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Racconti di Luca Di Ciaccio

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  • 11 luglio 2012 alle ore 11:14
    Prime comunioni

    Come comincia: Ieri sono stato alla prima comunione di mio nipote. Erano tutti, bambini e bambine, vestiti con una tunica bianca e sotto, molti, le scarpe da ginnastica. Quando ero piccolo io si usava che tutti i bambini venivano vestiti di nero in giacca e cravatta e le bambine vestite di bianco, qualcuna con lo strascico, qualcuna col velo, ma sempre ridicoli ed emozionati come si può essere a quell’età nel mezzo di una cerimonia desueta, su cui uno da piccolo si fa anche delle domande. Io, per esempio, una volta ho chiesto alla giovane e ingenua catechista come mai, se l’ostia è il corpo di Cristo, ci danno un tondino di pane e non come sarebbe logico una bistecchina, e la giovane e ingenua catechista mi ha mandato fuori dall’aula.

    Alla prima comunione tutti scattavano delle foto ai bambini e alle bambine, con le macchine fotografiche e coi telefoni cellulari, e uno perfino con l’iPad, tant’è che il parroco stava per perdere la pazienza, “c’è già il fotografo ufficiale” ha detto. Ma fare foto oggi è facile, uno le scatta senza nemmeno pensarci, e io infatti mi sono chiesto dove andranno a finire tutte queste foto. Quando l’ho fatta io, la prima comunione, le foto si portavano subito a sviluppare e si mettevano in ordine, incollate su enormi album dalle pagine spesse, con didascalie precise scritte da mamma o da papà. Infanzie e adolescenze, per niente fotogeniche, illuminate dai flash di genitori premurosi o fotografi senza fantasia. Una documentazione lacunosa, più sensibile a torte e cerimonie, a brevetti di nuoto, recite di Natale, saggi di danza, vacanze, piuttosto che ai giorni da niente. Un archivio in posa impettita di ora felici, o apparentemente tali. C’erano dolci millefoglie uguali di anno in anno, nonni che celebravano compleanni di età per noi indefinibili e comunque lontane come altri pianeti, pezzi di faccia o di braccio di qualcuno regolarmente tagliati fuori, occhi da pesci lessi, divani rifoderati e mobili che scomparivano dalle pareti, il giro dei battesimi, delle prime comunioni, delle cresime di tutti i cugini, come lo scadenzario del nostro intermittente cattolicesimo.

    Poi c’è un giorno in cui questo carosello finiva. Nessuno se ne è accorto lì per lì: i figli crescevano, la mamma smetteva di riordinare gli album delle fotografie, oppure gli album delle foto smettevano di andare di moda, mentre tutti cominciavano a fotografare tutto con qualsiasi aggeggio, e allora nessun ordine aveva più senso, o magari perché non esistiamo mai solo per qualcosa o per qualcuno, allentiamo la presa e non possiamo che distrarci, in modo continuo, involontario e spietato, anche dalle cose e dalle persone che amiamo. Guardo la mia nipotina più piccola, intanto, che accarezza con gli occhi il fratello vestito da grande e le altre bambine tutte acchitate, e non vede l’ora che tocchi anche a lei.

  • 11 luglio 2012 alle ore 11:13
    Carlton Arms Hotel

    Come comincia: Come un vagabondo alla deriva dall’East Village, il Carlton Arms, esteso su quattro piani, è un hotel da combattimento e dallo stile rock’n'roll. Adesso me ne sto sdraiato sul letto, indeciso su cosa fare, un po’ stanco. Accanto a me l’arredamento è quello di un bar americano degli anni Cinquanta. La mia stanza ha la moquette rossa. C’è un’insegna al neon della birra irlandese Killian’s, proprio di fronte a me, sopra la porta del bagno, e non c’è modo di spegnerla neanche di notte. E poi c’è un bancone di fronte alla finestra, con due sgabelli ai lati, e bottiglie semivuote e impolverate di scotch, e un piccolo juke-box da tavolo non funzionante, e una mini slot-machine grande quanto una mano in cui ho inserito una moneta da mezzo dollaro, e so già che non la rivincerò mai.

