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Racconti di Luciano Lodoli

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  • Come comincia:

    Sveglio presto al mattino Ernesto Enim guarda per un poco la luce tenue filtrata dalla persiana.
    Chiama un nome consueto, non più familiare: non ha risposta.
    Sente tuttavia di essere in grado di alzarsi da solo e trova con sua sorpresa le sue intenzioni e i suoi gesti congrui e adeguati a portare a buon fine cura e pulizia personale e a completare la difficile procedura di una vestizione.
    Ha qualche più seria difficoltà nel calzare un paio di scarpe ma anche questa operazione va a buon fine.
    Dubita che gli indumenti che indossa siano adeguati alla stagione, che ignora, né se l'aspetto che gli danno sia tale da non destare curiosità o meraviglia tra i passanti.
    Non desidera essere notato o riconosciuto, soprattutto essere riconosciuto recentemente lo turba, ormai che poco conosce di se stesso.

    Esce, sono le 11 e 30, sa che con la sua attuale affannosa lentezza nel deambulare impiegherà molto tempo per raggiungere la sua meta…
    La sua meta…

    Cammina con difficoltà, ma sorprendentemente meglio di quanto abbia mai fatto di recente (oppure da molto tempo: non saprebbe dire).
    Attraversa Piazza del Popolo, di necessità via del Corso, ma non se ne accorge, Largo Chigi, il Panteon, Piazza Navona…
    Ora è avanti a S. Maria dell’Anima…

    Soltanto ora… Soltanto ora ha una certezza: non ha più il tempo, né la consapevolezza di se, bastanti a un qualsiasi ritorno. Una incongrua (o forse non incongrua) serenità lo pervade.

  • 14 novembre 2007
    Un sogno di Adele

    Come comincia: Una volta Adele mi porta in seduta il resoconto scritto di un sogno, a suo dire molto angosciante, che l’ha svegliata quella mattina:

    "Vado a M. e ne approfitto per passare all’azienda tessile in cui avevo lavorato e salutare gli ex colleghi.
    Mi trovo dapprima nel locale dell’amministrazione dove devo definire una questione rimasta pendente. Le porte improvvisamente si chiudono rumorosamente, di scatto, e non sono più normali porte da interno, ma sono ora porte blindate automatiche, che è impossibile aprire...
    Mi agito, ci sono molte persone nella stanza. La più vicina dice che c’è una nuova regola che vuole che durante l’orario di lavoro le porte rimangano chiuse.
    Io dico a voce alta, quasi gridando, che non c’entro niente, che ormai non lavoro più lì e che voglio uscire.
    Finalmente mi trovo al piano di sotto, dove un tempo lavoravo. Qui incontro Maria la mia vecchia collega di stanza. In quel momento arriva anche R. che è il mio nuovo capo, il padrone della galleria d'arte di Terni. Maria lo saluta dicendo: "Ciao frate!" ed io mi vergogno molto pensando che il suo sia un comportamento da ignorante maleducata e discrediti il mio precedente lavoro e quindi anche me stessa agli occhi di R.
    Esco piena di vergogna e cerco di raggiungere al più presto il mio nuovo ufficio nella galleria d’arte a Terni.
    Per uscire dalla fabbrica tessile devo però attraversare un fossato che la circonda, pieno di acqua profondissima ed oscura. C’e un canotto tondo con un Caronte che lo conduce. Il Caronte è poco definito, una specie di ombra. Io salgo assieme a poche altre persone e mi siedo come gli altri sul bordo del canotto.
    Non so se fidarmi del Caronte.
    Mi rendo conto che il bordo su cui siedo è viscido e scivoloso ed io non riesco nemmeno a toccare il pavimento del canotto con i piedi e quindi non ho equilibrio. Con me ho le bozze del catalogo su cui sto faticosamente lavorando e di cui sono molto orgogliosa, e temo che cadrò in quell’acqua molto torbida. Penso che rovinerò tutto il lavoro e che io stessa mi sporcherò.
    Mi preoccupa soprattutto l’dea di rovinare il catalogo e che poi non potrò più combinare nulla di buono nella vita. Non c’e nessuno che mi possa aiutare. Mi pare ora di vedere Paolo e Virginia che si abbracciano lassù, lontano, sulla terrazza della fabbrica.
    Io sto nella barca, insicura ed inquieta: non so se posso avere fiducia in quel Caronte, che non riesco più nemmeno a vedere nella nebbia che infittisce…
    Suona la sveglia!".

