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Autore

Linda Fienga

in archivio dal 19 feb 2017

Salerno

25 febbraio 2018 alle ore 8:30

È tutta colpa mia [2]

Il racconto

[segue]
Il 16 marzo successivo ero contenta perché avevo fatto l’esame finale di un corso di specializzazione post-laurea che avevo seguito negli ultimi due anni. Ed il pomeriggio mi reco a casa dei miei genitori per condividere con loro la mia contetezza. Entro, ho le chiavi di casa, e trovo zia Susanna, la moglie di zio Furio, che sta facendo vedere i conti redatti da Pino (che avevano già approvato all’unanimità) a mio padre. Ed accanto a lei c’è mia madre che segue tutta interessata. E qui faccio un altro errore. Oramai l’esasperazione mi sta prendendo ed il mio comportamento è tutta una sequela di errori. Non mi avevano visto. Avrei dovuto tirare un profondo respiro, come ne avevo tirato tanti in passato, ed uscire silenziosamente come ero entrata. Invece esprimo tutta la mia indignazione per la sfrontatezza di quella persona. Fiato sprecato. Poi purtroppo riferisco quello che avevo visto a mio marito e Pino rimane indignato dalla scorrettezza dei miei genitori. Pensa che i miei genitori avrebbero dovuto dire a quei signori: “Se volete parlare dell’operato di Pino, dovete parlarne in presenza di Pino”.
Intanto mio zio continua a rompere con i suoi conti contestando in continuazione con versioni sempre nuove i conti di Pino che lui stesso aveva approvato in assemblea insieme a tutti gli altri condòmini.
Il condominio è sprovvisto di cassette postali ed io trovo la mia corrispondenza aperta con il vapore.
Sono costretta a noleggiare una casella postale nel comune a 20km di distanza per tutelare il mio diritto alla riservatezza.
Si sposa mia cugina Loretta, sorella minore di Poldo. Informo i miei genitori che sarei andata alla cerimonia, ma non al ricevimento. “Ma Loretta che c’entra!”, fa mio padre. “Appunto perché non c’entra, vengo alla cerimonia, altrimenti non sarei andata nemmeno a quella”. Dico a Pino: “Al ricevimento saremo soli”. Replica: “Io vado per stare insieme a tuo padre”, e così mi convince.
Purtroppo oramai vedevo la pagliuzza nell’occhio dell’altro mentre avrei dovuto pensare alle mie travi.
I tavoli erano stati sistemati in modo da avere un tavolo per i fratelli della sposa e relativi consorti ed un tavolo per ogni fratello del padre della sposa, mio zio Giulio, con relativi figli e generi e nuore.
Il tavolo riservato a mio padre aveva 7 posti: mio padre, mia madre, mio fratello Giulfurio, la sua compagna, io, mio marito, mio fratello Alfredo all’epoca single.
Ma mio fratello Giulfurio, grande amico di mio cugino Poldo, e la sua compagna, grande amica di Andreina, moglie di Poldo, pensano bene di volersi divertire e si sistemano al tavolo dei fratelli della sposa. E così due posti al tavolo riservato a mio padre rimangono vuoti.
Mio fratello vive abitualmente a 300km di distanza. Lo so, avrei dovuto pensare alle mie travi e non esprimere giudizi sul comportamento altrui, ma non riesco a fare a meno di pensare: “Ma accidenti, conosci la malattia di tuo padre, tra poco ti trasferirai a Paestum ed avrete un mese intero da trascorrere con i vostri amici. Non puoi sacrificare il tempo di una cena per stare insieme con tuo padre?”.
Per tutto il periodo dell’amministrazione di mio marito, zio Furio si caratterizza per un’altra peculiarità. Si mostra fisicamente e mentalmente incapace di prendere i soldi dalla tasca e darli a Pino per pagare le quote condominiali ordinarie. Zio Furio non ha mai pagato una delle quote mensili dell’amministrazione ordinaria. A fine 2004 si presenta a Pino e fa: “Vedi io ho pagato queste quote alla donna delle pulizie e al giardiniere, scalamele come rate condominiali”. Oppure si trattava di bollette della corrente elettrica e dell’acqua. E Pino, per quieto vivere, gli compila una ricevuta di 200 euro.