    Una donna dallo sguardo languido, in gonna lunga marrone e pullover bianco, è disegnata sul muro alle spalle del letto, a grandezza direi più che naturale, con accanto la scritta “live fast die young”. Vivere veloce, morire giovane. E poi, quasi mi dimenticavo, c’è la porta del piccolo bagno. La porta del bagno, insomma, è decisamente un capolavoro. C’è una ragazza in guepiere attaccata alla porta in pratica. Cioè la sua statua in legno. Metà, la metà davanti, su un lato. Metà, la metà posteriore, sull’altro lato. Cioè quando sono seduto sul cesso me la vedo di fronte, girata di spalle. A giudicare da come l’ho trovata si direbbe che qualche precendente inquilino della stanza le abbia strappato le mutande. Quando invece come ora sono sdraiato sul letto, mezzo addormentato, ma la trovo di fronte, in piedi, che guarda verso un punto indefinito dello spazio e del tempo. E sembra porgermi la mano. Ormai quando devo aprire la porta del bagno non uso più la maniglia, la prendo direttamente per mano.

    Non tutte le stanze sono come la mia, ovviamente. Il Carlton Arms Hotel è un albergo di 54 stanze, ognuna è decorata in maniera differente da un diverso artista. E’ un posto vecchio di cento anni. All’inizio era una modesta pensione per commessi viaggiatori in trasferta a Manhattan. Poi negli anni Settanta divenne un covo di tossici, poco di buono e prostitute. Se lo chiedi al gestore dell’albergo lui te li descrive così: “Gente sola e persa”. Poi un gruppo di artisti cominciò a disegnare tutto l’hotel, ognuno sognandolo a modo suo. Ogni centimentro di ogni muro, compresa la reception, i corridoi, i bagni in comune, provò a diventare un’opera d’arte.

    Ho chiesto all’adetto nella hall di vedere qualche altra stanza. Lui mi ha dato un po’ di chiavi di quelle libere e così ho cominciato a gironzolare per l’albergo. Una ha un letto posto su una piattaforma rialzata circondato da colonne alte fino al soffitto e finiture abbinate. Un’altra ha un letto color rosso vivo poggiato su tappeti a pelo lungo blu, attorniato da murali in stile veneziano. In un’altra ancora infuriano guerre stellari sulle pareti e sul soffitto. E ancora stanze di Versailles, cottage inglesi, sottomarini. Il secondo piano vive nella pop art, il terzo su un’astronave verso la luna, il quarto in una piramide dell’antico Egitto. Anche tornando dopo una notte di party e follie sarebbe arduo confondere corridoio. Avrei potuto cambiare stanza ma ho preferito di no. Mi piace dormire in questa specie di bar con la donna attaccata alla porta del bagno. E poi sono proprio di fronte alla reception, a qualunque ora illuminata da rilassanti lucette in movimento, unico punto in comune dove incrociare arrivi e partenze di inquieti avventori e spaesati turisti, o dove farsi offrire un drink. O dove chiedere un’asciugamano, che altrimenti nessuno le cambia.

    Il gatto Charlie, perennemente sdraiato a ronfare sulla sua sedia cardinalizia, fa la guardia alla mia porta. Ho chiavi e lucchetto dell’albergo, il portiere ha posato la sua chitarra e me le ha consegnate appena arrivato, senza tante menate. Nel suo ufficio pieno di chiavi e disegni spicca un busto d’oro di Elvis e una mazza da baseball decorata con le parole “Rent is due, please”. E’ un albergo sgangherato, vero, però accogliente. E’ anche il più cheap di tutta Manhattan, faccio notare. Solo ogni tanto, nel cuore della notte, sento dei colpi, delle esplosioni, degli stantuffi. Bang! Bang! La prima volta mi sono svegliato di soprassalto. Poi mi sono fatto spiegare: è tutto normale, sono i vecchi tubi della caldaia che hanno bisogno di buttare fuori un po’ d’aria. Bang, bang! Ogni paio d’ore, di notte, fanno questo concerto. Sotto la mia finestra intanto taxi e polizia e sirene non smettono mai.

