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Autore

Lisa Pietrobon

in archivio dal 08 feb 2008

04 novembre 1984, Castelfranco Veneto (TV)

21 gennaio 2009

Una notte, tra la bassa veneta e monterrey

Intro: Si pensa di poter organizzare la propria vita, di deciderne il cammino e le svolte e poi, spesso, ci si ritrova consapevoli del fatto che è la vita a disporre per noi e non viceversa. Un incontro casuale, una sensibile differenza generazionale, e riaffiorano i ricordi...

Il racconto

Questo venerdì sera ho una cena di lavoro. Odio queste liturgie post moderne in cui il poveraccio di turno viene abbindolato dopo essere stato preso per la gola con squisitezza culinarie, ma devo farlo.
Si tratta di chiudere una trattativa, così da poter aprire un cantiere per la costruzione di sei palazzine  in un’area periferica della città. Già. È questo il mio lavoro. Faccio l’impresario. Costruisco. E poi vendo.
Ho iniziato come geometra, poco dopo avere finito di studiare, schifando quello che facevo e le persone che mi circondavano, aspettando il momento giusto per cambiare aria e giurando che mai, mai sarei finito come loro. Sicuro, mai come loro.
Invece. La famiglia. I figli. I soldi. Tutto il mondo si è preso gioco di me, così anch’io ho giocato, come i bimbi con i Lego, poggiando mattoni su mattoni, sapendo benissimo che non serviva a niente, sapendo benissimo che ogni edificio che costruivo era un altro traguardo del potere, sapendo benissimo che ogni gettata di cemento su di una terra era allontanarmi di un passo alla volta da me stesso.
Poi, un giorno, non ci ho pensato più. La famiglia. I figli. I soldi. Mi è sembrato che tutto quello di cui avevo bisogno, che la felicità, stava dalla parte in cui mi ero messo. Che dipendeva da me e dal mio lavoro. Nulla più di questo. Non ho mai accettato le etichette della nuova classe dirigente, del benessere figlio degli anni ’80. Mi sono imborghesito nella forma ma non nella sostanza, anche se non mi sono mai concesso di andare oltre a questo piccolo baluardo di quello che rimane dell’orgoglio, perché, sapevo che al di là c’era l’abisso della mia intelligenza e non mi sarei potuto permettere di cadervi a picco. Allora non mi fermo mai a riflettere, il mio mestiere è lavorare, lavorare, lavorare, senza guardarmi indietro, senza avere paura, cercando di non cadere mai in nessuna trappola che metta a rischio i frutti di più di trent’anni di fatica. L’intelligenza è una trappola, la coscienza è una trappola e forse tutte e due assieme sono un marchingegno mortale per il millenario processo di evoluzione della specie umana. Così, finisce che mi fermo sempre sulla soglia dei miei pensieri. Senza coscienza. Con poco intelligenza e riversata in strategie imprenditoriali, e capita anche che mi senta felice qualche volta.
Non so cosa mi prende e perché mi sto concentrando su questo. Talvolta sono estremamente lucido, tanto da spaventarmene. Sicuramente è perché oggi è venerdì, un giorno che detesto. Per di più devo concludere un affare e mi scoccia non poco: mio padre e il padre di mio padre mi hanno inculcato che non si comincia mai nulla di venerdì, che porta male, ma non ho alternative e, in fondo, non sono mai stato superstizioso e ho sempre creduto che non fosse saggio lasciarsi condizionare da queste medievali credenze popolari.