    Non c’e bisogno per me di aspettare che la paziente espliciti chi possa essere quel Caronte...

  • 16 febbraio 2006
    Nasce una piccola poesia

    Come comincia: Un lungo viaggio in autostrada.
    Alle 13,45 breve sosta profilattica anti morte per colpo di sonno. Mi addormento ascoltando il giornale radio di RAI 3. Il sonno diventa profondo, profondissimo, e poi pieno di sogni.
    Sogni intensi, visioni a vasta scala cromatica e intensa partecipazione emotiva, leggera angoscia, senso di estraneità e pervasiva "saudade".
    L'inesplicabile illogicità della trama onirica mi porta in terre, e stati interni, lontane e forse ostili. “Stranger in a stranger land”.
    Al risveglio, in lenta emersione dall'apnea ipnagogica verso la superficie del contatto con il senso realistico della realtà, ascolto una voce familiare non ancora intellegibile nelle nebbie della mia coscienza e penso... l'indistinta eco di una voce amica ed il suo danzante intercalare...
    Pian piano riconosco la voce del conduttore per antonomasia di Fahrenheit che intervista un ospite e il risveglio, ora, è piacevole e rapido. La sera, a casa, ripenso al frammento di pensiero: ... l'indistinto suono di una voce amica e il suo danzante intercalare... lo penso in versi e provo a scriverci su una piccola poesia che contenga il senso della nostalgia, dell'estraneità e dell'esplorazione:

    Il risveglio di Ulisse

    L'indistinta eco di una voce amica
    e il suo danzante intercalare
    nella domestica stanza al risveglio
    giunge sereno a riportare
    una Itaca ancora ritrovata
    e una Penelope da baciare
    il giorno della sfida al nuovo mare,
    ultima.

  • Come comincia:

    Questa notte mi sono svegliato, come spesso mi accade, e sono rimasto per un po’ a ruminare pensieri legati a due o tre banali accadimenti di ieri.

    Quasi inavvertitamente ben presto sono passato a ricordare e rivivere intensamente, un lontanissimo giorno dei miei ventidue anni.

    Ciclista professionista nella squadra F. soltanto da due mesi, correvo quel giorno la mia prima Milano - San Remo.

    Poco prima del via ero stato avvicinato dal direttore sportivo della nostra squadra che senza preamboli mi aveva detto:

    - Te Fabrizio che sei nuovo e che non mi puoi aiutare per far vincere il B, allora, se ci riesci, vai via “alla morte” al ponte lungo, quello dopo l’albergo del Mario, e cerchi di arrivare da solo sulla cima del Turchino, che lì c’e il cinegiornale e forsi anca la TV. Ti te alzi e fai vedere la maglia ben bene, davanti, dove c’e la scritta del frigo ... poi te ti fermi e ti portiamo a casa noi in ammiraglia. -

    Io feci, forse, un cenno ambiguo che poteva essere o no d’assenso, di sicuro pensai: tu sei matto se pensi io mi vada ad ammazzare di fatica e poi mi ritiri per farmi riprendere la scritta della maglia dal cinegiornale! E poi pensai anche: chi me la dà la forza per andare in fuga alla Milano San Remo!

    Come sia avvenuto non lo ricordo, ma poi in fuga solitaria mi ci trovai davvero e non dal ponte lungo, ma da molto prima.

    All’inizio della salita del Turchino ero ormai da molti chilometri sempre più penosamente in difficoltà, avevo un mal di gambe mai provato prima in vita mia e la baldanzosa energia che mi aveva sorretto per quasi due ore era ormai meno di un ricordo.

    Non conoscevo il mio vantaggio e, poiché ero un ciclista sconosciuto, mai visto e sentito prima, ero stato lasciato solo, preceduto dalle staffette della polizia e seguito dal nulla più assoluto.

    Cadeva una pioggia gelida mista a nevischio per questo gli spettatori a bordo strada erano pochi, infreddoliti e talmente presi dall’attesa dell’arrivo dei loro campioni favoriti, che molti non si accorgevano neppure del mio passaggio.

    Solo qualcuno ogni tanto,  per fare qualcosa, mi gridava da dietro: - alè Pippo! - scambiandomi per il compagno di squadra influenzato, che avevo sostituito all’ultimo momento, io infatti portavo sulla schiena il numero a lui attribuito nell’elenco degli iscritti pubblicato sulla “Gazzetta dello Sport”.

