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Autore

Lorenzo Annovi

in archivio dal 14 ott 2011

18 giugno 1987, Vignola (MO) - Italia

segni particolari:
Lettore, osservatore, amante del cinema, bevitore di vita, birra e lambrusco.

14 ottobre 2011 alle ore 0:34

Notte di lei, una di tante.

Intro: Questo racconto l'ho basato su una storia che girava nel mio paese. L'ambientazione è al cento per cento Vignola, il paese dove abito io, nelle cosidette "basse", ossia i territori di campagna da frutto pianeggiante, colmi di casolari, che si stendono un poco al di sotto della cittadina vera e propria, costruita su un colle di tufo.

Il racconto

Notte.

La vecchia camera da letto era uno scrigno di oscurità e ombre sbilenche; L’unica fonte di luce era la luna a tre quarti che filtrava tra le imposte.

Solo rimanendo in quell’ambiente buio per parecchi minuti, gli occhi si sarebbero abituati al buio e avrebbero intravisto lo scarno arredamento della camera: un vecchio comò a fianco del letto massiccio, un alto armadio a due ante rozzo e scrostato dagli anni, infine una bassa cassettiera che dall’aspetto pareva aver vissuto svariati anni in più dei suoi originari padroni, questo è certo.

Come tutte le notti, lei stava immobile sotto il lenzuolo, respirando piano, come se questo potesse alleviare i suoi timori. Come se ci fosse qualcosa, un’entità esterna e superiore, che giudicasse ogni suo singolo gesto, anche il più banale come l’atto di respirare.

Lei era lì, sotto le coperte, respirando piano.

Completamente sveglia. In attesa che lui rincasasse.

Teneva le orecchie tese verso il piano inferiore, dove l’ingresso del vecchio casolare introduceva ad una ampia cucina di quelle di una volta, anteguerra, con il camino a muro e la stufa di ghisa ben saldata contro la parete.

Teneva le orecchie tese perché dal semplice suono di lui che rincasava, aprendo la porta e poi richiudendosela alle spalle, poteva essere in grado di dedurre se quella notte sarebbe stata bella o brutta.

Si era resa conto da tempo che quando rimaneva sveglia e in attesa, aspettando lui, iniziava a ragionare come se fosse di nuovo una bambina di dieci anni, o poco più.

Raggomitolata sotto le coperte, rigida come una pietra, smetteva di pensare come una giovane donna quale era: si limitava solo a sperare, a pregare che quella notte in particolare non sarebbe stata una di quelle brutte, ma una bella, senza paura e senza le brutte cose.

“Molto infantile da parte mia“, si ripeteva durante il giorno, quando la luce e le attività giornaliere tenevano lontane le brutte cose da lei.

Ma la notte, tutto cambiava.

Lei si trasformava. La realtà si trasformava.

Ritrovandosi a letto, verso mezzanotte e trattenendo il respiro, rifletteva che non c’era niente di innaturale in quell’atto di regressione; la sua mente si ritraeva dietro a quel velo fatto di assoluti, di “cose belle e cose brutte”. Il bianco e il nero. La facilità delle cose semplici da affrontare.

A quel punto lei si rassegnava al fatto che non poteva fare niente, perché era la sua mente inconscia a reagire da sola, senza controllo, per pura e semplice preservazione.

Dall’esterno, nel cortile di casa, giunse d’improvviso il rumore degli pneumatici che scricchiolavano sul selciato di ghiaia.

Un cigolio di freni consumati e una leggera sgommata sui sassolini a causa della frenata troppo brusca.

Non un buon segno, pensò lei, stringendo le palpebre e cercando di ingoiare la paura.

Una portiera si aprì con un clangore che evidenziò gli anni e la ruggine dell’auto.

Lei la conosceva bene quell’auto: una scassata Renault R5 vecchia più di vent’anni, che rimaneva funzionante con poco di più di nastro da pacchi, silicone e sputo.