 

***

Imbocco con l’automobile il vialetto del luogo in cui sono stato invitato e noto una bella villa tra gli alberi, è una vecchia casa padronale di campagna recentemente ristrutturata, uno di quei luoghi in cui la gente con i soldi può compiacersi della propria posizione sociale che gli consente di non doversi mischiare alle persone normali, in un comune venerdì sera, in un volgarissimo ristorante.
Mi aspettavo una cena formale ma noto, con un misto di piacere e disgusto, che si tratta di un ricevimento, certamente per una qualche ricorrenza di cui io non sono stato informato, al quale sono stato invitato esclusivamente per sbrigare alla svelta delle fastidiose pratiche lavorative. Meglio. Almeno potrò coltivare la mia voglia di solitudine confondendomi tra gli ospiti, girovagando tra i bicchieri e i vassoi, fingendo di essere perfettamente a mio agio e sorridendo, di tanto in tanto, a qualche signora e a noiosi conoscenti con cui scambierò brevi convenevoli.
Negli affari il mio modo di essere ha funzionato sempre alla grande, probabilmente perché le persone con cui tratto hanno creduto che fosse tutta una tecnica mirata a darmi un contegno che incutesse soggezione e suscitasse rispetto e fiducia, ma la realtà è che sono sempre stato per i fatti miei perché non sopporto le ritualità di questa classe borghese putrida fino all’osso ma luccicante e perfetta nel presentarsi in società. Come una Napoli ripulita della monnezza in occasione del turismo estivo.
Non li ho mai sopportati, anche se pare mi sia unito a loro.

