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Autore

Luciano Vitiello

in archivio dal 02 set 2011

12 febbraio 1991, Roma

mi descrivo così:
I vestiti buoni sono per i morti nelle casse.

30 novembre 2012 alle ore 1:09

Il desiderio di Badjirgal

Intro: Piccolo esperimento onirico sotto whisky.

Il racconto

I miei occhi si schiusero, sentii i bulbi freddi. Ciò che vidi fu il buio. Tentai di muovermi. Presto mi resi conto di non avere i piedi. I miei artigli strinsero e punsero qualcosa di membranoso, di duro: cuoio. Un braccio umano. Fremetti. Sentii delle voci: non conoscevo quelle parole, ma capii. Dovevo andare: presto. Venni alla luce. Il mondo mi apparì diverso. Troppo profondo, troppo largo. Tentai di sbattere le palpebre per lo stupore, ma non ci riuscii: dovevo averle perse. Di fronte a me bianco, sopra azzurro. Presto. Il braccio dell'uomo scattò verso l'alto. Capii. Mossi le braccia in un moto disperato, tentai di allargare le dita. Presi quota. Sentii addosso della pelle diversa, molle e coperta: il vento gelido s'insinuava tra le mie piume. La terra si fece più lontana ad ogni clap flap. Le mie ali battevano feroci e leggere. Scivolai in avanti, disfacendomi nel vento. Sentii una forte vertigine. Mi sembrò di cadere nel vuoto. Fendendo l'aria appresi il cielo. Lo stomaco si svuotò. Riconobbi la tundra. Veloce. Presto. Senza sorpresa notai una macchia bianca nel bianco imperituro. Correva nella terra. La chiamai con uno stridio acuto che si schiantò fuori dalle labbra che non sentii di possedere. Il cuore batteva velocissimo nel mio piccolo, piccolo torace. I muscoli s'infiammarono. Le ali battevano febbrilmente in un dolce moto armonico che mi sembrò andare avanti da millenni, nello stesso identico dolce modo. Presi quota. La caccia m'inoculò in una nuvola. La vista sparì. Sentii di congelare. Ebbi fede. Barcollai nella penombra, senza riferimenti: mi sembrò di esser fermo, eppure sapevo: scelsi di scendere, perché così la mia anima disse. Avanti. Presto. Chiusi le ali, le strinsi forte al torso. Le piume di punta sfrigolavano nel vento, ballando. Calai in picchiata fuori dallo sbuffo di gelo-vapore. La macchia procedeva a zig zag, nel tentativo di depistarmi. Le sue lunghe orecchie dondolavano. La chiamai, ancora. L'eco nel vuoto del mio grido da uccello. Perdevo quota rapidamente. Il permafrost ricoperto di neve sembrava pericolosamente pesante e vicino. Seppi. Adesso. E' l'attimo. Stesi le ali: sentii dolore. L'aria le gonfiava, i pettorali erano tesi: fui pieno di fuoco. Alzai le zampe. Gli artigli sguainati trafissero la carne del coniglio. Un fiotto di sangue mi scaldò improvvisamente il ventre piumato. Abbrancai la creatura con la disperazione dell'annegato. Sentii i tendini lacerarsi, i muscoli sventrarsi, gli ossicini resistere. Sbattei violentemente le ali, nell'ultimo ciclo di zucchero combusto. Ripresi quota. La bestia si agitava, continuando a muovere le zampe nel tentativo di sfuggirmi.
  I muscoli dell’addome mi tirano a sedere. La fronte è madida di sudore. Mi tocco la faccia: i palmi si bagnano. I midolli mi bollono nelle ossa, sbuffo. Gli occhi aperti si abituano al buio. Percepisco i contorni delle cose. Perdo i sensi.

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