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Autore

Lucio Paolo Raineri

in archivio dal 23 mar 2007

08 dicembre 1938, Genova

mi descrivo così:
Amo il bello dovunque e comunque

21 aprile alle ore 7:32

Odio il color celeste

Il racconto

“Che ne dici di questo celeste?”
E' la voce della mia compagna che mi scatena un'angoscia profonda, un'eco che ha degli anni, una ferita infantile. I bimbi, che noi, spesso sottovalutiamo nella loro immensa intelligenza, sono esseri che nel loro cervello possiedono già tutto, intuizione, senso estetico, giudizio. Avevo cinque anni e convivendo con una moltitudine di parenti in una grande villa, a Serravalle Scrivia, sfollati per i bombardamenti di Genova, i miei giudizi su ognuno di loro, restarono intatti per tutta la vita. Li avevo capiti, conosciuti profondamente a cinque anni! Torniamo al color celeste: un' angoscia. Ho un quadro sfumato, mancano volti, ma sento voci attorno a me. C'è luce. Deve esserci in programma una festa importante, se siamo venuti in paese dalla sarta Cipollina (quanto mi piacque questo nome da favola), una ragazza svelta, allegra, che si aggira nella luce di una stanza, tra stoffe e spilli. Sino allora era stata nonna Amina a cucirmi i vestiti, con ritagli di stoffe in disuso. Lo faceva per tutta la famiglia. Non ricordo, vi dicevo, l'importanza della festività che ci attendeva. Ma penso che con me ci fossero tutte le donne giovani di casa, mamma e sua sorella Maria, a giustificarne la singolarità. Anche loro avevano prove da fare. -“Ora, la camicetta di Lucio!”- La vedo ancora, dopo sett'anni! Ne ricordo il colore, quel celeste sbiadito, da manico di spazzolino da denti, il tatto rugoso, quella plasticità cartacea, che si poteva modellare. -“E' organza, organza, che lusso, Lucio!”- Sono già in dubbio atroce. Mi viene fatta indossare con cura da Cipollina. -“Guardatelo come è carino!”- Sento di defilarmi da quel complotto. Le maniche, corte, a sbuffo, mi impediscono di stringere le braccia al torace. Mi sento goffo. C'è uno specchio a riflettermi a mo' di paggetto da favola. -“Così, tienle un po larghe le braccia, altrimenti, si rovinano gli sbuffi”. Quanto è carino Lucio!”. - Provo un senso di odio generico per quella costrizione.

Ad un'analisi del mio disagio, che ancora provo, mi affascina il senso estetico e soprattutto l'appartenenza ad una mascolinità, che non è poco, per un bimbo di cinque anni.

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