Tra il buffet dei secondi e quello dei dolci mi apparto in una piccola sala con il mio futuro socio e col notaio, dove, in pochi minuti, sbrighiamo gli impicci di lavoro. Firmo un pacchettino di carte, un poche le firma lui e brindiamo alla nascita del nuovo complesso residenziale.
Mentre l’altro sorride nell’avvicinarmi il bicchiere per il brindisi penso che sono sempre più stanco dell’iconografia della ricchezza.
Nemmeno il tempo di sorseggiare il vino e una ragazzina, senza preavviso, apre la porta dello studiolo rivolgendo poche parole al mio nuovo affiliato, suo padre, che si affretta ad allontanarsi in direzione del buffet dove è richiesta la sua presenza ma non prima di avermi indicato con l’indice della mano libera dal prosecco, invitando la figlia ad intrattenersi con me.
“Avrai sicuramente un sacco di cose di cui parlare con questo signore, sai, è stato ad uno di quei concerti lì, roba da hippie, Woodcock… Woodroof…, vero?”, balbetta incerto e sollecito.
Sento che la mia faccia si sta contraendo in una smorfia pietosa mescolata ad assenso mentre mi accorgo che la ragazzina prende ad osservarmi come fossi una bestia rara.
“Woodstock, papà. Si dice Woodstock”, lo sguardo rassegnato mentre biascica poche parole in direzione del padre già oltre la soglia.
“Eccola” penso io “un’altra ragazzina ricca che non sa come vivere i soldi e riversa tutta la sua passione sugli anni ’70 che, in fin dei conti, le permettono di essere fricchettona e, allo stesso tempo, mantenere tutti i suoi fottuti soldi in tasca”. Questo penso, e non so se ridere o avere lo scoramento.
Me la ritrovo davanti con gli occhi sgranati. Mi fissa ancora come fossi una bestia rara. Avrà avuto si e no diciott’anni. Era carina. Non so come non l’avessi notata, così stravagante, variopinta e disinvolta, ci sembrava veramente uscita da un qualche giornale sbiadito dell’epoca. In mezzo a quell’ammasso di carne, siliconata e modaiola, che sono gli invitati dell’altra sala, in effetti, era difficile non notarla. Ghigno, tra me e me, al pensiero delle frasi scambiate sottovoce tra le dame della nuova imprenditoria “Guarda che stracciona! Con tutti i soldi che ha pare una zingara”, “Fosse mia figlia le svuoterei l’armadio mentre dorme e darei tutto alla Caritas!”, “Buona famiglia o no sono sicura che è uno di quei drogati del parco!” e potrei continuare ad elencare malignità. Sono solo supposizioni , certo, ma dubito che il livello discorsivo ai tavoli possa essere molto più elevato. E quale pretesto migliore di una ricca ragazzina hippie per sputare sentenze senza correre rischi? Certe cose non cambiano mai.
Anch’io di primo acchito sono stato malevolo quando in verità, questo caleidoscopio che ho di fronte, mi ispira anche simpatia.
“Veramente? Veramente è stato a Woodstock?” mi chiede ansiosa di essere illuminata.
“Si. No. Cioè, non a Woodstock, a Monterrey…”
“Sta in Messico, vero? Lo conosco. ’67?”, mi interrompe.
“Già. ‘67”.
Lei, espressione d’attesa.
Anch’io, espressione d’attesa.
“Bhè, non mi racconta niente? È stato un festival pazzesco, il primo di tutti i festival, c’hanno suonato tutti…”
“Si, infatti, li ho visti tutti i concerti. Tre giorni indimenticabili”.
Continua a guardandomi aspettando qualcosa da me.
Ricambio lo sguardo.
“Io darei qualsiasi cosa per tornare indietro a quegli anni per un solo giorno, e neanche ero nata, e ora, lei, che c’era ed ora è qui con me, non mi dice niente?”, sbotta la diciottenne spazientita.”
“È che… è stato così tanto tempo fa, l’hai detto, non eri ancora nata!”.
“Si è drogato vero?” mi sorride indagatrice.
Sorrido pure io.
“Lei non mi sembra per niente uno che è stato hippie. Uno che ha fatto il ’68. Si, insomma… la  vedo in forma e non mi aspettavo che fosse così uno che ha vissuto tutti quegli eccessi”. Si accorge subito che è stata troppo diretta, arrossisce, ma io, nonostante l’atteggiamento riservato, non sono uno che se la prende facilmente o che bada troppo a questioni formali.
“Grazie” rispondo “anche se non sono sicuro che, il tuo, volesse essere un complimento”.
“Io devo sapere”, ribatte lei sgranando gli occhi.
“Tutto era come era realmente e niente era realmente come sembrava” l’apostrofo secco prima di andarmene.
“Ma come?” ribadisce per l’ultima volta.
“Mi dispiace molto ma devo proprio andare” balbetto mentre sento delle scosse che mi trafiggono il petto e mi costringono a fermarmi. “Ci saranno altre occasioni per incontrarsi e ti prometto che la prossima volta ti racconterò dei concerti. Ah, bella la tua gonna”, mi complimento con questa ragazzina estrosa e curiosa prima di uscire, alludendo alla sottana ricamata di rosso e oro, in vero stile hippie.
“L’ho trovata in un mercatino di Londra. Magari era di qualcuna che stava a Monterrey!” dice guardandomi divertita.
“Magari!”. Stringo la maniglia ed esco dalla stanza. Saluto velocemente gli ospiti  e me ne vado.
Una volta salito in macchina, nell’abitacolo, mi sento finalmente protetto, al riparo dalla sensazione opprimente che iniziavo ad avvertire già dall’ultima conversazione.
Non l’avevo percepito ma ora mi sento scosso dall’ansia e mi accorgo di non riuscire a liberarmene.
Respiro profondamente, accasciato sul sedile con gli occhi chiusi e dopo un paio di minuti sono di nuovo a posto. Compiaciuto, quasi mi complimento con me stesso per la puntualità con cui si è manifestato l’improvviso malore fornendomi così l’occasione per svignarmela in fretta dal ballo mascherato della celebrità.
Giro la chiave, metto in moto, imbocco nuovamente, ma in senso inverso, il vialetto d’ingresso alla villa e mi dirigo verso casa dove mi attende tutto quello che mi mette tranquillo e mi renderà libero dalle riflessioni di questa serata, quello che mi accoglie e mi completa, tutto ciò che mi fa sentire protetto.
Accendo lo stereo. My Generation. The Who.