Odiava quella macchina, perché era la rappresentazione perfetta del suo proprietario: scalcinata, rozza e ridotta ad un rudere esattamente quanto lui, che in quel momento scagliava la portiera con forza esagerata.

La portiera dell’auto si chiuse con un tonfo metallico, seguito da un brontolio assonnato e stordito di chi l’aveva chiusa. Un brontolio arrabbiato.

Sempre peggio, pensò stringendo le coperte nei pugni.

Ciò nonostante, continuò ad ascoltare, speranzosa.

Un rumore tintinnante. Incerto.

Un mazzo di chiavi che sferragliò come un grosso sonaglio arrugginito.

Odiava anche quel suono, forse più della macchina. Avrebbe trovato più rilassante il lamento di una sirena antincendio piuttosto che quel maledetto sonaglio di chiavi, che significava il ritorno a casa di colui che odiava con tutto il suo essere.

Il mazzo di chiavi cadde per terra. Si capì benissimo: un clangore di oggettini di ferro contro il suolo di ghiaia polverosa. Una voce roca ed impastata imprecò in dialetto modenese, una sonora bestemmia che avrebbe fatto rigirare nel sonno un prete.

Lei emise un singulto strozzato.

Prima ancora che lui fosse entrato in casa, lei già sapeva che quella sarebbe stata una notte di quelle brutte. Tanto, tanto brutte.

D’un tratto si chiese perché fosse così stupita e spaventata da questo fatto: insomma, lui il giorno dopo sarebbe partito per un mese intero di viaggi; era naturale che avesse passato la notte a bere in osteria, così come era naturale che quella notte si sarebbe levato ogni sfizio immaginabile prima della partenza.

L’ovvietà della cosa, e la tranquillità con cui all’improvviso si ritrovò ad affrontare l’idea, la colpirono come uno schiaffo sulla guancia.

Che stupida, si disse mentalmente tra sé e sé. Certo che sarebbe stata una notte brutta-brutta. Non

avrebbe nemmeno dovuto sperare il contrario, si sarebbe evitata un sacco di false illusioni.

D’un tratto sentì un senso di gelido distacco pervaderle il corpo, sciogliendole la rigidità che fino ad allora l’aveva tenuta tesa come un fuscello di bambù.

Si accorse di essere rigida come un fuso e di non sentire più nulla di realmente importante.

Era inevitabile. Era già lì.. Perché morire di angoscia, quando poteva lasciar correre, sopportare e finirla senza fare storie?

Si sentì impotente e passiva, e se ne vergognò con se stessa, perché in fondo era proprio lo stato in cui lui amava trovarla, le notti brutte.

Passi pesanti salirono le scale, con ritmo irregolare. Si fermarono davanti alla porta della sua camera, socchiusa.

-Ehi bimba, si può?- Chiese una voce ubriaca fradicia.

Lei si sentì avvampare. Come osava chiamarla sempre bimba, durante le sere brutte?

Si sentiva violata già da quel dettaglio insignificante.

-Sì- disse in un sussurro.

La porta si aprì piano, cigolando sui cardini. La luce ambrata del corridoio gettò un alone giallastro nella camera polverosa; Lei alzò di poco lo sguardo dal guanciale, quel tanto che bastò per vedere la grossa sagoma dell’uomo stagliarsi nella voragine della porta, incorniciato dalla luce malaticcia della lampadina a risparmio.

-Domani parto,bimba. Sto via un mese intero. Tanto, troppo tempo lontano da te…-

Il tono era languido, distorto e patetico.

A giudicare dal modo in cui l’uomo scandiva le parole, le singole lettere persino, pareva che stesse facendo uno sforzo immenso per districare i pensieri dal turbinio sbilenco dell’alcool, e una fatica ancora maggiore per riversare tali pensieri fuori dalla bocca.

-Lo so che parti. Lo so-. Disse lei con voce flebile. Che altro poteva fare, se non dare ragione a tutto quello che diceva quell’ubriaco schifoso?

