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Racconti di Lucio Paolo Raineri

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  • 28 marzo 2012 alle ore 14:35
    Tudo bem

    Come comincia: Mi sento stupendamente bene! Sì, quella sensazione unica di euforia che ti attraversa d’improvviso corpo e mente, frutto di un’unicità di elementi positivi che mi sono piovuti addosso, per caso, in una giornata insolita. Il posto non è comune: è il momento del tramonto, a Ponta Negra, un quartiere della periferia di Manaus, sulla riva del Rio delle Amazzoni. Seduto al tavolino della Choparia San Marcos, osservo il mio brumoso e invitante bicchiere di capirina ghiacciata. Il Rio scorre immenso, in un ritmo non percepibile a vista d’occhio, quasi un vasto lago. I trentadue km di separazione, tra le sponde, sono inconsueti per noi italiani. Una linea verde, la foresta amazzonica, è la riva di fronte, laggiù, nel controluce di un tramonto dai colori di vampa. Rari bianchi battelli, a due piani, scendono, sfiorando un cristallo che prende gli ultimi raggi del sole. Al tavolino affianco, una famiglia d’indios, divora rumorosamente bolinhos de bacalhau, polpettine adorabili. Due fidanzati si tengono per mano attraverso lattine di birra vuote, lasciate sul tavolo. Prostitute bambine attraversano gli spazzi, con eleganza felina, guardando e facendosi guardare dagli avventori maschi. La litania calda e monotona di una canzone portoghese si contrappone alle note aspre del traffico dell’Avenida che lambisce il bar. Una vettura si è fermata ed ha parcheggiato con cura. Ne è sceso un elegante ragazzo di colore. Capelli lucidi di fissatore, una corporatura insolita. E’ il vestiario a colpirmi: una casacca bianca e pantaloni della stessa tela. Ne riconosco la divisa degli infermieri ospedalieri del Nord America. Ha le mani dietro la schiena e osserva con attenzione scrupolosa noi avventori, dal ciglio della strada. Sento che il suo sguardo si è posato su di me. Ne avverto il peso e l’invadenza. Non sembra lasciarmi. E’ come se mi avesse scelto, come se avesse riconosciuto qualcosa di me. Si dirige lentamente tra il sentiero dei tavoli verso il mio posto. Ora il suo sguardo l’ho addosso.  Mi fa un leggero inchino, il sorriso è invitante. Dalle sue mani, tenute sino ad ora, dietro la schiena, ora appaiono uno sfigmanometro e un fonendoscopio. E’ leggermente chino su di me. Lo sguardo è intenso.  Sento il suo fiato vicino al mio orecchio, poi il suono della sua voce :          
    -“ Tudo bem?”.

  • 23 marzo 2012 alle ore 21:16
    Cronaca

    Come comincia: Regolamento di conti: ucciso al mercato un pregiudicato di 46 anni. Fuggiti i due killer

    Spari, un morto e momenti di terrore al mercatino di via Vergini nell’ora di massimo affollamento del mercato domenicale. Tra mamme, bambini e alimenti in vendita un pregiudicato di 46 anni, Antonio Esposito, è stato freddato da tre colpi al torace e alla testa da un killer che lo aveva chiamato per nome. Il killer è subito fuggito con un complice su uno scooter. Gli inquirenti: «Ma nessuno sembra aver visto niente».

     
    Caro Antonio, avevi sei anni, quando entrai per la prima volta in casa tua, un piccolo appartamento dove vivevate con una miriade di fratelli e sorelle. Mamma a mezzogiorno preparava i pasti da portare a Poggioreale a qualcuno dei tuoi. Donna grandiosa a tutt’oggi nel resistere ai colpi tremendi della sorte che si è trovata a percorrere. Già oggi è uscita dal S.Gennaro, dove l’avevano portata dopo la notizia della tua morte. Ha un cuore debole. E sei il secondo maschio che perde. L’altro per un incidente d’auto. Quando ho parlato positivamente di lei nei salotti romani mi hanno guardato con sospetto. La definivo una donna omerica, una guerriera di vita, ben diversa da quelle che mi circondavano tra capi firmati e noiosi pomeriggi di canasta. Mamma non se li è mai permessi. Ho conosciuto negli anni le sue preoccupazioni di madre per voi ,figli. Papà è morto da anni, ma segnò con un episodio, uno dei momenti più patetici della mia carriera. Erano venuti ad arrestarlo. Il vico era tutto un tumulto. Un amalgama di gente. Il questore, ricordo il nome, poiché tuo padre sosteneva di essere ammalato e intrasportabile, mi mandò a chiamare tramite tua madre in ambulatorio. “-Duvite scinnere, immediatamente”- Due camionette della polizia bloccavano il vico ( erano ancora quelli i tempi). Entrai sentendomi lo sguardo di tutti addosso. Fu allora che il questore mi chiese una cosa che nei tempi non ho mai potuto spiegarmi, tranne che con la sua paura di agire in prima persona. “Lei è il suo medico? Lo visiti e mi sappia dire se è trasportabile, anzi, cortesemente mi rediga una sua ricetta”. Capii che era un tranello e in quei pochi minuti visitai tuo padre che mi guardava calmo attraverso le sue lenti ornate d’oro. Sentivo gli sguardi di quelli che riuscivano a mettere la testa nel basso. Pensai che non avevo scampo, tra una dichiarazione di falsa intrasportabilità che mi avrebbe potuto dare conseguenze penali ed una di trasportabilità, pericolosissima per me. Fu allora che rivolto a tuo padre spiegai che la intraspotabilità  sottintendeva  il fatto che il trasporto in carcere doveva  far verificare un evento mortale e ovviamente, non era il caso suo. Ricordo lo sguardo di tuo padre, immobile, indecifrabile. Scrissi sul foglio bianco: “Trasportabile” e mi congedai, sicuro che avevo finito di fare il medico alla Sanità. Per due mesi non ebbi nessuna reazione ai miei incubi. Per Natale mi arrivò una scatola di cioccolatini con il nome di tuo padre. Papà aveva capito il mio imbarazzo…Ti lascio ora Antonio e se qualcuno si scandalizzerà a queste mie righe, a questi voglio ricordare che Antonio non ha avuto le opportunità dei nostri figli, Antonio è nato in un quartiere a rischio, dove il rischio è la vita di ogni giorno. Antonio paga col sangue e con la vita l’essere nato in questo quartiere dove lo stato non ha mai dato nulla, fuorché la custodia di una giustizia che non viene insegnata con l’esempio, ma con la forza.

  • 23 marzo 2012 alle ore 18:14
    Almeno nu tappo

    Come comincia: “Un tappo, almeno, ‘nu tappo, dottò!” Strana invocazione, per lo meno insolita, inusuale, intrigante, equivoca,  forse. Può capitare, ma solo a Napoli, ed in un quartiere come la Sanità che, alle dieci di mattina, giunga nella sala d’aspetto di un ambulatorio, un’avvenente, anche se non più giovane, signora, in pigiama trasparente e pantofole con pon pon di piume bianche. Aria assonnata, capelli biondi, giù per il collo. Sul volto, residui di un trucco, sbavato dal sonno. Il corpo, lo s’intravede, ancora accattivante. Le areole dei seni sono macchie scure, sotto la camicia bianca.
    I vecchiarelli pensionati in attesa di venir ricevuti, le cedono il posto, estatici. In un ambulatorio del nord, sono sicuro che sorgerebbero indignazioni e mormorii. No, qui lo si
    accetta. Si è, popolarmente, razionali.
    Dolores, la Puttana, esce dunque da una nottata di lavoro, e se interrompe il sonno ristoratore e dovuto del mattino,  la spiegazione ci deve pur essere.
    “ Mi duvite, visità, aggio quaccosa, sicuramente!”
    Si dispone stesa sul lettino, il pigiama è sceso per terra, con un solo movimento. La
    pelle di Dolores emana un odore che mi riporta alla pubertà. Per età, e forse per educazione, mi sono trovato ad odorare, soltanto, l’entrata di un casino. Tredici, quattordici, anni, di domenica, in una Genova invernale, deserta e buia, un carruggio urinoso con uomini che uscivano da una porta di piastrelle  abbaglianti di luce.
    A me ed al mio amico Nanni, ci bastava e, in realtà, ci era solo permesso, di sostare su quella linea di luce, che dava su una stretta scala. Una serie di gradini, di bianco marmo, portava su, su, verso un irraggiungibile paradiso. Si restava li, per pochi attimi, annusando, come cani da caccia, tutto il piacere immaginabile, che ci era concesso. Mentre il cuore affannava di colpi. Quell’ odore greve di piscio, sperma imputridito, lavanda
    col di Nava, brillantina da poco, sciroppo di rose, detersivo da gabinetto. Esattamente l’odore, che ci faceva fremere di piacere. Un piacere, unico, irriproducibile.
    Dolores mi ripropone questo odore, ogni volta che la visito. Lei lavora al ‘69 CLUB’ di Piazza Municipio, con una quarantina di ragazze slave. Piccoli separè per ragazzaglia danarosa, al sabato sera. Champagne da 100 euro a bottiglia. Le ragazze retribuite dal padrone, secondo il numero dei tappi, che  riportano a fine serata.
    Dolores a fine visita, si riveste. mi guarda, lasciandomi un tenue sorriso: “Però, ‘na vota duvite venì. Almeno nu’ tappo!”