Il vortice della memoria si apre sotto i miei piedi e come un baratro inghiotte me con tutto ciò che mi circonda, mi trascina nei meandri sperduti e dimenticati della mente, scuotendomi ma avvolgendomi caldamente, rassicurandomi, facendomi sentire in un posto sicuro come solo i ricordi possono essere.
Ho in testa immagini confuse di quegli anni, flash e spezzoni, sensazioni, parvenze, fotogrammi. Mentirei se affermassi di averli impressi chiaramente. Certamente stanno lì, nelle fondamenta della mia intimità ma la mente è traditrice e quel periodo è stato troppo intenso e pieno e vivo e vero e veloce, ma anche troppo sperimentale e nuovo e psichedelico e inafferrabile e, persino lento a volte, per poterne conservare una percezione esatta. Nessuno può avere questa presunzione nei confronti della propria memoria e a maggior ragione se la memoria deve scavare tra macerie che probabilmente non sono mai state niente di integro.
“Se qualcuno ricorda gli anni ’70 è perché non c’era”. Sono pienamente d’accordo. E chi c’era era impegnato a cercare di riordinare tutto per potergli dare una forma. Impossibile. Non solo perché qualsiasi tipo di droga circolava abbondantemente e con facilità ma anche perché la gente è stata investita da una quantità di stimoli inimmaginabile. Per quanto i benpensanti si ostinino, con una benda sugli occhi, a non volerlo riconoscere, in un ventennio si è cambiato il mondo, s’è vestito a nuovo e s’è mostrato, come mai prima, in quella veste ammaliatrice e affascinante che a noi oggi sembra normale ma che ha scombinato chi, fino a poco prima, era costretto dentro a schemi che si ripetevano, vecchi e ciechi, da troppi decenni.
Siamo stati liberi. Così tanto da averne addirittura perso il senso.
Abbiamo fatto la rivoluzione. Così profondamente da arrivare a ripudiarla.
Abbiamo fatto l’amore. Per la prima volta e con chi ci pareva a noi.
Abbiamo avuto il rock’n’roll e qui non c’è nient’altro da aggiungere. Il rock’n’roll.
Non voglio dire della politica, sarebbe spegnere la magia riducendola a schieramenti opposti. Certo che c’appassionava! Amavamo essere politici ma questo, checche se ne dica, non c’entra nulla con la libertà. La libertà, cos’è, l’ho già chiarito. Più il rock’n’roll, certo.

Un ragazzo di colore vestito in maniera sgargiante, con una fascia sulla fronte e tanti capelli sta facendo con la chitarra cose che non ho mai, mai, mai sentito.
Ora la stende sul palco e ci si inginocchia davanti. Sembra la stia scopando, la chitarra. Sta scopando con la chitarra!
Tira fuori da una tasca dei fiammiferi e le da fuoco alimentandolo con della benzina. Poi la prende e inizia a sbatterla a terra fino a romperla.
Non ho mai visto ne sentito nulla del genere. Mi sa che anche questo è rock’n’roll.

Ho succhiato la vita fino al midollo e poi l’ho risputata, stanco e provato. Provato e stanco dall’aver vissuto così tanto e intensamente. Forse è per questo che ora la mia vita, se posso definirla tale, è tanto piatta e borghese. O forse no.
Non ne parlo mai. Non ci penso, nemmeno. Magari perché tutti quei “quand’ero…”, “ai miei tempi…”, “quando facevo…” mi sbattono addosso la mia vecchiaia e, dal momento che è tutto talmente bello e confuso, nei miei ricordi, non ho intenzione di riordinarlo e analizzarlo. Mi sembra tutto tanto distante, eppure così vivo, dentro di me, talmente fondamentale… Come ho fatto a seppellirlo?
La verità è che non ne parlo mai, non ci penso, nemmeno, per non concedermi di guardare indietro, se lo facessi dovrei prendere gli ultimi trentacinque anni, gettarli nel cesso e scappare, scappare lontano, lontano, lontanissimo, senza mai voltarmi.
Non ne parlo mai e non ci penso, nemmeno, perché altrimenti dovrei scontrarmi con il fallimento che sono, di quello delle mie idee, dei miei sogni e più in generale del fallimento del mondo intero.
Eccomi. Sono caduto nella trappola della memoria. Nella trappola dell’età. Nel tranello del ricordare.
Quegli anni sono come un sogno in cui però io c’ero e voglio conservarli nella mente come tali. Sono stato già disilluso abbastanza da quello che è venuto dopo. Probabilmente è sempre stata questa, anche allora, la realtà che vedo oggi, il modo di funzionare dei meccanismi umani, economici e sociali. Probabilmente è sempre stato un mondo triste. Gli anni ’60 e ’70 sono stati una parentesi colorata, piena di idee e pace e fumo e fiori e di rock’n’roll, certo, per pochi privilegiati casualmente nati sotto giusta congiuntura. Una parentesi. Una sporcheria. Gli anni ’60 e ’70 sono stati una sporcheria. Però meravigliosa. E dato che, nonostante il vintage, non ne è rimasto nulla, quello che ho lo custodisco, geloso e fiero, per non dimenticarlo mai. Anche se non ne parlo mai e non ci penso, nemmeno.

