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Racconti di Lucio Paolo Raineri

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  • 23 marzo 2012 alle ore 17:22
    Ricchi e poveri

    Come comincia: Quando ci si trova per i casi, più o meno fortunati della vita, a percorrere un ampio arco di questa, ci si accorge, guardandosi indietro, di aver visto venire alla luce non solo esseri, ma anche cose, oggetti che sono entrati nell’utilità quotidiana.Ognuno ha nella propria famiglia un elemento, per lui rappresentativo del proprio clan, un essere dalle qualità superiori alla media dei suoi contigui. Noi a Genova, avevamo Zio Ninni, l’avvocato. Era il fratello di mio nonno paterno, l’unico laureato, (solo mio padre lo raggiunse, nel dopoguerra, con una laurea, sudata, sui tavoli della nostra cucina), l’unico ad essersi affermato, era un penalista, l’unico che potesse portare, al posto della comune cravatta, la farfalla. Non ci frequentavamo, in realtà. Lui abitava a pochi metri dalla nostra via Acquarone, in via Crocco. Quest’ultima, anche se separata da una sola curva a gomito, era un distintivo di classe agiata. Basti pensare che, nel dopoguerra, i miei amici di Via Crocco, avevano, a scuola, i calzettoni bianchi, lunghi, che restavano su per magia. Mentre a noi, di via Acquarone, le mamme nascondevano elastici “da mutanda” nella prima piega, ma con scarsi risultati. Pur abitando sulla collina del Righi, d’estate, facevamo bagni in spiagge diverse: quelli di via Acquarone, ai bagni Gigetta, a San Giuliano, dalla sabbia polverosa, quelli di via Crocco, al Lido, uno scoglio aristocratico, che ci era concesso di guardare dall’alto della strada, di domenica, come divertimento, sorbendo un gelato, da 2 lire, di Boccadase. Non frequentandoci, ci arrivavano solo notizie di zio Ninni, che avevano percorso tortuosamente una città. “ Sì, lo vediamo al mare, ha una bella donna sempre, sdraiata vicino a lui”. Oppure: “ Deve essere a Cervinia, in vacanza”. Io lo incontravo raramente, quando giocavo dalle sue parti. Mi osservava estraendo dal taschino un monocolo, appeso, con un cordoncino nero, all’asola della giacca. Mi sorrideva appena, continuando un’ esplorazione visiva che mi imbarazzava. Saluti ai miei, rare frasi d’occasione, mai un bacio. La sua figura riacquistava importanza nel giorno di Natale. Io ero l’oggetto di un dono “caro”. Un dono con cui lui, forse, si sentiva di sdebitarsi dai doveri famigliari, verso gente che sopravviveva da comuni impiegati.Ben vestito, con calzoni a mezza gamba e scarpe lucidate da papà, mi presentavo alle 11, alla porta di casa di via Crocco. Dopo che l’odore di cere esotiche, mi aveva stordito, in una studiata e voluta pausa, venivo condotto dalla sua governante in un salotto sfavillante di ori e di cristalli.-” Zio Ninni, è in bagno, accomodati “- Ed ero lasciato solo per lunghissimi minuti, in un silenzio rotto dal cinguettio, che veniva dal giardino. Appariva, facendosi precedere dal rumore di porte aperte e chiuse con cura. Una vestaglia di seta sfavillante di luce, capelli bianchi alla “mascagna”, il monocolo incastrato nell’orbita.“ Buon Natale Lucio, ieri sera dal mio orologiaio di fiducia, in via Luccoli, ho chiesto un regalo importante per uno studente importante! Mi ha dato questa strana penna. Diceva che si chiama Biro. Io veramente, ieri sera, l’ho provata a casa ed ha una scrittura incerta e faticosa. Lascia il segno sui fogli sottostanti. Però, dato l’alto costo, deve essere un oggetto importante. Provala.”

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:19
    Non erano i tempi di Dolce e Gabbana

    Come comincia: In genere per quel motivo si radunava tutta la famiglia. Non la famiglietta di oggi, fatte di due o tre persone, ma la famiglia. Sì, è pur vero che la guerra, la paura della guerra ci aveva radunati sotto un unico tetto, in una coesione, il più delle volte, più esplosiva della stessa guerra. Genitori di mio padre, genitori di mia madre e sua sorella Maria. La convocazione era data non a voce, ma era l’enigma estetico che coinvolgeva tutti nella sala da pranzo, ancor prima di sederci a tavola. La luce, serviva la luce, che penetrava dalle finestre, filtrata dalle foglie del ciliegio di fuori. L’odore del ragù di nonna Amina, aveva già livellato i sensi olfattivi, predisponendo tutti a un frettoloso ottimismo. E propria nonna Amina (donna meridionale, dai neri vestiti, a farmela raffigurare perennemente anziana, anche in un’indubbia mezza età) era colei che ci aveva posto la risoluzione urgente del problema. Gli altri avrebbero acconsentito o avrebbero espresso un crudele veto. In realtà la più temuta era zia Maria, che faceva la spola tra Genova e la casa lassù, in campagna, dove noi si era. Lei portava, sotto la polvere dei bombardamenti, ancora fresco il giudizio estetico della città, il limite ultimo del perbenismo. E a lei si guardava per ultimi, scrutando il suo volto. “ Si può risvoltare?” Questo era il dilemma che coinvolgeva la fine di un indumento, fosse una giacca o un cappotto, andato in usura per gli anni. L’abilità era tutta di nonna Amina, ma a radunarci tutti era il giudizio estetico sul nuovo tessuto che sarebbe apparso. Un “ si può” timoroso, o un “fantastico” dava il licet al rifiorire di un indumento. Ho portato, anch’io, pantaloni o cappotti risvoltati da un indumento dei grandi. Pur sentendomi rinnovato esteriormente, mi accompagnava sempre un sentimento aspro di vergogna sottaciuta.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:17
    'U ninettu

    Come comincia: Certo è, che l’acutezza dei nostri sensi si va perdendo, da quando abbiamo chiesto aiuto ad altri sistemi, il più delle volte elettronici, che hanno supplito alle nostre dimenticanze e soprattutto ci hanno dato la possibilità di demandare il nostro lavoro, risparmiando,a noi, fatica psichica e fisica. Come vecchio medico, confrontandomi con i giovani, vedo, a volte, la semeiotica trascurata, a volte, ignorata. Il mondo va veloce sui tempi: perché mai scrutare con i propri sensi, a volte fallaci, il corpo altrui, se una Tac o una Risonanza mi danno risposte inimmaginabili, un tempo? Ieri mattina, sul cruscotto della mia auto è apparsa una scritta: “fate cambiare l’olio”. Presto il messaggio è stato sostituito da un simbolo lampeggiante che non mi ha dato pace sino a quando sono giunto in officina. Un ragazzo, in tuta da lavoro candida, ha smontato un pannello, nell’interno della vettura, scoprendo un terminale, a cui ha collegato il cavo del suo portatile. L’ho guardato con tutta la mia meraviglia di settantenne, mentre con velocità di tocco, faceva apparire sullo schermo a colori, simboli e strutture che richiedevano una sua viva collaborazione digitale. Dopo non più di due minuti : - “ Sì, tutto a posto, dobbiamo cambiare l’olio”- Il computer si era accorto che la chimica dell’olio era mutata, nonostante non coincidessero i tempi di ricambio consueti, e ci ordinava di procedere alla manutenzione, rassicurandoci che tutto era a posto. Mi è apparsa la figura del mio vecchio garagista genovese, di quando ero ragazzo e avevamo la Topolino amaranto! No, in verità era verde bandiera, mezza balestra. Ninetto, un uomo di mezz’età e di piccola statura. Una nuvola di fumo, tra sigarette spente e accese. Baffetti lucidi e neri come la sua “mascagna” di capelli tirati a liscio. Nel cunicolo del suo garage, viveva in uno sgabuzzino di pochi metri, tra calendari osé, solo qualche gamba, per i tempi, e schedine del totocalcio incollate a imperitura memoria. Estrarlo da quel covo non era cosa facile. “ Nino, c’è un problema alla Topolino! C’è uno strano rumore quando si accelera, quasi metallico” – mio padre la conosceva, quella macchina, a menadito, era un prolungamento del suo corpo – “scende di giri da sola e non va!”- Nino e papà si guardavano per alcuni secondi. Farlo alzare era il compito più difficile. –“Nino, per piacere, solo lei…”- Era una chiave vincente questa frase lasciata lì. Nino metteva l’ultima x sulla schedina, la riponeva e usciva all’aria aperta. Papà aveva già deposto alla sua visione il motore, aprendo il cofano. Nino si accendeva un mozzicone di sigaretta, tirava una lunga boccata, tossicchiava. Lo sguardo ora vagava negli anfratti del motore, accarezzava candele, spinterogeno, penetrava nelle vaschette dei vani cilindri. – “ Accenda “- era un comando inatteso. Papà, già seduto, ubbidiva tirando a se la leva dell’accensione a pomello. I suoi occhi, da ora, si ponevano sui tratti del volto di Nino, aldilà del vetro del parabrezza. Da ogni fremito dei suoi muscoli facciali dipendeva il futuro economico del suo mensile d’ impiegato. Il girare del motorino d’accensione, gracchiante e metallico, dava seguito all’avvio del motore, con qualche esitazione. Nino ora perdeva ancora di statura. Si addentrava sotto il cofano della Topolino. Ascoltava, ascoltava, con gli occhi spersi nel vuoto. Solo la mano destra si dirigeva sul tirante dell’acceleratore, creando ruggiti stridenti. Pause, improvvise cadute di giri e riprese assordanti. Qualche passante si fermava e veniva a vedere lo spettacolo. Poi, improvvisamente emergeva il volto di Nino dall’incavo del cofano. Il volto non esternava sentimenti. La mano destra aperta, a mo’ di comando. –“ Chiuda!”- Ed entrava mo nel silenzio magico che precede un oracolo. Io, bambino, mi preoccupavo, più per mio padre, perché ne conoscevo le ansie economiche. Ricordo ancora quel giorno, il tono sibilante di Nino, da vincitore nella sua diagnosi, tra suoni e vibrazioni per noi oscuri. -“ Le bronzine! Sono fuse le bronzine! Motore da rifare”- Una tragedia famigliare. Si era negli anni 50!

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:15
    La morte delle margherite

    Come comincia: Nascono nei bambini veri e propri drammi, il più delle volte ignorati dai grandi. Drammi che lasciano, per una vita, tracce indelebili. E’ pur vero che non ci sia dolore più intenso della perdita del palloncino colorato, che s’involi nell’azzurro. Mi ha seguito, negli anni, una sequenza di un pugno di minuti. Sono immagini di sessantacinque anni fa, affatto sbiadite dal tempo, di cui percepisco ancora i colori, gli odori, ma soprattutto la contrapposizione di due sentimenti contrastanti: una meraviglia creativa e la successiva delusione, per una distruzione inattesa, un venir meno da un fenomeno vitale. Sicuramente il primo incontro con qualcosa che, in seguito, avrei saputo identificare con il fenomeno della morte. Un pomeriggio a Villa Adela, a Serravalle Scrivia. Si era in guerra. Una di quelle giornate di primavera, dove il vento creava una neve rosa di petali dal ciliegio, grande e maestoso. Forse erano i freddi inverni, i cumuli di neve, il ghiaccio alle finestre, la proibizione di uscire per non ammalarsi, ma il sopraggiungere della primavera, lo ricordo in maniera improvvisa. E’ uno scenario di luce, di colori, di profumi, all’apertura del portone di casa. Il ciliegio, a pochi metri, creava una galleria di rami fioriti. Dalla corteccia colavano gocce color ambra, che nonno Angelo raccoglieva in una boccettina, su cui si evidenziava la scritta, in bella calligrafia, COLLA. Se unisco pollice e indice e ne struscio l’epidermide, avverto ancora la sensazione di cattura, d’ingombro che mi dava quella resina, quel panico infantile per non riuscir più a staccare le dita. Veniamo al pomeriggio della mia memoria. Avevo scorto, tra l’erba del prato, le margherite, miracolo di geometria, gentilezza di contrapposizione di colori, bianco e giallo, profumo intenso, che non ho più ritrovato da grande. Le prime nozioni innate di possesso e d’ordine, mi avevano spinto a coglierne una manciata. Creare un piccolo giardino, tutto mio. Non ricordo se mi fu dato quel consiglio, ma vedo la mia mano che spiana un piccolo quadrato di terra scura e v’infigge lo stelo di ogni margherita, secondo un disegno geometrico, semplice ma curato. Il giudizio estetico già s’intravede, se avverto un residuo di compiacenza su ciò che ho fatto, quasi un orgoglio adulto. –“Lucio..merenda!”- Un ordine, una tentazione obbligata di mamma, una pausa dovuta al gioco. Il sapore del burro a tocchi, dallo sbattere il latte, munto di fresco, nella bottiglia. Il pane, caldo di forno, vaporoso. Quel gesto lento e accurato di mamma nello spalmare e l’ultimo spruzzo di zucchero. In mano quella costruzione di piaceri gustativi, ritorno al dovere, al mio giardino. In pochi minuti è tutto mutato. Lo stelo delle margherite ha ceduto improvvisamente e tutte giacciono sdraiate nella terra scura. E’ come se la vita, in pochi attimi, fosse venuta a mancare. Hanno perso il colore, a corolle chiuse. Ed è per il dolore di questo quadro, che io ho conservato, per tutta la vita, l’intera sequenza. Mi ero imbattuto, per la prima volta, in un atto di pura morte.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:13
    La donna ragno

    Come comincia: Se ci guardiamo indietro, di un pugno d’anni..beh..non proprio un pugno, anche se sessantacinque anni sono niente di fronte all’eternità, scorgeremo di aver lasciato, alle spalle, un mondo con un pizzico d’infantile ingenuità, che ci farà affiorare un sorriso sulla bocca e nell’anima. Si era usciti da una guerra, è pur vero, e tutto acquistava il fascino di una vita nuova, senza bombe e deportazioni. L’immaginativo, imbrigliato negli anni oscuri, ora era libero di vagare, anche nei meandri dell’assurdo. Tutto era possibile, una volta che si fosse riacquistato il piacere di esistere. Mio padre aveva studiato all’università; persona attenta, coscienziosa, reduce da una divisa militare, eppure, quel pomeriggio d’autunno, a Genova, all’arrivo dei baracconi, in Piazza Brignole, si mise in fila, con me, per mano, tra altri genovesi, per pagare l’entrata a uno dei baracconi più fantasiosi dell’epoca, la Donna Ragno. Era gente comune, operai, studenti, famiglie intere, mosse da un solo impulso: entrare nel padiglione, a toccare, con mano, una delle orrende meraviglie del creato. Così promettevano i cartelloni dai vivaci colori, che tappezzavano, all’esterno, la tenda degli ambulanti. L’imbonitore, con un megafono gracchiante, prometteva orribili e inimmaginabili visioni. La gente, affascinata e imbrigliata dal dubbio di poter essere gabbata, si guardava attorno, con un tenue sorriso, chiedendo conferme, che nessuno era in grado di dare. Tanto valeva prendere il biglietto ed entrare! La televisione non c’era, la radio era di pochi, i giornali costavano. L’altro, il vicino contava per primo, come fonte d’informazione e di conferma in un dubbio. E quando il tuo vicino era in dubbio, tu eri in dubbio. Perciò si formò una fila silenziosa e severa di uomini, veri, spinti a costatare la veridicità di un falso. Mi è rimasta ancora quella visione. L’interno era all’oscuro. Si era tutti in piedi. La ghiaia rumorosa sotto le scarpe. Sulla parete di fronte un cerchio di luce violento. Poi, un entrare in un tubo di colori a mo’ di caleidoscopio. Sul fondo, in una ragnatela di un evidente cordame marino, al centro, il volto di una grassocia fattucchiera bionda, che rispondeva sorridente, alle domande oculate dell’imbonitore.
    -“ Come ti chiami?”
    - “Quanti anni hai?”
    - “ Di cosa ti cibi? “ e altre ancora, a terminare lo spettacolo. Voi pensereste a fischi e parolacce degli spettatori. No. Ricordo che uscimmo tra l’incertezza e la certezza di un qualcosa che avevamo voluto tutti che esistesse: la Donna Ragno.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:11
    Il volto di Dio

    Come comincia: Le Alpi, per me, sono state sempre la raffigurazione del coperchio della scatola di cioccolatini di nonna Olga. Una baita di legno scuro nel verde di un prato. Come fondale, una corona di punte rocciose, candide di neve. Nonna Olga ci teneva rocchetti di cotone colorato, che avevano uno strano profumo, che mi sembra ancora di ricordare, mentre percorro questo sentiero di montagna, che mi porta dalla Magdelene a Chamoix, perla aostana, che ha rifiutato il traffico delle automobili, a favore delle scarpe da joggin della più svariata categoria di camminatori. Ho difficoltà a convincermi di non essere ancora prigioniero di quella magica scatola. Una vecchia signora dalla pelle abbronzata, che contrasta con il candido reggiseno, ostentato con inconsueta gioventù, è ferma difronte a me, assorta, mistica. Guarda in alto. -” Ciao, bello, sei fantastico, oggi!”- Cerco l'oggetto della sua ammirazione e scopro alle mie spalle la mole immensa del Cervino. Ora sono io ad essere catturato da questo enorme blocco di pietra. Questa dominanza di forme e di masse sembra avvolgermi nella mia nullità. E' come quando si entra in una chiesa deserta. Un dialogo intimo, improvviso, imprevisto. Forse questo enorme sasso ha il volto di DIO.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:10
    Il toccasana di nonna Olga

    Come comincia: Nonna Olga, la nonna paterna, era il mio rifugio, da bambino. In una villa di paese, dove avevano trovato riparo dai bombardamenti di Genova, tutti i parenti meridionali di mamma, la sua camera era, per me, il posto più ambito, dove venivo sempre accolto e coccolato. Nei freddi inverni piemontesi, potermi rifugiare sotto la coperta di montone argentino, era, oltre che un’esperienza odorosa e tattile, un ritorno a un utero caldo e accogliente. Gli oggetti sparsi per la sua camera avevano un fascino particolare per le lontane provenienze. Il fratello, zio Enrico, navigante, le aveva portato regali da ogni porto del mondo. Ricordo un’iridescente veduta di Rio, fatta di ali di farfalle tropicali, bamboline in vari costumi nazionali, pettini d’osso, oltre a chimoni dai ricami fantasiosi, scialli andalusi, ventagli dalle forme più varie. Oggetti che, a ogni mia visita, andavo a ripassare con lo sguardo, intuendone il fascino di una lontananza, per me, irraggiungibile. Lei, tutta pizzi e merletti, odorava di colonia e di talco. Mi attardavo a scoprire tracce di cipria sulle sue guance; ne ricordo il profumo intenso. Una sua grazia di portamento e di espressione, era romana di origine, me la rendeva diversa dalle altre donne meridionali della casa. Correvo da lei per le cure, nei miei piccoli accidenti di vita. Se, ruzzolando tra i campi, mi escoriavo un ginocchio, sapevo che la sua preziosa scatoletta, simile a quella che racchiudeva, di solito, mentine colorate, mi avrebbe guarito. In questa occasione, conteneva una polverina gialla, miracolosa, venuta da chissà quale porto. Ne bastava una piccola spolverata sulla ferita sanguinante per creare la “crosticina”, arrecandomi subito il sollievo di essere curato. Il mio panico di bimbo cessava e il suo sorriso mi riportava al gioco interrotto. Nel “mal di pancia”, che a volte mi colpiva, dopo scorribande tra pruni carichi di frutta matura o filari d‘uva dorata, nonna Olga , superava, in cura, la camomilla della nonna materna, Amina. Non potevo non ricorrere alla sua boccettina dal vetro scuro, vero toccasana per questo tipo di male. Pochi centimetri di liquido marrone in un vetro spesso. Una targhetta in una grafia sconosciuta dichiarava la sua origine, aldilà di oceani e terre. “Un vero portento – ripeteva nonna Olga – la cura di tutte le mie emicranie”. Infatti spesso l’avevo vista assumere questo tipo di medicamento, con un immediato sollievo. Mi preparava una mezza tazzina di acqua, in cui faceva cadere una o due gocce di liquido nero. Avevo imparato a conoscere il miracolo di quella bevanda, che, dopo pochi minuti, mi toglieva il ”mal di pancia”, lasciandomi in uno stato di assoluta calma e benessere, inusitati per altre medicine. “ Laudano, laudano spegne ogni dolore…sia lodato!” Sento ancora la sua voce emozionata per l’avvenuta guarigione. Solo in tarda età, ripercorrendo gli anni, ho compreso ciò che mi somministrava nonna Olga OPPIO PURO!
    l.p.r.

    “Dei rimedi, che a Dio Onnipotente è piaciuto dare all’uomo per alleviare la sofferenza, nessuno è così universale e efficace, come l’oppio.” Sydenham 1680

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:08
    Notte alpina

    Come comincia: Noi genovesi siamo naviganti per una vita. L'orizzonte è il mare. Una linea di confine tra cielo e acqua, che ci si porta dietro, come una scultura mentale. Un largo di una sinfonia interiore, che dia respiro alla nostra vita. Chiusi in una stanza, sappiamo immaginarci quello scorcio di libertà che fuori ci attende per placarci dalle angustie della prigione quotidiana.
    Stasera, quassù, tra nere e scogliose cime, l'orizzonte scende dal cielo, a precipizio, in una linea zigzagata, appena orlata di uno strano chiarore. Nuvole, opache di luce, mi guardano, insolite, da basso. Il silenzio ha un linguaggio che non conosco. E' come se mi fossi perso, bambino, in un incubo nero. Ho desiderio, stasera, di una linea di orizzonte, una linea netta, sicura, che mi dia pace e riposo.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:06
    Natale con nonno Angelo