  • Come comincia: Un sabato mattina di sole e di azzurro come solo Napoli sa dartelo. Quella cartolina gialla, che mi è arrivata in settimana, la sento ancora in tasca. – ‘Stazione Polizia ***** – comunicazione licenza collezionista d’armi’ - Forse sarebbe il caso di fermarmi un attimo e vedere cosa vogliono - mi dico.
    Gareggio con il desiderio di continuare la passeggiata o fermarmi. Decido per andare a conoscere di che si tratta. Mi viene ad aprire un poliziotto. Gli mostro la cartolina e mi fa strada in un ufficio. Mi sorprende vedere due poliziotte sedute a due scrivanie. La femminilità a parer mio alleggerisce il posto in cui mi trovo.
    “Si accomodi” - Mi invita una longilinea creatura con un sorriso rassicurante.  Devo ammettere che è carina, ha capelli castani lisci sino al collo, la cravatta le dona. Le porgo la cartolina e chiedo spiegazioni dell’invito.
    “ Lei ha un permesso di collezionista di armi ? “
    “ Sì, lo richiesi negli anni 70 a seguito di una legge, per una collezione di armi antiche ereditata da mio nonno materno…sono archibugi ad avancarica e spade.”
    Mi accorgo che estrae dalla cartella una copia del documento che ho a casa e me lo porge.
    “ Sono queste?”-
    “ Esattamente queste”- le rispondo.
    “Dove si trovano?”
    Mi accingo a spiegarle che nel frattempo mi sono separato da mia moglie e che nella divisione della ‘roba’ sono comprese anche le armi.
    Qui la poliziotta ha un sussulto, si sposta una ciocca di capelli dal viso e si rabbuia in volto.
    “Lei mi vuol dire che ha spostato delle armi senza il permesso della Questura Centrale?”
    “Armi ? Ma sono archibugi arrugginiti ad avancarica e spade da cavalleria dell’ottocento, non le definirei vere armi”
    “Per la legge sono armi” interviene dalla scrivani accanto la collega, un tipo dimesso, casalingo.
    Comincio a sentirmi in difficoltà. Le sento avverse ed eccessivamente scrupolose .
    “ Quindi, adesso le sue armi dove sono ?”
    “ A Marano, abito sulla collina del Pigno, in una villetta di un contadino che mi ha affittato un appartamento”
    La ‘Bella’, consentitemi di chiamarla così, si è irrigidita notevolmente. Giocherella con una penna sulla scrivania.
    “Quando si è trasferito a Marano ha provveduto ad una nuova denunzia ai carabinieri di quel luogo?”
    “No, nessuno mi ha mai detto questo” mi sento con le spalle al muro. L’atmosfera si fa via via più elettrica.
    Vedo la poliziotta sempre più cupa. Si alza con la mia cartella per andare in un altro ufficio. Resto con quella che io penso sia la sua segretaria: la ‘Casalinga’ per intenderci. Infatti, questa telefona alla figlia che ha lasciato a casa e le dà gli ordini della prima mattina , poi si preoccupa di un suo disturbo e vedendo la mia borsa da medico mi coinvolge nelle cure. Il tono sembra diventato famigliare.
    Intanto è tornata la ‘Bella’: “Quindi la collezione, a parte la divisione, è ancora completa?”
    Mi viene in mente una serata a casa mia. Una cena con amici, tra cui un vero collezionista, Fabio Manzo, si accorge che io possiedo una baionetta sabauda, ottima da inserire in un suo fucile che ne è sprovvisto. Staccarla dalla vetrina e dargliela è un attimo. Mi piace donare.
    “Manca solo una baionetta sabauda, regalata ad un amico”, soggiungo.
    Nuovo sussulto della ‘Bella’, la ciocca di capelli le ritorna sul volto.
    “Lei ha avvisato la questura di questo passaggio?”
    Mi trovo oramai con le spalle al muro. Possibile che sono così superficiale. Le leggi non sono il mio forte e poi dove le trovo, visto che nessuno me ne ha mai informato all’atto di rilasciarmi il documento.
    “ No, confesso che non l’ho fatto” Mi sento un bandito, la mia mimica si adatta al senso di colpa.
    La ‘Bella’ si alza e scompare per la seconda volta. Restiamo in silenzio con la ‘Casalinga’ che ritelefona alla figlia: l’argomento è stavolta il gatto di casa. Guardo fuori della finestra, la giornata azzurra di sole oramai  non mi appartiene più.
    Ritorna la ‘Bella’; si deve essere consultata con un superiore. Ha in mano un codice. Lo sfoglia attentamente.
    “Senta,” - mi guarda freddamente negli occhi - lei è incappato in tre articoli del codice penale, quindi è mio dovere dirle di chiamare il suo avvocato”.  Ma che succede, sono forse finito in un telefilm americano? Mi sento in pieno panico tanto che mi vien fuori un mesto sorrisetto e d esclamo “Ma mi volete arrestare?”
    Dico ciò per pura iperbole, solo per avere una risposta rassicurante. Ma mi riprendo e ostentando coraggio affermo a voce alta che non ho bisogno di nessun avvocato, non ritenendo di aver fatto nulla di male.
    “E’ un consiglio dovuto” mi risponde seccamente, per riuscire nuovamente con il codice.
    Ritorna il silenzio. Vorrei andar via. Tra l’altro devo fare delle visite mediche domiciliari. Dico ciò alla ‘Casalinga’.
      “ Le farà dopo, non le faremo perdere tempo”. Caspita, ma sono trascorse già due ore.
    Rientra la ‘Bella’. Ha stavolta un passo veloce tanto da urtare contro la scrivania.
    “La informo che dovremo fare un sequestro”
    Se si tratta di prendere, le armi, lo trovo anche un atto liberatorio, dopotutto se tenerle è così complesso, alla mia morte creerei seri problemi agli eredi!
    “Le vado subito a prendere. Tra un attimo sono qui”. faccio con tono conciliante.
    “No, lei viene con noi sino a casa sua”
    “Va bene, allora siccome ho parcheggiato la macchia lontano da qui, la vado a prendere e vi accompagno”-
    “No, lei viene con la nostra auto” Il tono è secco, sembra un comando militare.
    Improvvisamente mi si apre dinanzi agli occhi il quadro della situazione: arriverò nel cortile di casa in mezzo a due poliziotte. Cosa penseranno di me i vicini? Sono piombato in un cattivo sogno o in un incubo?
    Cerco di spiegare la situazione imbarazzante in cui mi andrò a trovare per colpa loro. Sono un medico dopo tutto!
    “Dottore ma non pensa al piacere di essere scortato da due belle donne!”: sorridono entrambe, ma non certo io.
    “Purtroppo dovremo aspettare le 13 a fine turno, per avere la sostituzione qui.” Non mi resta che attendere su quella sedia che si fa sempre più dura. Vorrei telefonare a mio figlio, dirgli di correre in mio aiuto, ma conosco il suo carattere, temo una sua reazione eccessiva. Sono claustrofobo e il mio subconscio avverte la situazione ‘chiusa’. Per un attimo penso d’infilare la porta e scappare. Poi rifletto sull’inseguimento, sulla cattura, sulle manette. Desisto! Resto in quella camera per quattro ore. In realtà, mi dico, sono trattenuto dalla giustizia, sono un fermato. Alle 13 rientrano entrambe: hanno il cappello calzato sul capo.
    “Andiamo”-
    Fuori vi sono loro colleghi che smontano da una volante e la lasciano alle mie compagne. Io vengo fatto accomodare dietro. Ma non mi fanno abbassare la testa con le mani come vedo fare in tv. Non ho mai capito il perché.
    Nella strada v’è il solito traffico del sabato nel Vomero Alto, un traffico denso, quasi al passo. Dalle altre auto si sporge lo sguardo dei curiosi. Speriamo di non incontrare volti conosciuti. Mi sorprendo a trovarmi in una situazione che non avrei mai immaginato. Vorrei tanto porre fuori dal finestrino  un foglio del mio ricettario con su scritta una spiegazione del tipo ‘Non sono quello che pensate’; mi basterebbe!
    All’arrivo nel cortile della villetta in cui abito, il proprietario che ha problemi di abusivismo, appena scorge la volante, si mette in macchina e scappa. Una sola coppia di sposini giovani mi scorge uscendo e mi toglierà il saluto per sempre.
    Una volta a casa le due poliziotte fanno l’appello delle armi. Manca, notano, la vetrina con chiave e l’allarme per una custodia sicura. “Sarà un altro capo di imputazione”, mi dico. Mi chiedono un sacco della spazzatura grande per introdurre il tutto ed usciamo così: io, la ‘Bella’, e la ‘Casalinga’, con questo grosso sacco nero che cela l’incelabile, forse refurtiva o droga per gli altri.
    Tornati intanto in  auto la ‘Bella’ mi dice sorridendo: “Lei dottore non è di Napoli; sa cosa si dice delle donne a Napoli?”
    Al mio mutismo soggiunge: “ Le donne ‘fetano!’; capisce il significato?-” Resto in silenzio, stupito.
    Rientrati in stazione, si affollano i colleghi delle poliziotte che vogliono vedere le armi. Alcuni ne restano affascinati e asseriscono che devono essere messe in cassaforte non in un semplice armadio.
    Ma non è finita. Dopo varie consultazioni, mi avvisano che dovrei andare con loro, alla mia ex-casa dalla mia ex-moglie per recuperare il resto delle armi.
    Mi rifiuto nettamente e devo attendere un’altra ora il loro ritorno. Mentre si rifà capannello attorno ai nuovi pezzi, la ‘Bella’ esclama che non ha trovato una spada spagnola. Mi attende un altro articolo del codice. Ricordo quella spada comprata in un negozio di souvenir a Barcellona durante il viaggio di nozze. Non era una vera spada, ma l’avevo inclusa nella lista.
    Vengo fatto accomodare al piano superiore al tavolo del commissario. La ‘Bellaì gli sta a destra in piedi e gli indica tutti i miei reati. Sembra compiaciuta del suo lavoro e ne attende i complimenti. Discutono sui numeri degli articoli da imputarmi. Poi battono a macchina un documento che mi fanno firmare. Sono le 16, sono entrato in quella stazione alle 9 di mattina. Mentre guadagno l’uscita guardo la quantità dei numeri degli articoli del Codice Penale che ho infranto e mi soffermo sulla dizione “IN LIBERTA’ PROVVISORIA”.