Una ragazza si avvicina ridente e mi fa scivolare in mano un quadratino colorato. Dice “Prendi, è la chiave del paradiso”.
Mi metto il quadretto sotto la lingua e lo lascio sciogliere.
È bellissimo.
Gli occhi suoi, gli occhi del paradiso non li ho scordati più.

Incrocio. Semaforo rosso. Sono costretto a fermarmi e il flusso dei ricordi si interrompe riportandomi, prepotentemente, allo stato di coscienza vigile.
Ho percorso già più di metà tragitto ed entro una decina di minuti potrei essere a casa. Non mi va di andarci subito pertanto decido di non fare la solita strada ma di prendermela comoda, di allungare il percorso in modo da stare ancora un poco con i miei pensieri, oggi, che li ho ritrovati, faccio fatica a staccarmene. Già.
Non ne parlo mai. Non ci penso, nemmeno, perché sono una trappola. Già. È che oggi devo sentirmi vivo e voglio immergermi nel pozzo della memoria.
Già.
Verde.

Quella notte l’ho impressa a vuole. Nella mia testa vuole dire maturità. Libertà. Vita. Avevo diciannove anni ed erano afose giornate di inizio estate. Avevo lasciato da poco, e con disappunto dei miei genitori, un lavoro ingrato ma avevo dei risparmi, così raccattai i miei due soldi e le quattro cose che mi sarebbero potute servire e me ne andai senza preavviso.
Due amici, curiosi e irresponsabili quanto me mi attendevano sotto casa a bordo di uno scassato furgoncino che a vederlo non gli si davano due lire ma che, invece, ci ha portato in capo al mondo.
Non c’era ancora stato niente di quella rivoluzione di cui tutti mormoravano a mezza voce o che sbandieravano nelle piazze ma si captava perennemente un fermento nell’aria di qualcosa che doveva accadere. Si era inevitabilmente in odore di ribellione, di cambiamento, di libertà ed io non ne ero certo rimasto immune. Tutto dentro me si scontrava ferocemente con quello che stava fuori e mi sentivo montare dentro la rabbia, la necessità di giustizia, la consapevolezza di poter modificare ciò che non mi piaceva e ciò che non potevo giustificare.
L’estate più grandiosa di ogni tempo. 1967.
In qualche modo – credo che usare la parola rocambolesco potrebbe illustrare bene la situazione- riuscimmo ad arrivare negli Stati Uniti. Percorremmo chilometri di strade immerse nel nulla, strisce di terra che non si capiva da dove iniziassero e dove finissime. Non si capiva se sarebbe realmente potute finire. Strade impolverate che sapevano di ricchezza e di saggia irresponsabilità. E poi arrivammo in Messico. Il Messico… e chi se l’immaginava che da un paesino di provincia della bassa veneta mi sarei trovato all’altro capo del mondo?
Al festival ci siamo stati per puro caso, come se la strada ci avesse portato lì e proprio lì. Nessuno di noi sapeva neanche che cos’era un festival, non ne erano mai esistiti prima. Migliaia di persone, di giovani, riversati su un prato ad ascoltare della musica, la loro musica. Woodstock è venuto dopo, tutto è venuto dopo. Tre giorni. Monterrey. Io c’ero. Ed entrando da quei cancelli ho creduto di entrare un poco anche nella storia.