    “Questo hotel è sempre stato pieno di pazzi” racconta John Ogren, che lo ha gestito per anni. “Una donna si era convinta che era popolato da alieni, e non ci fu verso di rassicurarla, credimi”. Molti appena arrivano e vedono dove sono finiti, cambiano idea e se ne vanno. “Leggono la parola ‘trendy’ sulla guida e chissà quale glamour si aspettano”. Altri restano delusi dal servizio. “Una volta venne da me una coppia, avevano scoperto un mozzicone di sigaretta nel loro posacenere, appena arrivati. Questa è una catastrofe, mi disse la ragazza. No, le ho risposto. L’Olocausto è una catastrofe, questa è appena un piccolo fastidio”. Una notte infine stiamo io, il portiere Hugo e il gatto Charlie. Arriva una donna bionda, molto ossigenata e con troppo trucco, e tira fuori una banconota da cento dollari davanti al nostri nasi. “Arrivo ora da Los Angeles, voglio la stanza migliore e più grande dell’albergo”. Veramente ci sarebbe solo una stanza piccolina con bagno condiviso, tenta di spiegare Hugo con la banconota ancora sospesa a mezz’aria. “Scordatelo allora” risponde lei, gira i tacchi e se ne va.

  • 11 luglio 2012 alle ore 11:09
    Il mal di mare gaetano

    Come comincia: Il mare ci costeggia e ci assedia da tutti i lati. Difatti alcuni che non se ne intendono di geografia ma che forse percepiscono la verità metafisica delle cose ancora credono di sapere che noi gaetani siamo abitanti di un’isola. E noialtri sempre lì a smentire e smussare, quasi per rivendicare la nostra incompiutezza, che Gaeta – come l’Italia tutta – è una penisola, una “paene insula”, una quasi isola. E quegli altri a chiederci del mare, com’è il mare a Gaeta?

    Ma chi lo conosce, il mare. Fa capolino tra i vicoli ormai svuotati di pescatori, irrompe ai passeggeri dei treni reduci dalle curve montagnose, scintilla come una maiolica blu se ti affacci dalla vecchissima strada di collina tra Itri e Sperlonga, tra ulivi e tornanti dal sapore andaluso, scivola pigro se invece lo cogli dal lungomare, ancora punteggiato dalle macerie delle vecchie mura borboniche, pezzi di storia fatti saltare in aria sull’altare dello sviluppo economico. Ed è quello che inganna i turisti al primo impatto: giacché qualsiasi strada prendano, verso nord o verso sud, in salita o in discesa, sempre finiscono per trovarselo davanti. Tuttavia i gaetani di mare non sanno davvero se il loro mare conviene di più amarlo o sopportarlo. Come il “vecchio” di Hemingway in tanti pensano sempre alla loro città e al loro mare come a la mar: “a volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna”. Il mare perduto a una visione di dominio, il mare dei ducati e delle Repubbliche Marinare per intenderci, evaporato sia agli splendori immaginari del turismo sia alle fatiche reali dei vecchi pescatori, nel nostro Golfo di Gaeta è stato degradato a via di fuga della classe dirigente, a banchetto degli interessi economici, a capro espiatorio di nuovi parassiti. E persino nell’agenda dei notiziari locali è diventato un appuntamento fisso: sempre in pericolo, sempre minacciato, sempre in ostaggio di qualche permalosa fazione. Vongolari e pescivendoli, turisti scostumati e nudisti sobri, palazzinari e portuali, meduse e petroliere, sindaci e avvocati, tutti a precipizio nelle acque marine. Ma con lo stesso spirito di anatre in uno stagno.