    Ps: mi permetto di raccontare quanto accadutomi in quanto il giudice esaminando il caso non ha ritenuto di procedere nei miei confronti.

  • 23 marzo 2012 alle ore 18:10
    Una notte con Ginger di Positano

    Come comincia: Mi ha sempre suscitato meraviglia quel legame improvviso, che si instaura tra te ed un essere, sia animato che non. In meno di una frazione di secondo, la tua attenzione scarta, dal panorama immenso del tuo sguardo, una miriade di superflui per focalizzarsi sull’uno, che ti prende, come se lo riconoscessi o l’attendessi da sempre.
    L’avevo incontrata forse due o tre volte, in maniera casuale, forse in piazza o in un vicolo. Giruzzo o’ scartellato, per quel suo gibbo, nato da una caduta infantile, mal curata, quella mattina che si evidenziò ai miei occhi, la seguiva a pochi passi, per non turbare l’immagine della sua bellezza. La natura disegna linee e forme, a volte in maniera lontana dalla nostra estetica, o ci viene incontro, ci aiuta, ci fa tremare, godere per le sue creazioni: un fiore, un tramonto, un essere.
    La Ginger di Positano era tra queste meraviglie. Oltre al gioco delle masse e delle linee, lo stupore dell’eleganza del procedere, che dal movimento di queste, si generava. Giruzzo ne era pienamente cosciente e sembrava che volesse trarre beneficio alla sua bruttezza da quella contiguità incessante.  Si era accorto del mio interesse e salutandomi da lontano con “Salve, dottò” si avvicinava a me, lentamente, come se mi desse tempo per ammirare la sua Ginger. Mi sentivo gli occhi addosso, mentre io la guardavo attentamente. Fu un attimo, e fu allora che si instaurò quel legame di cui vi parlavo.
    Il giorno seguente, entrò, da solo, in ambulatorio, tra una visita e l’altra, creando lo scompiglio nella sala d’attesa. “ Ho capito che vi piace la Ginger.  Se la volete, ve la do per un milione e mezzo, ne vale molto di più, ma per voi…..” Un sorrisetto, accattivante era presente sul suo volto.
      Non mi aspettavo quest’offerta che sconvolgeva tutta la mia vita e l’immediatezza del fatto fu un anestetico agli infiniti problemi che avrebbe comportato questa scelta.
    “Giruzzo, quando?”- sentivo che queste parole di assenso uscivano da sole dalla mia bocca.
    “ Domani mattina, a fine ambulatorio, la porto qua”
    “ Non ho liquido, ti faccio un assegno” volavo in piena ipnosi.
    “ Senz’altro, domani, domani” ed uscì di scena, lasciandomi con il cuore in gola e con uno strano tremore.
    Sentii la porta riaprirsi e il suo volto scuro, inespressivo: ”- Ci sta una cosa. Vi dovete prima procurare, per portarvela a casa….”.
    “Cosa, Giruzzo?  Che devo fare?”, chiesi incerto e incalzante.
    “ Una gabbia, una gabbia delle sue dimensioni che stia nella vostra Citroen AX. Trasportarla non sarà cosa facile, vedrete. Andate, adesso, a Secondigliano, da Mimmo ‘Cani e Gatti’ -, è un mio amico, lui vi saprà indicare.”
    A fine studio, mi precipitai da Mimmo, che mi fornì di una cuccia-gabbia, che occupava quasi interamente il vano posteriore della AX, ciotole per alimenti e altro.  La mattina dopo, l’ambulatorio trascorse veloce sino al momento in cui la collaboratrice mi comunicò: “Ci sta Giruzzo c’o’cane lupo, dice che ve lo vulite accattà-” Il tono era di per se stesso già un rimprovero, ma l’entrata di Ginger sciolse ogni dubbio e timore. Era lei, la desiderata, la stupenda Ginger dell’allevamento di Positano, dal pedigree aulico e dalle miriadi di coppe vinte alle più importanti mostre canine. 
    Ginger annusò in lungo e in largo la scrivania, perdendo saliva. Tutti gli oggetti volarono a terra. “Vedete, mi sono distratto un attimo - disse Giruzzo accorciando il lunghissimo guinzaglio di pelle scura - Dovete stare accorto, è come possedere una cavallina di razza.”
    Ricevuto l’assegno, Giruzzo sparì senza voltarsi un attimo verso la sua ex compagna.
    Restammo soli, io e Ginger, per la prima volta. Nella camera, il ritmo veloce della sua respirazione, le pupille che mi seguivano, l’odore forte, acre del pelo. Ci scrutammo per alcuni istanti consapevoli entrambi che la nostra vita stava mutando. La conoscenza reciproca è pur sempre un
    atto imbarazzante anche tra due esseri di razza diversa. “Chi sei?” è un legame muto che sembra restare sospeso nella camera.
    Ricordo perfettamente le ore successive: Prendere Ginger e scendere per le scale,  l’inizio della mia odissea.: il guinzaglio è da concorso, quasi una gomena pesante e lunghissima. Arrivo in Piazza, così con la Ginger a sei, sette metri che mi tira come se dovessi fare dello sci acquatico. Ora sento gli occhi della gente su di me. Visione insolita, il dottore con un cane. Ma è la Ginger ad attirare la maggioranza dei commenti.  Recupero tutta la lunghezza del guinzaglio. Ho la Ginger che mi cammina a destra. La mia immagine ora deve essere molto vicina a quella di Darix Togni con la tigre, di quando andavo al Circo. Ginger dà frattanto strattoni tremendi e riesco con fatica ad arrivare alla macchina. La gabbia ci attende.-”Forza Ginger, dentro!”-.
    Al mio comando Ginger si pianta sulle quattro zampe, immobile e mi guarda. Cerco di indicarle il percorso, ma invano. Provo a tirarla, facendo forza sul collare, ma la sento ringhiare. Si è fatta una piccola folla. Volano i consigli: Ginger balza sul sedile anteriore del passeggero. E’ il caso di rinunziare alla gabbia e di partire. Si procede per un traffico denso di mezzodì, mentre la Ginger si agita, smania, lecca il parabrezza, mi contende la leva del cambio, di cui rode il pomo e per ultimo s’impossessa della mia guancia su cui riversa linguate umide e odorose. Mi compiaccio: possedere un cane è anche questo!
    L’arrivo a casa è sotto gli occhi accorti del padrone di casa, contadino: ” I cani, noi li teniamo all’aperto, a guardia del pollaio, in casa sporcano”  E’ un consiglio, un ordine? Gli spiego che questa non è un cane comune ma una specie di soubrette della sua razza. Sa come comportarsi. Infatti, appena entro in casa con un emozionato pipì mi allaga l’ingresso;  poi inizia a percorrere tutta l’appartamento, ansimando e sbavando. Sembra non vedere i vetri delle imposte, in quanto vi ci sbatte contro con violenza e emettendo poi  un guaito di dolore.
    Non mi degna di uno sguardo. Forse avrà sete, cosicché le riempio una ciotola d’acqua. Beve rumorosamente, spruzzando due terzi del liquido tutto intorno. Riprende la sua corsa disperata tra un estremo e l’altro dell’appartamento. Mi mette un’agitazione tremenda. Altro che la vita col cane dei romanzi. Provo a telefonare a Giruzzo. C’è la segreteria telefonica. Sento un rumore di vetri: ha preso in pieno la vetrinetta delle ceramiche nel corridoio. Provo a soddisfare il suo appetito, ma sparge dappertutto le cento palline del cibo.
    Comincio a pensare che mi attende una vita movimentata. Il suo ritmo non cede alla stanchezza. Mi ricorda i leoni in gabbia. Avanti ed indietro con disperazione. Solo allora comprendo che deve essere vissuta all’aperto e la casa non le sta addosso. La porto nel cortile per i bisogni. Fa di tutto: si avventa sulle tartarughe della vasca che stanno prendendo il sole, identifica i cavalli nel recinto e si avventa pure contro di loro.  Quando la riporto a casa si libera dei suoi biisogni sul tappeto persiano. Povera casa mia, tra palline di cibo sintetico, orina, feci e frammenti di vetro, in poche ore è irriconoscibile. Il sentore, aspro, selvaggio di Ginger si posa su tutto.
    A sera non tocco cibo. Sono estenuato, fisicamente e psichicamente.”Si stancherà bene, ad una certa ora?” mi chiedo. Vado a letto alle 9, confidando nel buio. Ma il ritmo è sempre quello. Il suo ansimare è il solo rumore della notte. Le sue pupille s’intravedono nel buio. Provo a riposare. Non ci riesco. Alle 11 sento che si viene a stendere sul mio scendiletto. Finalmente ! Ecco adesso, l’immagine del cane accucciato vicino a me, che dormo, soddisfa i miei desideri. Mi sporgo per guardarla, ma si alza con le due zampe anteriori sul mio corpo e inizia a leccarmi la faccia. Trovo la cosa affatto piacevole, anche perché non sembra arrestarsi. Ho la sensazione che mi voglia soffocare. Subito dopo, Ginger riprende il monotono ansimare, facendo un rumore metallico con le unghie sul pavimento. Nel dormiveglia, ho la sensazione dell’incubo. A tratti ritorna vicino a me e se si accorge che la guardo mi soffoca di leccate, viscide, salivose. Raggiungo la cucina per prendere un bicchiere d’acqua dal frigo, ma scivolo su pipì ed altro. Capisco che non potrò continuare così.
    La delusione mi coglie all’alba e mi fa arrivare ad una decisione estrema ma vitale. Restituire Ginger a Giruzzo! Alle 6 di mattina sono fuori del suo basso, senza essermi fatto la barba e con una camicia del giorno passato. Devo avere un aspetto consono, se Giruzzo mi chiede: “Che è successo Dottò?”
    “Giruzzo, non è cosa per me, tenetevi Ginger….”
    “Dotto, mi dispiace tanto per voi, ma l’assegno l’ho cambiato.”