A fine 2005 la stessa storia e Pino gli compila una ricevuta di 260 euro.
A fine 2006 non si presenta. Presenterà in assemblea una spesa di circa 700 euro e Pino, previa approvazione dell’assemblea, gliele scomputa per le quote condominiali non versate.
2007
Pino è stufo e vuole dare le dimissioni da amministratore. Nessuno degli altri condòmini vuole prendere l’incarico e lo ostacolano. Zio Furio non è mai stato amministratore. Ha sempre voluto essere l’amministratore de facto, ma l’amministratore ufficiale è sempre stato un altro condomino. La distrazione di Pino gioca un altro scherzo. Pino ha sempre fissato le assemblee condominiali di venerdì sera. Nella prima metà del 2007 guarda il calendario di un altro anno e, senza volere, fissa l’assemblea di sabato invece di venerdì. Ad ogni modo si presentano tutti.
Errare humanum est, diabolicum perseverare. Pino ora vuole fissare la prossima riunione di sabato, ma guarda sempre il calendario sbagliato e li convoca di domenica. È l’assemblea in cui vuole rassegnare le dimissioni. Dico a Pino: “Ritira la convocazione ed invia una nuova convocazione”. “Non posso”, fa Pino, “C’è un condomino ostile”. Avendo mal interpretato il mese della convocazione (o facendo finta di aver mal interpretato il mese della convocazione) si presenta un mese prima la vicina che abita sotto il terrazzo. Le dico: “Signora, parli con gli altri e chiedete voi una convocazione di assemblea prima della data fissata”. Ma la signora non ne fa niente. E qui sbaglio io, sarei dovuta andare da Soldini per attivare gli altri condòmini a chiedere prima la convocazione di un’assemblea, ma comunque credo non ne avrei ottenuto niente.
Il giorno dell’assemblea, come previsto, non si presenta nessuno. E qui veramente sbaglio io. Mi aspettavo che non si sarebbe presentato nessuno, però provo ugualmente risentimento contro Poldo e Ferruccio. Non siamo degli estranei, siamo pressoché coetanei. Quando si erano visti la lettera di convocazione da lì a due mesi in un giorno di domenica, non potevano venire da Pino e dirgli, da amici: “Pino, ma che c…(parola che assomiglia a cassata) hai fatto?” E vedere di sistemare la faccenda? Ma qui dimostro la mia ingenuità. Fossero stati degli amici non si sarebbero fatti irretire dalle manovre di Furio e non si sarebbero presentati a controllare scontrini e ricevute.
Ad ogni modo poco dopo, un sabato mattina si presenta Ferruccio alla porta perché vorrebbe un favore da Pino. Pino non c’è ed io, ancora irritata, stupidamente lo tratto con freddezza. Forse da allora inizia l’antipatia di Ferruccio nei miei confronti, ma penso fosse già iniziata da prima.
Nel frattempo ricevo un altro duro colpo nella mia vita privata. Mi telefona mio fratello Giulfurio per dirmi che nostro fratello Alfredo, in vacanza in Irlanda, ha avuto una brutta ricaduta. Vedo realizzarsi le parole della dottoressa che voleva curare nostro fratello con una terapia alternativa: “Se vostro fratello continua con la terapia tradizionale, ogni due anni starà in una struttura sanitaria”. È da allora che sono presa da una brutta e stupida esasperazione contro Giulfurio, esasperazione che è la causa del mio futuro comportamento errato anche nel condominio. Avrei dovuto invece rintracciare la dottoressa e vedere se era possibile provare con la sua terapia con due anni di ritardo.
L'ho capito solo adesso perché non l'ho fatto: avevamo messo "il padrone". Quella carogna di mio fratello maggiore da Roma pretendeva di comandare la situazione: lui, persona in gamba, era la testa e noi, deficienti, burattini che dovevamo solo ubbidire ai suoi ordini. Ed io ero entrata in quel gioco di condizionamento psicologico che ha portato ad una vita infame ed alla distruzione mio fratello minore ed anche me.