    Quando scendiamo al livello di terra, infatti, quel vasto mare si mortifica di cemento, di traffico, di folla. Quel mare di Gaeta, quel mare anche un po’ mio, non lo riconosco più. Diceva un poeta strampalato: “se maggio è il mese della rosa, se settembre è il tempo di migrare, ad agosto fetecchioso finiamo tutti a mare”. Proprio quando noi, animali pietrificati di città, finiamo tutti a transumare sulle spiagge, a spintonarci sul bagnasciuga, a galleggiare nell’acqua che non ha una forma propria ma può prenderle tutte. Solo allora riscopriamo il mare. E capiamo quanto le città di mare desiderano la terra, comprano la terra, si snaturano e si sviliscono sulla terra, che è comunque ferma e sicura come la rendita, di fronte a quel mare agitato e mosso come il rischio di impresa. Mi volto a osservare le belle spiagge di Gaeta e le vedo tutte uguali: una lunga trafila di ombrelloni stipati, di pali piantati pure di notte, recinti di stabilimenti sempre più larghi, brandelli di spiaggia libera occupati senza ritegno da pseudo cooperative. “Amano il mare ma se lo fottono” mi dice un mio amico. Il mare come una puttana, presa da vecchi maschi avidi. Spiagge avare, stente, occupate più o meno legalmente, il bazar delle concessioni e dei noleggi alle fine non scontenta nessuno, tranne il povero bagnante che vorrebbe, com’è suo diritto, piantarsi un ombrellone sulla riva.

    Più in là, verso sud, c’è il golfo degli allevamenti e della pesca, coi sindaci che battibeccano su chi lo ha inquinato di più, pure se il mare è sempre uno solo, l’acqua pur se salata rimane un fluido. Forse la superficie del mare è troppo vasta per gli occhi stretti di chi la amministra, gaetani ormai troppo sgraziati e avidi di territorio per riuscire a riprendere il largo. Eppure quante beate contraddizioni hanno visto passare le spiagge gaetane. Dalle battaglie alle sabbiature, dal mamma li turchi medievale al ciro! ciro! della modernità, dai sorbetti al limone del Sirio alle zuppe di pesce di Pauluccio Patatè. Il mare in fondo ci accomuna e ci disinfetta tutti, è il cagnesco degli uomini che invece ci divide ancora, che disprezza le diversità, che ci vorrebbe tutti uguali, plaudenti e paganti.

    Nella più primordiale delle simbologie il mare è l’utero, è il grembo della madre, è l’origine del mondo, è l’umore dell’amplesso. Secondo la psicanalisi postfreudiana (Sàndor Ferenczi, riportato da Francesco Merlo su Repubblica) anche la pulsione sessuale “dopo la catastrofe del prosciugamento dei mari”, dopo l’emersione delle terre, è “un sostituto della vita acquatica perduta”, una “lotta per procurarsi l’umidità che sostituisce l’oceano”. Così pure nel mezzo dell’incarognimento vacanziero verrebbe voglia di spogliarsi, di tante cose. Aiutare gli occhi a cercare negli altri soprattutto lo sguardo, come una presenza più leggera. Disinfettarsi le proprie ferite nell’acqua salata.

