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Racconti di Luciano Ronchetti

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  • 30 gennaio 2020 alle ore 18:35
    Visioni notturne

    Come comincia:  dalla II^dimensione, vicina alla III^ed alla I^, ma molto lontana dalla IV^e dalla V^.
     Ho visto in una notte "strana" di marzo un carro funebre giallo passare sulla mia strada: lo guidava un vecchio francese che avea indosso un vestito blu, al suo fianco sedeva uno scheletro, quello d'una maitresse, vestito di nero; portava lo scettro d'un re nella sua mano destra. Nel mentre quel carro passava, dalle finestre chiuse delle case risuonavano note jazz e da una, però, un megafono leggeva poesie di William Blake...La chiesa vicina cominciò a suonare le campane a morto: era già mezzanotte ma nel cielo, illuminato a giorno, sotto forma di un enorme ammasso di nuvole dorate dal sole al tramonto, apparve l'immagine chiara di un cavallo alato bianco che nitriva e scalciava. All'angolo della strada, intanto, uno zingaro nano nudo suonava il suo violino tzigano con note allegre, ma quando il carro li arrivò vicino smise...Svoltò a sinistra, dopo, il carro e non lo vidi più.

    Taranto, 7 novembre 2017. 

  • 30 gennaio 2020 alle ore 18:24
    "Katharsis" (liberazione)

    Come comincia:  "Katharsis": parola che deriva dal greco e sta a significare "purificazione" o "liberazione". Una controversa derivazione etimologica, però, ci prospetta che essa potrebbe derivare da un'altro termine greco, ossia "kathairo", che sta per "liberare il paese dai mostri". Questa è l'ipotesi di cui scrive Bruce Chatwyn nel suo noto romanzo "La via dei canti". Che sia, allora, che si faccia quanto si deve fare; ovvero, liberiamo pure i paesi dai mostri, mi viene da dire, ed anche - visto che ci siamo - le genti che popolano quei paesi, ma teniamo prigionieri dentro di noi, dentro la nostra gabbia interiore, gli "altri" mostri: quelli che ci aiutano a vivere!

  • 30 gennaio 2020 alle ore 16:50
    Il frugale pasto

    Come comincia:  Dopo aver assaporato il vento del digiuno - accompagnato dal canto rigido ed incompleto di fringuelli ciechi - mi misi a mangiare strani pensieri colorati di vergogna e feci, nottetempo - ameni sogni carichi di incenso; bevvi, poi, spettrali profumi d'ambrosia alla luce del sole: avevano il sapore del nulla, nulla sentii e provai nel bere...Intanto, però, accadde che i fringuelli eran morti ed appassirono, mentre il vento (lui) - codardamente - era volato via.

    Taranto, 30 ottobre 2017.   

  • 30 gennaio 2020 alle ore 16:40
    Chiamale (pure) emozioni

    Come comincia: Compagna. - Se ci sono emozioni che non hanno ancora un nome, tu chiamale (pure) emozioni, compagno!
    Compagno: - Una federazione di popoli e di genti sarebbe una grandissima emozione, anzi, più che unica, compagna!
    - Impressione a latere (o: a margine)
    Era una città vuota, quella, una vuota città; era una città vuota (ed asfittica, ed asettica...priva di colori!) come tutte le "vuote" città del mondo, ormai: sono città senza emozioni, quelle...queste; sono città senza emozioni queste: ormai! In quelle città, in tutte queste inutili città non splende più la luna, non riscalda più il sole; ci sono solo strade senza nome e stormi di case inutili e mute: stormi che non voleranno né canteranno mai!

  • 30 gennaio 2020 alle ore 16:31
    La teoria "Einstein"

    Come comincia:  Domanda/Postulato (ovvero: postulato sotto forma di domanda) = Einstein:ma chi era costui?
    - Risposta a: un vecchio con la barba che fumava il narghilé;
    - Risposta b: un profeta rumeno emigrato in Palestina;
    - Risposta c: il nipote (illeggittimo) di John Ruskin.
     Soluzione/Risposta (ovvero: risposta sotto forma di soluzione) = Nessuno dei tre: è il nome del primo uomo - zoppo - apparso sulla terra! 

  • Come comincia:  Il giovane poeta riposò le membra tutte, l'anima sua, il corpo e la mente dopo la grande abbuffata di tutto: di fame e di sete, di viltà e di coraggio, di odio e di amore, di grida e silenzio, di gioia e dolore, di passione ed oblio, di liberazione e prigionia, di ispirazione e aridità, di forza e fragilità, di castità, di lussuria e sodomia, di solitudine e di compagnia...dopo la grande abbuffata del nulla e di tutto, di tutto e di niente riposò: alla fine, però, fece ritorno alla taverna del "Paradiso" da dove era partito tantissimo tempo prima...la guerra con sé stessi, in fin dei conti, non è così tanto brutta!

  • 30 gennaio 2020 alle ore 16:10
    Le streghe di Canterbury

    Come comincia:  Ho visto un enorme branco di streghe, che venivano da Canterbury e che volavan alla guerra: imbracciavano grossi mazzi di papaveri rossi per darsi forza e coraggio... - Andiamo, sorelle, andiamo! - gridò la strega madre alle altre, senza esitazione. - Dobbiamo padroneggiare la paura per affrontare la grande guerra! -.
     Quel branco di streghe combatté con ardore, con furore, con galiardia sui campi di battaglia ai confini delle terre del ghiaccio: soltanto una tornò indietro - era la giovane strega Solange, delle highlands scozzesi - e visse la sua vita errando in mezzo agli uomini.

  • 30 gennaio 2020 alle ore 15:50
    Alberghi &... strane cose!

    Come comincia:  A Djang ci sono ben due alberghi: l'hotel "Windsor" e, di fronte, l'hotel "Anti-Windsor"; uno in più di Gemona del Fiuli, cittadina in provincia di Udine: è l'albergo "Willy", sito in località Ospedaletto, alla via Barigliaria numero cinquantotto. D'altro canto, però, non si trova l'ombra di un albergo in tutta la provincia dello Dzabhan, nella Mongolia estrema nord-occidentale al confine con la Russia, grande quasi quanto tutto il nord-est ed il nord-ovest della penisola italiana messi insieme (non si trova il suddetto neanche a pagarlo un sacco di diamanti!), e non ci sono neanche bed&breakfast, né ostelli o posadas (le famose pensioni "familiari" diffuse in centro e sud-America): tutti dormono "nature", ovvero sotto la luce delle stelle quando sono fuori di casa ed il clima non è troppo inclemente (le temperature medie annue, da quelle latitudini, lontane e sperdute, non superano mai i tre-quattro gradi centigradi!). In compenso, però, in quella provincia vi sono ben tre fiumi (lo Dzabhan, l'Ider e il Tes-Hem) e tanta, tantissima steppa!
     A Dogliòla, paesino collinare ed agricolo della provincia di Chieti, ci sono più pecore (ottocentonovantanove) che cristiani (cinquecentoventi): in compenso, tuttavia, è in costruzione un albergo a quattro piani e tanti posti letto disponibili!
     A Dakar, Senegal, c'è il "Coq Ardi": è l'albergo più lussuoso, rinomato e ricercato della città...ma è anche un bordello. La proprietaria è una certa madame Martine Lagardere la quale - fortuna per i clienti! - possiede una grossa barca da pesca: in questo modo a cena capita spesso di mangiare aragoste freschissime di...appena pescate.
     A Damiétta, invece, città capoluogo dell'omonimo governatorato egiziano, posta tra la riva destra del ramo orientale del Nilo, che da essa prende il nome, e la laguna di Manzala, centosessanta chilometri a nord-est del Cairo, l'unico solitario albergo esistente, il "Villa Floor" crollò per una fuga di gas nel 1980 (l'esplosione provocò trentatré morti e cento feriti!): nessuno dei novantacinquemila abitanti della cittadina, però, se ne da pena più di tanto! Damietta, per la cronaca (o meglio: per la storia) altri non è che l'antica Tamiathis, la quale fu conquistata dagli Arabi nel 641 e tolta loro per breve tempo dai Crociati nel XII°secolo...buono a sapersi, direi!

                                                      = Conclusione =
    In conclusione, è proprio il caso di dire che "tutto è soltanto una questione di alberghi, cose strane o...di punti di vista; ovvero di latitudini!". Oppure: che "ognuno ha gli alberghi (o non ce li ha) che si merita!" (ma comunque, credo sia sempre tutta e soltanto questione di latitudine: sic!).
     A Dakar (Senegal) c'é il "Coq Ardi": è l'albergo più lussuoso, rinomato e ricercato della città...ma è anche un bordello. La proprietaria è una certa madame Martine Lagardiere la quale - fortuna, questa, per i clienti - possiede una grossa barca da pesca: in questo modo, a cena capita spesso di mangiare aragoste freschissime!

    da: "Quaderni psichedelici", 2017. 

  • 30 gennaio 2020 alle ore 14:56
    L'uomo di Marte (o: la notte dei ragni blu)

    Come comincia:  Erano grandi ragni blu con le zampe di velluto quelli che saltellavano su e giù per la strada quella notte: li accompagnava un uomo venuto da Marte cogli occhi rosso sangue e le dita delle mani piene di anelli di vetro. - Guarda quell'uomo in fondo alla via - dissi a mio fratello; - guardalo bene...- portava al guinzaglio un topo morto bianco: sembrava l'uomo della lampada. - Guarda quell'uomo, guardalo bene: perché soltanto se un giorno rinascerai maiale verde sotto un cavolo ne vedrai uno simile! -.
    Quell'uomo si fermò davanti alla porta della nostra casa; mia madre aprì e lui li regalò un quadro: vi era dipinta sopra soltanto una distesa di grosse fragole amaranto ed un bouquet di primule gialle. Senza proferir parola quell'uomo andò poi via...dopo un attimo scomparve all'orizzonte insieme al suo topo morto ed ai ragni saltellanti. Dissi ancora a mio fratello: - L'hai guardato quell'uomo? Ricordalo bene perché non ne vedrai più uguali in vita tua! 