Un mese dopo è il mio compleanno. Il telefono trilla. So che si tratta di mio fratello Giulfurio e la sua compagna che mi chiamano per farmi gli auguri. E qui comincio il mio pessimo comportamento nella mia vita privata. Non rispondo. Sono troppo arrabbiata con loro per non aver permesso che Alfredo fosse curato secondo la strada che ritenevo migliore. Ma ad ogni modo sbaglio. Avrei dovuto rispondere. Mio fratello e la sua compagna chiamavano per farmi fare gli auguri dal loro bambino.
Due settimane dopo ci vediamo. È il compleanno di nostra madre e nostra madre vuole festeggiare offrendo alla sua famiglia un pranzo al ristorante al mare. C’è anche la suocera di Giulfurio che oltretutto da tre anni passa il mese di luglio alla casa al mare di mia madre. Al momento di pagare il conto, Giulfurio, la sua compagna e sua suocera si scambiano sguardi d’intesa e di derisione nei confronti di mia madre.
Dopo un altro mese è l’onomastico di mio padre che c’invita tutti per un pranzo alla casa al mare. Sono risentita per quegli sguardi di scherno verso la loro ospite che oltretutto permette loro di fare una vacanza gratis ogni estate e decido di non andare. Questa volta mio marito non mi dice, ed avrebbe dovuto dirlo a maggior ragione in quell’occasione: “Io vado per tuo padre” e così faccio questa enorme corbelleria.
Intanto Pino mi dice che vuole portare le carte del condominio in tribunale per inerzia dell’assemblea. Io gli dico che sembra brutto e Pino mi rinfaccerà per sempre di averlo fatto desistere.
Passa un altro po’ di tempo e una vicina, dopo averlo oltretutto canzonato per iscritto, aggredisce verbalmente mio marito in giardino accusandolo di non convocare l’assemblea perché vuole rimanere amministratore. Gli dice pure che sarà lei, che è appena andata in pensione a fungere da amministratore. Furio l’aiuterà.
E così ci incontriamo per l’ultima volta in casa mia. E qui continuano i miei errori seri. Avrei dovuto mostrare una calma serafica, quasi ascetica. Ed invece decido di comportarmi come si erano comportati loro. Mi mostro stizzita come sempre era stato l’atteggiamento della futura amministratrice, e lasciamo perdere il comportamento di zio Furio che aveva sempre dato in escandescenze. Tanto che Poldo chiede se mi ero scimunita. Chissà perché se ti comporti come loro, poi a loro non piace. “Ma come”, penso, “loro possono comportarsi così ed io no?”. Ad ogni modo nominiamo Furio e la vicina presidente e segretario dell’assemblea ed iniziamo i lavori. Furio ha le ultime rimostranze. Il consuntivo presentato dice che è debitore di €298. Come ha già fatto in passato, quasi si fa venire un collasso, salvo riprendersi quando parliamo di chiamare il 118, per asserire che lui è debitore solo di €33, ma gli altri 165 non li paga! Pino non è d’accordo, ma tutti e 5 i condòmini all’unanimità, incluso Furio, votano per addebitare a Furio solo €33 ed addebitare i rimanenti 165 in parti uguali tra i 5 condòmini.
Non è finita. Pino rassegna le dimissioni. Ma ci sono ancora alcune pratiche da sbrigare per i lavori straordinari, tipo liquidare il commercialista ed altro. Furio suggerisce di non riempire di carte il nuovo amministratore e di passarle solo le carte che servono per terminare la gestione ordinaria dell’anno corrente, il 2007. Potrebbe Pino, per favore, terminare lui le pratiche dei lavori straordinari? Per la signora, nuovo amministratore, sarebbe troppo complicato occuparsene.
La sera mio marito ed io andiamo a mangiare una pizza per festeggiare la fine di un incarico che si era rilevato così gravoso.
Siamo quasi alla fine di agosto e vengo convocata dal nuovo amministratore per discutere sui preventivi pervenuti per lavori di manutenzione al terrazzo. Mio marito aveva fatto pervenire un preventivo e zio Furio avrebbe presentato un preventivo della ditta a lui cara.
Non voglio andare più alle riunioni e chiedo consiglio ad un collega che si occupa di amministrazione di condominio. Mi dice: “Guarda, se tu non vai devono farti avere il verbale e se c’è qualche punto su cui non sei d’accordo hai 30 giorni di tempo per fare ricorso”. Pessimo consiglio. Avrebbe dovuto dirmi: “Liliana, datti un pizzico sulla pancia e vai alle riunioni. Meglio che vai a difendere i tuoi interessi in assemblea che rischiare di perdere tempo e soldi in un ricorso”.
Così non vado, ma espongo come credo si siano svolti i fatti. Il preventivo della ditta presentato da mio marito risulta di €100 inferiore a quello presentato da zio Furio. Ma zio Furio non si scoraggia. Approfittando della nostra assenza scrive sulla linguetta della busta del suo preventivo: “Se scelto, verrà praticato un ulteriore 10% di sconto sul prezzo finale”. Così vince la ditta cara a zio Furio.
Siamo ancora in agosto, non so ancora niente di tutto questo. Verrò a saperlo solo in seguito. Dobbiamo fare dei lavori in casa perché gli intonaci presentano delle lesioni. Nell’ultimo giorno dei lavori, torno a casa la sera dopo il lavoro e vedo segni di pedate bianche nell’ingresso della palazzina. Sono tracce lasciate dagli operai che hanno finito i lavori a casa nostra. Devo andare a fare la spesa, così dico a mio marito di pulire mentre io esco. Quando rientro non ci sono segni bianchi, ma vedo pedate nere che prima non avevo notato dato che l’attenzione era stata catturata dallo sporco di nostra responsabilità.
Il giorno dopo, sabato pomeriggio, mio marito va a fare una visita di cortesia in casa di mio zio Furio, dato che c’erano stati problemi di salute in famiglia, e vede sulla porta del terrazzo che fronteggia la porta dell’appartamento di zio Furio un foglio che avvisa: “ASFALTO FRESCO”. Zio Furio dice a Pino che è venuta la ditta ed ha fatto i lavori. “Stavolta ci sono tutte le garanzie!”, dice.
Un giorno della settimana successiva, rientro alle 10 di sera dalle prove del coro amatoriale di cui faccio parte e mio marito mi dice che era passata l’amministratrice a consegnare il verbale. Parto in quarta, preparo una ricevuta ed un foglio di attestazione della data di consegna del verbale e mi accingo a salire dall’amministratrice per consegnarle la ricevuta e farle firmare l’attestazione. Mio marito mi dice di non andare e m’informa che la nostra quota è di €240. Avrei potuto fermarmi: io pensavo ad un ricorso nel caso se ne fossero usciti con spese ben superiori. 5 anni prima mi ero lasciata sottrarre €600 senza quasi fiatare, figuratevi adesso se avrei fatto storie per €240! Ma oramai ero lanciata. Il verbale avrebbe potuto contenere altre cose! E vado. L’amministratrice mi accoglie con il sorriso di benvenuto delle persone false, ma poi fa la faccia di chi teme un tranello quando le spiego che non solo le ho portato la ricevuta del verbale, ma che le chiedo cortesemente di firmarmi l’attestazione della data di consegna. Tento di spiegarle che è normale amministrazione, ma la signora non mi ascolta nemmeno e afferma: “Mi rivolgerò a suo padre”. Ricordo l’aggressione verbale e le minacce che zio Furio aveva espresso per telefono a mio padre. Ricordo che mio padre ha fatto sapere loro che per ogni cosa del condominio non lo disturbassero più e che si rivolgessero a me. Ho dentro tutta l’esasperazione per il comportamento di mio fratello maggiore. Esasperazione che mi ha portato ad esasperarmi per tutta la maleducazione, le prepotenze, le villanie che dovevamo sopportare da parte dei nostri vicini. E avevo ancora nella testa la frase non punita di quella signora: “Se le cose continuano così, qualsiasi cosa ci sia qua sopra la prendo a la butto per terra!”. E con ironia esprimo una perifrasi di quella sua frase per dirle di non disturbare mio padre. Ma la signora non coglie l’ironia ed il riferimento alla sua frase. Capirò solo in seguito che per lei la frase che aveva detto e quella maleducazione e prepotenza che aveva espresso in casa mia erano normale amministrazione e nemmeno le ricordava. La vedo trasformare in un attimo. Fa una faccia cattiva, mi afferra per un braccio, me lo torce e mi spinge verso le scale, urlando: “Mi ridia il verbale!”. Arriviamo non so come alla porta del mio appartamento. La signora fa un bel po’ di baccano e non c’è bisogno di bussare perché mio marito apra. Mio marito le lancia contro il verbale dicendole: “Se lo prenda e se ne vada!”. Io rimango un po’ nell’ingresso tentando di riprendermi dalla sorpresa e dallo spavento. Sento che la signora fa ancora baccano per le scale. Sempre preoccupata che non disturbino mio padre, esco di nuovo e raggiungo la signora che è andata a bussare e piangere da mio zio e si trovano tutti lì per le scale. Mio zio con la faccia arrabbiata, ché avevano “toccato” la sua amica. Io, che avevo avuto le mani addosso, chiedo scusa alla signora per la mia espressione (a lei che non si era mai scusata) e tento di farmi ridare il verbale. La signora continua la recita e fingendo tremore fa: “No, io mi sono spaventata!”. Mio zio urla: “Voglio sapere di chi è l’appartamento!”. Avrei fatto bene a girare le spalle ed andarmene, tanto, avrei capito in seguito, mio padre, nonostante la malattia, era più che in grado di difendersi da solo. Invece risposi, da perfetta idiota che ero diventata: “È mio”, rivelandogli quello che avevamo tenuto nascosto per tre anni ed aprendo il fianco ai suoi successivi attacchi. La faccia di mio zio divenne furiosa e cattiva. Era stato ingannato! Ebbi un brivido.  In un istante capii che lui riteneva suo diritto avere il controllo su “la roba”, includendo ne “la roba” anche le proprietà dei suoi fratelli, e che avevo fatto un madornale errore.
Mio marito avrebbe voluto portarmi al pronto soccorso e denunciare l’aggressione. Desistetti. E feci male. Il giorno dopo al lavoro il braccio ancora mi doleva.