    Come i cacciatori da dune e le prede nascoste di certe piccole rive ciottolose di ponente. Dove la costa si impenna e diventa roccia, nudisti e gay e anime dannatamente libere sono frequentatori abituali di un angolo di spiaggia all’Areanauta, trecento scalini da scendere solo per arrivarci, miracolosamente scampato alla privatizzazione del piano spiagge e a qualche scempio edilizio poco lontano. “Veniamo qui da decenni, non diamo fastidio a nessuno, ci trattano come criminali” dicono. Dai muri gaetani ringhiano manifesti del partito cattolico e del partito di destra che “nudisti e gay” sulle spiagge non ce li vogliono, che andrebbero “cacciati”. “Le spiagge alle famiglie” dicono certi politici. Proprio così. Forse le “famiglie” sono quelle con cui spartire quel poco di spiaggia non ancora colonizzata. Poveri naturisti, coi loro piselli oltraggiosi al pudore e le loro tasche vuote oltraggiose allo sviluppo economico. Corpi che si consegnano docili al sole e al mare, sguardi smaliziati, passeggere passioni. I costumati moralizzatori, gente che nessuna prima pietra potrebbe scagliare, ora così turbati da qualche chiappa all’aria aperta, seduti in braghe corte sui loro balconi, purtroppo sono bravi a imbiancare un paese che ormai è tutto un sepolcro. Il loro mal di mare è il malessere dell’impotente, la nausea del frustrato. Il nostro mal di mare è una visione stregata di un bel paese alla deriva. Per fortuna, appunto, ci resta il mare. Ci infilo dentro una mano e le gocce scorrono lungo le dita, e di nuovo giù, mischiate a tutte le altre. Mi bagno, dunque sono.

  • 11 luglio 2012 alle ore 11:07
    Kappler

    Come comincia: Una mattina di aprile del 1967, il mare è un pozzo blu in fondo alle grate delle finestre. Millequattrocento passi separano due uomini sconfitti dalla storia, nel braccio più isolato del vecchio castello angioino di Gaeta.

    Herbert Kappler, ufficiale delle Ss, comandante della Gestapo nella Roma occupata dai nazisti. Walter Reder, ufficiale delle Waffen-Ss, comandante del 16º reparto corazzato ricognitori nel centro Italia. Due pensionati, “fine pena mai” sta scritto su vecchi faldoni, sentenze di tribunali che presto o tardi sarebbero diventate carta straccia. “Fine pena mai” sta scritto, con un inchiostro indelebile che non contempla amnistie e fughe e colpi di spugna, nelle menti di chi gli è sopravvissuto, di chi è rimasto tra gli ebrei rastrellati una mattina dell’ottobre 1943 nel ghetto di Roma, tra i ragazzini e i soldati fucilati in una cava di marmo sulla via Ardeatina nel marzo 1944, tra i padri di famiglia presi sulle porte delle loro case nei quartieri popolari di Roma, al Quadraro e a Torpignattara in una notte di aprile 1944, tra un’ex famiglia reale che dopo aver lasciato la capitale in guerra per paura perse una sua principessa secondogenita in un campo di concentramento tedesco, tra le donne e i bambini mitragliati senza pietà dentro una chiesa dove si erano rifugiati, in paesini toscani chiamati Marzabotto e Monte Sole, nell’autunno 1944, o nell’animo di un monsignore irlandese che rischiò la morte dopo aver messo in salvo nelle mura vaticane oltre quattromila persone, tra ebrei e prigionieri alleati e antifascisti, e che ora una volta al mese andava a visitare in carcere il suo mancato assassino, fino a farlo convertire.

    In un appartamento nel castello diventato prigione un sottufficiale siciliano finito lì a scontare la sua pena per insubordinazione militare fa compagnia ai due vecchi nazisti. La sera accendono un televisore in bianco e nero: vedono i telegiornali e qualche varietà, Mina e Alberto Lupo, e forse quelle due gemelle tedesche, così carine, così brave a ballare e cantare. Da lassù l’isolamento è totale, si sentono i gabbiani e il mare che sbatte violento sugli scogli, ma forse l’estate il vento porta i rumori di qualche centinaio di metri più in là, i bagnanti sulla spiaggia dall’altro lato di Monte Orlando, i suoni e le risate dei night dove si divertono i soldati della base americana, i rumori delle gru che costruiscono le nuove case in condominio per gli ex contadini e gli ex pescatori del Borgo, che la guerra chissà se l’hanno già dimenticata. Ogni tanto una donna più giovane, un’infermiera di nome Anneliese, moglie divorziata di un capitano della Wehrmacht, sale le scale ripide del vecchio borgo medievale, la sera si ferma a dormire da “Civitina”, una pensione dagli arredi rococò gestita da due sorelle, un luogo di piacere prima che la legge li abolì sussurra qualcuno, la mattina si arrampica fino al castello, chiede di conferire con l’ufficiale Kappler, cui già in passato aveva scritto molte lettere, qualche volta la portano fino al suo appartamento.