  • 23 marzo 2012 alle ore 18:07
    Solo un bacio

    Come comincia: “Un bacio dottore, un bacio!”  Annuccia mi si è avvicinata insolitamente, stamattina, appena entrata in ambulatorio. In pochi istanti la progressione del suo accostarsi a me, ha elaborato una successione di sequenze che hanno interessato i miei sensi, in tutta la loro completezza.
    La vista: doveva aver appoggiato nell’ingresso il casco e il giubbotto di pelle. Aveva solo una camicetta bianca, sbottonata, con cura, sul davanti. Tra candidi pizzi, il rosa dei suoi seni. Una geometria perfetta di emisfere affioranti. Il jeans, attillatissimo, assecondava le linee sfuggenti del corpo, dando risalto all’emergere dei fianchi, appena eccessivi, per la sua età.
    L’odorato: cambiando uomo, negli ultimi tempi, aveva tralasciato Dior. “Questo è fissato con Kenzo.
    “Un’aurea odorosa, intensa, promettente, la precedeva di pochi metri, da quando aveva aperto la porta. Poi, l’avvicinarsi  ancor più, il protendere la guancia verso le mie labbra, diveniva una tempesta  calda di fragranze esotiche, di mari lontani.
    L’udito: le note giovanili della sua voce sono da tempo offuscate dal fumo
    delle sue quaranta sigarette al dì. Per cui, un rintronare fosco di consonanti,  nelle note più basse, mi riporta ad una cave parigina. “ Il mio dottore”. mi  lascia questi suoni nella tempia destra, in un sussurro che prende forza, rintronandomi nei meandri del cervello.
    Il tatto: le sue labbra sfiorano la guancia destra. E’ una pressione che  traduco nella leggerezza di una carezza. Ne elaboro all’istante anche quell’ umido che, intuisco, sa di saliva. La pressione persiste, ne conto gli attimi.
    Poi, il distacco dalla mia pelle che sembra trattenere l’orma di quel bacio. Il gusto: Le mie labbra sfiorano appena la sua guancia.  “Annuccia, hai un  fondo tinta che è amaro”, le dico ritraendomi e riconquistando le mie  posizioni.
    Annuccia me la trovo, ancora di fronte, che mi sta fissando, con il suo solito sorriso ambiguo. “Ce simme fatte viecchi, dottò!”

  • 23 marzo 2012 alle ore 18:06
    Medicina cinese

    Come comincia: “La prossima fermata è il Cihui Center of  Traditional Chinese Medicine”- dice la guida al microfono del bus, facendoci presagire la fine miracolosa di tutti i nostri mali, per chi ne avesse, s’intende.
    Ci fermiamo di fronte ad un edificio di tipo occidentale. Attendono sui gradini del portone per darci il benvenuto, medici, infermieri, inservienti. Da lontano già scorgo i loro sorrisi. Alla nostra discesa dal bus iniziano ad inchinarsi ritmicamente. Non sono sincroni, mi sembrano tasti di un pianoforte mentre viene sfiorato dalle dita. Veniamo introdotti in una sala di accoglienza con sgangherati tavolini e sedie metalliche che a tratti rivelano macchie di ruggine. Tovaglie di carta rosa con piccoli bicchierini colmi di tè fumante. Sediamo imbarazzati e curiosi. Qualcuno dei nostri commenta a voce alta, sicuro di non essere compreso. L’equipe si è schierata lungo le pareti e continua a sorriderci. Una dottoressa sulla cinquantina, grassottella e baffuta, con un camice liso ci distribuisce un volantino in inglese. Comincia in lingua cinese ad emettere suoni gutturali. La nostra guida traduce. E’ una specie di presentazione: una filosofia millenaria servita in maniera spicciola ad uso turistico, quindi notevolmente riduttiva.
    “Ogni cosa nell’universo - ci dice la grassona - è un misto di due entità, il maschile ed il femminile. Dal suo equilibrio nasce la perfezione e quindi,il conseguente stato di salute, dalla sua rottura l’imperfezione, la malattia. Il medico cinese tradizionalista ricerca e cura questi equilibri.”
    Al termine del discorso ci presenta l’equipe: un anziano medico, un po’ curvo, occhi quasi fessure aldilà di spesse lenti, un fisioterapista, massaggiatore, un tipo etereo, lineare nella sua magrezza che si intravede attraverso un camice non più candido, un agopunturista dal volto globoso, con un sorriso ammiccante. Sembra uno dei tanti budda visti nei templi in questi giorni.
    Ci precisano che la visita medica è gratuita, massaggi e agopuntura, trenta dollari a prestazione. Gridolini e cinguettii delle signore del nostro gruppo. C’è una certa eccitazione. Gli uomini sembrano più timidi. Ben presto si formano piccole code di fronte a diversi ambulatori con cartelli indicativi in inglese. Mi faccio avanti nell’angusto ambulatorio del mio collega medico per curiosare: è alle prese con una signora di Padova di mezza età. Signora, brillante nel comportamento e ricercata nel vestiario.
    Presente la guida come interprete, la porta resta aperta per gli ultimi curiosi. Qui il segreto professionale non deve esistere. La signora si siede di fronte la scrivania e perde il suo sorriso iniziale al cospetto del medico che ha iniziato a scrutarla attraverso le sue fessure a immagine di occhi. Il medico le prende il polso e il ritmo dell’universo sembra perdere colpi per alcuni minuti. Righe di sole filtrano attraverso la serranda abbassata proiettando un alternanza di luce ed ombre sui volti. Le cicale cinesi, una vera esperienza sonora, sembrano perforatrici meccaniche. Hanno crescendi da officina meccanica. Il tempo trascorre. Mi sorprendo in un atto di coscienza a pensare alle mie scarse possibilità divinatorie nella palpazione di un polso. Provo un senso di inferiorità verso il collega. La signora mi lancia uno sguardo smarrito. Il medico non accenna a lasciare libero il polso. La rassicuro con un sorriso.
    Ora il dottor Cihui, dimenticavo, così si chiama, sembra riaversi dalla trance, abbandona il polso e si dirige lentamente a recuperare da un armadietto un vecchio sfigmanometro a mercurio.  Avvolge con circospezione un untuoso manicotto attorno al candido braccio della signora. E’ sicuramente il secondo atto di un movimento drammaturgico. Tempi lunghissimi, esitazioni volute; un volto fermo nei suoi lineamenti tanto da ricordarmi i tratti di una maschera del teatro di Pechino. La mano pompa lentamente aria nel manicotto, lo sguardo è fisso sulla colonnina di mercurio che sale a tratti.  Sgonfia e ripompa per alcune volte, rincorrendo vibrazioni e battiti di cui solo lui è vate. Si alza per riporre l’apparecchio e mi accorgo che i miei sensi cominciano a sopravalutarlo. Mi sembra che leviti sul pavimento. Ma forse sto esagerando. Il silenzio è rotto improvvisamente da un suono gutturale.
    Parla! La guida ha un sussulto e riprende il suo ruolo di traduttrice.“ Il dottore dice alla signora di far vedere la lingua.” La signora ha un movimento di pudore, si ritrae, ci guarda allarmata. Pian piano appare tra le sue labbra appena dischiuse una lingua in tutta la sua consistenza carnosa. Le palpebre di Cihui hanno vibrazioni impercettibili. I tempi sono gli stessi: oramai sono un esperto. Nell’unità spazio temporale la lingua della signora ha spasimi, sembra gonfiarsi, si inturgidisce, si dirige ora a destra ora a sinistra. Un tenue sorriso del medico e un cenno della mano acconsentono al rientro dell’esausto organo. Siamo giunti inaspettatamente all’epilogo. Ora è il momento della riflessione di Cihui. Il suo sguardo ci supera, va oltre i limiti della stanza. E’ una sfinge. Si risente il roco gracchiare. “ Lei signora, soffre di disturbi circolatori”, traduce la guida. Quasi un oracolo. Mi sento un pò deluso, ma la signora riprende la sua iniziale eccitazione, si illumina e salta in piedi: “ Bravo!”, grida.
    Si scambiano sorrisi ed inchini. La visita gratuita deve essere realmente terminata. Cihui scrive in fretta una ricetta e la passa ad un infermiere appena sopraggiunto. Tra sorrisi ed inchini scompare per sempre. Ci ritroviamo tutti ai tavolini per sorseggiare i resti di un tè abbandonato. Ci si scambia impressioni. Resto vicino alla signora di Padova. Dopo qualche minuto riappare l’infermiere con un sacchetto trasparente di erbe secche. Parla miracolosamente italiano: -“Un cucchiaino, come tisana mattino e sera. Quando terminate scriveteci a questo indirizzo. Il prezzo della medicina è centocinquanta dollari”.-.
    I numeri dei dollari volano per la sala. Come visita gratuita non è male! La signora di Padova è entusiasta e con il sacchetto in mano conta i dollari.
     