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

  • 25 gennaio 2020 alle ore 17:43
    La scritta sul muro

    Come comincia:  "Le nuvole sono i nostri aquiloni", scrisse una volta un barbone ubriaco su di un muro che costeggia un binario morto della stazione di Casalpusterlengo, vicino Lodi. Tre giorni dopo quel barbone fu trovato morto - aveva la gola squarciata da parte a parte - nelle campagne limitrofe: forse, chissà, aveva fatto in tempo ad essere felice. Sotto quel muro, su cui scrisse il barbone, nessuno mai accese una candela: eppure la morte è una cosa seria!

  • 25 gennaio 2020 alle ore 17:31
    Il bambino e l'uomo

    Come comincia:  Ogni bambino piccolo normale, se viene lasciato solo si mette a strillare e a piangere; il modo migliore per consolarlo è prenderlo e cullarlo, oppure cantarli una nenia o metterli in bocca il ciuccio, oppure camminare tenendolo in braccio. Invece, se un uomo resta solo nel deserto durante una tempesta di sabbia, attende che [la tempesta] finisca: ma prima, però, la ama e la odia; la corteggia, la venera ed a lei, infine, si abbraccia come fosse la più bella delle donne al mondo!   

  • Come comincia:  Quelle che seguono sono le otto quartine, composte in versi a rime incrociate, della bellissima e mirabile poesia, dedicata a Venezia ed inserita nella raccolta "Poesie vecchie e nuove", di Diego Valeri, raffinato e sensibile artista veneto, spesso sottovalutato se non addirittura dimenticato o ignorato dalla critica e dalla "intellighentia" ufficiale (nacque a Piove di Sacco, nel padovano, nel 1887, morì a Roma nel 1976) nonché illustre docente e studioso di letteratura francese. Tra le altre opere sue sono da ricordare le liriche seguenti: "Ariele", "Scherzo e finale", "Tempo che muore". Svolse anche attività di saggista letterario, di critico d'arte, di prosatore ("Fantasie veneziane") e di traduttore (soprattutto lirici tedeschi e francesi).

                                                            = Venezia =
     C'é una città di questo mondo,
    ma così bella, ma così strana,
    che pare un gioco di fata morgana
    o una visione del cuor profondo.

     Avviluppata in un roseo velo,
    sta'con sue chiese, palazzi, giardini,
    tutta soppesa tra due turchini,
    quello del mare, quello del cielo.

     Così mutevole!...A vederla
    nelle mattine di sole bianco,
    splende d'un riso pallido, e stanco,
    d'un chiuso lume come la perla;

     ma nei tramonti rossi, affocati,
    é un'arca d'oro, ardente, raggiante,
    nave immensa veleggiante
    a lontani lidi incantati.

     Quando la luna alta inargenta
    torri snelle e cupole piene
    e serpeggia per cento vene
    d'acqua cupa e sonnolenta,

     non si può dire quel ch'ella sia,
    tanto è nuova mirabile cosa,
    isola dolce, misteriosa,
    regno infinito di fantasia...

     Cosa di sogno, vaga e leggera;
    eppure porta mill'anni di storia,
    e si corona della gloria
    d'una grande vita guerriera.

     Cuor di leonessa, viso che ammalia,
    o tu, Venezia, due volte sovrana,
    pianta di forte virtù romana,
    fior di tutta la grazia d'Italia.

    (da: "Poesie vecchie e nuove").

     Poesia delicata, dal linguaggio semplice ma incisivo, i cui versi - a mio avviso - sono vere e proprie "pennellate" di...parole! (C'é una città...una visione del cuor profondo; avviluppata in un roseo velo; tutta sospesa tra due turchini; è un'arca d'oro, ardente, raggiante; nave immensa veleggiante, etc.). Pablo Picasso ebbe a dire una volta: - Ci sono pittori che trasformano il sole in una macchia gialla, ma ci sono altri che con l'aiuto della loro arte e della loro intelligenza, trasformano una macchia gialla nel sole -. Ebbene: Valeri quì, con i suoi versi, ha reso Venezia, una macchia gialla, nel sole.
     

