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Autore

Lucio Paolo Raineri

in archivio dal 23 mar 2007

08 dicembre 1938, Genova

mi descrivo così:
Amo il bello dovunque e comunque

13 agosto alle ore 9:06

Giruzzo Poppella 'O Mastre 'e feste

Intro: Napoli...a conoscerla tutta: un medico genovese.

Il racconto

Vico Tronari e vico Carrette alla Sanità, sono due budelli mozzi, che si arrendono ad una montagna di tufo, che sorregge la Reggia di Capodimonte. L'enorme e tetra cava, che fa da limite, sembra una bocca in attesa di divorare persone, cose e sentimenti. Tronari, i minatori del '700, fabbricatori di tuoni e di massi di tufo, utili alla costruzione; alle carrette, poi, era affidato il compito del trasporto sino alla Reggia. Oggi, il luogo è abitazione di disperati. Poco dopo l'alba, i furgoni della Polizia Penitenziaria scaricano assonnati reclusi in tuta, destinati al domiciliare diurno tra i loro famigliari. A passarci, si prova un imbarazzo tutto particolare, un brivido persistene alla schiena, mentre, intorno, sguardi si chiedono e ti seguono, senza lasciarti. Enzuccio Poppella fu uno dei miei primi pazienti della mutua. Arrivai, a vico Tronari, una mattina d'inverno, tra pioggia e vento gelido. Il vico era deserto, senza suoni, fuorchè quelli degli elementi. La vetrata del basso, opaca di brina, sembrò invitarmi a essere spinta con una mano per poter entrare. Accompagnai il gesto con un autorevole e quasi gridato: “Poppella?” Che voleva essere l'annunzio del mio arrivo. Appena schiusi la porta, m'investì un'ondata di palloncini colorati in fuga. Me li trovai sul volto, pronti a superarmi, per alzarsi nel cielo. Il mio stupore fu infranto da un urlo maschile, imperioso: “Chiudite, chiudite...” Cosa che feci appena entrato. Il basso classico, un lettone, un comò, un lettino. L'intravedere di un cucinino e una tazza di cesso, appena celata da una tenda. La luce veniva dall'altarino illuminato di S.Vincenzo. Lo spazio, che mi si offriva, era occupato da un centinaio di palloncini colorati fluttuanti liberamente. Bolle di sapone silenziose. Tra queste si poteva intravedere o intuire, sotto un cumulo di coperte, la moglie Titina, e Inetta, la figlia dodicenne. Giruzzo, un ragazzone di un grasso trabordante, primeggiava in maglietta e mutande, seduto sulla sponda del letto, affianco ad una enorme bombola d'ossigeno, che dichiarava la sua provenienza illecita, dalla vistosa scritta, Ospedale S.Gennaro dei Poveri. Il tocco ritmato ed esperto, con cui apriva e chiudeva la valvola, gonfiando palloncini, che, chiusi all'imboccatura, con un gioco di sole due dita, prendevano il volo, liberamente, nella stanza, mi rapì lo sguardo. -”Scusate, ma domani ci sta 'na festa importante in piazza. Esce il Santo e devo farne più di cento, in un solo mazzo, da liberare al momento. Non mi conoscete ancora dottò, io so 'o mastre 'e feste a Sanità.” Fu una visita medica laboriosa, ma indimenticabile, alle tonsille della piccola Inetta. Con una mano dovevo lottare con i palloncini, che si frapponevano tra me e Inetta. Lei, tra l'altro, sembrava saper convivere con questa situazione per me insolita. Aveva un gesto elegante della mano nell'allontanare i palloncini tra me e lei. A visita terminata, vennni fatto uscire con cura, stringendomi tra una fessura della porta vetrata. Nessun palloncino uscì con me! Trascorse la festa del santo e il giorno dopo, sentii una certa animosità tra i suoni della sala d'aspetto, che mi giungevano, mentre visitavo. Sono oramai abituato a decifrare sposalizi, nascite, morti e ammazzati dal tono delle voci. Ma qualche risatina trattenuta, alleggerì i miei timori. Tra un crescendo di voci, si aprì la porta e apparve, Giruzzo Poppella! Un volto arrossato, vivido, lucido. Avesse corso? Sudore? Ma quel rossore eccessivo, violaceo. Ora l'occhio si fermava su tracce grasse di una pomata gialla sulla pelle del volto, fino a macchiare la bianca camicia. I capelli erano resti di cespuglietti confusi, così come le sopracciglia e le ciglia, reliquie. La mimica di Giruzzo era di una tristezza clawnesca. -”Poppella ?- gridai, essendo giunto, da solo, all'intuizione decisiva.

-“Sì , dottò, ieri mi si so appicciati tutti i palloncini in piazza, all'uscita del Santo.”-

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