    (Da Medici in vacanza’, prefazione di Ambrogio Fogar – 1995)

  • 23 marzo 2012 alle ore 18:03
    Nunziatella 'a ballerina

    Come comincia: L’ultima volta che Nunziatella è venuta in ambulatorio, accompagnando il suo
    figlioletto, Giruzzo, risale a mesi fa. Poi incontri saltuari, frettolosi, il più delle volte
    visivi, ad una certa distanza; magari intravista dall’auto, o mentre camminava sul
    marciapiede opposto. Ha un portamento che colpisce lo sguardo e  il pensiero; un passo agile, elevato, di poco, da terra; un corpo che non si fa  immaginare, ma si da con gioiosa ostentazione. L’accompagna un sorriso, lieve, quasi come una nota musicale.
    “Ballo il latino-americano“ Mi disse tempo fa, in una delle prime visite ambulatoriali, ammiccando alla musica di sottofondo del mio I-pod sulla  scrivania che spandeva una bossa di Toquino. Alzandosi dalla sedia per  salutarmi, intrecciò alcune note di bossa al suo corpo flessuoso di ballerina,  lasciandomi insolitamente stupito.
    Oggi è venuta a visita. A chiusura della mia vita di medico mutualista, in  pensione da pochi giorni, mi preoccupo di presentare al collega, che ha rilevato il mio ambulatorio, le varie tipologie di pazienti, che frequentano il  mio teatrino quotidiano.
    “Oreste, ti presento Nunziatella, soprannominata ‘a Cubana. E’ una ballerina
    di latino-americano.” Nunziatella è già a pochi passi dalla scrivania. Intravedo il sorriso  ironico delle due segretarie, al di là della porta socchiusa. “E’ tutta rifatta” mi placano spesso, con una punta d’invidia muliebre. Ma Nunziatella è davanti a noi con il suo corpo prorompente, eccessivo per quella vicinanza.
    “No,no…non più latino-americano. Ora faccio danza del ventre.
    “Una voce, roca di fumo, esce da  labbra esaltate dal trucco. Il sorriso tenue c’è. La nostra immaginazione  maschile già vola. Sta a me, ora, saper innescare quel complesso di esibizionismo tipico di  ogni artista. Ci sono riuscito negli anni. Nel mio ambulatorio hanno cantato, suonato, recitato e fatto giochi di prestigio.
    “Nunziatella….non puoi non accennarci, ora che l’hai detto, due soli passi  di danza del ventre”. Srotolo affannosamente l’indice musicale dell’I-Pod, per cercare una tentazione musicale, che possa attirarla ad iniziare la danza, ma mi escono i  titoli più opposti: "No, maledizione, c’è adesso un quintetto per pianoforte di Schubert
    "Con un occhio seguo Nunziatella, guardo se si sta posizionando. Pregusto.
    Ma il sorriso è scomparso. Apre la borsetta, ne tira fuori un biglietto e me lo
    porge bruscamente.
    “Dottò, se vulite vedermi… stasera, da ‘Ciro ‘o Beduino’, ai quartieri spagnoli!”

  • 23 marzo 2012 alle ore 18:01
    Perchè a Rione Sanità

    Come comincia: “Ma che cazzo ci fai, a Rione Sanità, a Napoli?” Questa domanda mi è stata fatta, forse in un italiano più elegante, molte volte, nella mia vita. Bastavano poche centinaia di metri, da questo quartiere, per generare questa curiosità. Se si saliva nell’alto Vomero, le domande erano più incalzanti. Qualcuno si aiutava con una gestualità da filodrammatica, magari mettendosi le mani tra i capelli.
    Se poi mi trovavo a Roma, in occasione di una festa tra amici, la mia presentazione era da circo equestre: “Ecco a voi, Lucio, il medico di Rione Sanità!”. Risolini, stupori, fremiti di signore eleganti. Uno sguardo distaccato dei loro accompagnatori.
    A Genova, la mia città natale, le cose si mettevano male. Non penso che nessuno abbia mai capito bene, cosa volesse significare questo quartiere. Anche perché bisogna almeno passarci una volta, per iniziare a comprenderne bellezze e ombre.
    Questa dissonanza, (perché di dissonanza si tratta, in quanto non si ammette che uno del nord lavori tra quelli del basso sud. Siamo uno dei popoli più razzisti, al mondo, pur non credendoci tali.) hanno commentato anche alcuni giornalisti.
    Proprio ai primordi della mia professione, in occasione del ‘morbo sinciziale’, un virus
    sconosciuto, che mieteva vittime a Napoli, tra i lattanti, mi venne a intervistare e fotografare un fotoreporter, reduce dai massacri della guerra, in Congo. Vivendo, con me un’intera giornata, ne uscì frastornato, forse ancora di più, che da una missione bellica. Dopo quindici giorni, mi spedì il servizio, pubblicato su di una rivista, con l’onore della copertina a colori. Mi deluse però la didascalia: ‘….mentre visita un bambino a Rione SALINAS (!).’ Forse ricordava J. Steinbeck!
    Mimmo Liguoro, giornalista del TG 3, mi raggiunse con la sua troupe, anni fa, e mi dedicò un inserto nel suo documentario su Napoli, che in seguito, trascrisse in un capitolo, alla pubblicazione successiva del libro.
    Ma non ho risposto forse alla domanda iniziale. Ho vissuto quarant’anni meravigliosi, ricchi di esperienze umane. Comparandomi con i colleghi bene dei quartieri bene, penso che abbiano perso molto della vita di ogni giorno, evitando la conoscenza di persone che sanno sopravvivere al malessere, al sopruso, all’abbandono quotidiano. Tutto questo tra pietre greche, paleocristiane, tra palazzi settecenteschi. Uno scenario da non perdere.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:58
    L'urlo di Tonio

    Come comincia: 2008 Primavera, alture del Pigno, Marano di Napoli. Oggi rientrando nella villetta del mio padrone di casa, ho visto movimento d’uomini lassù, tra gli ultimi alberi ed arbusti di una campagna perdente. Dal ramo forte del ciliegio pendevano corde intrecciate ad una nera carrucola. Poteva essere un’impiccagione d’altri tempi. Fiori di ciliegio volavano nel vento.
    “Venite quassù dottore, accerimmo o’ maiale”, venite! E’ ‘nu spettacolo!”
    Ho risentito la voce di mia zia Maria che prendendomi per mano mi diceva: “Via dall’aia, vieni su con me, qui oggi si uccide Tonio. Non è uno spettacolo per bimbi”.
    Avevo sei anni a Villa Adela, a Serravalle Scrivia. Tonio era il mio amico di guerra, in quella casa di grandi, dove l’unico bambino ero io. Lo aveva portato, un giorno, nonno Angelo, che si occupava dell’approvvigionamento di cibo, in quei momenti di fame. Un pugno di carne rosa, con una simmetrica metà nera . Un germoglio di vita che avevo già appreso nella stalla, alla nascita del vitello o allo schiudersi delle uova dell’oca Santina.
    “Lo chiameremo Tonio” Il nome dato fu il viatico d’entrata in famiglia di un’altra entità. Fu sistemato nel sottoscala e per molte notti ci impedì il sonno. Crescendo, mi fu affidato il suo per il pascolo nei campi, vicino alla concimaia. Per la mia ‘paura dell’acqua’ a lavarmi, qualcuno, in villa, iniziò a darmi del Tonio. E la cosa non mi dispiaceva, ma mi univa maggiormente a questo enorme animale che sentivo amico.
    “Spezza le gambe di un capretto con un solo morso” mi diceva, l’Adele, la cameriera bambina che si aveva lassù. Ed io ero riconoscente a quel muso rosa, con due buchi carnosi per naso, che mi s’intrufolava, grugnendo, tra le gambe, come se volesse giocare con me. Qualcuno, leggendo, si meraviglierà che noi si potesse convivere con un porcile in casa. Ma non sa cosa può essere una guerra, quale alternativa di costumi può aprire. Vincono le necessità basilari. Vi dirò di più.  Crescendo Tonio, il sottoscala si fece troppo angusto e decidemmo di metterlo nel salottino di vimini, gioiello della casa in affitto. Ovviamente, accatastammo i preziosi mobili della padrona di casa che nulla doveva sapere. Poi arrivarono le armate tedesche e prima che requisissero Tonio si decise di trasformarlo in salami e prosciutti.
    Quel giorno, lo ricordo ancora. Zia Maria che mi porta al primo piano, nella sua camera da letto. Un urlo di dolore, quasi umano, che lacera l’aria.  “Chiudi le orecchie, come quando bombardano” Vedo il volto di zia, che si scherma le orecchie con entrambe le mani, la stessa espressione del bombardamento del ponte sullo Scrivia. Io non sento più nulla, solo il pulsare del sangue. Uccidono l’unico amico che ho. Il volto di zia si decontrae, sorride: “Finito”.
    Scendiamo. Tonio è appeso per un garretto al ramo del pioppo. Dalla sua gola squarciata il sangue cola in un secchio.
    - “Se ne fa sanguinaccio, con quel liquido rosso, vedrai che bontà!”