    Un giorno arriva una troupe della Rai, chiede di intervistare i due prigionieri di Gaeta. Sono del programma d’inchiesta Tv7. Solo Kappler decide di presentarsi davanti alla telecamere. Parla piano, come se pesasse ogni parola, come se ogni parola fosse una lama. Ha mai pensato di scrivere le sue memorie, gli chiede il giornalista. “No – risponde in italiano, con l’accento teutonico che non se n’è mai andato via – non mi piacerebbe, mi sembrerebbe un tentativo di autogiustificazione”. Preferisco passare il tempo leggendo libri, dice. “Non leggo storia contemporanea ma leggo soltanto ciò che mi piace, sopratutto argomenti di interesse scientifico. In fondo i miei interessi sono di carattere infantile: l’amore per la natura, l’amore per tutto ciò che è vita”. Si guarda attorno, fissa l’intervistatore negli occhi. “Mi sono occupato da piccolo di allevare farfalle, ma non per imprigionare o ucciderle, per farle volare”. In fondo alla stanza c’è una vasca piena d’acqua e di pesciolini tropicali, Kappler li alleva, ogni giorno gli cambia l’acqua, gli da del cibo. Kappler è in piedi, davanti alla vasca dell’acquario, indossa una tuta. Si sente rassegnato, gli chiede l’intervistatore. “Non ho mai visto questo mio stato come un castigo, anzi sono stato grato per avermi fatto uscire dai miei legami, da tutto ciò in cui sono stato imprigionato, così da farmi ritrovare me stesso, in senso religioso e cosmico”.

    Si sente una vittima? Un lampo attraversa gli occhi di Kappler. “Mai sentito una vittima!”. La sua voce si fa dura, come se una specie di offesa lo attraversasse. “A volte vittima di maldicenze, ecco”. Il giornalista insiste, vuole chiedergli qualcosa sull’eccidio delle Fosse Ardeatine, sulle stragi per cui Kappler è stato condannato, sulle accuse da cui nel processo si difese ostinatamente sostenendo di non aver fatto null’altro che eseguire ordini superiori. Lui non vuole, respinge le domande gentilmente ma con fermezza. L’inflessione di chi era abituato a dare ordini. “Ci si dovrebbe accontentare di ciò che mi è stato affibbiato, ma non mi si dovrebbe ritenere l’unico responsabile. Sì, c’ero anche io, ma non ho creato io quelle circostanze, ho solo eseguito degli ordini. Ma le sarei grato di non approfondire questo argomento”. E’ vero che ha chiesto di andare a rendere omaggio al sacrario delle Fosse Ardeatine? “Sì, è vero, rispetto chi è morto per un ideale”. Davanti a lui tremava tutta Roma, ripete la voce dello speaker. Il criminale di guerra Kappler, vestito con la tuta, le grate alle finestre del castello, davanti alla vasca dei pesci tropicali sembra un nonno in pensione, sembra un professore di scuola di quelli che ti terrorizzano solo a guardarli, sembra a chi ha letto Hannah Arendt “la banalità del male”.

    Nel 1972 Herbert Kappler sposò Annaliese nel carcere di Gaeta, testimone di nozze fu l’altro detenuto Reder. Le richieste di recarsi in pellegrinaggio alle Fosse Ardeatine, così come le domande di grazia, gli furono sempre negate. Nel 1976, malato di tumore, fu trasferito all’ospedale militare del Celio, sotto sorveglianza dei Carabinieri. La mattina di Ferragosto 1977 scappò aiutato dalla moglie che lo portò via rinchiuso in una valigia, in circostanze che in realtà non furono mai chiarite. Morì a Luneburgo in Germania nel febbraio 1978, circondato dai suoi cari e dopo aver rilasciato diverse interviste. Ai suo funerali una piccola folla di amici e nostalgici gli rese omaggio con le braccia tese del saluto nazista. Walter Reder fu messo in libertà condizionale nel 1980, con un’ordinanza del Tribunale di Bari che definiva la sua criminalità “occasionale e contingente in quanto collegata allo stato d’animo della guerra” e lo qualificava anche come “valoroso combattente in guerra”. Nel 1985 il governo Craxi, nonostante le proteste di familiari delle vittime ed ex partigiani, ne decise la liberazione e il rimpatrio in Austria, su un aereo messo a disposizione dallo Stato italiano. Nel 1986, ad un settimanale austriaco, Reder dichiarava “Non ho bisogno di giustificarmi di niente” e ritrattava ogni sua passata richiesta di perdono. Morì a Vienna nel 1991. Cosa desidera, è l’ultima domanda che l’intervistatore di Tv7 fa al prigioniero Kappler nel carcere di Gaeta, nell’intervista che ho rivisto negli archivi della Rai. “Vorrei ritirarmi nel più remoto angolo del mondo” è la sua risposta.

  • 11 luglio 2012 alle ore 11:00
    Black Out

    Come comincia: Dalla terrazza, in testa ai nove piani di un palazzo di case che forse furono popolari e invece adesso erano semplicemente occupate, cercavo una visione all’altezza, in un tramonto romano oltre la tangenziale, la ferrovia, le cupole, i condomini, la visione dall’alto del termitaio umano, la visione stetoscopica dell’habitat di una specie irrimediabilmente danneggiata, che scivolava nel repentaglio, che annusava il proprio futuro senza coglierlo. Stringevo con i palmi delle mani la balaustra metallica, lo sguardo perduto verso la catatonia di una metropoli pronta a friggere nel suo miraggio notturno, l’ennesimo sabato sera, la prima notte bianca comunale.

    Sentii qualcuno, poco lontano da me, chiedere il numero del pusher. Dall’altro lato della balconata si agitava la sagoma di un enorme cane nero. Alzò il muso e guardò verso di me. Rialzai lo sguardo: il mezzocielo era scuro, contaminato da inquinamenti luminosi. Mi sono ricordato di una poesia di Eliot. Iniziava così: “Andiamo, tu e io, quando la sera si stende contro il cielo, come un paziente addormentato sul lettino”.

    Alle tre e mezza di notte, quando tutte le luci – proprio tutte – si spensero, ero sotto il Colosseo. C’è una liturgia rigorosa da rispettare, quando va via la luce. Prima esplode un’allegria demente, viene voglia di fischiare, battere le mani, infilare una mano tra qualche coscia, poi, lentamente, sale l’inquietudine. Poi, più si prolunga il tempo del buio, senza che nel frattempo arrivi nemmeno una torta con qualche candelina accesa, più l’inquietudine sale. Quella notte ci fu il blackout. Ovunque. Improvvisamente. A Roma, dov’ero, manco a farlo apposta, c’era la prima Notte Bianca. Poi, all’improvviso, il mondo si presentò innanzi ai miei occhi nella forma di una metafora del senso di colpa: pioggia, freddo, buio, anime penitenti col capo avvolto in sacchetti di plastica. E allora ognuno per la sua strada, ognuno per la sua notte, e me nel mezzo.