-E non ti dispiace neanche un po’?- Chiese lui, improvvisamente adirato per qualche misteriosa ragione, che solo il suo cervello annebbiato aveva saputo creare in quell’istante.

-Non ti dispiace se parto? Eh?- Ripeté, con tono petulante e furioso.

Il vinaccio bevuto lo aveva reso fin troppo nevrotico ed emotivo.

Praticamente, era già incazzato.

Ecco, pensò lei. Il pretesto perfetto. Se l’era servito da solo su un piatto d’argento.

Buon appetito, signore. Gradisce un’antipasto?

Ridacchiò isterica a quel ragionamento grottesco. Subito si tappò la bocca con la mano, tentando di non farsi udire. Ma lui era sbronzo, non sordo.

Si precipitò con due passi sgraziati ai piedi del letto, afferrò le coperte con una mano e le strappo via, lasciando lei scoperta in reggiseno e mutandine, raggomitolata come una micia indifesa davanti ad un cane feroce.

-Io lavoro come un negro, girando in lungo e in largo, e tu ridi di me?-

-No, non intendevo ri…- La voce flebile di lei si spense non appena lui parlò.

-Passo mesi e mesi lontano da casa, facendo un lavoro di merda da anni, ANNI!...mandandoti i soldi per posta e permettendoti di fare la puttanella in giro per tutta Vignola… quando l’unico a cui dovresti regalare attenzioni sono io… io e nessun altro… E TU RIDI DI ME?-

Ruggì talmente forte che il cane nell’aia prese ad abbaiare.

Lei iniziò a piangere silenziosamente. Stasera sarebbe stata la peggiore di tutte, lo sapeva. Non si era mai arrabbiato tanto. Pregò che non le facesse molto più male del solito.

Con movimenti lenti e impacciati, si mise a cavalcioni su di lei, togliendosi la maglietta e scoprendosi il ventre appesantito da anni di bevute ed eccessi.

Lei era quasi certa di ricevere un ceffone, un pugno persino.

Strinse i denti e strizzò gli occhi.

Inaspettatamente, sentì la mano dell’uomo lisciarle dolcemente la guancia, seguendo la linea arrotondata dello zigomo e infine della mascella.

Il calore della sua mano era eccessivo e gonfio di minacce.

Aprì gli occhi e scoprì che anche lui stava piangendo. Aveva gli occhi lucidi e languidi, arrossati dalle lacrime e dal vino allo stesso tempo.

-Ti voglio così bene…- sussurrò, un sibilo che sapeva di alcool rancido.

Lei non disse nulla. Si limitò a guardarlo con espressione vuota.

-Ti voglio bene- ripeté lui, -Sei la cosa migliore che io abbia mai avuto in vita mia. Sei così bella!-

Come a confermare l’ultima frase, appoggiò una mano callosa sulle una delle cosce snelle di lei. La mano strinse, bruciandogli di dolore l’interno coscia, poi prese a salire, salire… finché le dita tozze dell’uomo pizzicarono la stoffa sottile delle mutandine.

A quel punto, le dita si infilarono sotto la stoffa

Con un gemito che era per metà piacere, per metà disperazione, lei cercò di divincolarsi, ma lui la teneva saldamente sotto il suo peso.

Era grosso e determinato.

Il volto dell’uomo era adagiato sui seni minuti, ansimante come un mastice; la mano sinistra stringeva forte la spalla della ragazza, poi guizzava ad afferrare fianchi, pancia, natiche di lei;

la mano destra invece, era sotto le sue mutandine fino al polso. E lì rimaneva.

Andò avanti per molti, troppi minuti. Lui fremeva sopra di lei come una grossa sanguisuga ansimante.