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:56
    Ricordando odori

    Come comincia: Negli esercizi estremi di memoria, che a volte mi provo a fare, ho cercato di trarre dal magma ignoto dei ricordi tutto ciò che può aver coinvolto l’odorato nei primi anni della mia infanzia. Dietro queste prime esperienze monosensoriali, si sono evidenziati, man mano, quadri di vita che avevo perso.
    Avendo vissuto questo periodo su di una collina, a Serravalle Scrivia, per via della fuga da Genova a causa dei bombardamenti alleati, sorge  naturale che prevalgano gli odori agresti. Odori intensi come quello del letame nelle stalle, con i vapori di ammoniaca che salgono su per il naso a farti lacrimare e ti allarmano il piede che teme il contatto.
    L’odore del fieno fresco, in fermentazione, da portarselo nei panni sino a sera, dopo capriole rissose, stanchi di riso e di pugni. Il pane appena sfornato sul tavolo di cucina al mattino: un odore caldo, quasi dolce che dava l’acquolina in bocca, imponendoti una minima attesa.
    Ricordo quel tavolo, nero di mosche. (il D.D.T. sarebbe venuto dopo, con gli
    americani). Papà apprestava la colazione, facendola precedere con la cacciata
    delle mosche dalla finestra aperta, agitando un tovagliolo. Il nastro giallastro e polveroso della carta moschicida scendeva, accanto al filo dell’unica lampada, dal soffitto.
    L’odore della latrina nell’orto, nauseante e insopportabile ma obbligatorio. Sciami ronzanti di neri mosconi famelici.
    L’odore dell’albero di fico, sotto il sole d’agosto. Un odore avvolgente, dolciastro, colloso come il lattice bianco che colava dal ramo ferito.
    L’odore delle viole, cercate con zia Maria nel declinare umido e ombroso del fitto bosco delle Fate. Un odore nobile, inconsueto, ammaliante come l’intenso colore.
    L’odore della lavanda ‘Col di Nava’ di papà che, di prima mattina, si faceva la barba sul tavolo di cucina, usando un piccolo specchietto dalla cornice celeste. Quante volte ho assistito a quel rito con rinnovata meraviglia.  Il gioco dei muscoli del volto di papà per assecondare la lama. Dargli un bacio era rubargli un po’ di quel profumo, intenso.
    L’odore dei bossoli della mitragliera, fiutato con timore ed orrore al fine  degli scoppi della battaglia.
    L’odore del sapone fatto in casa da nonno Angelo, bollendo ossa e calce in
    un nero pentolone: un sentore disgustoso, tanto che per lavarmi mi dovevano rincorrere tutti.
    L’odore della neve, lieve e pungente come il suo sapore. Mamma la raccoglieva dal davanzale  nel bicchiere: una goccia di dolce caffè e nasceva una delizia per il palato.
    L’odore del fulmine. Quando si usciva dal portone di casa tra l’ultima pioggia e i raggi brillanti del sole. “E’ ozono, senti ha il sapore di una lama” mi spiegava papà.
    L’odore delle bionde trecce di Cristina, prima bimba apparsa nella mia vita. Una visita dei genitori, su alla nostra villa, un tramonto.  L’albero di lillà era in fiore. Tirammo fuori le vanghe dei contadini, cercando di costruire una galleria che potesse unire le nostre
    lontananze.
    Beata, stupenda, tremenda, ingannevole infanzia.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:49
    Appunti dal Brasile

    Come comincia: Salvador de Bahia..una esperienza Brasile? Donne.......No, la prima esperienza e` puramente spirituale e religiosa. Sull´aereo incontro Joao, un giovane seminarista brasiliano di Salvador che rientra a casa dal seminario in Sardegna. Parliamo della teologia della liberazione. Una religione povera per i poveri. Loro non usano l´abito talare, perché sarebbe troppo elegante e inrispettoso per la povertá di qui. Noi cattolici di Roma siamo lontani, in una ricchezza medioevale. Mi parla delle cene col suo vescovo su tavoli di legno senza tovaglia, entrambi in maglietta. Puramente informale. Lui é vestito accuratamente e lo vedo elegante nel suo abito talare. Prima di salutarlo all`arrivo a Salvador gli chiedo se resterá in Brasile. Mi sorprende quando mi risponde che é suo desiderio tornare per sempre in Italia. Stregato pure lui..dal nostro Vaticano. Questa mattina rivedo il Pelhorino, vecchio quartiere di Bahia. Case di due piani, tra il rudere e il ristrutturato. Ma la miriade di colori le contraddistinguono. Azzurro, giallo, rosso....vividi nella povertá del posto. Entriamo in una chiesa barocca, la Chiesa del Carmine...un centinaio di baihani stanno pregando.La chiesa é un trionfo d´oro e di stucchi. Un giovane prete in maglietta parla a voce alta, sorride. Il suo sorriso mi conquista....mette su un cd di musica e iniziano a cantare. Alzano le mani e sorridono. Lui dice che il sorriso aiuta e unisce. É vero...mi trovo ad ondeggiare anch´io le braccia. Ogni tanto si interrompe e risponde al suo cellulare. Da noi sarebbe una scorrettezza, qui non lo avverto. Riconosco solo una preghiera, il Salve Regina..termina cosí tra applausi ed abbracci tra loro. Non sciamano fuori ma restano rumorosamente in chiesa, parlano, si toccano, si abbracciano, sorridono. Risalgo sino al prete in maglietta e mi complimento con lui. "Bravo, questa é la Chiesa che vorrei"! Mi saluta sorridendomi: "Obbrigado". Esco.

    Il Nevskij Prospeckt, un fiume pedonale di una cittá russa, un fiume di anime morte e vive, disperate e non. Penso che ogni luogo possieda questa via, non solo S.Pietroburgo. Riflettevo questa mattina passeggiando su quest´ísola, senza strade, dove il pedone cammina su viottoli di sabbia o sull´immensitá della riva abbandonata dalla bassa marea. L´uomo si deve ritrovare, si deve esporre,deve giudicare e farsi giudicare per esistere. La miseria dello spirito cerca nell´incontro, un´assoluzione qualsiasi, fors´anche l´indifferenza che allevi quel senso di colpa, che deve pur esserci in alcuni. Mi camminava davanti, aveva forse la mia etá, capelli bianchi, alto, un andatura agile, maglietta, calzoni a mezza gamba, piedi scalzi. Al suo fianco, una bambina di 12, 13 anni, minuta di altezza, con un tanga scomparso tra le pieghe di due glutei neri come il carbone. Il reggiseno raccoglieva seni immaturi. Un volto di putto negro, tra bagliori di pupille e di lacca su riccioli crespi. Un sorriso affiorante, indeciso. Quella mano che scende dalla vita lentamente e si posa sui glutei in movimento. Li possiede entrambi. Lui avverte il mio sguardo. Per un attimo ci guardiamo da uomini. La mano si ritrae.

    lucio da Morro de S.Paulo

    Scritto da lucio

    venerdì 03 agosto 2007
    chiedo a Mario che mi accompagna su per la strada che porta alla favela, dove lui si è costruita una casa " Avete la luce, qui?"  Mario si dirige verso un palo, da dove pende un interruttore a peretta, quello dei nostri comodini di una volta. Lo preme e si accendono lampadine a distanza di cento metri su pali precari. "Chi passa, accende..lo stato non vuole che si sprechi energia". Isola di Morro. arcipelago delle tinharé.
    Scritto da lucio

    lunedì 13 agosto 2007
    breve cenni storici.... Capitale dello stato di Amazonas, 1.400.000 abitanti, posta sull´argine settentrionale del Rio Negro a 10km dal punto di confluenza con il fiume Solimoes dando origine, insieme, al Rio delle Amazoni. 1865 avanposto commerciale, mercanti , schiavi neri, indios e soldati. Piantagioni inutilizzate di alberi della gomma. 1842 Charles Goodyear elabora il processo di vulcanizzazione della gomma. 1888 John Dunlop brevetta i pneumatici. Nel successivo ventennio diviene la seconda cittá del Brasile con elettrificazione e teatro dell´Opera 1920 Gli inglesi rubano le piantine dell´albero della gomma e le trapiantano in Malesia con coltivazioni razionalizzate e maggiormente produttive. Crollo del mercato della gomma brasiliano. ............................................ Oggi Manaus é un inferno: metti un groviglio di strade a ridosso del porto fluviale galleggiante; le case sono fatiscenti, unite da un cielo di grovigli di cavi elettrici. I marciapiedi sono occupati da migliaia di piccole bancarelle multicolori che vendono tutta la povertá possibile in un modo ripetitivo, allucinante. Ferramenta essenziale, reggiseni, telefonini, batterie per cellulari, chincaglieria di pessima qualitá. Si interpongono venditori di alimenti: frutta esotica, spiedini di carne, di formaggio e di gamberi. Alcuni abitanti portano, in contenitori di polistirolo, cibi preparati a casa e li offrono ad acquirenti di passaggio. Gli stretti marciapiedi accettano in piú mercazie leggermente piú nobili dei negozi precari adiacenti. Gli stereo di quest´ultimi lottano tra di loro per un dominio sonoro. Dimenticavo i pedoni, un flusso solido, inestricabile, che serpeggia e fa da collante tra negozi e bancarelle. Nelle strade file di vecchissimi bus strapieni inquinano il tutto ruggendo una prima lamentosa e fumosa. L´umiditá e i 36 gradi sono un ulteriore coibente. Mi lascio trascinare tra volti di indios alcuni dalle fattezze eleganti, altri deformati dagli incroci precari. Storpi, zoppi si alternano a bambine incinte. C´é un odore di fogna tra tombini intasati da rivoli nerastri che non vogliono scendere al fiume. I turisti opportunamente consigliati dalle guide evitano questo centro unico e fantasioso. Mi attardo, in coda, mentre una vecchia arrostisce sulla brace uno spiedino di carne viola. Che sará mai? Assaggiare per valutare. Ottimo! Dopo che, bruciacchiato e immerso in un liquido vischioso, é cosparso di farina gialla. Ritorno alla fermata del mio bus 120, altamente sconsigliato. Centinaia di persone lo attendono al centro della strada. Usciró mai da questo inferno? Manaus, 13 agosto 2007
    “Quale piacere ricordare, tra i crepacci dei nostri umori, alle tre di un pomeriggio, in cui la pigrizia e la disperazione incombono, che c’è sempre un aereo pronto a decollare per un altrove” (De Botton).