  • Come comincia:  Grete Waitz e Ingrid Kristiansen: ovvero, le due più grandi runners norvegesi di ogni epoca, furono entrambe le migliori maratonete al mondo per oltre un decennio ed erano fortissime tanto nelle corse in pista, quanto in quelle su strada e nelle campestri (o cross-country che dir si voglia). La prima nacque a Oslo (nel quartiere di Keyserlokka, zona residenziale del centro cittadino, nel distretto di Grunerlokka) il primo ottobre 1953: figlia di un farmacista (il padre John) e di una commessa in un negozio di generi alimentari (la madre Reidun), il cognome suo da nubile era Andersen (sposò Jack Henry Nilsen nel 1975 ed entrambi presero il cognome Waitz). Fu una vera pioniera della maratona targata al femminile (alcuni la considerano addirittura una sorta di suffragetta ante-litteram della specialità!) e delle grandi distanze, su pista e strada, appunto: nell'agosto del 1983, a Helsinki (capitale della patria dei più grandi fondisti che la storia dell'atletica abbia mai avuto - da Paavo Nurmi a Volmari Iso-Hollo, da Hannes Kolehmainen a Ville Ritola, da Ilmari Salminen a Lasse Viren, Albin Stenroos, Taisto Maki, Toivo Loukola, Pentti Karvonen, Peka Vasala: vere e proprie leggende anche al di fuori della terra dei mille laghi, come comunemente è nota la Finlandia), divenne la prima campionessa mondiale della storia sulla classica distanza dei quarantadue chilometri e centonovantacinque metri, peraltro presente nel programma dei Giochi olimpici - targata al maschile, però - sin dalla prima edizione del 1896 ad Atene (fu lo storico linguista francese Michel Breal che, ispirandosi al mito del soldato Filippide, la fece introdurre). A sedici anni fu campionessa di Norvegia tra le juniores nei 400 e 800 metri. Nel 1971, invece, appena diciottenne, esordì sulla scena internazionale correndo 800 e 1500 metri agli Europei di Helsinki (in quella stagione, tra l'altro, batté il record europeo juniores sulla distanza lunga con 4'17"), mentre l'anno seguente si affacciò sulla scena olimpica in quel di Monaco di Baviera dove corse, però, soltanto i 1500 metri: fu eliminata al primo turno, giungendo settima nella sua batteria! Due anni dopo, agli Europei di Roma, avvenne la definitiva sua consacrazione: fu terza (col tempo di 4'05"21) alle spalle della tedesca-est Gunhild Hoffmeister e della bulgara Lyliana Tomova. In tale occasione la norvegese precedette la sovietica Tatiana Kazankina che due anni dopo, a Montreal, siglò (prima ed unica donna nella storia) il "double" olimpico 800-1500. Da notare che l'atleta di Petrovsk (classe 1951) bisserà il successo sui 1500 metri a Mosca, nel 1980: fu anche primatista mondiale sulle distanze 800-1500-3000 metri ed è considerata una delle più grandi mezzofondiste-fondiste di sempre. La Waitz nel 1975 (24 giugno), ai Bislett Games di Oslo, batté il suo primo record mondiale in pista: sui 3000 metri siglò uno storico 8'46"6, migliore di ben sei secondi del tempo della russa Lyudmila Bragina, precedente detentrice. L'anno dopo (21 giugno), sempre ai Bislett di Oslo, migliorò ancora il record sui 3000 con 8'45"4. Quel record, però, ebbe vita brevissima: la rivale russa, infatti, il sette agosto siglò uno strabiliante 8'27"2 (poi ratificato nel tempo automatico di 8'27"12) nel corso dell'incontro Usa-Urss, a College Park (Maryland, Stati Uniti). Al secondo appuntamento pentacerchiato della carriera, in Canada (quei Giochi si svolsero a Montreal, capitale di Quebec, dal 17 luglio al 1°agosto) le cose andarono leggermente meglio rispetto al primo: la norvegese giunse alle semifinali. L'anno dopo, nel corso della prima edizione della Coppa del Mondo (competizione mista per squadre continentali e nazionali), disputatasi a Dusseldorf (capitale del land tedesco della Renania settentrionale-Westfalia), compì il capolavoro della sua carriera in pista: batté la Bragina e siglò un tempo inferiore al suo secondo record mondiale dell'anno prima (8'43"5). Nel 1978 disputò l'ultima grande manifestazione internazionale interamente su pista - i Campionati Europei di Praga - prima di dedicarsi anima e corpo alle corse su strada ed alla maratona: in quella occasione fu terza nei 3000 (alle spalle della russa Svetlana Ulmasova e della rumena Natalia Marasescu-Andrei), segnando un ottimo 8'34"33, e quinta sulla breve distanza (dietro Giana Romanova, russa, la stessa Marasescu, la bulgara Totka Petrova e l'altra russa Valentina Ilyinykh) con 4'00"58 (personal best sulla distanza). La Waitz, sino ad allora nel corso della sua carriera da pistard (tanto nelle gare outdoor, quanto in quelle indoor) era stata la sola rappresentante occidentale (a dire il vero sarà imitata, in seguito, anche dalla connazionale Kristiansen) capace di battersi ad armi pari con le atlete del "blocco dell'est" e aveva ancora buone possibilità di ben figurare, tuttavia cominciò a maturare la decisione più importante della sua vita (personale e di atleta). La prima Waitz aveva riscosso risultati buoni ma non eccezionali (tra l'altro, risultò essere la migliore nel "World ranking" sui 1500 nel 1975, sui 3000 nel 1975 e 1977), ma la seconda era destinata senz'altro ad entrare nella leggenda dell'atletica leggera. L'atleta norvegese capì, con grande sagacia ed intelligenza, che le sue potenzialità erano ancora rimaste inespresse e potevano essere sfruttate al meglio nelle distanze più lunghe. Nell'autunno del 1978 prese parte così alla prima maratona in assoluto della sua carriera, cedendo alle lusinghe ed all'invito che Fred Lebow (responsabile, all'epoca, ed organizzatore della maratona di New York) le aveva avanzato qualche mese prima. Essa trionfò sulle strade della "big-apple" in maniera alquanto inaspettata ed eclatante assai, ovvero balzando in testa alla gara dal ventinovesimo chilometro, lasciando a ben nove minuti la seconda classificata, la statunitense Martha Cooksey che appena due mesi prima aveva corso la mezza maratona di San Diego in 1h11'04" (il tempo migliore al mondo all'epoca!), stabilendo la nuova miglior prestazione mondiale (per la maratona le tabelle dell'atletica non prevedono un vero e proprio record del mondo) con il tempo di 2h32'29": oltre due minuti più veloce della precedente, detenuta dalla tedesca-ovest Christa Vahlensieck (2h34'49", stabilita il 10 settembre 1977 a Berlino Ovest). Da quel precipuo momento la storia personale dell'atleta norvegese e quella della specialità ebbero una svolta epocale: abbandonò in modo definitivo la sua professione (era insegnante di geografia in una scuola della sua città natale) per dedicarsi a tempo pieno all'atletica; la maratona, invece, che fino ad allora era considerata una garà quasi proibitiva (o addirittura tabù) per le donne, grazie al suo carisma ed al valore tecnico delle sue imprese cominciò ad attrarre su di sé sempre più l'interesse di sponsors, media, tecnici ed appassionati del mondo intero. La Waitz, guidata dal marito (e dall'altro tecnico Johan Kaggestad), abbandonò quasi del tutto le gare su pista in cui, dopo di allora, ebbe solo sporadiche ed eccellenti incursioni: nel 1982, infatti, in quella che resta la sua ultima gara in pista (i 5000 metri ai Bislett Games di Oslo) segnò la seconda prestazione assoluta (col tempo di 15'08"80), ad appena mezzo secondo dal record mondiale che la statunitense Mary Decker-Slaney aveva stabilito tre settimane prima (15'08"26 il 5 giugno a Eugene, nellOregon): tuttavia, è da dire che la specialità era (ed è) assente nel programma di olimpiadi e mondiali e nelle rassegne continentali. Introdusse una metodologia di allenamento del tutto sconosciuta fino ad allora: durante l'inverno, infatti, era solita prepararsi partecipando a gare di sci di fondo; ma anche le gare su strada e le campestri (dove peraltro l'atleta di Oslo ottenne risultati eccelsi) divennero in un certo qual modo propedeutiche e complementari alla maratona. Il successo più prestigioso lo ottenne a Helsinki, come detto (in Finlandia trionfò in 2h28'09", tenendo a debita distanza sia l'americana Marianne Dickerson che la russa Raisa Smekhnova, piazzatesi alle sue spalle nell'ordine!), ma furono i nove successi a New York a decretarne la grandezza assoluta di atleta, a donarle fama, soddisfazioni e quattrini, infine ad issarla al vertice della storia dellla maratona. Stabilì la miglior prestazione mondiale nelle sue prime tre maratone newyorchesi, consecutivamente dal 1978 al 1980: la prima, di cui ho scritto, e poi 2h27'32"6, 2h25'41". Il 17 aprile del 1983 (annus mirabilis per lei!) stabilì la quarta - ed ultima - miglior prestazione mondiale (2h25'29") trionfando a Londra. Il successo nella capitale inglese gli arrise anche nel 1986, in 2h24'54: quel tempo resta il suo personal best sulla distanza e tuttora, sebbene siano trascorsi quasi trentaquattro anni, nelle graduatorie all-time risulta essere il 691° tempo, a testimonianza delle grandissime ed eccelse sue doti naturali e tecniche. Nel suo palmarès figurano ben tredici successi su diciannove maratone disputate (oltre ai nove a New York, i due a Londra e il titolo mondiale dell'83 a Helsinki, di cui ho detto, anche quello del 1988 a Stoccolma col tempo di 2h28'24", che è tutt'oggi il più veloce mai corso da una donna sulle strade della capitale svedese!), a cui sono da aggiungere due secondi posti (nel 1982 a New York, l'anno dopo a Londra) : una media veramente impressionante, non c'é che dire, soprattutto se si pensa che tra gli uomini solo l'etiope Bikila può vantarsi d'aver fatto meglio di lei! L'unico suo cruccio rimasero i Giochi olimpici: nel 1984, a Los Angeles, fu seconda battuta dall'atleta di casa Joan Benoit (maritata con Scott Samuelson): l'americana di Cape Elizabeth, nel Maine, classe 1957, che solo alcuni mesi addietro aveva subito un delicato intervento di artroscopia chirurgica al ginocchio destro, segnò un ottimo 2h24'52", la Waitz invece 2h26'18". Sono da rimarcare due cose importanti: in quella occasione la connazionale della Waitz, Ingrid Kristiansen, giunse quarta in 2h27'14"; la Benoit, invece, era colei che l'anno prima, sulle strade di Boston, il 18 aprile, aveva migliorato il tempo record della norvegese di quasi tre minuti (2h22'43"), facendolo ad appena ventiquattro ore di distanza da quando essa lo aveva stabilito! Fu grandissima anche nelle corse su strada e nelle campestri (o cross-country): tanto nelle une, quanto nelle altre ebbe strisce vincenti clamorose. Nelle prime, infatti, non subì sconfitte in ventotto gare consecutivamente dal 1979 al 1981 quando fu battuta (l'otto aprile a Basilea, nella Svizzera tedesca) dalla rumena Maricica Puica in una corsa sui tremila metri. Da "stradista" mieté successi in giro per il mondo, ovunque lasciando il segno per le sue capacità atletiche, le sue qualità agonistiche e, soprattutto, per le sue spiccate doti umane e comunicative.Tra le vittorie più signficative sono da segnalare: la 10 km. di Madrid (San Silvestre Vallecana) nel 1981; la 10 km. di San Francisco (Bay To Breakers) nel 1986 (da notare che quella edizione della corsa, una delle più antiche e famose al mondo, tenutasi il diciotto maggio e a cui presero parte centodiecimila atleti, entrò nel Guinnes dei primati!); la Peachtree Road Race di Atlanta, in Georgia (la gara più grande al mondo sulla distanza dei dieci chilometri, si disputa ogni anno il 4 luglio, l'Independence Day per gli americani), nel 1983, 1985, 1986 e 1988; la Cooper River Bridge Run a Mount Pleasant e Charleston, in South Carolina, nel 1989; la New York Mini 10k (si svolge per intero a Central Park, l'edizione del 2011 venne dedicata a lei dopo la sua morte) nel 1979, 1980, 1981, 1982 e 1984; la Falmouth Road Race (gara sugli undici chilometri e trecento metri), a Falmouth, Massachusetts, nel 1980. Nella corsa campestre vanta due record davvero strabilianti: il primo fu quello della  sua imbattibilità che durò dodici anni, il secondo fu quello delle cinque vittorie nel Campionato Mondiale, mai più battuto da nessuna nel corso della storia (solo tre atlete sono riuscite ad avvicinarsi alla Waitz, con tre vittorie: la statunitense Lynn Jennings, nel 1990, 1991, 1992; le etiopi Derartu Tulu, nel 1995, 1997, 2000 e Tirunesh Dibaba, nel 2005, 2006, 2008). La prima vittoria a Glasgow, nel 1978, quando precedette la coppia di rumene Marasescu-Andrei e Puica; nel 1979, a Limerick, in Irlanda, batté la russa Raisa Smekhnova e la statunitense Ellison Goodall; nel 1980, a Parigi, batté la coppia di russe Irina Bondarchuck e Yelena Chernysheva, piazzatesi nell'ordine; a Madrid, invece, nel 1981, batté la statunitense Janice Merrill e la russa Yelena Sipatova; nell'83, infine, a Gateshead, nel nord-est dell'Inghilterra, precedette la canadese Alison Wiley e la russa Tatyana Pozdnyakova. Fu anche due volte 3^: nell'82, a Roma, alle spalle della coppia rumena Puica-Lovin; nell'84, a East-Rutherford, negli Stati Uniti, ancora battuta dalla Puica e dalla russa Galina Zakharova. In Italia, la norvegese si affermò nel classico Cross del Campaccio, a San Giorgio sul Legnano, nel 1982 e per ben sei volte (1978, 1979, 1980, 1981, 1982, 1984) nella Cinque Mulini, a San Vittore Olona, in provincia di Milano. Vinse ben trentatré titoli nazionali dal 1971 all'83 (sei sugli 800, otto sui 1500, 5 cinque sui 3000 metri e quattordici nella campestre) e stabilì ventitré record norvegesi nelle gare in pista, dagli 800 ai 5000 metri. Una statua che la raffigura venne eretta, nel 1984, all'esterno del "Bislett Stadium" di Oslo: lo stesso impianto che l'aveva vista tantissime volte protagonista nel corso della sua carriera. Nel 1988 fu la portabandiera della Norvegia a Seoul, nella sfilata di apertura dei Giochi Olimpici.  Abbandono'la scena agonistica nel 1990 (fu 4^nella sua ultima apparizione a New York). Nel 1991 la prestigiosa rivista di atletica "Runner's World" la nominò l'atleta donna più forte del quarto di secolo. L'anno dopo corse la maratona di New York non competitiva al fianco del suo grande amico Fred Lebow, malato di cancro al cervello (morirà nel 1994). Negli anni successivi appoggiò spesso l'attività (partecipando a trasmissioni televisive, rilasciando interviste, parlando nelle scuole o facendo da testimonial) della organizzazione "Gli amici di Fred", fondata dallo stesso Lebow nel 1991 per raccogliere fondi, attraverso la pubblicità dei maratoneti (appunto!), utili alla ricerca sul cancro. Svolse, inoltre, attività di beneficenza per Care International e International Special Olympics e fu ambasciatrice della JP. Morgan Chase Corporates Challenge Series in tutto il mondo per promuovere la salute e il benessere dei lavoratori a tempo pieno. Nel 2005 rivelo'al mondo di essere affetta dal cancro, di cui morì il 19 aprile del 2011, a Oslo. Nel 2007 fondo' l'associazione "Aktiv Mot Kreft" (Active Against Cancer), che da allora sponsorizza numerosi atleti e sostiene ospedalie centri di curaper la lotta ai tumori. Il giorno della sua morte, sulle pagine del New York Times così dichiaro'Mary Wittenberg, presidente della "New York Road Runners": - Credo non solo a New York, ma in tutto il mondo, la maratona sia cio'che è oggi grazie a  Grete. E'stata la prima podista femminile di grande successo a dedicarsi alla maratona e cambiare lo sport intero.- La stessa Joan Benoit-Samuelson, la rivale statunitense che l'aveva battuta a Los Angeles, nel 1984, espresse un pensiero bellissimo nei confronti della rivale: - Ho perso un mentore e un modello, cio'che durerà di lei per sempre è che è stata in grado di coniugare una carriera competitiva con uno stile di vita gentile e un personaggio di buona volontà. -
    Hanno detto di lei.
    "Ogni sport dovrebbe avere un vero campione come Grete, una donna con tanta dignità, umanità e modestia. Ha simboleggiato ciò che è stato di bello nella comunità dei maratoneti";
    "Dico sempre che è la regina della strada, ma lei non si comporta come una monarca (Fred Lebow, organizzatore della maratona di New York). 
    Ingrid Kristiansen nacque a Trondheim il 21 marzo del 1956, il suo cognome da nubile era Christensen: rappresentò l'alter-ego più giovane della Waitz, tuttavia è da dire che tra le due non vi fu mai astio né polemica alcuna (sebbene entrambe corressero per lo stesso paese), bensì un rapporto estremamente amichevole nonché di sana e semplice competizione e rivalità. La Kristiansen nutrì per l'altra enorme rispetto (una sorta di "rispetto agonistico", direi, quasi un tenere a dovuta distanza la rivale più celebre!): quel rispetto che, a onor del vero, la Waitz meritava ampiamente dal punto di vista  tecnico-sportivo come da quello umano. Essa stessa, però, nulla aveva da invidiare alla connazionale più anziana (tanto per le sue qualità tecnico atletiche ed il talento posseduto, quanto per il suo stile di vita e la sua grande umanità) e lo dimostrò ampiamente coi fatti. Nel corso della sua lunga carriera, durata oltre un ventennio (si rititò dalle scene agonistiche nel 1993, sebbene ancor oggi continui ad allenarsi e a correre le gare amatoriali non competitive), ottenne risultati eccellenti (talvolta stratosferici!) in tutte le specialità della corsa (in pista come su strada e nelle campestri), sulle distanze medio-lunghe e in quelle lunghissime. Tuttavia, il suo nome resterà per sempre (ed inevitabilmente) legato a due imprese, difficilmente eguagliabili sia dal punto di vista agonistico che da quello statistico e storico: il 5 agosto del 1986, dopo aver corso a Stoccolma i 5000 metri in 14"37'33, divento' la prima - ed unica finora - atleta donna della storia a detenere contemporaneamente il record mondiale sulla doppia distanza in pista...                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

  • Come comincia:  Il sonetto che segue dopo le mie note (trattasi di quattordici versi endecasillabi a rima), intitolato "Dolore senza tempo", fu scritto da Vittoria Colonna (Marino, Roma, 1490 - Roma, 1547), figlia del celebre condottiero Fabrizio nonché figura di donna aristocratica e colta, "angelicata", quasi, e pura, nonché venerata da molti intelletti dell'epoca sua (tra gli altri, Michelangelo Buonarroti  e Galeazzo di Tarsia li dedicarono versi quando era ancora in vita): è inserito nella prima parte delle Rime, sua opera poetica omnia, edita a Venezia nel 1544 e dedicata tutta alla figura del marito, il marchese di Pescara Ferrante d'Avalos ch'ella avea sposato appena diciannovenne e che perì a causa delle ferite riportate nella battaglia di Pavia del 1525, combattuta da alto ufficiale per gli eserciti di Carlo V°di Valois. La seconda parte delle Rime, invece, è permeata di sentimento religioso ed ha tono molto più riflessivo. La figura del coniuge, nel componimento di cui detto, è evocata dalla donna (e dalla poetessa) con rimpianto e disperazione; esso era stato per lei la "luminosa stella", il faro che la guidò verso una meta sicura illuminando il suo cammino: ora che non c'é più si sente un fragile ramoscello esposto al vento ed alle intemperie, una nave in balia dei flutti del mare, delle acque e della tempesta. Ella, tuttavia, non teme tutto ciò né tali insidie, ma la spaventa invece il pensiero che dovrà "camminare" da sola d'ora in avanti, e continuare il lungo "viaggio" che l'aspetta senza aver al fianco il marito che le infondeva forza d'animo e sicurezza: il suo cuore, però, è di certo insicuro -  e forse perso - ma no spaurito! E'da dire che dopo la morte del marito la donna si dedicò ad opere di carità , e trascorse lunghi tratti della sua esistenza in convento (tra l'altro, visse anche a Ischia e ad Orvieto); morì nel convento romano delle benedettine di sant'Anna.
         Provo, tra duri scogli e fiero vento,
    l'onda di questa vita in fragil legno
    e non ho più, a guidarlo, arte nè ingegno;
    quasi è, al mio scampo, ogni soccorso lento.

         Spense l'acerba morte in un momento
    quel, ch'era la mia stella e 'l chiaro segno;
    or, contro 'l mar turbato e l'aer pregno,
    non ho più aìta, anzi più ognor pavento.

           Non di dolce cantar d'empie sirene;
    non di romper tra queste altere sponde;
    non di fondar nelle commosse arene;

           ma sol di navigare ancor quest'onde,
    che tanto tempo solco, e senza spene:
    ché il fido porto mio morte nasconde.
     
     A proposito delle Rime e dell'opera della Colonna questo scrive Maurizio Cucchi nel suo Dizionario della poesia italiana: - Lo stile è sempre controllato e contenuto - risultato di una rigorosa educazione - ma privo di vere invenzioni. E questi versi - una dichiarazione di poetica forse nemmeno tanto inconsapevole - sembrano confermarlo: "Amaro lagrimar, non dolce canto, / foschi sospiri e non voce serena, / di stil no, ma di duol mi danno il vanto". E forse la fama che l'ha sempre accompagnata si deve più al contegno della sua vita che alle intrinseche qualità della sua poesia. La fermezza del sentire diventa quì un limite imposto alla spontanea espressione dei sentimenti, perché mancano gli abbandoni del cuore. L'adesione alla formula petrarchesca (in particolare agli aspetti più malinconici propri della seconda parte del Canzoniere) è piena, senza incertezze, ma ne accoglie gli aspetti più freddi, quelli che più indulgono al ragionamento, e che perciò stesso conferiscono al corpus di queste rime una certa aura di lontananza statica ed estatica. - Ancora, così conclude il Cucchi: - Una più schietta testimonianaza offrono le Lettere (pubblicate soltanto tra il 1889 e il 1901), in cui, lasciate da parte le pretese e le preoccupazioni letterarie, meglio e più apertamente la Colonna diede la misura del suo fervore e della sua nobiltà d'animo. 

    Taranto, 18 gennaio 2014.  

  • 13 gennaio 2020 alle ore 19:36
    Il salto (dell'età)

    Come comincia:  I bambini amano il sole, non amano la pioggia. Da bambino amai tanto la pioggia, non amavo il sole anche se sotto i suoi raggi giocavo, ridevo e spesso piangevo: forse ero già vecchio, chissà, ancor prima che diventassi giovane! 

    Taranto, 13 gennaio 2020.

  • 11 gennaio 2020 alle ore 19:54
    Sport's memories: Anne Marie Moser-Proell

    Come comincia:  Dominatrice dello sci alpino femminile degli anni settanta, il periodo che ha prodotto i più grossi talenti di questo sport (Nadig, Mittermaier, Hanny Wenzel, Morerod), è unanimamente considerata la più forte discesista di sempre. Nata a Kleinarl, paesino di poco meno di ottocento anime nel cuore delle alpi salisburghesi, il 27 marzo del 1953, ha esordito sulle scene agonistiche internazionali giovanissima, piazzandosi terza nella discesa libera di St.Gervais del 1969. Mostrò subito mezzi tecnici ed atletici fuori dal comune tanto che tecnici e giornalisti intravidero in lei la futura campionessa e gli predissero una carriera luminosa e ricca di successi. Nel 1970 vinse il bronzo in discesa ai Mondiali della Valgardena e colse il primo successo in Coppa del Mondo, nel gigante di Maribor in Slovenia. Raggiunto l'equilibrio psico-fisico e la maturità tecnico-tattica divenne una macchina da sci inarrestabile. Nel 1971 si aggiudicò la sua prima Coppa del Mondo generale, vincendo anche le classifiche di discesa e gigante. La coppa di cristallo fu sua altre cinque volte (dal 1972 al 1975 e nel 1979): record tuttora imbattuto tra le donne; il suo connazionale Marcel Hirscher, invece, ha siglato ben otto successi tra gli uomini! Nel 1972 vinse in tutte le specialità (cinque discese, due slalom, tre giganti) mentre nel 1973 e 1974 si aggiudicò tutte le discese (record mai eguagliato). Nel 1975 riuscì a fare cento punti (a quel tempo si assegnavano venticinque punti per la vitttoria) in un solo posto, a Grindelwald in Austria, dove vinse quattro gare in due giorni. Grande favorita ai giochi di Sapporo, fu clamorosamente battuta, in discesa e gigante, dalla acerrima rivale elvetica Nadig. Si permise il lusso di lasciare le competizioni prima delle Olimpiadi di Innsbruck per poi tornare in attività e vincere la sua ultima coppa nel 1979 e, finalmente, l'alloro olimpico in discesa a Lake Placid, nel 1980 (in quella occasione fu la portabandiera dello squadrone austriaco nella cerimonia di apertura), al termine di un duello mozzafiato con Wenzel e Nadig. Sposata con Herbert Moser, ha una figlia - Marion - che l'ha resa nonna, e saltuariamente, dopo aver abbandonato le scene agonistiche (al termine della stagione 1980) ha fatto la commentatrice per la televisione austriaca. Attualmente gestisce un bar nel suo paese natale. Era soprannominata la "tigre di Kleinarl". Nel suo palmarès figurano: tre medaglie olimpiche (oro nell'80, due argenti nel 1972) e quattro mondiali (oro in discesa, a St.Moritz, nel 1974, e a Garmisch-Partenkirchen nel'78; bronzo in discesa, in Val Gardena nel 1970 e in gigante nel 1978); sei vittorie in Coppa del Mondo: per lei un totale incredibile di centotredici podi (cinquantatré in discesa, trentuno in gigante, diciassette in slalom e dodici in combinata) e sessantadue successi (primato assoluto tra le donne sino al 2015, quando venne battuto dalla statunitense Lindsey Vonn), ben dieci Coppe di specialità (in discesa nel 1971, 1972, 1973, 1974, 1975, 1978, 1979; in gigante nel 1971, 1972, 1975: terza donna della storia dopo Vonn con sedici vittorie e la svizzera Vreni Schneider, con undici); diciassette titoli nazionali (uno soltanto in libera, otto in gigante, sei in slalom, due in combinata). La sorella Cornelia, più piccola di lei di otto anni, gareggiò in Coppa del Mondo dal 1978 all'82 solo in discesa (vanta un successo a Pfronten, nel 1981), ai Giochi (22^ a Lake Placid) e ai Mondiali (15^a Schladming 1982); mentre nel 1979 fu campionessa austriaca. Ritengo valga la pena concludere questo profilo con il giudizio di due grandi esperti: Mario Cotelli, ex ct.della squadra azzurra maschile di sci alpino negli anni settanta (la cosiddetta "valanga azzurra"), e Paolo De Chiesa, componente di quella squadra e ora commentatore televisivo dello sci alpino. Così il primo: - Era una donna che sciava come un uomo, nel senso che aveva una grande rapidità di gambe, la capacità di cambiare ritmo e di calibrare il peso sugli sci, oltre che una grande forza fisica. Queste doti gli permettevano di esprimersi al meglio in tutte le specialità. - Così, invece, il secondo: - Non penso di esagerare dicendo che sia stata la più grande sciatrice di tutti i tempi. Solo Christi Cranz, la tedesca che dominò fra le due guerre, potrebbe reggere il confronto con l'austriaca ma i parametri di allora erano distanti anni luce dai canoni dello sci moderno! - .

    - Classifiche femminili All-times di Mario Cotelli
    Discesa libera: Proell/Nadig (Svi)/Seizinger (Aut)/Goitschel (Fra)/Hanny Wenzel (Lie);
    Gigante: Proell/Schneider (Svi)/H.Wenzel/Compagnoni (Ita)Wachter (Aut);
    Supergigante: Figini (Svi)/Walliser (Svi)/ Seizinger/Maier (Aut)/Merle (Fra)/Compagnoni;
    Slalom: Schneider/Morerod (Svi)/Erika Hess (Svi).

    - Classifica plurivittoriosi (uomini+donne) in Coppa del Mondo
    1) Ingemar Stenmark            Swe 1973/89        86 vittorie
    2) Lindsey Vonn                    Usa2000/19        82    "
    3) Marcel Hirscher                 Aut   2007/19        67    "
    4) Mikaela Shiffrin                 Usa   2011/attiva    64    "
    5) A. M. Moser-Proell            Aut    1969/80        62    "
    6) Vreni Schneider                Svi     1984/95        55    "
    7) Hermann Maier                 Aut     1996/09        54    "
    8) Alberto Tomba                   Ita      1986/98        50    "
    9) Marc Girardelli                   Lux    1980/96        46    "
        Renate Goetschl                Aut    1993/09          "     "

  • Come comincia:                                                 = Saba, il poeta snobbato =
    Umberto Saba (che in ebraico sta per pane) é lo pseudonimo di Umberto Poli (1883-1957): alcuni pensano lo abbia scelto in onore della balia, Peppa Sabaz, a cui era intimamente e profondamente affezionato, o in omaggio - appunto - alle origini ebraiche del bisnonno Samuel David Luzzatto. Egli può di sicuro - ed a giusto motivo - essere annoverato tra i "big" della nostrana letteratura d'ogni epoca: egli, infatti, fu artista a tutto tondo, vero cultore di scrittura e poesia ancorché maestro assoluto nella ricerca viva, concreta, lucida e sincera della parola pura e semplice, ossia nell'uso della parola "fine a sé stessa" che, d'altro canto, non l'impedì in primis di accostarsi e poi di aderire ed abbandonarsi - caldamente, con passione viva e sentimento profondo - alla realtà umana né di allacciarsi all'insieme di "buone ed umili cose" che circonda l'uomo. Nonostante tutto, però, il poeta giuliano molto spesso - nonché a torto - così, del resto, come accadde durante il ventennio fascista, per via delle origini ebraiche della madre, - venne messo in second'ordine se non addirittura snobbato dalla critica, dai programmi didattico-educativi di scuola ed università nonché dagli stessi insegnanti e studenti: ed accadeva probabilmente perché egli era compresso, letteralmente quasi schiacciato dalla imponenza preponderante e dal prestigio poetico e letterario di autori suoi contemporanei quali i nobel Pirandello e Quasimodo, o gli stessi Ungaretti e Montale - che, tra l'altro, li furono vicini in diversi momenti difficili della sua vita - o forse, perché più semplicemente era difficile "inquadrarlo" in una delle correnti dominanti del suo tempo. A questo proposito val bene riportare quanto scrive Salvatore Guglielmino nella sua notissima "Guida al novecento": - Saba ci si presenta come un poeta solitario e, nel contempo, coerente che, tra il rutilare dei miti d'annunziani, i clamori futuristi, o la macerazione ermetica, continua a mantenere una rara fedeltà al suo mondo e al suo timbro...- ed io, aggiungo: - chapeau (come affermerebbero nostri cugini d'oltralpe!), dinanzi a cotanta ed indubbia autenticità di intenti e genuina coerenza! Peraltro, lo stesso Maurizio Cucchi nel suo noto "Dizionario della poesia italiana" ribadisce il concetto e tanto aggiunge: - la poesia di Saba é un capitolo potentemente isolato del nostro secolo, di cui costituisce uno degli esiti maggiori. Rarissimi sono stati i punti di reale sua coincidenza con il gusto e le tendenze prevalenti del tempo, essendo Saba per natura e necessità, oltre che per formazione culturale, su posizioni di irriducibile antinovecentismo. Legato alla tradizione poetica italiana e al tardo romanticismo tedesco (Heine), lontanissimo da suggestioni di tipo decadente o simbolista, con un linguaggio di base carico di arretratezze o arcaismi, Saba ha sviluppato un discorso di piena autonomia anche consapevolmente anacronistica. La sua grandezza si é fondata essenzialmente su di una straordinaria energia morale, sulla capacità di essere, vedere e penetrare nella realtà quotidiana. -
                                                      = Vita e dolore (per tutti) =
     Tutto ciò che é vivente, in quanto tale, vive e soffre proprio perché é dolore - da prendere sempre (e comunque), insieme alla vita, con serena ed umana, seppur amara, accettazione - la vita stessa!
      Pertanto il dolore é con tutti, accompagna tutti e non risparmia nessuno, riguarda proprio tutti (nessuno escluso ed allo stesso modo) a questo mondo: tanto il filo d'erba od il fiore, quanto l'uomo stesso o la capra. In buona sostanza, per il poeta triestino dolore e sofferenza ci rendono tutti eguali, pongono ogni essere vivente ed animato sullo stesso piano e sulla stessa barca...quella dell'esistenza: è come poterli dar torto, mi verrebbe da domandarmi? Tal concetto é superbamente espresso, sebbene fatto con linguaggio tanto semplice, preciso e concreto (netto o nettamente chiaro, direi!) da poter addirittura apparire quasi scarno e disadorno, nella poesia - riportata sotto integralmente.
     - "La capra" (da: "Casa e campagna")
    Ho parlato a una capra
    era sola sul prato, era legata
    sazia d'erba, bagnata
    dalla pioggia, belava.
     
    Quell'uguale belato era fraterno
    al mio dolore ed io risposi, prima,
    per celia, poi perché il dolore é eterno,
    ha una voce e non varia.
    Questa voce sentiva
    gemere in una capra solitaria.

    In una capra dal viso semita
    sentivo querelarsi ogni altro male,
    ogni altra vita.

    - Suprema, intensa e mirabile prova della facoltà del poeta di discendere (o di innalzarsi) a quella misteriosa dimensione in cui la vita degli uomini si incontra e si identifica con la vita degli animali. [DESIDERIO].

                                     = Trieste, ovvero il primo amore non si scorda mai =
     Trieste fu punto focale e di primaria (se no assoluta) importanza per Saba, il vero nodo strategico della esistenza e dell'arte sua stessa, quello attorno a cui ruotarono e si dipanarono poi - come una matassa che si sbroglia piano piano - tutti gli altri (celebrazione del quotidiano, angoscia di vivere, dolore esistenziale, etc.): la città giuliana, che all'epoca però era ancora integrata nell'impero austro-ungarico, diede al poeta i natali (aspetto di non poco conto, evidentemente!) e lo vide ritornare, più volte, dopo alterne vicissitudini personali ed umane e varie "fughe" (volute o meno, ma questo poco importa!), od il girovagare per altri lidi, come a simboleggiare l'approdo in porto (sicuro) dopo l'alterna (e perigliosa) navigazione negli oceani della vita. Insomma, per dirla breve, Trieste ha rappresentato tutto (e forse anche di più!) per il poeta, ovvero é stata il primo amore della vita sua (e senz'altro unico, insieme a quelli per moglie e figlia) quantunque vissuto, a volte, in un rapporto e con toni di conflittualità estrema: l'amore, appunto, che non si scorda mai seppure ti faccia soffrire! Trieste fu per Saba la "sua" città così come Lina - diminutivo della moglie Carolina Wolfer - la sua donna ("Trieste é la città, la donna Lina", egli stesso dirà in "Autobiografia") ed il lavoro, la di lui opera (come già scritto) risentirono parecchio (in positivo, ovviamente!), ruotarono spesso e volentieri intorno ad essa. A Trieste - ed alle sue cose, ai suoi luoghi, alle sue "plebi" - l'artista dedicò, infatti, tanti versi (da "Il borgo", che contiene la famosa dichiarazione di poetica, a "Città vecchia", o "Ultimi versi a Lina", etc.), produzione in prosa (ad esempio "Gli ebrei" del 1910-12), perfino un romanzo autobiografico ("Ernesto", uscito postumo nel 1975). A parer mio, però, é la poesia "Trieste" - riproposta dopo le mie note - da ritenersi fondamentale sotto questo aspetto, essendo quella che più genuinamente, ancorché fedelmente, rispecchia lo stato d'animo e il sentimento di Saba verso la sua città: essa quì assurge a vero e proprio simbolo della stessa sua vita, in eterno conflitto tra gioia e dolore, dolce e amaro. Mi pare doveroso chiudere con le parole dello stesso poeta che nel suo autocommento in "Storia e cronistoria del Canzoniere" così si esprime: - Trieste é la prima poesia di Saba che testimoni la sua volontà precisa di cantare Trieste proprio in quanto Trieste, e non solo in quanto città natale. E'accaduto per Trieste come per Lina. Nel libro "La città e la donna" assumono i loro inconfondibili aspetti; e sono amate appunto per quello che hanno di proprio ed inconfondibile". (E non é un caso, aggiungo io, se la stessa poesia é contenuta nella raccolta "Trieste é una donna").
     - "Trieste" (da: "Trieste e una donna")
    Ho attraversata tutta la città.
    Poi ho salita un'erta, 
    popolosa in principio, in là deserta,
    chiusa da un muricciolo:
    un cantuccio in cui solo
    siedo; e mi pare che dove esso termina
    termini la città.

    Trieste ha una scontrosa 
    grazia. Se piace,
    é come un ragazzaccio aspro e vorace,
    con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
    per regalare un fiore,
    come un amore
    con gelosia.
    Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
    scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
    o alla collina cui, sulla sassosa
    cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.

    Intorno
    circola ad ogni cosa
    un'aria strana, un'aria tormentosa,
    l'aria natia.
    La mia città che in ogni parte é viva,
    ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
    pensosa e schiva.

                                                = Cronologia delle opere =
     Saba é stato autore alquanto prolifico e lo dimostra il fatto che la sua produzione letteraria fu tanto lunga, direi quasi infinita - iniziò, infatti, durante il servizio di leva e si concluse poco prima che egli morisse! - quanto vasta (e varia): comprende ben cinquantadue opere, distribuite in modo assai eterogeneo ed assortito tra poesia (trentatré, incluse sei raccolte pubblicate postume), narrativa e prosa (diciannove, inclusi tredici epistolari pubblicati tutti postumi). Tuttavia, la poesia sabiana - nonché la "poetica" dell'autore triestino - é possibile raccchiuderla in toto principalmente nel Canzoniere, il quale ebbe varie edizioni, ogni volta modificate e accresciute: la prima fu quella del 1921, a cui seguirono quelle del 1945, 1948, 1951 e 1961 (postuma e conclusiva). Di seguito é riportata una cronologia soltanto essenziale, compendiata (ma spero, tuttavia, ben esaustiva) del lavoro e corpus letterario del poeta.
    a) Poesie (raccolte)
    Il mio primo libro di poesie, 1903; Versi militari, 1908; Poesie, 1911; Coi miei occhi (Il mio secondo libro di poesie), 1912 (nel Canzoniere diverrà Trieste e una donna); Cose leggere e vaganti, 1920; L'amorosa spina, 1921; Il Canzoniere, Trieste, 1921; Preludio e canzonette, 1923; Autobiografia. I prigioni, 1924; Cuormorturo, 1926; Preludio e fughe, 1928; Parole, 1934; Ultime cose, 1943; Il Canzoniere, Torino, 1945; Mediterranee, 1947; Il Canzoniere, Torino, 1948; Storia e cronistoria del canzoniere, 1948; Trieste e una donna, 1950; Il Canzoniere, Torino, 1951; La serena disperazione, 1951; Uccelli, quasi un racconto, 1951; Il Canzoniere, Torino, 1961; Il piccolo Berto 1923-31, 1961.
    b) Prose e narrativa
    Scorciatoie e raccontini, 1946; Storia e cronistoria del canzoniere, 1948; Ricordi-racconti 1910-47, 1956; Epigrafe. Ulime prose; Quel che resta da fare ai poeti, 1961; Ernesto, 1975.
    c) Epistolari
    Il vecchio e il giovane, Carteggio con Pierantonio Quarantotti Gambini, 1965 (curato dalla figlia Linuccia); Lettere inedite con Svevo e Comisso, 1968; L'adolescenza del canzoniere e undici lettere, 1975; Amicizia. Storia di un vecchio poeta ed un giovane canarino, 1976 (curato da Carlo Levi); Atroce paese che amo, lettere familiari (1945-53); Lettere sulla psicoanalisi, carteggio con Joachim Flescher 1946-1949, 1991 (contiene lettere al dottor Edoardo Weiss e quelle di Weiss a Linuccia Saba; Lettere a Sandro Penna 1929-40, 1997; Quante rose a nascondere un abisso: carteggio con la moglie 1905-56; Il cerchio imperfetto: lettere 1946-54, carteggio con Vittorio Sereni.   

                                                     = Antologia critica =
    In Saba non c'é traccia di volontà orfiche, non c'é celebrazione del mistero [MARIO LAVAGETTO].
    Le parole in Saba si presentano naturalmente, come i segni necessari delle cose che egli vuole dire. Sono e appaiono, come imposte dalle cose direttamente. [GIACOMO
    DEBENEDETTI].
    La profondità dello scavo etico-psicologico di Saba dona al suo linguaggio l'essenzialità che gli altri "lirici puri" cercarono per strade diverse, soprattutto nei vertiginosi trapassi analogici [MARIO PAZZAGLIA] - Note sulla poesia "Sovrumana dolcezza" in Letteratura italiana, vol.III°, Bologna, Zanichelli, 1986, 2^edizione.
    Frequente é nella poesia di Saba l'osservazione morale lucida e mesta, disincantata eppure sempre intimamente compartecipe e sofferta [MARIO PAZZAGLIA]. Note sulla poesia "Il fanciullo e l'averla" in Letteratura italiana, vol.III°, Bologna, Zanichelli, 1986, 2^ edizione.
    La sua visione della vita é astorica: l'uomo, le stagioni dell'esistenza e i tipi umani hanno caratteristiche fisse [GIORDANO CASTELLANI].
    In lui vi é l'aspirazione ad immettere la sua dentro la calda vita di tutti, di essere come tutti gli uomini, di tutti i giorni [CARLO MUSCETTA].
    L'esperienza di Saba deve essere riportata alle origini, al clima dell'energica e giovanile cultura della Venezia-Giulia, a quel sapore acerbo di romanticismo tempestoso e di moralismo tormentato, in cui si collocano anche le esperienze distinte ed affini di Slataper, di Michelstadter, di Italo Svevo. Un romanticismo, al quale é venuta meno tanta parte dell'antico fervore, di quello slancio cordiale e gioioso che fu del primo ottocento, che ha smarrito la possibilità di un consenso immediato, di una coincidenza piena tra cultura e vita; ma in cui sussiste tuttavia il bisogno del consenso, l'esistenza di un rapporto, di una comunicativa, il desiderio di uscir da sé stessi, di "vivere la vita di tutti, d'esser come tutti gli uomini di tutti i giorni" (NATALINO SAPEGNO in "Compendio di storia della letteratura italiana" - vol. III°, Firenze, La Nuova Italia, 1985, 2^edizione).
    Saba non ha mai perso il contatto con la realtà umile, con la cronaca dei sentimenti elementarr. Anche la sua poesia migliore nasce, non dalla rinunzia, anzi dall'intensificarsi e inasprirsi della sua tenace volontà di confessione, di diario denso di opache vicende, di figure anonime e banali. Saba é riuscito in ogni tempo a trarre luce di poesia dalla materia più umile e popolare: é il lirico più umano del nostro tempo, e ci sembra di tanto più vicino, quanto più gli altri sono remoti e più chiusi ed astrusi. E perciò, indipendentemente dalla maggiore o minor felicità delle sue prove e dalla scarsezza stessa dei risultati raggiunti in senso assoluto, questo soprattutto importa, che dal suo libro (n. b. "Il Canzoniere") ci venga incontro una folla vivace di creature e di oggetti, e il colore caldo di una città, e tutta intera la storia di un uomo (NATALINO SAPEGNO in "Compendio della letteratura italiana" - volume III°, Firenze, La Nuova Italia, 1985, 2^edizione).

    da: una mail inviata a rai storia il 25 agosto 2012.

  • Come comincia: "Essere amico di qualcuno migliora la chimica del cervello: del proprio e del suo...quello dell'amico; migliora lo stato mentale: quello proprio e quello dell'amico. Io sono stato amico di molti uomini, sono stato felice ed infine...sono andato via in pace!".
     (Epitaffio sulla tomba di Nathaniel, barbone di Los Angeles, morto a quarantotto anni per strada: di fame, di freddo e di "solitudine", il 18 aprile 1982).
    Requiescant in Pacem.
    ...- E'morto felice! - disse un'altro barbone, - quando è morto ascoltava nelle orecchie una vecchia canzone di Jimi Hendrix. Era "Foxy Lady"?! - Ma no, era "Hey Joe", ne sono ultrasicuro - replicò Halley, il vecchio guardiano del cimitero.
    Morale della favola: a Los Angeles, così come in ogni grande città (metropoli) di questa terra, su questo sudicio e sporco mondo, avere o non avere amici poco conta, quasi niente; tanto si muore sempre e comunque, e nella più completa indifferenza dei propri simili, così come si è venuti al mondo; allo stesso fottutissimo, identico modo: cioé "nature", ovvero (da) soli!
    Postilla (docet?!) - La consolazione è questa: per fortuna c'è ancora qualcuno che ascolta della buona musica, anzi, della buonissima e vecchia musica (nella fattispecie di Nathaniel era quella di Jimi Hendrix) prima di andarsene da questo mondo...pensate, però, se al posto di Hendrix il povero barbone stesse ascoltando Rihanna: che strazio, sarebbe stato!

  • 15 dicembre 2019 alle ore 12:06
    Il fiume e la vita

    Come comincia: Tutta notte Johnny si dibatté nei meandri della sua coscienza: il suo cuore gridava ancora vendetta, qualche giorno prima aveva lasciato la donna più dolce e gentile che avesse mai conosciuto in tutta la sua squallida vita...Al mattino, prestissimo, l'uomo si alzò ed andò a Liberty Road, nel quartiere a luci rosse della città: si accoppiò con una giovane puttana di nome Kristel; non la pagò: dopo l'amplesso la baciò in bocca e li mise una rosa rossa tra i capelli neri come il carbone. Tornando a casa, mentre camminava lungo il fiume, Johnny pensò tra sé: - La vita è proprio come questo fiume, vorresti fermarla ma lei scorre ugualmente.

    Taranto, 14 dicembre 2019.

  • 07 dicembre 2019 alle ore 13:48
    Collina "81"

    Come comincia:  Collina "81", sul promontorio della paura: guarda sempre di sbiego il sole e fa l'occhiolino - a volte - alla luna ed alle stelle. La notte è stata lunga, nelle trincee l'inferno: i cannoni han lavorato sodo creando ovunque danni, squarciandolo quel cielo tutt'intorno a più non posso; martoriandolo all'infinito e seminando morte...Il rumore assordante delle cannonate e i colpi degli obici da quattrocento hanno rotto i timpani del tenente Krauss. Soffia un vento gelido, adesso: il silenzio fa paura, più delle bombe! Ma un giorno i prati torneranno in fiore e le madri e i padri potranno piangere così i loro figli nelle pianure.

    Taranto, 5 dicembre 2019.

  • 21 novembre 2019 alle ore 5:36
    Olimpiadi di Lake Placid 1980: consuntivo finale

    Come comincia:  Con l'assegnazione delle ultime medaglie (quelle nel bob a quattro e nell'hochey) è calato il sipario sulle tredicesime olimpiadi invernali disputatesi a Lake Placid, piccola stazione sciistica nello stato di New York, già sede olimpica nel 1932 (allora le gare di combinata nordica si svolsero nella tedesca Garmisch), già sede di campionati mondiali in diverse specialità (fondo, salto e combinata nel 1950, biathlon nel 1973, bob nel 1949, 1961, 1969, 1973, 1978), abbastanza nota nel circuito della coppa del mondo di sci alpino e delle altre specialità invernali. Dopo un inizio quasi in sordina e una vigilia turbata dai gravi problemi di politica internazionale, i giochi sono vissuti sulle gesta di alcuni atleti - il pattinatore statunitense Eric Heiden, vincitore di ben cinque medaglie d'oro, il sovietico Nikolaj Zimijatov, autore di una prestigiosa doppietta sui trenta e cinquanta chilometri di fondo, lo svedese Ingemar Stenmark e la rappresentante del piccolo Liechtenstein Hannie Wenzel, dominatori degli slalom, la grande Anne-Marie Moser-Proell che ha finalmente trovato la vittoria olimpica, unico alloro mancante nella sua bacheca - che di sicuro entreranno nella leggenda degli sport invernali. Le imprese sportive di questi campioni hanno persino fatto dimenticare agli americani (almeno per qualche settimana!) il grave problema degli ostaggi rinchiusi nell'ambasciata di Teheran e il successo degli hocheisti di casa sugli eterni rivali sovietici nonché nel torneo stesso, ha destato tali e tanti entusiasmi da fare storcere il naso persino al presidente Carter e a tutti coloro i quali già "anelano" al boicottaggio delle prossime olimpiadi estive di Mosca. Questo episodio ha confermato che i giochi olimpici, così come le altre importanti manifestazioni sportive (campionati mondiali e rassegne continentali), altro non sono che una grossa occasione per far divertire la gente e per seguire i più grossi campioni per una volta riuniti tutti insieme, no di certo un motivo indecoroso - da parte dei potenti e dei governi, retti dai potenti della terra - di voler fare politica e strumentalizzare a loro piacimento lo sport. Tornando alle vicende sportive vere e proprie di questa olimpiade, è da registrare, purtroppo, il penoso comportamento degli azzurri che fanno ritorno in Italia con un ben magro bottino ed un bilancio di risultati alquanto sconsolante, come mai era accaduto in passato. Le uniche medaglie sono giunte dalla specialità meno nota - lo slittino - che ci ha regalato due argenti, abbastanza attesi, direi (nel singolo maschile con Paul Hildgartner e nel doppio con Karl Brunner e Peter Gschnitzer): due argenti che con un pizzico di fortuna in più sarebbero potuti essere ori, visto che l'altro azzurro in gara nel singolo - Ernst Haspinger - è stato messo fuori gara da un incidente quando era al comando, e che il doppio è stato superato da quello tedesco-orientale per soli trentatré centesimi di secondo (poco più di un'inezia!). Magra consolazione, quindi, per gli italiani, quella di aver conquistato due posti d'onore in una specialità cosiddetta "povera" tra tutte quelle inserite nel consesso mondiale degli sport invernali, che tuttavia ci vede ai vertici dei valori mondiali da sempre (soprattutto per merito di ragazzi e ragazze bilingui - tedesco, italiano - provenienti in maggioranza dalle valli del Trentino Alto Adige!) e che, seppur nell'ombra e lontano dai clamori, ci ha regalato (nel passato) già due titoli olimpici (con Erika Lechner, nel 1968 a Grenoble e col doppio Hildgartner-Plaikner, nel 1972 a Sapporo), numerosi titoli continentali e mondiali e molte vittorie parziali  in coppa del mondo. In seno alla squadra maschile di sci alpino si è verificata la delusione più cocente per i colori azzurri: la mancata partecipazione allo slalom di Piero Gros (campione olimpico uscente a Sapporo, nel 1972, e vice-campione mondiale a Garmisch, due anni orsono), caduto e seriamente infortunatosi nel gigante e sulle cui spalle pesava la grave responsabilità della conquista di una medaglia, o quanto meno di un piazzamento onorevole. Ma questa volta "santo Pierino" da Salice d'Ulzio (o Sauze d'Oulx, per dirlo alla francese!)  non è potuto essere - ahinoi! - il salvatore della patria, per cause non dipendenti dalla sua volontà! Ancora una volta, quindi, l'alfiere degli azzurri è stato il grande Gustav Thoeni, classe 1951, da Trafoi (Bolzano o Bozen, come pronunciano gli atesini di madrelingua tedesca) il quale, alla sua terza olimpiade (a Sapporo, nel 1972, fu oro in slalom e argento in speciale, alle spalle del sorprendente iberico "Paco" Fernandez-Ochoa; a Innsbruck, nel 1976, fu secondo - alle spalle di Gros - in speciale e solo quarto - dietro la coppia svizzera Hemmi-Good e a Stenmark - nel gigante) è riuscito a piazzarsi nei primi dieci (ottavo) nello speciale, gara che in passato lo aveva visto dominare anche ai Mondiali (oro a Saint-Moritz, nel 1974) e in coppa del Mondo (nove vittorie parziali e due vittorie in classifiche di specialità, nel biennio 1973-74). Anche la squadra femminile ha risollevato un po'gli animi del clan azzurro perchè nello speciale si è avuta la riconferma sia di quanto verificatosi durante la stagione di coppa del Mondo (non a caso i media definiscono la squadra "valanga rosa"), sia della bontà tecnica della nostra scuola; le azzurre sono tutte entrate nelle prime dieci, confermando, appunto, una costanza di rendimento davvero ottima ad alti livelli: Maria-Rosa Quario è stata quarta (a soli tre centesimi dalla elvetica Erika Hess, bronzo), Claudia Giordani (argento a Innsbruck, alle spalle della grandissima Mittermaier) quinta, Daniela Zini settima, Wilma Gatta decima. L'altra delusione si è registrata in seno alla squadra di bob, con i nostri rappresentanti piazzatisi soltanto quattordicesimi (Italia 1, Jory-Lanziner) e sedicesimi (Italia 2, Soravia-Werth) nel doppio; undicesimi (Italia 1, Jory-Lanziner-Werth-Modena) nel quattro. Anche questa specialità, in passato, ci ha visti primeggiare tanto sulla scena olimpica (con il doppio Dalla Costa-Conti, trionfatore a Cortina, nel 1956 e col leggendario Eugenio Monti, che fece doppietta a Grenoble, nel 1968), quanto su quella mondiale: Eugenio Monti fu ben nove volte iridato (sette volte nel doppio e due nel quattro: nel 1961 fece doppietta sulla pista di Lake Placid!); altri otto equipaggi italiani (affermandosi nella rassegna iridata) lo hanno imitato sulle piste di tutto il mondo. La colpa di tale insuccesso, a detta di tecnici e addetti ai lavori, è da addebitarsi alla attuale carenza strutturale ed organizzativa nel nostro paese. Le differenze con gli altri paesi all'avanguardia sono enormi: paesi come Svizzera, Germania o Austria hanno a disposizione decine di piste, le quali permettono agli atleti di effettuare cinquecento-seicento discese l'anno, mentre in Italia - attualmente - l'unica pista disponibile, seppure per un periodo di tempo limitato, è quella di Cortina che permette ai nostri atleti di punta di disputare un massimo di cento-duecento discese per stagione. Questa sostanziale differenza è alla base dei deludenti risultati dei nostri atleti: una questione matematica, direi, di pure e scarne cifre! In questa situazione ed alla luce di quanto detto non è da sorprendersi dei deludenti piazzamenti degli azzurri che, seppur dotati di notevole talento, si ritrovano sempre una spanna al di sotto degli altri alteti, sia a livello tecnico che fisico-atletico. Essendo in tema di "delusioni" non possiamo tralasciare quella relativa alla svizzera Marie-Thérèse "Maite" Nadig: l'atleta di Flums (piccolo centro di sport invernali situato nella Svizzera orientale, poco distante dalla frontiera austriaca ed abbastanza vicino al principato del Liechtenstein), che partiva favorita nella libera (era già stata campionessa olimpica, a Sapporo, in discesa e gigante, a soli diciotto anni!) è stata umiliata dalla eterna rivale Proell, vincitrice, che le ha inflitto un distacco inusuale ed inaspettato per una campionessa come lei (ottantaquattro centesimi di secondo), ed ha perduto l'argento (andato alla Wenzel) per soli quattordici centesimi!   