    Come comincia: Natale a Genova: avevo sette, otto anni. Nonno Angelo, nella casa di Via Casaregis, creava il suo capolavoro annuale, il pranzo di Natale. Era nato a Noto. Impiegato dello stato, messo in pensione dal fascismo, per aver alla fine dell’anno, buttato nel cestino dell’ufficio, il calendario a muro, oramai terminato. Quel calendario portava l’immagine di Mussolini. Gli fecero la spia e fu la sua fine sociale. Lo ricordo, alto, scuro, possente, pochi capelli, gli occhiali con stanghette d’oro. Era il padre-padrone meridionale. Le donne, mia nonna Amina, le figlie, zia Maria, e Franca, mia madre, ubbidivano in silenzio. Ma non lo amavano. Lo temevano. Lui, a me, aveva insegnato a leggere e scrivere durante la guerra, in campagna, con la sua stessa severità, con lo stesso mio timore. Quando ad elementari avanzate, andavo a trovarlo, prendeva un libro dalla sua biblioteca e mi ordinava: “Leggi a voce alta, con garbo e intonazione”. Ricordo con angoscia quelle visite. Mamma mi abbandonava con lui, nello studio, odoroso di vecchi libri e sentivo il chiacchierare gioioso delle donne, chiuse in cucina, che avrei voluto raggiungere. Io leggevo male, sotto quello sguardo, e penso di averlo continuato a fare, da adulto, nella vita, quando mi si chiedeva di farlo in pubblico. Ho continuato ad avvertire la sua presenza. Trascorremmo con lui due Natali, dopo la guerra, prima della sua morte. Non ricordo regali, forse sicuramente un libro di lettura scolastico, dato senza la coreografia di albero e presepe. Un dono che avrò subito trascurato, non avendone traccia nella memoria. La casa, vasta, buia, odorosa di cere di mobili. La sala da pranzo ricca di argenti, tirati a lucido per l’occasione. L’”argenteria” di nonno Angelo fu il solo punto di riferimento di una ricchezza sottaciuta, per tutta la famiglia. A questo proposito, ricordo la sua figura, nell’ultima battaglia partigiani-tedeschi, a Serravalle Scrivia, mentre si staglia sull’entrata del rifugio di campagna, una caverna, un rifugio per animali. Lui ha dietro il sole, sembra un ritaglio di carta nera. Alla sua destra una valigia di pelle marrone: l’"argenteria"! Al nostro arrivo, la mattina di Natale, la sala da pranzo era già un’esposizione di cibi, preparati il giorno prima da nonna Amina: insalata di polipo, salumi e formaggi vari, cassata siciliana, struffoli, babà, mostaccioli, esposti con cura. Ricordavano le origini siciliane di nonno e quelle lucane di nonna. Nonno restava chiuso in studio: leggeva a voce alta i classici latini. “Sta declamando Catullo, a Natale!”- Qualcuno degli invitati gli rimproverava. Le donne rumoreggiavano in cucina, in un gran da farsi. Ma regnava qui, l’unica isola di luce e di allegria di tutta la casa. Il resto era serioso e oscuro. In salotto gli adulti, vestiti a festa, fumavano, centellinando Malvasia, mentre zia Maria, suonava vecchie canzoni al piano. C’era una cerimonia che precedeva sempre, la preparazione del pranzo, l’accensione del braciere, da mettere sotto la tavola. Il clima natalizio, a Genova, è rigido e si era nell’angustia economica del dopoguerra. Adele, la cameriera, era incaricata della preparazione ed io la guardavo nel suo affannarsi. Per l’uopo sventolava una specie di ventaglio, fatto di penne di volatili. Uno strumento che mi affascinava per la sua ricchezza di colori. Quando i carboni erano rossi, si depositava il braciere sotto il tavolo della sala, a tenere tepore alle gambe. Ma…. sì c’era un ma, che mi ha fatto sempre pensare, con una certa severità, all’ignoranza o alla sbadataggine che regnava nella mia famiglia. Ricordo l’odore che si spargeva, per la sala, dal braciere: un odore acre, pungente, dapprima allettante, quasi fosse una droga da inalare. Mi accompagnava nell’euforia dei primi piatti, anzi forse finivo per ignorarlo, tra risa e parole dei commensali. Giunto alle carni, le narici mi bruciavano e la testa cominciava a pulsare. Perdevo l’appetito. La nausea saliva alla gola. Un sudore freddo scendeva nel collo.
    - “Lucio, non sopporta il braciere, non vedi che faccia ha? Portalo di là in cucina”- La voce di nonno. Era ancora un suo ordine. La festa continuava.
    E di là, vomitavo tutto il pranzo, mentre la vista mi si oscurava e quel sapore, o odore metallico mi invadeva. Perdevo conoscenza. Un sorso di Nocillo mi faceva tornare tra loro. Possibile, mi chiedo, che tutti, compreso mio padre, non conoscessero gli effetti dell’ossido di carbonio e il suo permanere, nell’ambiente, ad altezza di bambino? E questa nube di gas e di vomito copre, sfumandola, l’immagine di mio nonno, mentre dirige, allegro e gioioso, una tavola ricca e rumorosa, la tavola di Natale.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:04
    Aeroporto di Orly ore 10,30

    Come comincia: Ho visto la donna armata di un grosso fucile mitragliatore che veniva verso di me. Era bruna, longilinea. Una coda di capelli neri che le uscivano dal cappello militare. La tuta mimetica ricordava un film di guerra. Mi ha detto qualcosa in un francese stretto che non ho capito, mentre io attendevo che si aprisse il chek del Parigi-Napoli, seduto. Alzando ripetutamente la punta del mitragliatore verso l'alto mi ha fatto capire che dovevo mettermi in piedi e retrocedere. Continuava ad avercela con me. Sibilava una lingua che conosco. Altri suoi colleghi, nella stessa tenuta da guerra, erano sbucati dalle porte laterali e bloccavano le entrate e le ascensori. La gente si affollava man mano e si chiedeva cosa stesse accadendo. "Sta arrivando Sarkosy?" -qualcuno ironizzava. Nel frattempo mi sono accorto che le hostess erano sparite dietro gli sportelli. I negozi, evacuati, erano piantonati da altri militari armati. Metà aeroporto, difronte a me, era inspiegabilmente deserto e attraversato da militari che urlavano ordini. La poliziotta, in tuta mimetica, non era soddisfatta del mio modo di indietreggiare e mi faceva segno con la canna di andare indietro. Mi tenevo in quella posizione che mi dava respiro, avendo sempre temuto la folla, per un incidente occorsomi da piccolo. Infatti ,dietro di me ,iniziava quella massa globosa, inerte, rumoreggiante che ha nome folla. Dalle porte laterali sono sopraggiunti altri militari armati che, ora non più garbatamente, ci hanno fatto indietreggiare. Ho pensato in quel momento ai governi militari nel mondo. Laddove si permette il dialogo tra militare e civile: un dialogo che non può esistere, proprio perchè i codici sono diversi. La presenza di un arma è una parola senza vocabolario. - "Un bagage abbandonè"- è serpeggiato. E subito dopo, tutto si è risolto con un frettoloso recupero delle proprie posizioni e con la scomparsa dei militari.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:01
    Cuba 2010

    Come comincia: Daiana mi racconta che sua madre era la traduttrice russa di Fidel, ai bei tempi trascorsi. Castro l’aveva tenuta in braccio, più di una volta, da bambina. Lo ricorda ancora con piacere. Daiana è la guida di oggi, nel mini-bus governativo. Cristobal, l’autista, dice di essere alla terza moglie. Sorride, quando descrive la fuga da Cuba dello zio: aveva smontato tutti i mobili di casa, per ricavarne legno e con questo aveva costruito una chiglia alla sua Cadillac anni ’30, per renderla navigabile. La fuga riuscì, in barba all’esercito castrista. L’aria condizionata penetra nel sudore lasciato dai 36° esterni. Vecchie prestigiose limousine ci lasciano passare, affannando rumorosamente, sull’autostrada che va verso Trinidad. Il traffico è scarso. All’ombra dei cavalcavia, gruppi di cubani invocano un passaggio. Alcuni sventolano una banconota. -“Non abbiamo mezzi da trasporto e la gente si aiuta come può”. Mi spiega Daiana. “ La proprietà qui non esiste, dopo la rivoluzione. Il possesso delle cose avviene per eredità o scambio. Quasi tutto appartiene al governo. L’embargo americano del ’60 ha fermato il paese su quella data. Le auto sono quelle del periodo di Batista, quando circolavano i dollari americani.”
    -“ La Russia, quella dei missili a Cuba, dove è finita?” - le chiedo.
    -“ Nel passato ci ha aiutato moltissimo. Ha dato soldi, auto ai governativi e armi. Dopo la caduta del muro, è sparita. Ora siamo alla miseria, se non fosse per il turismo, che alimenta le casse dello stato. E’ l’unica industria. La canna da zucchero ha poca richiesta di mercato. Se non fosse per l’amicizia con Chávez, moriremmo di fame tutti. La Cina non ci trova convenienti e gira al largo.
    -“ Daiana, ti confesso che non ho visto la miseria nera del Brasile, quella delle favelas. Ho incontrato povertà. Questo basterebbe a giustificare un’ideologia. E pur vero che i tiranni sono dei poeti.”-
    -“ Questo è il vero comunismo rivoluzionario: assicurare a tutti un minimo per vivere. Con la tessera annonaria diamo il minimo di sopravvivenza giornaliera a tutti. Niente carne e pesce, che vanno agli alberghi turistici. I bambini hanno latte vero sino a sette anni, dopo, solo in polvere. La scuola è obbligatoria. O si lavora o si studia. Lo studio è gratuito. Altrimenti si finisce in istituti correttivi, vere prigioni. L’assistenza medica è per tutti, come lo sono le pensioni.”-
    -“ Quanto prende un pensionato a sessantacinque anni?-“ le chiedo-
    -“ Circa sei cuc al mese.”-
    Le ricordo che la sera prima, in un ristorante di Avana, per due bottigliette d’acqua e due caffè, mi avevano fatto pagare 12 cuc, circa due pensioni, in un solo colpo!
    -“ Le avevo detto che il turismo è la sola nostra industria”- mi sorride.
    -“Daiana, l’opposizione esiste?” mi butto, coraggiosamente.
    -“ Non sono ammessi altri partiti, tranne il Rivoluzionario. In questi giorni si è verificato un fenomeno nuovissimo, che ha scosso Cuba. “ Las damas en blanco”, un centinaio di donne, vestite di bianco, che , in silenzio, hanno attraversato, indisturbate, il centro dell’Avana, chiedendo notizie dei prigionieri politici.”-
    -“ Ma, le alte gerarchie dove vivono?”-
    -“ Non ci è concesso saperlo, per ragioni di sicurezza, dicono loro”. Sorride.
    -“ La TV e Internet?” – provo a insistere.
    -La TV, solo la locale. Noi guide e il personale degli Hotel governativi abbiamo accesso ai canali satellitari per i turisti. Siamo gli unici a conoscere ciò che accade nel mondo. Ma il nostro comportamento è seguito attentamente dagli organi governativi. Solo pochi di noi possono accedere alle spiagge famose di Cuba. Solo i fidatissimi possono avere contatti con i turisti. Internet è lenta, criptata, inutilizzabile.
    -“ Daiana, ancora una domanda..accetti tutto questo?”-

    -“A differenza di altri, so distinguere cosa posso accettare e no.”- Sento un tono d’orgoglio personale, in questa affermazione. Il trillo del suo cellulare governativo, rarità, me la ruba.
    Cuba luglio 2010

  • 11 marzo 2012 alle ore 8:46
    Gli aquiloni

    Come comincia: Ricordo quella cicatrice sulla tua fronte. Un verme pallido, che veniva giù, perpendicolare alla radice del naso, infrangendo le rughe orizzontali, vere onde, fatte dai tuoi pensieri, mi dicevi. Quando mi tenevi in braccio, padre, ne toccavo la dura consistenza. Mi piaceva quel racconto di te, bambino, che t’eri illuso di far alzare in volo un aquilone, nel corridoio di una vecchia e buia casa di via Assarotti. Ne avvertivo l’epos dell’avventura spietata dei bimbi. L’infrangersi della porta vetrata, nel tuo incauto tentativo. A te ho pensato, da grande, alla tua cicatrice sulla fronte, quando ho incontrato gli aquiloni. Nella mia adolescenza postbellica, a Genova, non ne avevo visti, neanche ai compagni ricchi di via Crocco. Solo da adulto, un autunno di Berlino, in un tramonto di fosche nubi, coriandoli colorati, altissimi, flottanti nel vento, anelavano di oltrepassare un muro invalicabile. Ero a est, una landa povera e spenta che guardava, con meraviglia, le luci sfolgoranti di un mondo libero, aldilà del filo spinato. Sulla deserta piazza Tienanmen, tra lo sguardo amimico delle guardie rosse, in una notte di pece, lanterne di favole antiche, portate da un vento di libertà, volavano alte, in un silenzio duro a sentirsi. Ai bordi delle favelas di Baìa, ragazzi nudi, dalle carni crostose, avevano piedi scalzi, tra lame di vetri di una discarica; davano strappi rabbiosi ad aquiloni ruggenti nel vento dell’oceano. Sento ancora le loro grida, nella lotta impari. Ne acquistai uno, da un cinese, anni fa, su di una spiaggia del nostro litorale. Andava montato e fatto volare. E’ rimasto nella vecchia casa, al trasloco. E’ mai consentito, a un vecchio della mia età, di far volare un aquilone, senza suscitar scalpore? Non credo.

  • 14 gennaio 2012 alle ore 8:50
    Quando la memoria...

    Come comincia: ..” come accade solitamente alla memoria di certe persone anziane che, essendo sul punto di perderla definitivamente, ricordano con maggior chiarezza un pomeriggio della loro infanzia piuttosto che eventi di poche ore addietro.” JAVIER CERCAS
    La riflessione di Cercas ribadisce un concetto fisiologico già noto. Da buon anziano, mi stupiscono, in verità, la qualità, il luogo e il tempo di ciò che la nostra mente ha deciso di salvare nella categoria ricordi. Perché quel giorno e non quello successivo? O meglio, perché quella manciata di attimi e non l’intera sequenza. Chi ha deciso per noi, per la salvezza di quei fotogrammi, correlati da fini particolari sensoriali? Quale magia incartò per sempre, come fossero un dono prezioso, da conservare, frammenti di una giornata qualsiasi, o particolari di un oggetto? Una biblioteca sconvolta dalle regole dell’ordine e della coerenza, il locus della nostra memoria. Si sovrappongono a caso immagini, suoni, profumi, sentori, oggetti, volti, luci. Provo a entrarci e a estrarre a caso:
      Farò stupire gli psicologi, ma io ricordo perfettamente, in forma, consistenza, profumo e sapore, il mio unico ciucciotto di gomma, perché credo di averne posseduto uno solo, abbastanza per quei tempi di guerra. Se il ricordo permane con chiarezza, forse è dovuto al fatto che mi fu ignobilmente sottratto, a forza, il primo giorno di scuola!
      Il fiato di nonno Angelo, nel cui letto mi rifugiavo, per farmi raccontare le favole, nelle fredde e lunghe sere del dopoguerra. Una nuvola odorosa, aspra, che faceva da sfondo alle atmosfere fatate in cui m’immergevo. Lo sfavillio dell’oro della montatura dei suoi occhiali, mi abbagliava, riflettendo la luce della lampada del comodino.
    Il profumo della viola, quel pomeriggio di primavera, sul pendio erboso, antistante Villa Adela. Zia Maria mi creò, sotto una foglia di faggio, il miracolo della viola. C’è ancora in me, quel profumo unico di quel giorno, mai più ritrovato nelle viole di serra.
      La catenina d’argento, al collo di un ufficiale tedesco delle SS, che mi sta tenendo in braccio. Vedo la catenina, ma non il suo volto. Quale preferenza di bimbo! Mi resta la sensazione della sua presa forte sul mio corpo.
      Il fragore delle bombe sul ponte dello Scrivia; la vetrata delle scale vola in frammenti su di noi.
      L’odore del cerino acceso da nonna Olga, nel buio rifugio, di Via Rodi, durante i bombardamenti di Genova.
      Quel ragazzo, che corre su per il viale di Villa Adela, verso mia madre: “ Hanno arrestato suo marito, dicono che è stato il gerarca fascista di Genova.”  L’urlo di mamma.
      Il secchio con il mestolo di rame, appeso al muro, nella cucina dei fattori di Volpedo. L’uso parsimonioso dell’acqua.
    Il tavolo della cucina, nero di migliaia di mosche. Papà che le scaccia fuori dalla finestra con un tovagliolo.
      Il materasso con foglie di granturco: suoni rasposi e precari.
      L’uccellino ferito a sassate, nella mano del contadino che me lo mostra.
    La foglia, a ventaglio, della vite, punteggiata di verderame. La carta mancava e il mio sedere ricorda quel bruciore, per l’uso improprio che se ne faceva.
      Lo sfebbrare a notte alta, in un bagno di sudore freddo. Il piacere dei panni asciutti e odorosi di bucato sulla pelle. La voce di mamma, rassicurante.
      L’infermiera mi lega, dopo avermi fatto sedere ai bordi di un tavolo, due pesi di ferro alle caviglie. “ Così non ci prenderai a calci.” Il batuffolo di cloroformio sulla bocca. “ Respira, respira” mi ordina, ma io sto soffocando. Vedo cerchi colorati e i miei muscoli scoppiano nella difesa vana. Al risveglio, il sangue mi cola dalla bocca in un catino per terra.  “Le tue tonsille, le vedi?” La stessa voce.
    Forse, a ben ripensarci gli anziani non sono colti da imbecillità col tempo. La loro ostinazione a non voler trattenere altri ricordi si spiega nella certezza che questi non potranno più servire nel loro breve futuro.

  • 10 gennaio 2012 alle ore 16:22
    Risveglio a Villa Adela. Anno 1945

    Come comincia: A Villa Adela, la cucina, la grande cucina di un tempo, era il crogiuolo di una vita famigliare, fatta di nonni, zii, nipoti, cugini. Di mattina, l’incontro di corpi, di sentimenti. Ansie, preoccupazioni, dolori, piaceri esauditi, scrivevano, sui volti, grafiti decifrabili dalla sensibilità traboccante di noi bimbi. L’odore del latte bollito, grasso, untuoso, aveva salito, già da solo, la prima rampa di scale, trovandoci ancora al caldo delle coperte. L’aspro profumo dell’orzo ci attendeva al varcare della soglia della cucina. Chi entrava già lavato, sapeva di sapone di Marsiglia. Solo a festa si trovavano, sulla madia, i biscotti di nonna Amina. Il primo morso, rubato di fretta, fondeva, nell’abbondante saliva dell’appetito mattutino. Quando papà giungeva tra noi, da militare, la cucina era sede di uno spettacolo singolare, nuovo e atteso da noi bimbi. Papà scendeva a radersi sul grande tavolo di noce della cucina. Vestaglia di seta, necessaire di pelle, magica scatola, da cui uscivano oggetti meravigliosi, luccicanti. Primo fra tutti, un marchingegno di estrema modernità, per quei tempi, il rasoio da viaggio Gillette: tre pezzi da montare a vite che racchiudevano la preziosa lametta omonima. Gli anziani di casa, quelli del rasoio, per intenderci, stavano a dovuta distanza, sfoggiando un tenue sorriso. Poi papà estraeva altri pezzi, deponendoli sul legno rugoso. L’argento delle ricche decorazioni lasciava intravedere un pennello, una vaschetta di sapone solido, profumatissimo, un pettine e una spazzola. Noi bimbi si stava col mento appoggiato al bordo della tavola, occhi sgranati. Lui assorto e consapevole della sua funzione di attore iniziava l’insaponatura del volto. Un lento andare e ritornare del pennello , dai peli di tasso, sul volto aspro di papà. L’attento togliere della mano sinistra bave di spuma, andate fuori posto. Chi riusciva a rubare un po’ di quella panna dalla vaschetta, era destinato a un piacere voluttuoso, nel sentirne la scivolosa consistenza tra le dita. Poi, il passare della Gillette sul volto: un esercizio da funambolo. Lame affilatissime vagavano per i muscoli del volto, che a tratti, con guizzi inattesi, cambiava espressione, per assecondare il passaggio di queste. A volte, il sorgere di una goccia di sangue era un momento di alto patos. L’inconsistenza della percezione dell’errore ci sgomentava. Bastava un sorriso, il suo, per placarci. Il volto riappariva, a tratti sempre più ampi, dalla schiuma, sino a presentarsi quasi levigato, nuovo. Era il passaggio delle mani di papà, quasi una carezza a darcene conferma. Gli spruzzi di Lavanda Col di Nava, con la “pompetta di gomma”, chiudevano profumatamente lo spettacolo, coinvolgendoci in un’aura di primavera.

  • 21 dicembre 2011 alle ore 13:15
    Partendo da Bahia

    Come comincia: Dovunque tu sia, il partire, il lasciare, il perdere ti mette sgomento. Forse il distacco dal tuo, sia pur momentaneo, rifugio, a cui devi la sopravvivenza biologica del momento. Forse il timore del tempo ignoto che ti sta davanti e ti cela un sicuro ritorno. "C´é una porta che non riapriró...uno specchio in cui non mi vedró.." mi tornano questi versi di Borges che condivido nel loro tragico annuncio. Cosa lascio tra poche ore, rientrando in Italia? Un cielo azzurro contornato da nuvole sorprendentemente candide alfine di un rovescio improvviso, fatto di rivoli incerti, di odori salmastri di fogne. Suoni di percussioni africane che sbucano da vicoli colorati dall´arcobaleno. Uno sciamare distratto e sbracato di turisti ansiosi di vedere e di non capire. Lascio il volto di Davide, bambino di strada, magrissimo sino alle ossa, un cespuglio di capelli crespi, impastati di sporco e di acqua ossigenata; occhi adulti, profondi, dolenti. Il suo non chiedere soldi, portandoti a comprare un pacco di biscotti per i suoi. Il suo modo di lasciarti, con un disattento saluto, quando gli hai dato quel che voleva. Il suo futuro, la sua etá a rischio. Lascio il mosaico di colori vivi di queste case disfatte dal tempo, i viola, i rosa, il turchino, il verde bandiera. Assurdi altrove, ma intonati qui. Lascio le onde immense e fragorose dell´oceano, domate da ragazzi impavidi su tavole di legno. Lascio un caffé appena iniziato sotto un´ombrellone ,ad Itapuá, mentre all´orizzonte si profila l´imbuto nero del tornado. Lascio il mio posto vuoto sulla sedia della scultura raffigurante Vinicius De Moraes seduto ad un tavolino, in tua attesa. Lascio volti bellissimi di uomini, donne e bambini. Lascio volti bruttissimi di uomini, donne e bambini. Lascio il suono del canto brasiliano a sera tra le note di una chitarra, mentre i sorsi di capirina ti bruciano dentro. Lascio costumi fantasiosi e opulenti di bahiane che si danno al tuo obiettivo. Lascio sapori di erbe e aromi sconosciuti su braci di carne e di pesce. Lascio una notte che non si spegne nei suoni, nelle luci e nel mio ricordo. Partendo da Salvador 18 agosto 07 . h 14,45 .