    L’Altrove questo magico lenimento che ci viene incontro, quale sirena ammaliatrice, a consolarci dell’oggi infruttuoso e monotono. “L’altrove” ha fattezze e contorni diversi per ognuno di noi. Può essere un luogo d’infanzia, un riposo sognato o trasognato in un posto appreso per caso, la pagina di un libro, un manifesto in una stazione ferroviaria, un opuscolo di un’agenzia di viaggi. Ma è opportuno che per noi rappresenti l’altrove, quasi una simmetria lontana dal punto dove ci troviamo a vivere. L’altrove non ha connotazioni negative, ma racchiude tutte le proiezioni positive possibili che noi possiamo dargli. L’altrove non ricorda la parte negativa della nostra fisicità, con i mille segnali di disturbo quotidiani che ci invia il nostro corpo, dalla bollicina in bocca al bruciore di stomaco o altro. L’altrove ci aspetta, validi, forti, di ottimo umore, pronti a superare le angustie e i pericoli di un viaggio. E, infatti, l’altrove nasce improvviso un giorno di tetra depressione, forse tra la pioggia di una strada tormentata, pozzanghere vere e di vita. Uno di quei giorni in cui qualcosa ci avverte che siamo al limite, un limite precario, oltre al quale c’è il buio. L’altrove sorge in un angolo oscuro della nostra mente e si evidenzia lentamente, fantasma consolatore. “Non importa dove!” diceva Baudelaire. La sua era una fuga da, senza meta. L’importante era uscire, scappare purtroppo da se stessi. Questa pesante chiocciola, casa e sentimento, che non si stacca da noi per nessuna ragione. “Devo andare”- è la frase di un personaggio di romanzo d’appendice o la frase di un Marco Polo o di un Colombo. Questa catapulta che si materializza dentro di noi e ci proietta chissà dove. La motivazione dichiarata copre ben altro.
    l.p.r.

    Scritto da lucio

    domenica 05 agosto 2007
    Salvador - Domenica 4 - Eglesia do Carmo. La signora é in prima fila. La scorgo da dietro. La messa é iniziata. É vestita elegantemente, i capelli bianchi hanno una acconciatura accurata. Un giro di perle al collo. La visuale della sua maglia di lino mi é coperta in parte. Porta una scritta sul dorso..forse una preghiera. Inizia con: "Nada te pertube...." Le prime dieci file hanno un recinto di ferro battuto e terminano con un cancelletto, ora aperto. Un segno di casta. Dietro, il popolo bahiano, su panche comuni, prega. Il prete, sull’altare, ha iniziato la predica. Parla delle virtú teologali: fés, esperanza, caritá. Io, sono invece molto turbato. Ho visto, nel 2007, gli schiavi. Esistono ancora, immutati come nella "Capanna dello zio Tom". Li vedi scaricare, all’alba, i vascelli dei possidenti. In fila, sotto il sole, non balle di canne da zucchero, ma casse di Coca Cola, frutta, bombole di gas. Hanno la corporatura delle novelle della nostra infanzia. Enormi di fisico, la muscolatura affiorante, lucida al sole. Muscoli che nascono non in palestra, per un fine estetico, ma muscoli che servono per portare di piú del tuo vicino, in modo da essere competitivo sul lavoro. Muscoli per trascinare carriole, per sollevare tronchi, per zappare la terra. Il padrone é quello di sempre, un bianco che ordina. Ha lo stesso volto, gli stessi poteri, la stessa arroganza. Ora non appartiene piú al Re, ma é un politico. Mette tasse, gabelle. Dona magliette col suo nome per creare vassalli.  Forse anch´io sono uno schiavo, a ben pensarci. Quanti padroni ho? Un´infinitá.
    Scritto da lucio

    giovedì 26 luglio 2007
    Ieri sera al tramonto ritorno al Pelourinho, antico quartiere nero di Salvador. Cerco una chiesa visitata tre anni fa in fretta con una guida locale. Ora sono libero e solo e "lecco le pietre" come uso dire per confrontarmi con un turismo fuori dalla fretta delle guide. Cerco l´Iglesia de Nossa Senhora do Rosario. É dell´inizio del 700, ed éél´ unica chiesa costruita dagli schiavi per gli schiavi. Le altre sontuose e ricche dei padroni portoghesi erano proibite a loro. Qui si adora nel piccolo cimitero la tomba di una schiava, l´Esclava Anastasia dell´ Angola raffigurata sulla tomba con una maschera di cuoio sulla bocca che le impediva di parlare come era l´usanza dei tempi. Trovo la chiesa ed entro. La funzione sembra essere giá iniziata. Il prete sull´altare veste questa volta i paramenti sacri, non la maglietta della precedente chiesa. Mi rassicura una preghiera in latino. Sono a casa? Ma improvvisamente un suono di percussioni attraversa la chiesa. Il suono é crescente, ritmato. Scorgo quattro suonatori anziani in un altare laterale che suonano bongos e maracas. Il ritmo sta crescendo...scandisce un ritmo che conosco giá..La ragazza che prega in piedi, fronte a me, camiciola dorata, jeans, smuove con un colpo di nuca i capelli sciolti sulla schiena. I capelli ondeggiano...la schiena inizia ad ondeggiare. Il fondo schiena ora attira il mio sguardo...ma é samba, questo motivo. Un vecchio signore esce dai banchi, alza le braccia e inizia a ballare, cosí la vecchietta settantenne. Io continuo a guardare il fondoschiena della ragazza di fronte a me. Fantastico. In un minuto stanno tutti danzando la samba. Il prete sull´altare é volto verso di noi e sembra dare il tempo, o benedice? non so. Mi trovo ...meraviglia ad accennare anch´io a passi di samba. Chi applaude, chi canta, chi prega....sono felici.. sí almeno questo sembrano. lucio

    Scritto da lucio

    giovedì 02 agosto 2007
    L’inquinamento atmosferico forse ci allontana anche da Dio, oltre che dalla salute. Trovarsi in una notte di stelle è sempre una esperienza spirituale intima, puramente religiosa. Mi torna una frase di uno scrittore di cui non rammento il nome: - " La superbia dell’uomo si evidenzia nella sua affermazione che Dio si sia manifestato solo per lui, tra miliardi di pianeti."- Stanotte guardo questo soffitto ghirlandato di luci e penso che Dio sia tutto questo, un Dio senza barba, senza famigliari. - Una sera d’agosto, i miei due ragazzi, su di un cavalcavia deserto ( la via privata, appena costruita di un noto ministro, il raccordo stradale tra l’Autosole e la sua villa). La vallata oscura per l’assenza della luna e noi tre, stesi sulla striscia bianca di divisione delle due corsie. Niente tra noi e le stelle. Il piccolo Matteo : " Papà sto cadendo nel cielo!" - Deserto sull’altopiano iraniano, un’uscita dopo cena, con Shara, la guida, per visitare tombe reali del X sec. d. c. Il disco pieno della luna aveva Giove come brillante monile. Camminando, noi si faceva ombra sulla sabbia, come in una giornata di sole. Gli oggetti venivano illuminati da un riflettore di una luce fredda, metallica. Il riverbero sulla sabbia completava i particolari. -" Ciro per evitare il caldo alle truppe, le faceva viaggiare alla luce della luna"- mi raccontava Shara. Per un attimo vidi quelle schiere di uomini camminare dinanzi a me. Morro ore 6,38

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:46
    Partendo da Salvador de Bahia

    Come comincia: Dovunque tu sia, il partire, il lasciare, il perdere ti mette sgomento. Forse il distacco dal tuo, sia pur momentaneo, rifugio, a cui devi la sopravvivenza biologica del momento. Forse il timore del tempo ignoto che ti sta davanti e ti cela un sicuro ritorno. "C´é una porta che non riapriró...uno specchio in cui non mi vedró.." mi tornano questi versi di Borges che condivido nel loro tragico annuncio. Cosa lascio tra poche ore, rientrando in Italia? Un cielo azzurro contornato da nuvole sorprendentemente candide alfine di un rovescio improvviso, fatto di rivoli incerti, di odori salmastri di fogne. Suoni di percussioni africane che sbucano da vicoli colorati dall´arcobaleno. Uno sciamare distratto e sbracato di turisti ansiosi di vedere e di non capire. Lascio il volto di Davide, bambino di strada, magrissimo sino alle ossa, un cespuglio di capelli crespi, impastati di sporco e di acqua ossigenata; occhi adulti, profondi, dolenti. Il suo non chiedere soldi, portandoti a comprare un pacco di biscotti per i suoi. Il suo modo di lasciarti, con un disattento saluto, quando gli hai dato quel che voleva. Il suo futuro, la sua etá a rischio. Lascio il mosaico di colori vivi di queste case disfatte dal tempo, i viola, i rosa, il turchino, il verde bandiera. Assurdi altrove, ma intonati qui. Lascio le onde immense e fragorose dell´oceano, domate da ragazzi impavidi su tavole di legno. Lascio un caffé appena iniziato sotto un´ombrellone ,ad Itapuá, mentre all´orizzonte si profila l´imbuto nero del tornado. Lascio il mio posto vuoto sulla sedia della scultura raffigurante Vinicius De Moraes seduto ad un tavolino, in tua attesa. Lascio volti bellissimi di uomini, donne e bambini. Lascio volti bruttissimi di uomini, donne e bambini. Lascio il suono del canto brasiliano a sera tra le note di una chitarra, mentre i sorsi di capirina ti bruciano dentro. Lascio costumi fantasiosi e opulenti di bahiane che si danno al tuo obiettivo. Lascio sapori di erbe e aromi sconosciuti su braci di carne e di pesce. Lascio una notte che non si spegne nei suoni, nelle luci e nel mio ricordo. Partendo da Salvador 18 agosto 07 . h 14,45 