    24 febbraio 1980.

  • 20 novembre 2019 alle ore 16:53
    Orfani

    Come comincia: Hacine aveva sedici anni; come gli altri orfani, cresciuti sul molo, con una gran fretta di sembrare uomini. Da tanto vendevano il loro corpo nelle notti "clandestine"; da troppo tempo, ormai, quegli orfani avevano smesso di essere ragazzi ed erano diventati "uomini" di vita: quella vita che voleva proprio così; aveva deciso per loro e li voleva orfani cresciuti, senza essere stati mai, forse...ragazzi!

    Taranto, 28 luglio 2019.

  • Come comincia:  Alla vigilia delle olimpiadi di Città del Messico il selezionatore della squadra americana, Hank Iba, si trovò nella impossibilità di poter schierare i più forti giocatori (nomi quali Lew Alcindor, poi divenuto Kareem Abdul Jabbar, Elvin Hayes, Wes Unseld, etc.) che, per passare al professionismo, in blocco decisero di rinunciare alla trasferta olimpica in terra messicana. Furono allora convocati molti giocatori di Junior College (piccola scuola di Trinidad, nel Colorado), tra cui Spencer Haywood il quale, a soli diciannove anni, si trovò ad essere il centro titolare della nazionale stelle e strisce. Malgrado le perplessità di molti, però, quella giovane squadra vinse la medaglia d'oro e lo stesso Haywood fu proclamato miglior giocatore del torneo. La facilità con cui gli americani si imposero alla Jugoslavia in finale si spiega col fatto che gli avversari furono costretti a marcare Haywood in due, facilitando così il compito dei suoi compagni di squadra, tra cui soprattutto l'ottimo Jo Jo White, attaccante inesorabile, già vincitore del titolo ai Panamericani del 1967 con la nazionale Usa nonché MVP (most valuable player,cioè miglior giocatore) della Big Eight Conference con la casacca dell'Università di Kansas.  Nato a Silver City (Mississippi) il 22 aprile del 1949, dopo le olimpiadi Haywood frequentò un anno ancora l'Università di Detroit (fu miglior rimbalzista della stagione
    con ventuno e cinque di media) e nel 1969 entrò nell'ABA (American Basketball Association, la lega rivale della NBA scioltasi nel 1976) per un milione di dollari (cifra davvero stratosferica all'epoca!), giocando per i Denver Rockets. Fu miglior marcatore della sua squadra, "Rookie of the Year" (matricola dell'anno), MVP ed entrò nel miglior quintetto della lega. L'anno seguente approdò alla NBA (National Basketball Association) e militò nei Seattle Supersonics, confermandosi stella di prima grandezza del firmamento professionistico. Nelle cinque stagioni ai Sonics si tenne sui venticinque punti di media a incontro e fu inserito nel miglior quintetto della lega nel biennio 1971-73. Nel 1975 passò a New York con i Knicks dove cominciò la sua parabola discendente, pur restando vicino ai venti punti di media a incontro. Dopo tre stagioni difficili nella "Big Apple" (grande mela), costellate da polemiche e screzi col tecnico Willis Reed, passò a New Orleans; con la maglia dei Jazz qualche lampo da campione e nulla di più! Nel 1979 fu dirottato ai Los Angeles Lakers in cambio di Adrian Dantley, la stella nascente di North Carolina, che aveva guidato la nazionale stellare Usa alla vittoria di Montreal, tre anni prima. Anche coi gialloviola della "City Angel" visse una esperienza negativa in toto: sempre meno gestibile caratterialmente, fu messo addirittura fuori squadra alla vigilia della finalissima coi Sixers di Filadelfia (L. A.vinse la serie per...ed il titolo) in quanto i dirigenti della squadra preferirono giocare le sfide decisive senza di lui pur di mantenere intatto l'equilibrio del "gruppo"! Nel 1980 giunse in Italia, sponda Carrera Venezia. La squadra vinse a mani basse il campionato di serie A-2 (gran parte del merito di quella impresa è da ascriversi allo statunitense, sebbene con lui giocassero fior di campioni come lo slavo Drazen Dalipagic e il nostro Carraro), ed Haywood mostrò sprazzi di vero genio cestistico ed un basket a tratti incontenibilie. Io stesso ebbi la fortuna di vederlo giocare, nel corso di quella stagione, sul parquet del palasport "Nuova Idea", a Brindisi, contro la Libertas di Elio Pentassuglia, Malagoli, Fischetto e Otis Howard (squadra anch'essa promossa in A-1 al termine della stagione). Poi a stagione ancora in corso, nel 1981, la "fuga" improvvisa negli Stati Uniti. In patria giocò ancora...stagioni prima del ritiro definitivo. Chiuse la carriera con le seguenti cifre...: punti, ...rimbalzi e ben quattro presenze negli All-Stars Game (la partita che ogni stagione mette di fronte le stelle delle divisions Est ed Ovest). Per concludere, si può realmente affermare che fu un giocatore di grande talento (forse uno dei cinque-dieci migliori in assoluto nella storia del basket americano: tanto dei college, quanto dei professionisti!), dotato di mezzi fisico-atletici veramente eccezionali (probabilmente fuori del comune, anche in un "pianeta" straordinario e florido come quello americano!). Il suo gioco, però, era ben troppo individualista: peculiarità che spesso è in disaccordo (se non in completo disamore) con uno sport come il basket che vive, di certo, sulle imprese individuali ma è prettamente retto dal lavoro di squadra.                 

  • 20 novembre 2019 alle ore 8:34
    Il pittore

    Come comincia:  In un mare lontano c'era un'isola grande, strana, solitaria: era quella dove le rose non fioriscono né appassiscono mai, abitata da un vecchio pescatore, Calabuig, da sua figlia Diana e da dieci cavalieri dell'arcobaleno. Un giorno sull'isola arrivò Bashir, giovane pittore arabo: da lontano, nel tempo e nello spazio! Cominciò a dipingere le stelle, sotto le stelle alla luce della luna; dipingeva anche tramonti in riva al mare. Conobbe il pescatore e si innamorò di sua figlia: poi si amarono e nacque una bambina, Francine, ch'era bionda come la luna e aveva gli occhi più azzurri del cielo. Quando essa crebbe divenne pittrice...girò per il mondo, dipingendo ogni cosa ed ovunque andasse "offrendo" alla gente i suoi capelli biondi e gli azzurri suoi occhi.

    Taranto, 23 luglio 2017.

  • 15 novembre 2019 alle ore 15:12
    Mauritania...

    Come comincia:  Il sole faceva capolino all'orizzonte e il piccolo Ahmed era già in piedi: s'era alzato presto quella mattina. Dette da bere alle pecore e ai cammelli, poi strigliò per bene i cavalli. Infine, si diresse verso la tenda dei genitori per dargli la sveglia; ma qualcosa lo fermò...il cielo d'un tratto si fece oscuro e tutto ridiventò notte.

    Taranto, 2 novembre 2017.