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Autore

Lucio Paolo Raineri

in archivio dal 07 giu 2007

08 dicembre 1938, Genova

mi descrivo così:
Amo il bello dovunque e comunque

23 marzo 2012 alle ore 17:19

Non erano i tempi di Dolce e Gabbana

Intro: al limite di una inconsapevole miseria

Il racconto

In genere per quel motivo si radunava tutta la famiglia. Non la famiglietta di oggi, fatte di due o tre persone, ma la famiglia. Sì, è pur vero che la guerra, la paura della guerra ci aveva radunati sotto un unico tetto, in una coesione, il più delle volte, più esplosiva della stessa guerra. Genitori di mio padre, genitori di mia madre e sua sorella Maria. La convocazione era data non a voce, ma era l’enigma estetico che coinvolgeva tutti nella sala da pranzo, ancor prima di sederci a tavola. La luce, serviva la luce, che penetrava dalle finestre, filtrata dalle foglie del ciliegio di fuori. L’odore del ragù di nonna Amina, aveva già livellato i sensi olfattivi, predisponendo tutti a un frettoloso ottimismo. E propria nonna Amina (donna meridionale, dai neri vestiti, a farmela raffigurare perennemente anziana, anche in un’indubbia mezza età) era colei che ci aveva posto la risoluzione urgente del problema. Gli altri avrebbero acconsentito o avrebbero espresso un crudele veto. In realtà la più temuta era zia Maria, che faceva la spola tra Genova e la casa lassù, in campagna, dove noi si era. Lei portava, sotto la polvere dei bombardamenti, ancora fresco il giudizio estetico della città, il limite ultimo del perbenismo. E a lei si guardava per ultimi, scrutando il suo volto. “ Si può risvoltare?” Questo era il dilemma che coinvolgeva la fine di un indumento, fosse una giacca o un cappotto, andato in usura per gli anni. L’abilità era tutta di nonna Amina, ma a radunarci tutti era il giudizio estetico sul nuovo tessuto che sarebbe apparso. Un “ si può” timoroso, o un “fantastico” dava il licet al rifiorire di un indumento. Ho portato, anch’io, pantaloni o cappotti risvoltati da un indumento dei grandi. Pur sentendomi rinnovato esteriormente, mi accompagnava sempre un sentimento aspro di vergogna sottaciuta.

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