Un graffio sulla schiena. Sì, è così. Sembra una tipa schiva e timida nonostante i pantaloni a zampa dorati la facciano luccicare. Sembra una ragazza timida, e invece, quando apre bocca ci graffia lungo la schiena facendoci venire i brividi.
Strisciando, come un blues.
Non ho mai sentito un dolore più straziante.
Mi hanno detto che si chiama Janis Joplin.

Abbiamo perso la verità dopo allora, ne sono certo. Io stesso l’ho persa e per avere il coraggio di guardarmi allo specchio tutte le mattine devo fare finta che, prima di queste maledette palazzine che costruisco, in me, non ci sia stato nient’altro. Solo per avere il coraggio di esistere. Per avere il coraggio di esistere devo fingere di non essere esistito mai.
Mi da il vomito il mondo in cui vivo: mi ha abbracciato stretto, mi ha sedotto, mi ha illuso e poi mi ha sputato fuori. Mi ha spiegato che cos’è la libertà e poi se l’è ripresa un tanto ogni giorno senza che nemmeno me n’accorgessi. Il mondo mi ha dato grinta e gli strumenti per combatterlo e per fare valere la giustizia  e poi si è ritirato dal terreno di scontro. Mi ha insegnato ad amare e poi si è dimenticato di continuare le lezioni con le generazioni successive. Il mondo mi ha plasmato e poi non mi ha voluto più. Ho avuto il rock’n’roll, e quello, da lì dentro le viscere dove s’è sistemato, chi lo leva più?
Temo che queste siano solo le conclusioni tardive di un uomo che si trova, ormai, alle porte della vecchiaia senza avere fatto i conti con quello che è stato.
La verità è che se siamo a questo punto è solo colpa nostra, di noi, che c’eravamo, che diciamo di averci creduto e di essere stati disillusi da pretese troppo al di là del reale ma sappiamo benissimo che non è questo. È che ad un certo punto ci siamo stufati di crederci, tutto qui.
O forse è solo la vita che si prende il meglio e restituisce solo quello che sappiamo cogliere tra una piega e l’altra. Ed io credo di aver saputo cogliere poco.
Avrei potuto essere molto di più.

People try to put us down, just because we get around.
Things they look awful cold, I hope I die before I get old.
This is my generation.

Sono stanco.
Penso a mio padre. A quanto poco abbia realmente capito di me in tutti quegli anni passati a farci la guerra. Penso a quanto si sia spaccato la schiena, in fabbrica, per permettere a me e ai miei fratelli di studiare e di avere delle opportunità migliori di quelle che ha avuto lui e a quanto, nonostante l’amore, siamo stati distanti, a quante incomprensioni non sono state risolte e a quanto tardi sia ora, anche solo per avere dei rimpianti. Penso a quanto sono diventato simile a lui malgrado l’unico saldo proposito della mia vita fosse non esserlo mai. Mai. Già. Quante volte ho detto mai.
Penso a tutte le volte avrei voluto fosse fiero di me e delle poche cose che la mia giovinezza aveva da offrire senza riuscirci mai. Ora lo sarebbe, ora si. Sono infelice, ma rispettabile.
Mi si parano minacciose, davanti agli occhi, le immagini dei miei due figli. Cosa sono io per loro? Cosa ho fatto io per loro? Mi assale la paura di non avere dato abbastanza amore, di non averli capiti, di essermi concentrato solo sulla mia non-esistenza, su quella illusione borghese del benessere che poi non è altro che il nulla travestito da denaro. Ho paura di essere per loro quello che mio padre è stato per me. Credendo di insegnar loro come si fa a vivere non ho fatto altro che fortificare le mura che mi asserragliano da troppi anni. Ho creduto di far loro del bene, dandogli quello che mi hanno insegnato essere importante ma mi sono dimenticato quali sono le cose che io ho imparato essere importanti. Ho paura di avergli dato tutto quello contro cui ho lottato. Non può bastare. Ho sbagliato tutto.
Ho perso tutto, eppure avevo così tanto. Ho perso, e ora che me ne sono accorto mi rendo conto di avere tra le mani solo detriti.
Sono il re del monopoli.
Non sono nemmeno l’ombra dell’uomo che sarei potuto essere.
Dov’è finito il coraggio? Quand’è finita la vita? Dov’è il rock’n’roll? Io voglio tutto. Me lo voglio riprendere.