    Si spensero per una notte i grandi riflettori, ma anche le piccole luci degli angoli nascosti, quelli della città che è comunque oscura, anche nelle notti di normale plenilunio. Buio sui semafori abituati a pulsare a intermittenze regolari, soltanto col loro fanale arancione centrale. Buio sugli esseri androgini piumati a fare la guardia sulla soglia di qualche discoteca. Buio sulle orde di scintillanti transessuali, creature mitologiche nude e belle come statue, incubi degli abitanti di certi quartieri residenziali che cercano inutilmente di dormire. Buio sui volti semiaddormentati o cicatrizzati di maghrebini distrutti, la tempia appoggiata ai vetri appannati di un bus notturno. Buio sui cartoni gonfiati dal respiro di qualcuno che dorme. Buio sui portoni dei club privè di periferia, sugli anonimi scopatori bisex in cerca di sesso non garantito. Buio sui fiorai sempre misteriosamente aperti, ripari per gentiluomini tiratardi o semplici spacciatori. Buio sugli uomini che camminano disperatamente, con il viso rivolto verso il passato. Buio sui posti da ultima spiaggia, con indicazioni per il posto da ultima spiaggia successivo, sui fondi del fondo, e ancora sulle loro botole. Buio come ogni notte, nonostante i lampioni e gli schermi. Mentre sospettiamo, noialtri, che sotto i cuscinetti di ciccia rimaniamo belve, specialmente se domani ci staccassero la corrente elettrica. “Come potrei rischiare? Come potrei cominciare?” – dice ancora Eliot in quella sua poesia.

  • 11 luglio 2012 alle ore 10:57
    Ostia è come Malibu

    Come comincia: Ma che te pare estate questa? Svoltiamo per la via del Mare, dove la strada di città e inghiottita dal verde, e io mi sento già un po’ in salvo. Se avessero costruito Roma appena un poco più vicina al mare, penso, sarebbe stata perfetta. Sotto nuvoloni carichi di pioggia l’estate, in effetti, pare un miraggio, anche se ci stiamo dentro. Ostia, però, è sempre un sollievo. Con quella luce bianca o il buio verde della pineta quando ci arrivi in macchina dalla Cristoforo Colombo, o appena sceso dal trenino metropolitano coi sedili turchese.

    Tira un’aria di mete immaginate ma non prenotate, di mare e città, di non sapere di che voglia morire. Come mi ha detto un’amica Ostia è una Malibu meno ridicola, piene di difetti e per questo più credibile: le palme se l’è mangiate un insetto, la giunta è di centrodestra, di notte si riempie di discotecari assurdi. Ogni tanto qualcuno se ne esce con progetti di Disneyland acquatiche e piscine di cemento, poi tutto si inabissa, come negli stagni lì vicino, sotto i pioppi. Così ci sono le rovine, c’è il mare, ci sono i palazzi di periferia. Il sito archeologico lo visitai una volta, pagando un biglietto che consente di camminare tra basi e mura di edifici romani, mosaici, anfiteatri, viali di rovine tra l’erba e i pini. Più avanti c’è la via delle Tombe, e più avanti l’Idroscalo, altre tombe, il monumento a Pier Paolo Pasolini che per qualche anno fu una discarica abusiva, la torre di avvistamento progettata da Michelangelo, baracche, cani randagi.

    La vita non è semplice, penso. Credi in una cosa e ne scopri un’altra. Credi di amare una persona, e in cambio ricevi l’amore di un altra, inaspettata, sconosciuta. Guardo in su e vedo le palazzine fronte mare bianche e azzurre, le vecchie colonie di regime, le boutique deserte del porto turistico. Il trampolino del Kursaal, più in là, è un timbro a secco impresso nell’orizzonte del Tirreno. Sullo sfondo pare di immaginare i giorni che verranno, la solita estate appena si diraderanno le nuvole e le ferie: il caldo, il mare, le cabine, le birette e il calippo, le sdraio, la Settimana Enigmistica, la fila al self-service per conquistarsi una frittura di calamari.

    In questa botta di inverno improvviso, nel cuore dell’estate, nel baretto sulla riva mangiata dal mare, chissà un ripascimento andato a puttane, tra travi di legno e teli di plastica trasparente tre signore che giocano a canasta, litigando continuamente. Infine, il mare. Il tramonto, se fosse bello, avrebbe i colori di un paio di Crocs viola. Ancora più oltre, la certezza dell’esistenza dell’estate. Oppure di un satellite cittadino dove le case costano un po’ meno.