  • 17 dicembre 2011 alle ore 20:30
    Ein vorurteil o il pregiudizio

    Come comincia: Albert Einstein è seduto su di uno scoglio. E’ un masso calcareo, bianco, levigato dal mare. La posizione di Einstein è insicura, con la mano destra trattiene il peso del corpo. Indossa calzoncini corti a mezza coscia, scuri. Gambe magre, agili, piccoli piedi in gentili sandali bianchi. Una polo chiara, lo scollo è ampio, slabbrato dall’uso. Una raggiera di capelli bianchi mossi dal vento che gli giunge alle spalle. Ne intuisco la direzione dalla superficie del mare dietro di lui con piccole onde nervose, frequenti. Il volto è serio, ma c’è un accenno di sorriso tra i baffi scuri.
    Una baia, forse un lago. Solo due piccole barche all’ancora. Non si scorgono persone, neanche sulla sponda opposta. Una posa per una foto di famiglia o, dato il posto, una fuga d’amore, gli anni non contano. Comunque l’operatore deve essere femmina: Einstein sembra qui voler dare il meglio di sé!
    A grossi caratteri verdi su uno sfondo azzurro una sua frase: ‘Es ist schwierriger ein vorurteil als ein atom zu zeratoren’. (E’ più difficile infrangere un pregiudizio piuttosto che un atomo). Sul retro della cartolina la calligrafia di mia nipote Sara: “Se passi da Vienna per il congresso, telefonami.”
    In una fredda sera d’aprile, in una Vienna avvolta da una bufera di neve, attendo Sara  alla Clinica della Birra. Tavoli di legno, spazi angusti contesi da mucchi di cappotti appesi, ragazzi, ragazze, voci, risate, luci, odori. Sara entra con i suoi ventiquattro anni, punteggiata di neve. Mi individua subito. Sono l’unico avventore solitario. Devo avere un aspetto frastornato.
    “Coraggio zio, arrivano i rinforzi!”
    Stento a vederla come donna, come un cervellone di fisica che vive tra cervelloni alla corte di un aspirante al Nobel. Prevale la sua immagine di bambina che gioca con altri bambini, i miei figli, su di una assolata spiaggia di Calabria.
    Un’immensa milanese, la cotoletta viennese, si intreccia a parole e a birra opaca e ghiacciata
    -“Il VORURTEIL: il pregiudizo, qui come và? È veramente così dura come asserisce il tuo vate?”- le chiedo mentre saluta un biondo collega al tavolo vicino.
    “Zio, ricordi cosa dicevi a noi ragazzi? Per cambiare un pregiudizio si dovrebbe intervenire con maschera e fiamma ossidrica, come se si trattasse di ingranaggi di ferro!”
    “ Ma dimmi, qual è la  posizione politica degli studenti, sono di sinistra?”, le chiedo mentre un canto duro e scandito prende il sopravvento.
    “Appartengono quasi tutti ad associazioni di destra, anche se poi manifestano in piazza quasi ogni giorno.”, mi risponde.
    “Ma non ti sembra un’incongruenza?”- urlo, per superare il canto fattosi sempre più intenso
    “Sì, certo. Ma non circolano tra di noi pensieri chiari. Si ha la sensazione che si voglia celare qualcosa”; oramai urliamo entrambi per farci sentire.
    “Il VORURTEIL!”, le rammento. Lei mi sorride e tace.
    All’uscita Sara mi precede sul marciapiede di fronte. Continua a nevicare.
    “Stai fermo sulla porta che ti immortalo.”
    Un autobus di linea si è fermato alla mia destra. Il conducente ci guarda con volto serio. Attende che si scatti la foto per ripartire! Mi sento arrossire. I passeggeri dell’autobus ci osservano impassibili.  I secondi si allungano. Il flash mi viene in soccorso e il moto riprende

  • 21 novembre 2011 alle ore 18:45
    Splendido Iran

    Come comincia: Sono appena rientrato da un viaggio in Iran . Sono uscito da un sogno, tra le pagine de “Le mille e una notte”, o sono riemerso da un incubo, da una sensazione di oppressione indicibile per noi occidentali ? Sogno ed incubo si alimentano ad una medesima fonte fantastica, che a volte cela la realtà.
    Ad occhi chiusi, sul terrazzo di casa, in una fresca notte di agosto, mi riappare lo sguardo profondo, tigresco di Khomeini. La sua effige è stata il motivo conduttore del mio viaggio: un volto sciamanico, non affatto indulgente, a tratti tremendo. Lo scorgi dovunque tu vada: aeroporti, alberghi, uffici. Ti colpisce dai manifesti stradali, dagli schermi televisivi, dalla carta moneta che maneggi. L’Homa Hotel di Shiraz, un grattacielo di quaranta piani, gli dedica l’intera facciata, a metà condivisa con il suo successore Khamenei, attualmente al potere religioso. Sotto il ritratto , una scritta: “Obedience to Imam Khomeini”  .
    Attendendo la consegna della chiave nella vastissima hall, in stile occidentale, mi colpisce una scritta a grandi lettere dorate, che a mo’ di stendardo attraversa  l’entrata: “Down with U.S.A.” (abbasso gli U.S.A.). Il cameriere mi ha appena servito una freddissima “PIPI”, una copia perfetta della Coca-Cola. Mi invita in inglese a pagarlo in dollari!
    Shara, la nostra guida, è un’iraniana di ventisette anni, longilinea sotto la veste nera, monacale. Il chador le incornicia il volto olivastro. I capelli sono pudicamente celati per legge islamica. Solo occhi e labbra scure, dense. Molte sue frasi riportano il termine”rivoluzione islamica”. Sicuramente è un’integralista, ma non lo confessa. Mi descrive a sera, sdraiata su di un rosso cuscino damascato, i bombardamenti missilistici  su Theran da parte degli iracheni, con l’aiuto bellico americano :-“ Catastrofi non annunziate, silenziose, quasi magiche. Nel turbinio di  vita di una città di nove milioni di abitanti, la casualità di un missile cancella in pochi secondi alcuni edifici, lasciando cadaveri e feriti. Subito dopo o si continua a vivere come se nulla fosse accaduto o si cede al terrore e si diventa talpe in oscuri cunicoli.”
    Shara sin dal mattino è attentissima all’abbigliamento delle donne del nostro gruppo: chador a coprire i capelli, vestito lungo sino ai  piedi e,nei momenti religiosi, un soprabito scuro, offerto dai guardiani.  Per due volte il nostro pulman è stato fermato: un attento passante aveva scorto attraverso i cristalli un ciuffo di chioma, il candore di un collo. La denunzia, l’intercettazione  del mezzo, il salire a bordo di una poliziotta che ci imponeva un maggior riguardo alle leggi islamiche, altrimenti  “ tutti alla stazione di polizia”.
    L’Iran è un immenso deserto, posto su un vasto altopiano roccioso. Le verdi oasi sono le sue città. Si viaggia per ore tra camions monumentali, intrecciando sorpassi azzardati in assenza di un codice stradale. L’aria condizionata diviene ben presto insufficiente, dato anche la vetustà degli impianti. Il cristallo del finestrino è una griglia a raggi infrarossi. L’acqua riacquista una sua essenzialità per noi smarrita da tempo. Scende giù bollente,insapore ma necessaria.
    L’Iran scolastico di Ciro e di Dario lo incontri a Pasagard, a Persepoli. Stupisci di fronte a stili che culturalmente non ti appartengono. Intrecci sulla polvere i tuoi passi con quelli dei Babilonesi, degli Assiri. Il tempo sembra contrarsi e prenderti in una morsa spazio-temporale. Il tuo piede sale la scala che ha sentito la pressione del piede di Dario e Alessandro. E’ un momento di stupore psichico. Ti perdi nel sole rovente dei 45° in un vaneggiare di storia che non ricordi più. Una bevanda ghiacciatissima e carissima ti riporta alla realtà.
    Le moschee sono esplosioni policrome. L’oro abbonda. Sembra che un computer impazzito abbia elaborato tutti gli intrecci possibili di linee e colori. Folla, vasta, indomabile; voci, suoni, urla, pianti, lamenti, sentori, afrori, profumi, aromi. Scarpe lasciate a mucchi all’entrata. Il piacere del piede su tappeti morbidissimi e di fine fattura. Un vecchio singhiozza all’entrata, altri sono prostrati in preghiera. Alcune donne si aggrappano urlando ad un sarcofago d’argento. Altri più in là, dormono stesi, incuranti.
    Fuori nel folto giardino sacro, tre tombe. Fotografie di ragazzi. Sulla lapide è raffigurato un mitra. Sono i Pasdaran, autori di stragi in occidente. Qui sono eroi nazionali e santi. C’è calca per toccare, sfiorare la lapide.
    I bazar sono densi di oggetti e di tipi umani: le razze sembrano chiamarsi ad un appuntamento. Azerbagiani, armeni, pachistani, mongoli. Mi sorprendono donne velate con il volto coperto da una mascherina nera a becco d’uccello. Scendiamo in una sala da thè: il clima è quello di un romanzo di avventure ottocentesco. Tappeti e cuscini morbidissimi,  colorati narghilé dal fumo denso e profumato. Un flauto ritma un motivo irraggiungibile. Volti muti nella penombra di loculi scavati nella roccia. Un biondo thè ti ristora in cristalli finissimi. I pasticcini racchiudono datteri cremosi.
    Bham,  una cittadina sormontata da un forte. Sorge nel deserto, ed è costruita con mattoni cotti al sole. Tranne una corona di verdi palme, predomina il colore della sabbia su tutto. Le ringhiere di ferro sono intoccabili, sembrano incandescenti. Ad una inattesa fontana immergiamo teste e cappelli. Anche Shara ha caldo e si bagna il viso, scostando per un attimo il chador.
    -“ Shara hai capelli bellissimi, di un nero corvino”.- Mi sorprendo a dirle. La sento irritata. Solo adesso comprendo di aver infranto la sua intimità.
    Ad Isfhaan, la sera dell’addio, nella piazza della Moschea dell’Iman, cara a Pasolini, la luna è di scena. L’oro delle cupole e dei minareti riflette una luce lattea sul prato antistante. Intere famiglie sono venute ad un bivacco notturno come nomadi del deserto. Cucinano sull’erba, mangiano sdraiati, discorrono animatamente. I bimbi si rincorrono. Un flauto emette note rauche.
    Guardo questa gente vivere in un modo antico. Per un attimo dubito sulle mie certezze di occidentale.
     
    Raineri Lucio Paolo (  da un viaggio dell’agosto 97)

  • 21 novembre 2011 alle ore 18:38
    Una sera a Chernobyl

    Come comincia: E’ un tramonto diverso. L’orizzonte brucia: i colori dello spettro del rosso ci sono tutti, ma sembrano vibrare, sono suoni dipinti. Sullo stradone, in mezzo ai campi, avanza un carro agricolo trainato da un cavallo. Un gruppo di ragazze ucraine siede sui bordi. Sento le loro risate. I biondi capelli sono macchie d’oro nel crepuscolo. Alla guida del carro un ragazzo con un cappello a larghe falde. Sembra distratto dalle ragazze e sento la sua voce sovrastare le risa. Ai confini del tramonto, a meno di quaranta chilometri c’è Chernobyl. Mi indicano la direzione, ma ne avverto ugualmente la presenza. Sotto un pergolato, il pope ortodosso e sua moglie, in abito lungo da sera, hanno imbandito per noi una cena campestre. Contadine, che sembrano uscite dalle pagine di un romanzo russo, con il capo coperto da colorati fazzoletti, portano vivande e timidi sorrisi. Verdure crude, caviale rosso, minestra di rape, il bosch ucraino, pollo alla Kiev, gnocchi, i vareniki, ripieni di mirtilli, cotti al vapore e conditi con panna acida. Non manca la gorilka al pepe, la vodka ucraina. Sulla soglia della chiesa dalle cupole d’oro, alla discesa dal Bus, ci avevano offerto bocconi di una pagnotta scura, intinti in una scodella di sale. Il pope, quasi un fante di cuori, con tiara turchina a coprire lunghi e candidi capelli, cesellati con grazia femminile, ci bacia e ci abbraccia. Volti di contadini, dai ciuffi biondi in disordine, vestiti da clerici, con lunghe sottane rammendate e sfilacciate. Ci osservano muti. Pareti di icone dorate su mura di calce che avevano conosciuto il fuoco dei bolscevichi. Il sapore di quel pane si perde in questa tavola dalla finta abbondanza. Un organetto fa sentire il suo suono nella sera. Una ragazza mi porge un foglio scritto a macchina e mi indica un nome:”Cetara”. -“Il figlio è stato vostro ospite in Italia”- mi dice, con una punta di orgoglio, la guida locale. Ora le ragazze intrecciano danze e canti popolari davanti alla nostra tavolata. -“Una di loro, non le dirò quale, non supererà l’anno a causa delle radiazioni”- Cerco di indovinare i segni della malattia in quei volti sorridenti. Ma invano. Penso alla centrale nucleare che nel silenzio della notte continua ad emettere radiazioni. . Forse per innumerevoli anni ancora. Il rimedio non c’è. -“ Non perdoniamo al governo il ritardo criminale dell’allarme dato dopo sei giorni.”- Mi confessa un’alta e prosperosa traduttrice. Ma tralascio di farle notare che l’ordine di chiudersi in casa e non uscire, arrivato alfine, era ben modesta cosa. Ma l’autorità centrale, in piena crisi, aveva elaborato in seguito, un ordine meno scientifico, ma più produttivo: per tre anni furono vietati in strada gruppi superiori alle tre persone, pena l’arresto. Nessuna osservanza su cibi e bevande. Solo un anello di trenta chilometri di deserto, blando,scientificamente insufficiente, ma utile ad arginare angosce e timori.. Ora la moglie del pope intona un canto ucraino. –“Ha studiato al conservatorio.” Mi dice in un orecchio il marito guardando compiaciuto la propria donna. In seguito strapperà ovazioni ed applausi da tutti noi con “ O sole mio” in perfetto italiano e con una sensualità di toni affatto clericale. -“ In cinque anni 1271 bambini operati di cancro alla tiroide. Sei bambini su dieci alla nascita non hanno anticorpi. Settecentomila casi di tubercolosi. Mezzo milione di morti all’anno. Una vita media di 57 anni per l’uomo e di 59 per la donna.-“ mi confida Maxim Mauritson, un prete svedese della chiesa ortodossa bizantina che da sei anni vive la tragedia di questa gente. La rabbia glia ha disegnato il volto e il tono della voce. –“ Ma è solo apparenza, dentro sono calmo.”- Mi vuole rassicurare. “-Ora la paura è passata, si fa festa e la povertà di questo paese elabora espedienti per sopravvivere: circa quattrocento associazioni cercano di accaparrasi l’affare “Bambini di Chernobyl”,rivendendo vacanze pagate da voi occidentali”…- continua ad inseguire con il cucchiaio una goccia di minestra sul fondo del piatto, una fame insaziabile. Più tardi divorerà il dolce con una grossa fetta di pane. Andiamo via nel buio di una notte senza luna. Solo stelle, qualche candela e occhi e sorrisi. La vodka sopisce per ora le nostre angosce.