Era questo quello che volevi sapere, ragazzina?

I pensieri mi attraversano il cervello velocemente, scappano alcuni, ma quando imbocco la strada di casa svaniscono e quasi subito ricomincio ad avvertire l’ansia fastidiosa che s’era impadronita di me al ricevimento e che sta facendo accelerare i battiti del cuore.
Riesco a parcheggiare ma, questa volta, per riprendermi, mi ci vogliono quindici minuti buoni. Sento delle fitte al torace e alle braccia. Questa volta è stato peggiore di prima ma superata la difficoltà mi scordo rapidamente del male e mi avvio verso il portone dove infilo la chiave, entro, bevo un bicchiere d’acqua in cucina e salgo le scale verso la camera da letto.
Devo andare al bagno e cerco di fare piano per non svegliare mia moglie che dorme beata sicuramente da molto. Mia moglie. L’unico  amore della mia vita, una delle mie poche certezze, a dispetto di ogni povero clichè contemporaneo.
Infilatomi sotto le coperte mi avvicino al suo corpo che mi infonde un piacevole calore che sa odore di sonno e la sicurezza di essere, finalmente, salvo da tutti i miei demoni, al mio posto. A casa.
Scivolo rapidamente nel sonno, dimentico dei dispiaceri, delle preoccupazioni e delle paure, cullato dalle immagini di una giovinezza che ho tentato di reprimere ma che, malgrado tutto, continua a infiammarmi l’anima.

***

Alle 04:26 del mattino arriva l’ambulanza chiamata da mia moglie che al telefono ha detto di avere sentito i miei lamenti e movimenti agitati. Arrivano anche i miei figli che rientrano dalla serata e si preoccupano molto nel ritrovarsi dinnanzi lo spettacolo del loro padre in pericolo di vita.
Mi trasportano all’ospedale e in un paio d’ore riescono a riportare i miei valori nella norma.
Sono disteso in uno scomodo letto di degenza con la maschera per l’ossigeno e una flebo attaccata al braccio sinistro.
Infarto.
Sapevo che mi avresti fatto visita prima o poi, vecchio bastardo.
Ho 60 anni.
Dovranno decidere se operarmi o meno e i medici mi intimano di tenere uno stile di vita più disteso e rilassato. Di prendere una pausa dal lavoro, magari.
I miei famigliari dicono che è un periodo di forte stress per me e che può essere la causa del malore, ma io so che non è questo.
So io cos’è stato.
I dottori mi prescrivono riposo e si raccomandano che faccia attenzione alla mai salute ma non ho intenzione di dar loro retta.
Non mi sento così bene da tanti anni.
Io lo so cos’è successo. So cosa devo fare.
Devo ricordarmi come si fa a vivere e ricominciare a farlo, e dopo questa notte non credo ci metterò molto a rinfrescarmi la memoria. Mi guarderò allo specchio e finalmente ritroverò  quello che credevo di avere perso. Potrò darmi alle persone che mi amano.
Sono libero. Libero dalla schiavitù che avevo imposto alla mia coscienza
Questa notte sono nato, di nuovo.
Non potevo chiedere di meglio.
Rock’n’roll.

 

 

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