Lei teneva la testa appoggiata al legno scuro del letto, con il viso imperlato di sudore freddo e un’espressione di muta disperazione dipinta su di esso. Ogni tanto sussultava di piacere, suo malgrado. Ogni volta che questo accadeva, era come se qualcosa dentro di lei si consumasse, eroso dal dolore come roccia marina corrosa da un’onda.

-Adesso basta!- Disse finalmente quando riuscì a raccogliere forze e voce necessarie.

Lui fece finta di niente. Continuò imperterrito.

-Basta. Ho detto basta. Smettila!-

-PAPA’, SMETTILA!- urlò infine.

Lui si ridestò e alzò lo sguardo incrociando gli occhi verdi di sua figlia. Qualcosa di inafferrabile fluì tra di loro, mentre si guardavano negli occhi.

Qualcosa di sbagliato.

-Sssssssssssh…- fece infine l’uomo, con l’intenzione di essere dolce.

Poi riprese da dove aveva interrotto.

Il mattino dopo, lei si svegliò che aveva ancora gli occhi gonfi di pianto. La luce mattutina filtrava dalle imposte chiuse, disegnando sottile lamine chiare che attraversavano l’aria della camera, mettendone in risalto la polvere svolazzante.

Alzandosi dal letto, la ragazza si accorse che involontariamente si era addormentata in posizione rannicchiata, proprio come una bambina impaurita, nella stessa posizione in cui si era ritrovata molte volte, da piccola, la mattina dopo un brutto sogno.

Toccò le lenzuola con un gesto lento ed automatico: le sentì ancora umide per la sera prima.

Con un sussulto strozzato, si alzò di scatto, togliendosi da sopra le coperte come se fossero state roventi. Si sentiva improvvisamente nauseata di restare solo un istante di più su quel letto.

Si lavò, rimanendo lunghi, interminabili minuti con la faccia sotto lo spruzzino della doccia, mischiando lacrime all’acqua corrente.

Una volta asciugata, indossò una maglietta sformata e sbiadita, un paio di short da ginnastica, poi aprì le imposte della camera, inondando la stanza di luce. Fuori, il mondo era bello, ignaro di quello che accadeva tra le mura di quella casa.

La campagna di alberi da frutto, nonostante fosse già spogliata in parte dall’arrivo dell’autunno, era luminosa e non c’era un ombra di foschia nell’aria. Il sole era vivace, quasi eccessivo considerando che ormai era ottobre.

L’aria era fresca e frizzante, solo leggermente pregna di umidità.

Abbassando lo sguardo sul cortile ricoperto di ghiaia, la ragazza vide che l’odiosa renault R5 era ancora parcheggiata lì dove era stata lasciata la notte prima.

Per un orribile istante, lei pensò che suo padre non fosse partito, nonostante quel viaggio fosse stato stabilito giorni prima.

Con il cuore stretto di angoscia, la ragazza prese a scendere le anguste scale che conducevano al piano di sotto, nella vecchia cucina del casolare. Quasi si aspettava di vedere la figura massiccia del padre seduta a tavola, mentre faceva colazione con caffelatte corretto al Jack Daniel’s.

Non sarebbe stata la prima volta, dopotutto.

Nella sua mente, lei vide il viso sformato del padre alzare gli occhi dalla scodella, osservarla con quel penetrante sguardo tra l’affettuoso ed il voglioso, e levarsi dal tavolo a fatica, ordinando di tornare in camera e sdraiarsi ancora sul letto, che aveva ancora voglia di farlo, che la notte prima non gli era bastato per un cazzo, che… che…

Al penultimo gradino della rampa di scale, le ginocchia della ragazza cedettero al terrore di quel pensiero. Cadde in avanti, dando una spallata al muro e afflosciandosi lungo di esso, mentre il respiro si faceva faticoso. Qualcosa in lei era cambiato. Lo sentiva.

Nonostante fossero anni ormai che suo padre abusava di lei, non le era mai capitato di sentire quella sensazione, subito dopo una delle “notti brutte”.

Quella volta era stata diversa.