Un sabato pomeriggio sono fuori al balcone che dà sull’ingresso, quando vedo arrivare mia cugina Loretta con la bambina. Da 5 anni che ero lì non era mai venuta a trovarmi, ma non vi avevo dato peso, dato che non eravamo particolarmente amiche, però faccio una cosa stupida. Quando ero andata a trovarla prima del matrimonio mi aveva detto che le piaceva lo stile etnico. Io non ne vado pazza, anzi, però il pezzo principale nel mio salotto è un mobile che s’ispira allo stile etnico ed in occasione di quella visita glielo avevo detto. Così mi viene da dirle: “Loretta, entra ti faccio vedere il mobile”.
Non l’avessi mai fatto!
Poco tempo dopo, un altro sabato pomeriggio sento bussare alla porta. Vado ad aprire e mi trovo davanti mia zia Radaele, madre di Loretta e Poldo, e mia cugina Giulietta, sorella di Loretta e Poldo. In 5 anni che ero lì non erano mai venute a trovarmi! E questa volta ci avevo fatto caso, essendo Giulietta ed io cresciute insieme. “Siamo venute a farti gli auguri di Natale”, esordisce con aria sorniona mia zia. Entrano in salotto, lo esaminano e Giulietta dice che le piace come avevo sistemato quella stanza.
Intanto passa più di un mese da quell’incidente con l’amministratrice e ricevo la convocazione ad una nuova assemblea. Non posso certo recarmi a casa di chi mi ha messo le mani addosso e chiedo che si cambi locazione. Non vengo accontentata e non mi reco alla riunione.
Il giorno dopo ricevo il verbale con acclusa una relazione dei lavori svolti due mesi prima sul terrazzo.
Sia il verbale che la relazione sono chiaramente dettati da mio zio Furio. Sia il verbale, fatto firmare da mio zio a tutti i condòmini, inclusi Poldo e Ferruccio, che la relazione sono un agglomerato di insulti e illazioni sull’amministrazione di mio marito, oltre che insulti e calunnie sulla sottoscritta. Risulta addirittura che sarei stata io a mettere le mani addosso all’amministratrice! Anche la relazione sui lavori è tutta un falso. A parte il fatto che l’amministratrice non era nemmeno presente essendo andata in vacanza da suo fratello, nessuno era venuto a rimuovere i fogli d’asfalto danneggiati e saldati dei nuovi. Tutto quello che era stato fatto era spalmare un po’ di catrame sulle parti lesionate. Costo? 100 o 200 euro.
A due mesi dai lavori per la prima volta compare per iscritto il riparto dei costi: €240 a testa per un totale di €1200, IVA inclusa.
Per la cronaca, i lavori come relazionati dall’amministratrice verranno eseguiti nel periodo di Natale di sei anni dopo. Sei anni dopo sentimmo il rumore della fiamma ossidrica venire dal terrazzo per saldare i nuovi fogli di asfalto, vedemmo lo sporco sulle pareti delle scale lasciati dai fogli di asfalto mentre venivano trasportati e le bombole per il cannello ossidrico ed i vecchi fogli di asfalto lasciati per settimane nel cortile.
Mio marito è saturo e vuole rivolgersi ad un avvocato. Gli dico di lasciare perdere e che a quei signori avrei risposto io. Ma mio marito è inamovibile. Si rivolge ad un avvocato. La cosa migliore sarebbe stata di ignorarli: erano solo parole.
L’avvocato consultato, senza che noi avessimo dato il nostro definitivo consenso, scrive all’amministratrice invitando lei e gli altri condòmini a moderare i toni. Nient’altro.
In quel periodo mio padre telefona al fratello Furio per chiedere notizie sulla salute di un suo familiare. Si ritrova subissato di urla: “Mi ha fatto scrivere dall’avvocatoooo!”. La risposta che mio padre ha in mente è: “Veramente è mio genero che è stato scritto per prima da un avvocato”.
Durante l’amministrazione di mio marito, mio zio Furio aveva fatto scrivere a mio marito da tre avvocati.
Non era abitudine né di mio marito né mia quella di andare a piangere da mio padre né da nessun altro sulle scorrettezze e vessazioni di mio zio Furio&Co. Mio padre aveva saputo delle lettere dei tre avvocati dopo che mio zio Furio si era lamentato con mio padre di Pino.
Invece zio Furio, mio cugino Poldo etc. avevano l’abitudine di lamentarsi con mio padre o con mio fratello maggiore, Giulfurio, non appena qualcosa non gli andava per il verso giusto.
E così mia madre mi disse che mio fratello Giulfurio le avesse chiesto che cos’era quella faccenda di Pino e l’avvocato.
Naturalmente lo aveva saputo da Poldo. Ma caro fratello, se tuo cugino si lamenta di tuo cognato, se vuoi sapere qualcosa, anzi è tuo dovere, perché non chiami tuo cognato invece di chiedere a nostra madre e/o accontentarti della versione di tuo cugino?
E lì inizia quello che mi fa veramente male e sarà alla base di tutte le mie corbellerie future. Mio fratello si beve tutto quello che gli racconta mio cugino, si schiera dalla loro parte e si mostrerà sempre ostile nei miei riguardi.
Idiota (io), oltre a tutta la combriccola dovevo ignorare anche lui.

