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Autore

Luca Marchiano

in archivio dal 24 mar 2009

03 gennaio 1983, Verbania

mi descrivo così:
Un ragazzo a posto, papà di due bimbi innamorato della mia famiglia, della musica (suono e canto in una punk band) e dei racconti noir e horror.

27 aprile 2009

La bambina sulle spalle

Intro: In questo drammatico racconto traspare l’ umana dimensione di ognuno di noi. Gli incubi tormentano i cuori delle persone dotate di sensibilità e amore per il prossimo. Nessuna sporca guerra potrà mai indurire e far dimenticare chi siamo: uomini.

Il racconto

La puzza di morto non ti molla più.
Basta un attimo, un secondo. Ti entra dentro e non se ne va via più. Sembra di avere una mano putrida che ti prende alla gola e ti stringe ogni giorno di più.
Lo sapeva bene Mario Salti.
Si guardava allo specchio tutte le mattine e ci pensava, si riempiva di deodorante, apriva tutte le finestre del suo appartamento, ma niente. La morte era lì e lui la sentiva.
Aveva provato anche a berci su pesante, ma la nausea che provava non aveva intenzione di andarsene.
Mario era nell’esercito nel 1988 e aveva vent’ anni.
Lo avevano spedito in Yugoslavia, in mezzo ad un cazzo di bosco con una decina di ragazzi come lui. Aveva paura. Dovevano solo controllare che in quella zona non vi fossero insediati militari del Kosovo.
Camminarono per una notte intera, stanchi e incazzati arrivarono alle porte di un piccolo villaggio sperduto tra gli alberi. Una decina di capanne in croce, puzza di bestie e fango sotto i piedi.
Alcune donne uscirono dalle loro abitazioni, i loro volti nascosti nell’oscurità.
Mario e i suoi compagni avevano sete. Erano stanchi e terrorizzati dagli scheletri di legno e foglie che li circondavano opprimenti.
Tra gli altri militari c’era Stefano Bannielli.
Il classico coglione esaltato, uno che si credeva Rambo, che assomigliava a Rambo, solo più squilibrato.
Mario non ricordava bene cosa successe. Spintoni. Urla.
Bannielli tirò fuori la pistola. Sparò ad una donna.
Grida, sangue.
La confusione che ci fu dopo era simile ad una sbronza. Le immagini sfocate di una notte di follia.
Poi fu giorno.
Mario si svegliò grazie alla pioggia che gli cadeva sulla faccia. Intorno a lui le capanne erano ormai carboni fumanti. Si alzò in cerca dei suoi compagni.
Nessuno.
Si addentrò per qualche metro e fu lì che la vide.
Bianca come la luna d’estate. Il volto sporco di terra e sangue. Avrà avuto dieci anni.
Lui rimase senza parole, guardando quel corpicino immobile, nudo, privo di vita. Scacciò via le mosche posate su di lei, istintivamente, forse per darle solo quel po’ di dignità che qualcuno le aveva strappato.
Decise di seppellirla. La carne della bimba stava lentamente marcendo sotto i suoi occhi.
E l’odore. Non lo mollava più. Il panico non lo mollava più.
I militari del suo comando erano scappati. Lui era solo in mezzo al nulla mentre seppelliva una piccola donna massacrata.
Mario poi aveva solo dei vuoti di memoria, i processi e tutto il resto erano solo foto sfocate, inutili.
Restava la puzza.
Mentre si ubriacava di whisky, mentre scopava con qualche battona da venti euro. Lei era lì.
Lui lo sapeva.
A  volte la sentiva. Nel crepuscolo.
Si alzava nel cuore della notte. Lui sapeva quando.
Senza accendere le luci entrava nel bagno, apriva le persiane facendo filtrare la luce flebile della luna.
Lui la vedeva. E ne sentiva il rantolo.
Riflessa nello specchio, stava aggrappata alla sua schiena con le sue unghie infilzate nella carne, lo fissava. 
Bianca come la luna d’estate. Il volto sporco di terra e sangue.
Avrà avuto dieci anni.
Fine.

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