  • 14 aprile 2011 alle ore 7:50
    Il letto di villa Adela

    Come comincia:  “ Qualche volta mi vien voglia di infilarmi sotto le coperte, fra loro due ( i genitori) come quando ero piccola.
    Ma non si può più.”
    da L'AMANTE di A.B Yehoshua

    I momenti magici della nostra infanzia, indimenticabili, dopo una vita trascorsa! Era una festa, a Villa Adela, quando papà tornava da militare. Lassù, in quella villa di collina, che dava sullo Scrivia, la sua venuta era un avvenimento travolgente. Si iniziava con il cigolare del grande cancello, giù in fondo al viale. Nonna, dal primo piano, urlava:-” Franca c'è Tullio!” Ed era un accorrere alla balaustra del giardino, per accertarsi.
    -” E' lui! Gli hanno dato il congedo! “ Gli si correva incontro, quasi a gara, a chi lo abbracciasse per primo. Un intreccio di suoni d'amore, di gioia. Un corale famigliare che si attardava a ripercorrere il viale, in salita, tra il ripetersi di abbracci e di baci. Io restavo in braccio a lui, in quel percorso. Ero a pochi centimetri dal suo volto, rasato di fresco, al profumo di Lavanda Col di Nava. La brillantina era un fantasioso luccicare dei suoi capelli. Ma ciò che mi colpiva del suo vestiario erano il cinturone con la pistola e gli stivali. Questi ultimi annunciavano, al momento di toglierli, un operazione del tutto complessa, ma esaltante. Veniva aperto un marchingegno di legno, “il tirastivali”, con cui papà si liberava, in un attimo, dalla stretta di quegli accessori di pelle nera.  Provavo sempre una certa delusione visiva, nel vederlo uscire dalla camera da letto, in vestiti borghesi.  Io lo seguivo col mio “moschetto del Duce”, un arma inseparabile, nella fantasia dei miei giochi. Ricordo che in Villa Adela, sopraggiungeva, dopo i primi momenti d'incontro, l'imbarazzo del nuovo venuto, come se la lontananza, reciproca, avesse cambiato le lancette delle intese interpersonali. Ma nonna Amina pensava lei, in cucina, a rifondere umori, preparando tagliatelle all'uovo, in pochi minuti, tra uno spolverio di farina. A sera, e qui mi ha condotto, in un richiamo pindarico, il passo di Yehoshua, si andava a letto, nel lettone grande, su al primo piano, tutti e tre, papà, mamma e me. Io chiedevo perentoriamente di stare in mezzo a loro. Mi sentivo protetto. Ricordo ancora quella sensazione, anche perché, più di una volta, dormendo all'esterno, ero caduto dal letto, che era in ferro battuto e di altezza considerevole. La stanza, fredda, freddissima, tanto che al mattino, al risveglio, andavo a staccare piccole stalattiti di ghiaccio, interne alle finestre e spezzavo la tenue lastra, in cui si era trasformata l'acqua del catino della toeletta. Il calore dei loro corpi, l'aiuto della bottiglia, riempita con cura da papà, con acqua calda e un ferro da calza, perché non si venasse, che ci si passava con i piedi, tra noi, dava il senso di una cuccia prenatale. Parlavano tra loro, lentamente, raccontandosi le loro vite diverse e lontane. Papà accendeva una sigaretta  e ne intravvedevo la brace che illuminava parte del suo volto.
    -” Dormi, ora, e zitto”- Era il comando iniziale. Io chiudevo gli occhi e cercavo il sonno , che non veniva. Ero convinto di saper recitare, per loro, la mimica del sonno.
    “Dorme ?”- Chiedeva papà, con insistenza, più volte, a mamma.
    “ No, sta con gli occhi chiusi e finge.”
    Mi stupiva questa capacità di mamma di sapermi scoprire nel mio inganno, in piena oscurità, e un poco mi addolorava quell'accusa di finzione.
    Alla mattina, svegliandomi al lato esterno di mamma e non più tra loro, provavo un senso profondo e inspiegabile di inganno, ricevuto durante il mio sonno, che mi aveva colto inavvertitamente. Un vero, inspiegabile, miserevole, inganno.

    l.pr.

  • 16 febbraio 2011 alle ore 6:50
    Volpedo 1945

    Come comincia: Volpedo - 1942. Mi restano solo visioni infantili, brandelli di memoria. Lo stupore, ad un Congresso, a tavola, a sera, di tre giovani colleghi di Volpedo, a cui racconto frammenti di un quadro, per loro,inusitato.  “ Si va ospiti di un mio impiegato, in una campagna di Volpedo”- Le parole di papà, accendono allegria ed ansia per il viaggio. Al nostro arrivo, la piazza della stazione: solo buoi e carri agricoli. Non ricordo auto.<br /> <br /> -“ E ora che si fa? Il tuo impiegato ti aveva promesso di venirci a prendere con i buoi. Adesso, che si fa con queste valige?” La voce di mamma. Ricordo, ancora, la sua irritazione.<br /> <br /> -“ Eccolo! E’ là che viene.”- Papà la rassicura.  Il carro agricolo trainato da una coppia di buoi bianchi. Mi fanno sedere su di una valigia. Il giovane impiegato, baffi e brillantina profumata. Ossequioso con mamma, giovane. Loro, i grandi, restano con le gambe a penzoloni dal carro. Ridono, parlano a voce alta . Io non ricordo altro che il gioco dei posteriori  dei due buoi, all’altezza dei miei occhi.. Il loro pesante movimento. La coda untuosa di sterco, si alza lentamente a scoprire un rosso sfintere. Gli occhi mi escono dalle orbite: lentamente lo sfintere s’apre e avanza una massa melmosa, scura, dall’odore acre. –“ Attento!”- Un plaff sull’asta del carro, fa scoppiare schizzi di liquame. Che spettacolo, per un bimbo di 4 anni! Si sale su per la collina, tra campi coltivati. Il carro è quasi fermo per lo sforzo dei buoi. “Valà  Moro!”La voce dell’impiegato di papà si accompagna, sicura, ad un bastone, che pungola, sul didietro, il bue. Nugoli di mosche negli occhi, la grossa lingua rossa fa evoluzioni attorno alla bocca dell’animale. Papà scende e coglie una mela dall’albero. –“ No, dottore, non lo si può fare,qui”.-<br /> <br /> All’arrivo, alla masseria, le donne sono scalze. Hanno croste ai piedi. Il tavolo della cucina, vasto, ha una superficie nera, fluttuante. Sono migliaia di mosche, che vivono dei resti della colazione. Il padre dell’impiegato di papà è enorme, grigio ed emana uno strano odore .Mi guarda con curiosità. Il peso delle sue mani sulla mia testa. Mi resta questo suono misterioso del suo nome: Didòlar! Un secchio d’acqua è appeso all’entrata della cucina. Un mestolo di rame è il bicchiere per chi ha sete. La cena vede le donne assenti. Restano in cucina, accanto al camino infuocato. Parlano sottovoce. Didòlar prende il fiasco di vino e ne versa fiotti nella minestra. Quando ride, batte il pugno sul legno del tavolo. I bicchieri traboccano spruzzi. Che strano odore su tutto. L’impiegato di papà sembra prendere le distanze da loro, i suoi genitori. Non è più contadino, lui. A sera, estrae la fisarmonica da una custodia di pelle nera e suona. Le ragazze escono dalla cucina. Il motivo da allegria. Ricordo quel suo sorriso, tra i baffi neri. Le ragazze lo guardano con ammirazione, ridendo tra loro. Volano parole gioiose. Lui le fissa negli occhi, una ad una.<br /> <br /> Tornammo l’anno dopo, per fare le condoglianze, per la sua morte. Una morte giovane. -“ Troppe donne, a Genova.”- diceva mamma. Il pranzo dopo il funerale. Solo uomini. Vino a fiumi nel sugo rosso degli agnolotti. Arrosti fumanti, strappati con mani unte. Il padre, Didolar, che invita il postino di passaggio, a sedersi. La borsa enorme di posta, sotto il tavolo. Un brindisi fragoroso alla morte. Le donne, nere di costume, sono una macchia in fondo alla cucina. Piangono in un suono lamentoso. Quello strano odore su tutto. A tavola un vociare, non mesto, quasi allegro. Forse è il vino.  In una notte senza luna, un cerchio di ombre, sedute a terra, attorno ad un cumulo di  pannocchie. Lo strappo delle foglie secche fa brillare il giallo del frutto, oramai denudato.<br /> <br /> -“ Spegni quella lampada tascabile, non è bene la luce. C’è stato un morto!”- Qualcuno mi sgrida. Poi Un bagliore di fulmini. Tutti fuggono. Il letto immenso. Il rumore delle foglie secche di granturco sotto i corpi. La finestra che si spalanca improvvisamente: la tempesta entra nella camera. – “Tullio, chiudi, chiudi!”- La voce di mamma. Il sonno, in seguito, avrebbe avvolto i miei ricordi, per sempre.<br /> <br /> .<br />

  • 06 ottobre 2008
    Nordisti e Sudisti

    Come comincia: Avevo cinque anni e vivevo con la mia famiglia in una grande villa ottocentesca , in cima ad una collina boscosa , alla periferia di Serravalle Scrivia. Si era fuggiti precipitosamente, una mattina, da Genova dopo un bombardamento. Ricordo i lampi di luce nel buio del rifugio, l’odore del fiammifero che si spegne, acuto per le narici di un bimbo. Papà che non scendeva giù con noi ,ma restava sulla porta tra le implorazioni di mia mamma e di sua madre, nonna Olga. Vetri che s’infrangevano improvvisamente lasciando la visione di sacchi pieni di terra, messi li per proteggere. Nonna Olga aveva una boccettina di colonia che si premurava di porre sotto il naso delle persone più deboli che sembravano avere un deliquio per lo spavento. Ricordo i suoi merletti che le cingevano il collo. Per noi bimbi aveva una scatolina con mentine colorate: -“Una”-. Era un invito ed un comando parsimonioso. Ma quel sapore, nel ricordo, mi cancella le paure che devo aver provato. A Villa Adela, questo era il suo nome, arrivarono i genitori di mio padre, genovese lui, romana, lei e i genitori di mia madre, tutti “meridionali”: nonno magistrato, nativo di Noto, nonna Amina, di Melfi ( mi raccontava spesso di aver vissuto bambina il terremoto di quella località: i cavalli imbizzarriti, fuggivano dalle stalle ed erano il pericolo preponderante per chi usciva in strada). Villa Adela divenne ben presto un campo di battaglia tra nordisti e sudisti. Imparai a cinque anni che l’Italia era divisa in due fazioni, i nordisti che “ abitavano a Genova e un po’ più su” e i sudisti che comprendevano il territorio a “sud di dove era nata Nonna Olga, Roma (!)” . I nordisti si potevano chiamare genericamente tutti quanti “milanesi” in qualunque città del nord abitassero e i sudisti si fregiavano dell’appellativo di “napoletani”, anche se nonno Angelo insisteva che la sua Sicilia non aveva niente a che vedere con Napoli. Le tensioni famigliari si evidenziarono ben presto nella conquista dell’unico gabinetto. Un ricettacolo molto angusto, sospeso esternamente al secondo piano. Ricordo la lastra di marmo con un buco circolare che mi incuteva paura, in quanto temevo che mi risucchiasse sino al pozzo nero. L’uso comune della grande cucina, l’approvvigionamento dell’acqua che andava fatto quotidianamente, pompando l’acqua dal pozzo dell’orto sino alla cisterna della casa fu causa di veri scontri. Devo confessare che la squadra meridionale vinse sempre queste tenzoni. Ricordo gli urli di nonna Amina che si strappava i suoi capelli (perché mai?) e le ciabatte di nonno Angelo, il magistrato, che volavano verso i "genovesi" costernati e timorosi. Quest’ultimi finirono assediati in una unica stanza dove si cucinarono per non frequentarci. Papà in guerra ,si tolse da posizioni imbarazzanti. Io con la sapienza inconsapevole di un bimbo di cinque anni, li guardavo e li ammiravo nelle loro differenze che sapevo ben riconoscere. Finivo per parteggiare ignobilmente per entrambe le fazioni a secondo dove mi trovassi e ne assorbivo le critiche reciproche che mi sono rimaste in mente negli anni. I “napoletani” mangiavano porzioni esorbitanti a tavola, mentre i “milanesi” erano uccellini, beccavano porzioni piccolissime ma igienicamente necessarie. I “napoletani” erano rumorosi: la villa si svegliava con le canzoni di mia madre e sua sorella maggiore, zia Maria, cantate a voce alta (la radio non c’era). Poi il “Bon,Bon,Bon”, note aspre e tuonanti,di nonno Angelo che avvisava le donne che stava scendendo dalla camera da letto ed esigeva il silenzio immediato e la loro attenzione assoluta verso i suoi bisogni mattutini. Il profumo di pulito e la quiete della camera nordica di nonna Olga. L’odore di colonia, la pelle di montone caldissima sul letto in cui mi rifugiavo nelle giornate freddissime. Gli oggetti fascinosi sul comò, regali del fratello,zio Errico, navigante sui Vapori dei signori: Rio de Janeiro, dipinta con ali fosforescenti di farfalle, bamboline spagnole, uova esotiche. Non ricordo nessuna unione o falsa pace neanche nelle festività. Poi un pomeriggio arrivò su per il viale una colonna motorizzata di soldati tedeschi e la villa dovette ospitare, con noi dentro, lo stato maggiore che occupò il piano terreno. I miei ricordi sulle due famiglie hanno termine quel giorno, perché il fascino di quei soldati mi prese ogni pensiero. E’ rimasta in me negli anni quella che io chiamo “la questione meridionale infantile” radicata nel suo insoluto quadro. L’aver vissuto una vita a sud da napoletano mi fa dire che la conoscenza è l’unica maniera per estirpare il pregiudizio, che nasce dall’ignoranza.

  • 15 luglio 2008
    La topolino amaranto

    Come comincia: No, la nostra era verde bottiglia. Se la ricordo! Un capitolo della mia infanzia. Precisiamo, Topolino, prima serie, mezze balestra, con capote… semiusata. Un impiegato di mio padre di nome Merlino, sì come il mago, tentò mio padre con questa proposta. Nel dopoguerra, un impiegato non si poteva permettere un’automobile, ma mio padre era un poeta e ogni tanto prendeva un frutto, appena più in alto, che non gli competeva. Fummo i primi in Via Acquarone, a Genova, ad avere la macchina, i primi a possedere la TV, i primi a viaggiare in Costa Azzurra. Ma sempre da famiglia di impiegato. Per cui ricordo gli affanni, le discussioni, i conti sul libro di casa, fatti da lui e mamma, a sera, sul tavolo di cucina. Per la Topolino consultammo anche nonna Amina, vedova, che aveva deposto i suoi risparmi in casa nostra, nel primo cassetto del comò. Ricordo il giorno dell’acquisto: tutti e quattro, papà, mamma, mia sorella Lilia e me, vestiti da domenica, entrare in questo garage della Genova di Ponente. La Topolino con a lato l’impiegato Merlino ci attendeva, lucida, supercromata, altro che semiusata! Terminato le pratiche di acquisto, prendemmo posto per la prima volta, noi ragazzi, in un’auto. Entrare in un razzo, avrebbe generato meno emozioni. Vedo ancora papà, mentre si mette lentamente i guanti di pelle di struzzo, ereditati da Zio Ninni. Ricordo ancora il suo gesto accurato, elegante, saggio nel dare l’ultimo risvolto al guanto per non turbare la candida camicia e lasciare scoperti i polsini d’oro. Un gesto da gran signore... Contatto! Rann, Raann, Raannn… il motorino dell’accensione girava a stento, subito tacque. Un meccanico spuntato dal buio ci tranquillizzò: -“Niente…è stata ferma... la batteria… metta la prima che spingiamo”- E partimmo, così a spinta, con mamma che ci lanciava sguardi dubbiosi. Non ci fu famigliare o amico, a cui facemmo vedere la nostra nuova auto, che non fu coinvolto nel darci una spinta al momento del commiato, anche alcuni vigili ai semafori, dopo che con un sussulto il motore s’ingolfava e si spegneva. Il lavaggio della Topolino era uno dei momenti più plateali del nostro nuovo acquisto, in Via Acquarone. Papà scendeva per strada, vicino alla fontanella, tirava fuori, seggiolini, tappetini, ingombrando il marciapiede. I vicini di casa muti, lo guardavano dai balconi, stupiti e sicuramente con una punta d’invidia. Io e i miei amici gli si faceva cerchio e a tratti, a suoi ordini precisi, gli si dava un aiuto. La Topolino ritornava ad essere nuova e non semiusata. Il tocco finale, l’apoteosi del tutto, era la verniciatura, in nero, delle gomme, che dovevano apparire, appena uscite di fabbrica. Poi papà, rimetteva via barattolini di varie vernici, creme lucidanti, argentina e cose varie. Risaliva in macchina e portava la macchina, al riparo, in garage. Tutto questo con estrema eleganza, come lui ben sapeva fare. Quante scampagnate in Liguria, quanti viaggetti nella ricca Costa Azzurra, dove a sera si andava a vedere i ricchi del Negresco di Nizza che cenavano all’aperto. Ricordo ancora quelle tavolate sontuose attorno a immensi flambé, che apparivano allo spegnersi della magica fiammata, immensamente gustosi ma inarrivabili. Non posso non ricordare la fallita gita a Portofino vetta. Il motore aveva i suoi anni e La Ruta, la salita che portava in cima, era temuta da noi tutti. Papà lanciava sul rettilineo di Recco la Topolino e affrontava i primi tornati. Noi si stava in silenzio. Ogni fremito del motore aveva una codificazione. La terza, come marcia era la prima a rinunciare. Con un colpo rapido per non perdere velocità il “Zag” della seconda. E questa era la più drammatica a tenersi, perché il tornante aveva una pendenza eccessiva e lo scendere alla sferragliante prima voleva dire surriscaldare il motore ed andare in ebollizione. E così avvenne quel giorno. “Guardate che posto incantevole, quanto verde e fiori. Per oggi ci fermiamo qua sul prato a fare colazione”- Mamma, oltremodo positiva ci aveva convinto. L’amenità del posto non chiedeva discussioni. Portammo sul prato coperte da stendere, la cesta del picnic, la ghiacciaia con le bevande. Mamma, giovanissima, allora, che chiamava mia sorella per cogliere fiori. Papà iniziava a sfogliare il giornale, godendosi il suono degli uccelli, numerosi fra gli abeti. Quando, improvvisamente scorgemmo un silenzioso corteo che stava dirigendosi, verso di noi. In testa quattro signori vestiti di nero reggevano una cassa da morto. Eravamo nel giardino antistante il cimitero di Recco!

  • 19 settembre 2007
    Io e la tigre

    Come comincia: Ricordo quella sera brumosa, fredda. Il castello, bianco dal recente restauro, sembrava finto. Come finti, quasi pupazzi, due enormi scozzesi in kilt, che suonavano cornamuse nell’androne. La luce della sala d’entrata penetrava nel buio del giardino. Le voci del gruppo, i flash delle macchine fotografiche.
    Il conte di Mansfield, vestito di scuro, ci attendeva sulla soglia. Dietro di lui, una schiera di cameriere dalla divisa nera con la cresta merlettata sui capelli, frenava risatine nei nostri confronti.
    Il sorriso bonario e accogliente, sotto i baffi, ampi e ritorti, del conte ci introduceva in un’ampia sala dal tetto a botte. Un enorme camino rischiarava la sala con l’aiuto di torce fumose alle pareti. Altre comparse scozzesi, in costume nazionale, suonavano cornamuse ai lati del fuoco. Una passamaneria rossa sospesa su pilastrini mobili di legno, divideva la parte del castello affittata al tour operator dal conte, dalla sua abitazione abituale. Infatti, oltre questa effimera linea, in fondo ad un corridoio, una signora con bambini a lato, ci osservava. I  loro vestiti erano quelli di tutti i giorni.
    Ci introdussero nella sala da pranzo di stile quattrocentesco. Quadri di severi antenati alle pareti e armi rugginose si alternavano su muri di mattoni rossi. Fu un pranzo con un menù scozzese, dove ciò che ti ricorda qualcosa che conosci, ha un sapore tremendamente diverso, a volte opposto alle tue aspettative, ingoiabile.
    Le cameriere restavano, durante il pasto, con le spalle contro i muri della sala, immobili, quasi cariatidi. Ad un segnale convenuto della caposala, si precipitavano sulla tavola e cambiavano stoviglie e vivande. Quasi una danza. Rientravano subito al loro posto, riacquistando l’immobilità di prima.
    Ricordo che quella sera non ero di umore abituale; forse il clima, forse quello scenario falso, fatto per noi, turisti. Ad un cero punto mi alzai e lasciai i convitati alle loro libagioni. Me ne tornai nella grande sala ad osservare il grande falò che ardeva nel camino. I suonatori di cornamuse avevano deposto gli strumenti e seduti su panche di legno conversavano, non occupandosi di me. Fu lì che accadde uno strano fenomeno, un pugno di minuti che mi hanno lasciato sempre sgomento a ricordarli. Al di là del cordone di velluto, si vedeva una porta socchiusa che dava nello studio del conte. L’enorme scrivania e la poltrona dai fregi dorati la indicavano. Avvertii uno strano e inconsueto impulso. Sollevare il cordone di velluto e passare oltre, fu un attimo. Non l’avrei mai fatto, per carattere, sono un timido. Attraversai la porta socchiusa. Ricordo una foto sulla scrivania. Doveva essere la moglie giovane del conte, immersa nella vasca da bagno con tutti e tre i pargoli, aggrappati a lei, nell’acqua schiumosa. Sentii un senso di disagio per quella intimità non dovuta. Ma il mio sguardo finì sulla parete, al lato sinistro, che sovrastava un enorme divano damascato. Una quantità di teste impagliate di tigri erano affisse come trofei di vecchie cacce in India. Erano teste impagliate, dagli occhi di vetro e dalla dentatura vera. Tutte uguali ad uno sguardo sommario. Qui iniziò il secondo ed ultimo tempo di quella strana sera. Attraversai tutto lo studio, quasi chiamato da una targa apposta sotto di una delle teste di tigre. Avevo difficoltà alla messa a fuoco di quelle poche lettere, che sembravano attrarmi. Mi avvicinai e le lettere si fecero chiare.
    La data e il luogo di uccisione di quella tigre: Sawua - 8 Dicembre 1938. La mia nascita.

  • Come comincia: Un Natale molto diverso da  quelli attuali, molto diverso…
    Si abitava con la mia famiglia a Serravalle Scrivia, in una villa padronale in cima ad una collina. Si era fuggiti dai bombardamenti di Genova e grazie a mio nonno materno che aveva conoscenze ad Alessandria,  avevamo trovato questa abitazione, che per me resta nella memoria come una dimora fantastica. Arrivato a cinque anni, i miei ricordi di vita iniziano da quel posto.
    Campagna attorno, con tutti i suoi misteri di vita, animali da cortile da vedere e vivere. Meraviglie come le notti buie illuminate da lucciole, o grandinate con palle di ghiaccio grandi come il pugno del nonno Angelo.
    Ricordo ancora il rumore delle tegole del tetto frantumate e mio nonno in controluce sulla porta che tiene in mano questi misteriosi proiettili venuti dal cielo.
    Primavere con esplosioni di gemme fiorite che volavano nel vento.
    Zia Maria che mi insegna a trovare sotto le foglie secche del bosco, le viole. Quel profumo intenso.
    Il ghiaccio degli inverni che entrava in casa. Il catino dell’acqua per lavarci nella stanza da letto e la voce di mia zia che urla meravigliata: -“Guardate, si è ghiacciata l’acqua nel catino”.
    Mamma che scende nel giardino vestita di scialli con un secchio di acqua bollente per sghiacciare la pompa del pozzo.
    I ricordi dei bambini sono piccole sequenze indelebili per tutta la vita. Il buio di quelle sere attorno alla brace della stufa. I grandi che parlano tra di loro. Nonna Amina con l’attizzatoio gira le patate nella brace. L’attesa e il sapore…
    Sere? Magari si sarà stati lì al buio, alle 7 di sera, altro che le lunghe notti di adesso. E i grandi che parlavano e si parlavano. Quanto abbiamo perso, abbagliati da uno stupido schermo, di conoscenza fra noi. Me ne sto andando dietro i ricordi che si affollano in fila per affiorare.
    Natale, dunque.
    Mamma in attesa di mia sorella, il pancione e la preoccupazione di papà di dover percorrere due chilometri nel buio e nella neve alta in un inizio del travaglio di notte. Circondati da una guarnigione tedesca che aveva montato una batteria contraerea per la protezione del ponte sullo Scrivia, i nostri rapporti erano buoni con loro.
    Spesso, a sera, ci venivano a trovare: un bicchierino di rosolio del nonno, due chiacchiere difficoltose dei grandi con quella lingua ostica, molti sorrisi. Fu durante una di quelle visite che papà riuscì ad avere la promessa che non gli sparassero addosso in un’inattesa uscita da casa.
    Di quel Natale ho solo due sequenze indelebili. Lo svegliarci a notte fonda da un rumore improvviso, un fragore. Qualcuno batte sulle persiane del pianoterra, in cui erano sistemate le camere da letto, in un modo forsennato, risa, schiamazzi. Tratti di periodi tra i miei genitori. “Non accendere” - “Sono loro, sono ubriachi”.
    Sento la sicurezza di mio padre e il timore in mia madre. Registro il tutto a quasi sei anni nel buio fitto. Altra sequenza. Ci siamo spostati al primo piano, evidentemente perché vedo che mio padre accende la luce e apre le persiane guardando in basso. La voce di mamma che mi tiene in braccio e dice a papà: “Via di lì, ti sparano”. Papà,sicuro, che grida a voce alta: “Chi siete? Che volete?”.
    Per magia il silenzio ritorna. Ultima sequenza natalizia e questa me la sono portata dietro tutta la vita a ricordarmi in quali natali si può imbattere un bimbo. Mi sveglio di nuovo a piano terra, nel letto dei miei genitori. Mamma non c’è, ma nel letto c’è zia Maria, la sorella, impiegata a Genova. Deve essere arrivata nel frattempo, se sta nel letto sotto le coperte con me. “Mamma è andata a partorire in ospedale, per la paura di stanotte le si sono rotte le acque e sono usciti tutti anche i nonni  per accompagnarla. Buon Natale nipote mio. Ti hanno lasciato sul comodino da notte i regali, un piatto di canditi e alcuni fogli di cartone da cui ritagliare le forme degli aerei tedeschi e ricostruirli con la colla. Staremo a letto tutto il giorno per salvarci dal freddo, in quanto da buona impiegata, non so come si accende un camino. Ti dispiace se mangiamo i canditi che ti hanno regalato?”

  • 05 luglio 2007
    Il dolce volto del nemico

    Come comincia: Li aspettavamo a Villa Adela un giorno o l’altro. Ci eravamo rifugiati sulle colline di Serravalle Scrivia. Una villa padronale affittata da mio nonno nella fuga dai bombardamenti di Genova.
    Avevo cinque anni. Li temevamo. Ascoltavo i discorsi dei grandi nel buio della cucina, quando dopo cena, per l’oscuramento imposto, ci si radunava attorno alla stufa e si attendeva il segnale dei tamburi di radio Londra al riflesso della brace. Si parlava di loro con circospezione, abbassando la voce.
    Veniva a trovarci la Nuccia con il suo setter da una casa vicina, oltre il vallone e ci portava le ultime notizie sulla guerra.
    Una sera arrivarono due ragazzi vestiti da montanari, con cappelli tirati giù sul viso. Infilati alla cintola i manici di legno delle granate;  restarono ad ascoltare le notizie della radio, in silenzio;  solo qualche ammiccamento tra loro, un bicchiere di vino e fuggirono via nella notte.
    “Sono partigiani”- sembrava rassicurarmi mamma. Ma aleggiava un’ aria di preoccupazione, sia per loro che per noi. Sino a quel momento dopo la fuga da Genova, avevamo ritrovato la calma di un vero rifugio. A volte preceduto da un rombo assordante si oscurava il cielo.
    “Vieni a vedere le “fortezze volanti” “! - Mi diceva mamma, mentre il cielo era un disegno di infinite croci nere, altissime che volavano in direzione del porto di Genova.
    Scendeva una pioggia di coriandoli luminosi: erano strisce di stagnola per ingannare i radar. Me ne riempivo le tasche. Scomparsi gli aerei all’orizzonte, tornava il silenzio della campagna. Stentavo a credere che quegli uccelli neri fossero i liberatori. Perché mai dovevano distruggere la mia città?
    "Il nemico" lo avevo intravisto dal finestrino del treno: un cannone enorme dalla canna lunghissima posto su carrelli ferroviari. Faceva parte di un convoglio militare: "La Berta"- gridava emozionata nonna Olga che credeva di riconoscere il cannone che tuonava sulle alture di Monte Moro a Genova a difesa del porto. Ricordo soldati a cavallo del fusto. Avevano capelli biondi e ridevano.
    Quelli i nemici? Il naso incollato al finestrino, il tempo dello scorrere veloce di un attimo. Il nemico perché? - mi chiedevo con la logica del bambino - se fuggivamo dalle bombe dei "liberatori". Che strano modo di liberarci, poi avevano questi. U
    scendo dal rifugio, a Genova, il palazzo affianco al nostro, era una buca. Nel fango si aggiravano ombre alla ricerca di qualcosa. I nemici li aspettavamo a Villa Adela e un giorno arrivarono.
    Caro Franz, ricordo quel giorno. In fondo al viale, c’è nell’aria la luce della primavera, un frastuono di motori e di carri cingolati. Il cancello della villa che cade a terra. La colonna sale verso l’aia ghiaiosa della villa. Io non ho mai compreso dove fossero i miei. Non li sento vicino a me nel ricordo o forse l’importanza del momento li escluse dalla realtà. Sento di guardare con intensità ciò che sta avvenendo. Per un bambino di cinque anni è senz’altro un’emozione fuori del comune. Un’auto precede carri cingolati su cui sono seduti ai bordi, soldati con elmetto e fucile. Sopraggiungono sul piazzale antistante a villa Adela e si dispongono a cerchio. Dall’auto scende un superiore che comincia ad urlare ordini in una lingua metallica, roboante. I soldati scendono dai carri, hanno con loro uno zaino, oltre al fucile. Ora sorridono, parlano tra di loro, si scoprono il capo. Il superiore continua a dare ordini. Una bottiglia di vino viene fatta girare. L’atmosfera perde di drammaticità. Qualcuno mi scorge e viene verso di me.
    Sei tu Franz, ricordo il tuo volto di ragazzo vicino alla mia fanciullezza; mi sorridi e mi sollevi in aria. Pronunci parole che non capisco. Mi colpisce la tua croce nera ornata d’argento sul colletto della divisa, contrasta con l’oro dei tuoi capelli. Poi i ricordi si perdono in inquadrature di un film. Mi chiami: - Luccio - insistendo sulla consonante. A sera il tuo bussare alla porta e ritrovarti con noi come in famiglia. Nonno Angelo mette per te sul grammofono “Lily Marlen”. E una marcia di guerra; i tuoi occhi non mi vedono mentre io gioco con la tua catena d’argento al collo. La voce della cantante è rauca, calda. Pensi ad altro... la tua famiglia... i giorni di guerra che ti attendono.
    Ricordo una frase di papà: - "Poveri ragazzi, sono reclute di marina inviate quassù, lontano dal mare, chissà mai perché?"
    Una mattina vengo alla tua tenda: corpi nudi alla cintola che si lavano in una tinozza. Un teschio è l’emblema impresso sul panno scuro della tenda. Lo stesso teschio lo ritrovo su insegne di legno dove è tracciato con pittura nera “achtung minen”. Tu mi confesserai che è falso, in quanto di mine non ne avete più.
    "E’ arrivato il tuo amico fedele" –qualcuno già trova da ridire sul nostro legame insolito. Un giorno di vento mi ospiti nella trincea dove avete posto il cannone antiaereo. Mi fai sedere sul seggiolino che è simile a quello del trattore. Mi dai un colpo e giro, giro... che strana giostra quella.
    Ma un mattino: "Sono fuggiti" - qualcuno urla e ti perdo per sempre.
    Mamma scolla nell’acqua la pasta cotta che avete lasciato nella frettolosa partenza vicino al camino. Si pregusta un pranzo inatteso. Ti ricordo ancora Franz dopo una vita trascorsa. Nessuno mi ha mai convinto che tu fossi veramente il nemico.