Sei mesi dopo mio marito riceve una citazione da mio zio Furio.
Mio zio Furio ha cambiato idea rispetto all’ultima riunione dov’era Pino amministratore.
Adesso dice che Pino aveva ragione: è vero lui era in debito di €198, in quanto come “consolidata consuetudine” non versava le rate condominiali, però, avendo sostenuto delle spese per il condominio (di sua iniziativa) avanzava un credito di €20. Inoltre voleva indietro la sua quota parte di €198 che erano state divise in parti uguali (qui fa un altro errore, in parti uguali avevamo diviso €165, non €198). In tutto vuole qualcosa come €58. Sì mio zio fa causa per chiedere €58.
Due settimane dopo mio padre riceve una lettera, anche questa firmata da tutti i condòmini, inclusi mio cugino Poldo e l’ing. Ferruccio, in cui si insinua che mio marito abbia gestito €80000 per lavori straordinari senza mai aver dato conto della sua amministrazione. La lettera è inviata anche in giro nel parentado di zio Furio e zia Susanna. A parte il fatto che ogni lavoro era stato deciso all’unanimità dall’assemblea, zio Furio aveva chiesto e ottenuto le copie di tutte le fatture e di tutti i bonifici.

Dato che i miei amabili vicini commettono un’altra scorrettezza nei miei riguardi, presento ricorso contro una loro delibera. Solo a seguito di questo ricorso, mi vedo recapitare, con 8 mesi di ritardo, la copia della fattura dei fantomatici lavori al terrazzo. La fattura è la n.1 del 09/09/2007. L’iva è al 20%, mentre avrebbe dovuta essere del 10%, non c’è la ritenuta d’imposta.  Sarei dovuta andare con quella fattura alla guardia di finanza, ma io ancora desidero riportare tutto sui binari della normalità e non ne faccio niente.
Alla guardia di finanza ci andai sei anni dopo. Risultato: quella ditta aveva chiuso l’attività due anni prima e per tutto il periodo della sua attività non aveva mai emesso una fattura.
[continua]

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