    Giunto, più morto che vivo, ad un paio di chilometri dalla vetta, fui raggiunto a tutta velocità dalla macchina del direttore sportivo che, affacciatosi al finestrino mi disse spiccio:

    Te Fabrizio fermati pure, tanto è brutto tempo e quindi non c’è il cinegiornale e nianca la tele! Dai fermati e sali, che dobbiamo tornare dietro al gruppo e pensare a far vincere il B.

    Io feci finta di non sentire e, bene o male, riuscii a raggiungere il passo del Turchino ancora in testa alla corsa.

    Subito dopo mi fermai sul ciglio della strada e non fui raccolto dall’auto ammiraglia del mio direttore sportivo, nè dalle altre auto al seguito della nostra squadra e dovetti aspettare l’arrivo della “vettura scopa” dell’organizzazione.

    Da allora nella squadra S. fui considerato un “chi credi di essere?” presuntuoso ed insofferente.

    Ben presto dovetti passare ad una squadra meno importante e la mia carriera ciclistica, mai brillante, si esaurì in pochi anni.

    Da allora di anni ne sono passati più di quaranta e molte volte ho ricordato e rivissuto quella mia prima Milano San Remo. Talora ho anche provato un po’ d’orgoglio per quella impresa inutile e misconosciuta e per quella piccolissima insubordinazione.

  • 05 dicembre 2005
    Un sogno del terapeuta

    Come comincia: Sogno un luogo onirico ricorrente. Da un'alta scogliera mi affaccio sul grande golfo di Napoli. Sulla mia sinistra intravedo il lungomare, il porto, due castelli e vari altri edifici monumentali, di fronte lontanissimo un promontorio con piccoli paesi arroccati ed a destra tre grandi isole nere. Il mare è azzurro chiaro, ci sono onde morte altissime e non c'è quasi corrente. L'acqua è appena fresca, deliziosamente fresca, e molto profonda. Io entro in quell'acqua tanto incredibilmente limpida che ho la sensazione di volare leggero e sicuro. Non sono solo, sento sulle spalle e sulla schiena il contatto leggero di una donna, mi volto e la vedo giovane e familiare. Penso dapprima a mia figlia. Nuoto, o volo, fluidamente verso il largo, mentre il cielo diventa di un azzurro sempre più intenso e brillante. Non si vede quasi più la costa dietro di noi ed il promontorio davanti, in breve, è avvolto da nuvole immense e scure. Si alza un vento sempre più teso ed io giro lentamente sulla sinistra. Virando scorgo la città con i suoi due castelli, uno sul monte e l'altro sul mare, avvolti da alte fiamme. Completata la virata sollecito con dolcezza la ragazza a lasciare la mia schiena e lei al mio fianco inizia a nuotare sempre più vigorosamente. Mi accorgo che non è mia figlia ma che, in ogni caso, per lei provo interesse e responsabile premura. Il mare ora è molto agitato ed io confido nelle mie forze per arrivare con sicurezza alla riva. Provo la piacevole euforia di chi si sente in grado di far fronte a qualsiasi difficoltà della vita. Con la coda dell'occhio intravedo la ragazza che nuota al mio fianco. Poi devo superare un banco d'alghe viscide ed impanianti e più avanti una serie di scogli a pelo d'acqua. Tra gli alti spruzzi delle onde, che si frangono sballottandomi, supero le correnti avverse e finalmente approdo in una tranquilla baia affollata di bagnanti che si asciugano e si rivestono per tornare alle loro case. Uscendo dall'acqua mi accorgo di essere rimasto solo. Per un attimo provo spavento e preoccupazione per la sorte della mia giovane compagna. Ma l'angoscia dura poco ed io sono presto pervaso da una grande serenità. Sento che lei se l'è certamente cavata alla grande contando sulle sue forze e sulla sua nuova, acquisita, sicurezza e che se si è diretta ad una sua meta che non coincide più con la mia è perché non ne avverte più la necessità. Io mi sento felice e soddisfatto per averla affiancata e sostenuta in quest'esperienza.

  • 23 novembre 2005
    Una gita nel 1945

    Come comincia: Dovevo avere poco più di due anni il giorno della mia prima uscita dalla città. Forse quella era anche la prima gita che i miei genitori facevano dopo la fine della guerra, grazie alla ricomparsa dei primi, rari litri di benzina venduti non a borsa nera. Era un pomeriggio di tardo autunno, probabilmente. Il mio fratellino maggiore dormiva sdraiato sul sedile posteriore dell’auto ed io, felice, me ne stavo in braccio a mia madre e guardavo di tanto in tanto fuori del finestrino della nostra Fiat Balilla nera a tre marce, già vecchia nel 1945. Ogni tanto, distrattamente guardavo, e ascoltavo mia madre e mio padre che conversavano o tacevano lieti. Assaporavo un’ineffabile e pervasiva felicità, che poche volte ebbi ancora modo di provare, prima che mi fosse usurpata per sempre dal nascere, inopinato ed incalzante, dei miei fratelli più piccoli. Assaporavo dunque quella serena pienezza estatica che la titolarità del grembo materno, caldo, sacro, luogo di delizia, sola può dare, quando ad un tratto trasalii: ebbi la subitanea consapevolezza d’essere come risucchiato, precipitato al cospetto del “mondo di fuori”, la cui presenza improvvisamente mi turbava e mi affascinava ad un tempo. Ecco là fuori, sconfinato ai miei occhi di piccolo bambino, ai piedi di quella collina della campagna romana su cui la nostra auto si arrampicava percorrendo una sconnessa strada bianca, il dispiegarsi di una superficie, chiazzata dai più diversi e cupi toni di verde e screziata di macchie color rosso ruggine, estesa fino a lambire laggiù nere e minacciose montagne. Non so immaginare a conclusione di quali percorsi di tacita cognizione e di subentrante bufera emotiva ciò avvenne, ma indicando quello che scorgevo fuori del finestrino mi trovai ad urlare: “il mare, il mare, il mare!… il mare, il mare, il mare!… il mare, il mare, il mare!…” e così via per qualche interminabile momento, quasi in stato crepuscolare, estraniato ormai dal paradiso interiore in cui ero immerso fino a pochi attimi prima. Mia madre mi sorrideva con dolcezza infinita ma, dimentica del mio essere un bambino di due anni, con ansiosa e sollecita apprensione, cercava anche di riportarmi alla realtà, alla sua realtà. Non poteva certo mia madre avere idea di quanto quell’episodio di mutamento di esperienza di “vivendo” mi aveva inesorabilmente cambiato. Avevo maturato una percezione del mio esistere qualitativamente differente: nulla di ciò che sentivo d’essere prima era scomparso, ma ciò che ero stato si trovava ad essere ricompreso in qualcosa di esperenzialmente sovraordinato che prima non c’era. E’ del resto ovviamente banale che mia madre, dal suo punto di vista, si preoccupasse del mio confondere una foresta estesa e vista dall’alto, con il mare. E’ altrettanto ovviamente banale che una tale preoccupazione fosse del tutto fuori luogo: che importanza poteva avere per me confondere una foresta con il mare dal momento che io non avevo mai visto prima né l’una né l’altra cosa! Da lì a pochi mesi avrei conosciuto da vicino anche il mare e la foresta cominciavo a sapere ormai cosa fosse. Ma era accaduto qualcosa di una portata ben più grande: ciò che aveva suscitato quel mio sconvolgente meraviglioso trasalimento era la scoperta tacita, esperienziale, diretta, per molti anni per me indicibile e incomunicabile, ma chiarissima da subito, dell’esistenza in me (nella mia “mente” avrei detto più tardi), contemporanea, contigua e integrabile, ma non omologabile, di una realtà di soggetto esperiente da un lato e dall’altro di una realtà in qualche modo inesorabilmente esterna, percepibile ma non esperibile. E mia madre stessa apparteneva (umanità tapina!) a questa seconda forma della realtà. Io avevo perduto la cittadinanza della valle dell’Eden e mia madre era lì a preoccuparsi che io avessi scambiato una cosa che ancora non conoscevo, una foresta, con un’altra cosa che ancora non conoscevo, il mare. La lettura dell’episodio ricordato può essere fatta solo attraverso l’analisi del frammento di “vissuto reale” che in qualche modo ripercorro nella sua interezza e nella sua estensione spazio temporale, nel ricordo d’ogni minimo dettaglio attinente alle scene che si susseguono, ogni volta che lo riporto alla mia attenzione. Ciò non può essere fatto altrimenti che usando gli attuali modi di ricostruirlo, ogni volta diversi, ma ogni volta perfettamente identici come esperienza di vissuto. Voglio dire con questo che quello riportato è qualcosa che, visto dal mio essere soggettivo, appare di qualità sostanzialmente diversa dalla maggior parte degli altri ricordi. Qui non manca nulla, è come se un pezzo della mia vita, venti trenta minuti, sia stato riprodotto e memorizzato nella sua interezza e nella sua plastica immutabilità: il vivere sentendosi parte di qualcosa, senza possibilità di manipolazione alcuna della realtà, in quanto non descrivibile né accessibile perché attinente alla parte tacita dell’esperienza.

  • Come comincia: Enea percorreva lentamente il marciapiede del viale allontanandosi da Ponte Garibaldi, si sentiva stanco e depresso e, come gli accadeva spesso quando era di umor nero, stava rimuginando su ciò che da sempre considerava il primo affronto perpetrato nei suoi confronti: l'essere stato chiamato Enea. Benché ormai il suo rancore si fosse molto attenuato, gli tornavano ancora spesso in mente gli stupidi lazzi dei compagni di scuola, chissà perché tanto stimolati da quel nome.
    In pochi minuti al sereno del giorno era subentrata una notte gelida come poche ne ricordava a Roma. Tutto normale, pensò, a metà Gennaio.
    Passò davanti al cinema Induno, distrattamente, ma dopo qualche passo trasalì rabbrividendo per il freddo e decise di tornare indietro per vedere quale film fosse in programma, poi, dimenticando di farlo, comprò un biglietto ed entrò direttamente nella sala completamente vuota.
    Stava ormai per tornare alla cassa a chiedere spiegazioni quando le luci si spensero ed iniziò la proiezione del secondo tempo del film "I pugni in tasca" di Bellochio. Bel film, pensò, bella Paola Pitagora. Aveva già visto il film un paio di anni prima al cinema Arlecchino in via Flaminia, allora assieme a non più di tre o quattro altri spettatori, nonostante il grande entusiasmo con cui il film era stato accolto dalla critica.
    Uscendo dopo circa un'ora si trovò a camminare svelto, irrigidito dal freddo.
    Poche auto passavano e nessun pedone, una Roma irreale, siberiana, il cielo nella notte ancora rosso a ponente. Seguendo con la mente il corso disordinato di pensieri in libertà, attraversò il Tevere passando per l'Isola Tiberina, poi seguì i lungofiume fino a ponte Sant'Angelo.
    C’era una sgradevole tramontana e, dentro, sentiva il sangue stentare a scaldarlo e rabbrividiva. Da un poco stava seduto sul parapetto. Entro pochi  minuti sarebbe stato costretto ad alzarsi ed a cercare riparo.
    Un vecchio macilento gatto stava fermo, quasi appoggiato con il fianco al parapetto, rigido, più morto che vivo. La mente di Enea ora vagava, non vedeva più il gatto.
    La nostalgia lo sgomentava. Improvvisamente ebbe l’impressione di vedere la sua donna, già non più sua, lì davanti a qualche metro esitante, ma subito di vederla precipitare lontano da lui e dal luogo. Quasi gridò forte il suo nome, forse lo fece, e non c’era nessuno vicino.
    Si alzò strinse il bavero della giacca attorno al collo ed accese una sigaretta. Aveva inciampato nel gatto, lo smosse allora con la punta della scarpa e s’accorse che era rigido stecchito. Si chinò e vide gli occhi del gatto aperti spalancati. Se non è ancora morto, pensò, non ha scampo.
    Allora Enea quasi corse in direzione di Corso Vittorio e gli facevano male i muscoli e le ossa per il freddo.
    Si trovò a salire le scale buie di un vecchio palazzo in via dei Banchi Nuovi, ed a cercare alla luce di un fiammifero l'interno 10.
    Guido Coletti, il suo amico degli anni della scuola elementare di Via Cassiodoro, grembiuli blu e colletto inamidato con l'ignobile fiocco bianco, lo guardò incuriosito e stupito attraverso l'uscio semiaperto. "Enea!" esclamò, "sono contento di vederti"...
    Enea salutò Guido con calore ma subito si distrasse alla vista, nell'atrio in penombra, del suo compagno di tante vicende ciclistiche, Fabrizio Semper, in vicinanza alquanto disinvolta di una ragazza dalla strana, enigmatica avvenenza.
    "Ciao amico mio" disse Fabrizio" lei è Faatin... 

    Ma Enea ormai era lontano con la mente. Faatin pensava, la "mia" Faatin, la venditrice di dischi.