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:43
    Gigino l'inglese

    Come comincia: Gigino l’inglese ha questo soprannome per essere stato fatto prigioniero dagli inglesi durante le nostre conquiste africane. “Tre anni, dottò, Se stava ‘na magnificenza, thè e biscotti alle 4 del pomeriggio!” In realtà come ogni napoletano, che intuisce subito la strada per campare, Gigino aveva fatto da interprete tra il gruppo degli italiani, deportati con lui in India, e i guardiani del campo. Poche parole dell’idioma straniero, apprese vendendo a Pompei vasetti ‘originali’, ma falsi, gli erano serviti per aiutare i corretti, ma incompresi militari inglesi.
    Tre anni in una contiguità giornaliera con il fumo di Londra, un po’ attenuato, data la distanza, ma sempre degno di ammirazione e di contagio. Per cui al ritorno, aveva preferito lasciare crescere i suoi baffi accurati e ritorti all’insù e mantenuto il vestiario estivo militare del campo: calzettoni bianchi al ginocchio e pantaloni color cachi a mezza gamba. Qualche parola inglese nel quotidiano del vicolo e l’appellativo di ‘l’inglese’ gli era rimasto negli anni.
    Io l’incontro ogni mattina, alle sette, quando parcheggio l’auto nel quartiere, per recarmi in ambulatorio. Siamo ambedue maniacalmente precisi, per cui ci incontriamo quasi nello stesso punto, il marciapiede di fronte al pescivendolo, sotto il ponte della Sanità. Porta nella mano sinistra un canestro di vimini, che mi ricorda quello di Cappuccetto Rosso. E’ leggermente claudicante, ma il passo è spedito. Quando arrivo alla sua altezza, si ferma, fa schioccare i tacchi, si pone sugli attenti e mi fa un saluto militare stupendo. Resta in silenzio, con quegli occhi vispi che mi scavano, un tenue sorriso ed attende che io passi.  Vengo sempre colto da un leggero imbarazzo con la mano destra che mi si alza a mo’ di saluto papale. Il mio sorriso è più aperto, accondiscendente. Ieri comunque mi è successo un fatto strano.
    Per timore che piovesse avevo cambiato le mie scarpe sportive con scarpe più pesanti, invernali. Ne sentivo, camminando, il suono sordo della suola sul selciato. Incontrando Gigino, nello stesso punto, lui ha fatto partire il suo abutuale saluto. La nota musicale dei suoi tacchi ha richiesto per un attimo che io continuassi quella sequenza di note. Mi sono fermato, ho dato un colpo fantastico ai miei tacchi. Dritto come non mai, ho risposto al suo saluto da perfetto militare. Per un attimo ci siamo trovati così, in silenzio, uno di fronte all’altro, seri, gli occhi fissi e il braccio immobile nel saluto, a mezz’aria. Ho sentito intanto sulla destra, lo stridore di una frenata ed ho appena scorto il volto della signora che ci guardava a finestrino abbassato: “ Gesù, Gesù, chiste so asciute pazze!”.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:41
    Il buio della baronessa

    Come comincia: “Dottore, ben venuto, l’aspettavo…”
    La mole (sì, si tratta di 140 kg, di questa signora di altri tempi) si  sposta sulla sinistra per farmi entrare. Ha un vestito da sera, nero, lungo, con lustrini, a inquadrarle un vasto petto. Il suo volto ha lievi  sottolineature di un trucco sapiente,  discreto.
    Vincenzo Irolli ha lasciato affrescata, agli inizi del 900, la parete di fronte  a me, e mi cattura lo sguardo, appena entro.
    “Dio Santo, questi volti di fanciulli napoletani!… – mi sfugge, per una
    smodata ammirazione per tutto ciò che è bello.
    “Dottore….per piacere, guardi a terra….quelle sono le sue pattine…sa i  pavimenti sono lucidissimi e mi dispiace sporcarli.” Il volto ora è serio, e sento l’intonazione di un comando. Non ho ancora varcato la soglia.
    Guardo a terra e vedo due pattine di feltro rosso. Non posso non scorgerne
    altre due, più robuste ai piedi della baronessa.
    “Venga, mi segua, dottore”
    Ora si è tramutata nel corpo flessuoso di una ballerina. Solo i glutei enormi  e possenti la tradiscono. Pattina abilmente, scivolando sulla superficie a  specchio di un lungo corridoio in penombra, nonostante la luce abbagliante che  c’è fuori. Io una mattina di luglio. Io, a gambe rigide, sembro non trovare il  ritmo al suo passo e compio strani movimenti di avanzamento. Le pattine  sembrano precedere i miei piedi. Scivolano, mi portano. Ho il timore di cadere.
    Lo sguardo accarezza un arredo di lusso, quadri d’epoca alle pareti, un mobilio ricercato; negli angoli, sculture. Ma è quasi buio.
    - Baronessa, perché questo buio? Fuori c’è un sole fantastico, quello di
    “Irolli e lei vive in questa penombra?”
    “Dottore, guardi queste altre pattine. Se le deve cambiare. Nel salotto c’è
    un altro tipo di cera….”
    Lei è già saltata, in corsa, dalla sua coppia di pattine ad una seconda, con
    la stessa grazia del suo scivolare su questo pavimento. Io, con difficoltà,  districo i miei piedi dai feltri per inforcarne altri due di un colore che non  riconosco. Una vasta sala ci viene incontro.
    Guardo ora la baronessa  che, con un corto slalom, ha raggiunto un divano
    vastissimo, che si allunga per tutta una parete. E’ adagiata, in una posizione  che mi ricorda la Maya desnuda. Mi accorgo solo ora che ha un leggero affanno.
    Le mammelle debordano dalla scollatura. Mobili grevi e scuri odorano di cere;
    affiorano e ci circondano nella penombra.
    “Lucite…dottore.. lucite. Mai incontrata questa malattia? Allergia alla luce.  Guai ad uscire, si scatena l’inferno. Da tre anni vivo, così al buio. Ma ho ricostruito la mia Sanità, il mio quartiere, qui in casa. Vede?”
    Scorgo sulla parete un cartello disegnato con cura. “Piazza Sanità”.
    “Ha visto da che via siamo arrivati, qui?”
    Guardo l’inizio del corridoio e scorgo un secondo cartello appeso al muro: ‘Via Vita alla Sanità’.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:40
    Banana Boat

    Come comincia:           “Ti ho inviato quel brano di quel disco di Vinicius, che cercavi. Scaricati  il file e mettilo nella discoteca di Tunes”.
    E’ vero: l’adattamento è un processo lento e non uniforme per ogni essere  umano. Io sono tra i più lenti a recepirlo.
    “ Ma di un file, che cazzo me ne faccio? Scusa l’irruenza e forse la, non  mia, perfetta educazione, venutasi a corrompere con gli anni”
    “ Te lo scarichi sull’I pod e te lo senti quando vuoi.”

    Barbera, quella mattina, era venuto nella 3° C, al Colombo, indossando una  tuta nuova. Era della Genova bene, lui. Il padre era nei tessuti. Lo ricordo,  lungo e biondo. Un sorriso aiutato da lampi azzurri dei suoi occhi.
    “Ieri sera, su Radio Montecarlo, ho sentito una musica fatata…un certo  Harry Belafonte. Mi sembra che il disco si chiamasse ‘Banana Boat’. Ragazzi  dovreste cercare di sentirlo. E’ un deliquio!“
    A casa, si traduceva Senofonte con la radio, in sottofondo. La voce  femminile, nell’eloquio musicale francese, presentava le novità discografiche. La vicinanza della Costa Azzurra, la foto, pseudo autografata, della Bardot,  sulla spalliera del letto, creavano un ambiente di fuga, per noi ragazzotti di  buone maniere. Poi l’annuncio interrompeva ogni libresca  attenzione:  Banana Boat par Belafonte, c’est pour vous!”
    L’Anabasi era dimenticata. L’urlo senofonteo delle schiere greche, alla vista  del mare, “Tàlata, Tàlata” faceva posto ad un nuovo suono gutturale, che sapeva  di foresta sudamericana, di sole, di donne mulatte, dalla pelle lucida di  sudore.
    “Vai su Montecarlo, sintonizzati, sbrigati…senti un po’?”
    Era una catena velocissima di telefonate. Per giorni ci si accontentava di questa parentesi sonora. “Da Ghio, al grattacielo, è arrivato il disco. Un 45 giri che va a ruba. Bisogna prenotarlo…”
    In realtà la prenotazione serviva a coprire il tempo per accumulare i soldi  per l’acquisto del disco. Un pomeriggio era dedicato a questo. L’inserviente, esperto di Ghio, alla tua richiesta, prelevava il disco dalla copertina  multicolore dal reparto ‘Novità’. Ti accompagnava alla cabina , lasciandoti  solo all’ascolto. Harry, foresta, isole, mari, mulatte ti avvolgevano in un suono, che non era realtà. Il ritorno a casa aveva la consapevolezza di un possesso. Una tattilità, tra le mani, che ti dava promesse. L’arrivo, era  chiudersi in camera a risentire quel motivo per ore intere. Forse i giovani d’ oggi devono iniettarsi eroina, per raggiungere il nostro sballo d’allora.
    “ No, ascolta…non mandarmi il file. