di telefonate il reparto. “Non sapevano nemmeno che avesse un fratello!”, protesta con me.Poi il successivo fine settimana scende con la sua famiglia che include un bambino di quattro anni. Al bambino hanno detto che l’amato zio non c’è perché anche lui è andato in vacanza: come lui era andato in vacanza in Galles, lo zio era andato in vacanza da qualche altra parte. Ma vengono tutti e tre all’ospedale a cento km da casa nostra.La compagna ed il bambino si trattengono nel parchetto lì vicino.Siamo nel parcheggio dell’ospedale l’altro fratello ed io, gli riferisco dell’episodio di quando mio fratello mi ha afferrato per i capelli, ma non aveva tirato: “Si è controllato molto meglio di te”, preciso. Capisce subito a cosa mi riferissi e protesta: “Ma quante volte è accaduto: una volta!”. Come fosse normale che uno, anche se solo per una volta, da adulto, aggredisse la sorella.Ora a distanza di anni, mi chiedo: “Ma perché glielo riferii?” Perché io sono una bocca aperta?Perché ero ancora sconvolta dalla sua aggressione dell’anno prima?Sì, la seconda è vera. E quando uno è sconvolto, più facilmente non si trattiene a parlare. E, diciamolo, era da un bel po’ che stavo vivendo situazioni abbastanza anomale.Ci raggiunge mio marito, comincia a parlare delle cose da fare ed aggiunge: “Oramai ho quarant’anni. Ora posso fare ancora qualcosa e già comincio a non farcela più.” A quest’ultima cacciata vedo il ghigno e lo sguardo furbo e cattivo dell’altro fratello. Forse è allora che ho cominciato ad avere paura. In realtà già l’anno prima avevo avuto paura che se mio padre non ce l’avesse fatta nell’ospedale dove lo avevo fatto trasferire, l’altro fratello mi avrebbe ammazzata. Mio padre si era ripreso alla grande ed avevo relegato la paura in un angolo. Saliamo in reparto. Mio fratello chiede del nipotino. L’altro fratello gli spiega che gli hanno detto che lui era in vacanza. “Lo vogliamo far salire?”, chiede mio fratello. “E no, adesso no, poi comincia a pensare che gli abbiamo mentito …”. E’ giusto. E mio fratello ride nel guardare dalla finestra il nipotino giocare nel parchetto. E poi?E poi un pomeriggio di un giorno feriale sono nello studio di mio marito e squilla il mio telefonino. E’ l’altro fratello. Mi comunica una sua preoccupazione: “Ho paura che quando nostro fratello esce poi si voglia vendicare”. “Vendicare?”, penso io, “e se anche fosse? Vorrà vendicarsi di papà, di me. Cosa hai da temere tu che non eri nemmeno qui?”. Lo penso, ma non lo dico.
E poi arriva il mio compleanno. 27 maggio. Quaranta primavere.
Invito i miei genitori a cena per regalare loro un po’ di distrazione. E telefona l’altro fratello. Per farmi gli auguri. Ufficialmente per farmi gli auguri. Ma in realtà parla a lungo ed a me dà l’impressione che esprima tutte le belle cose che in realtà ha pensato la sua compagna, che ritiene che noi siamo dei deficienti ed abbiamo bisogno di direttive. O meglio vuole essere sicura che lei non perderà le sue comodità, ossia la casa al mare dei miei genitori, e vuole essere sicura di non dover ospitare mio fratello a casa sua. Infatti il punto centrale è cosa fare quando mio fratello uscirà dall’ospedale e soprattutto dove andrà. Ci avevo già pensato. Casa dei miei non era cosa. Tre anni prima, prima di capire che mio fratello non stava bene, e pensavo che vivesse solo una situazione di disagio (e così era, solo che il disagio era diventato già troppo pesante), avevo comunicato a mio marito che intendevo prendere un bilocale per mio fratello. Quel bel tomo mi aveva bloccato. Dovevo già capire allora che ero già diventata, e da tempo, quello che non mi sarei mai aspettata: una canna al vento al volere di quel bel tomo. Ed adesso rimpiangevo la mia mancanza di polso. Stavo pensando di prendere un appartamento in affitto.Alla fine l’altro fratello conclude il discorso ed arriva dove voleva arrivare: “Non è che può venire da te?”. Una pugnalata. Associando quel “ho paura che si voglia vendicare” e “non è che può venire da te?” ebbi l’immagine che l’altro fratello non solo stava cercando di accontentare la sua compagna che non sarebbe stata disturbata, ma che magari si aspettava che venendo da me, una di quelle volte che le voci che sentiva mio fratello avrebbero avuto il sopravvento sul suo cuore, mio fratello mi avrebbe dato un bel pugno in testa e l’altro fratello si sarebbe sbarazzato in un colpo solo di due terzi incomodi.Fantasia. Immaginazione troppo viva.Ad ogni modo arriviamo al 3 giugno. Incontro una dottoressa che mi dà fiducia, che affronta mio fratello non con le medicine che rilassano, ma con la forza della sua personalità e della sua logica. Con la forza della sua parola.Ci avverte: “Se vostro fratello continua con i farmaci, ogni due anni sarà in una struttura sanitaria. Io posso continuare a seguirlo come ho fatto stasera, ma posso operare solo qui. Dovete occuparvene voi. Si vede che siete persone a posto. Dovrete portarmelo qui.”. Andava benissimo, le pongo solo il problema che noi stiamo fuori casa tutto il giorno. Non le spiego che non consideravo ‘sano’ per mio fratello essere lasciato in balia di quei viscidi dei miei vicini ai quali mio fratello voleva bene e non sapeva fino a che punto fossero infidi. Anch’io gli volevo bene, almeno fino a quella telefonata, ma sapevo che non erano persone fidate.Non pensai che la mia azienda mi avrebbe dato senza problemi tre mesi di aspettativa? No, non ci pensai. Quella ‘tegola’ ci era caduta sulla testa due anni prima ed il contratto metalmeccanico recitava che un dipendente per un parente poteva prendere tre mesi di aspettativa dal momento della diagnosi. Ed io, nonostante le mie quaranta primavera, ero ancora troppo giovane. O troppo stanca.“Ci penso”, disse la dottoressa. E ci lasciammo.In auto pensavo che il giorno dopo sarei andata da Orobello per prendere dei mobili subito disponibili per arredare la camera per mio fratello. Ed anche pensavo alla possibilità di farlo invece alloggiare per un mese al residence che non era distante da casa mia, in attesa di trovare qualcosa in affitto. Ero immersa in queste riflessioni quando mi accorgo che mio marito non si sta dirigendo a casa nostra. “Dove stai andando?” “Andiamo a dare la bella notizia ai tuoi”. Era il ponte del 2 giugno e l’altro fratello era sceso con la sua compagna a farsi i bagni. “No”, replico, “si metterebbero in mezzo ed abbiamo già visto che non sono capaci”. E pensavo a quando l’anno prima ero entrata nella stanza del primario che aveva appena comunicato a mia madre ed all’altro fratello quanto aveva comunicato a me due giorni prima e li trovai tutti rassegnati all’inevitabile. “Oh, ma che? Si sono tutti impazziti? Stanno parlando di mio padre!”, pensai e poi insistetti con mio padre che si fosse fatto trasferire in un altro ospedale, cosa sulla quale entrambi gli ospedali erano d’accordo. Tranne mio padre. E, come riferì in seguito mio marito, feci la pazza fino a quando mio padre non si convinse.Ora, 3 giugno 2005. Alle mie parole “No. Si metterebbero in mezzo ed abbiamo già visto che non sono capaci”, mio marito asserisce in maniera categorica “I genitori devono sapere”. 
Ed io non replico, anche se so cosa succederà, non replico. 

E’ possibile che devo sempre mettermi a fare la pazza per salvare i miei familiari? 
Sì, dovevi metterti un’altra volta a fare la pazza. 
Ma hai capito solo 13 anni dopo che non sarebbe bastato.
Dovevi dire a quel bel tomo che poteva, anzi che doveva, tornarsene da sua mamma.
Sarebbe bastato? Forse no.
Dovevi metterti a fare la pazza, anche se forse non avresti salvato tuo fratello. 
Ma era la cosa giusta da fare. 
E si deve sempre scegliere la cosa giusta da fare.
Avevi già fatto la scelta sbagliata anni prima, e non solo una.
E se fai una scelta sbagliata, o non fai una scelta, perché sei una canna al vento degli altri, ne farai altre di scelte sbagliate.
E ne pagherai le conseguenze.
Perché tu eri una persona sana, una persona vera, una persona che aveva ancora una coscienza.
E non ti potevi permetterti di abbandonare tuo fratello nelle mani dell'altro fratello che tu sapevi essere un egoista, un violento, un bugiardo, un ipocrita, un esaurito, un presuntuoso.
Ma non avevi ancora sintetizzato in una sola parola: l'altro fratello era il vero pazzo, il vero psicopatico.
Non dovevi abbandonare tuo fratello.
"I cani abbandonano i fratelli", ha detto Domenico Battisti, fratello di Cesare.

Seconda stella a destra. E’ una favola. E’ solo fantasia. 

DISCLAIMER Non è neanche il caso di dirlo. Questo è un racconto. Le persone, i fatti e le circostanze narrate non hanno niente a che fare con persone che hanno potuto vivere circostanze anche lontanamente simili a quelli raccontati.Io non esisto. Mio marito non esiste. Mio fratello non esiste. I miei genitori non esistono. L’altro fratello e la sua compagna non esistono. I vicini non esistono. Il ragioniere Casoria e sua moglie
non esistono. È solo fantasia.

[E preciso che l’incipit di questo disclaimer è mutuato dal Disclaimer di “Non avevo capito niente” del salernitano Diego Da Silva.]

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