Era un eruzione interna di rabbia e dolore, che aumentò in lei a tal punto da farle credere che il petto sarebbe esploso e le costole sarebbero state lanciate contro le pareti come schegge di una bomba.

Cresceva, cresceva da morire, un falò dentro di lei che le imperlò la fronte di sudore e la fece urlare selvaggiamente nella solitudine del casolare di campagna.

Quando finalmente passò, quasi mezz’ora dopo, si sentiva sfiancata.

Aveva il fiato corto e la gola le bruciava a causa del tanto urlare a squarciagola.

Ma soprattutto, era come se qualcosa dentro di lei si fosse incrinato, crepato, una sbeccatura del bordo argentato del suo essere, piccola ma inevitabile .

Alzandosi finalmente dal fondo delle scale, andò in cucina. Non sentiva più addosso la paura cieca di trovarvi dentro suo padre.

Infatti non c’era nessuno. La cucina era sgombra, a parte un paio di piatti ed un bicchiere che sicuramente suo padre aveva utilizzato per una frugale colazione e successivamente aveva lasciato nel lavello, immersi nell’acqua.

Sul tavolo, c’era una lettera non sigillata. Sulla carta della busta era scritto in modo rozzo e frettoloso:

“da papà per la sua Bimba”

(con la maiuscola, brutto stronzo bastardo, vorrei che morissi in un incidente d’autostrada, stritolato dalle lamiere affilate della cabina del tuo TIR…)

Lei aprì la busta con sguardo neutro, e lesse:

“Cara mia, sono partito stamattina alle 5 in punto. Mi sono fatto accompagnare da Gianni al deposito dei camion, quindi ho lasciato la Renault in cortile. Chiudila nella rimessa, mi raccomando. Io tornerò fra circa quattro settimane. Ti ho lasciato un po’ di soldi nello sportello della credenza, in mezzo alle tazze da caffè. Non sputtanarlo subito tutto facendo la baldracca in giro, mi raccomando. Non avrò modo di mandarti altri soldi, quindi fatteli bastare. E poi, non hai motivo di spenderli per qualcosa che non sia comprare da mangiare, perché tu sei la mia bambina, la mia bimba, e sei mia e basta.

Saluti da papà”.

Fissò la lettera per qualche istante dopo averla letta. Osservò con attenzione la calligrafia sbilenca, la carta ruvida e giallastra, come se contenessero significati reconditi in realtà inesistenti.

Quando fu trascorso poco più di un minuto d’orologio, appallottolò tra le mani la lettera, accartocciandola con quanta più forza avesse nelle mani.

Fatto questo, uscì nel cortile, assaporando la temperatura gradevole del mattino.

Si stava bene fuori da quella casa. Fuori, era autunno. Uno di quelli miti, dalle giornate frizzanti.

Aprì la rimessa, spalancando le grosse porte di lamiera che cigolarono sui cardini rugginosi, poi si diresse alla vecchia auto.

Le chiavi erano inserite nel quadro comandi, aspettavano solo lei.

Come in una visione, lei si figurò lo spettro di suo padre che, dopo essere uscito di casa, infilava la testa nel finestrino abbassato, per controllare di aver lasciato le chiavi a disposizione della figlia.

Talvolta era così amorevole… Altre volte, era un mostro, l’incarnazione dei babau che da piccola affollavano la sua immaginazione di bambina.

Entrò in macchina. La vecchia R5 cigolò persino sotto il lieve peso della ragazza, tanto era disastrata.

Con un paio di manovre rapide, lei parcheggiò l’auto dentro al garage, mentre dagli occhi colavano altre lacrime silenziose che nemmeno lei sapeva spiegare completamente.

Chiuse il garage e rimase immobile in mezzo all’aia.

Il gallo cantò il suo inno stridulo un paio di volte.

Una ragazza bionda, a pochi metri da lui, si chiedeva se un giorno sarebbe mai stata in grado di ucciderlo. O uccidersi.

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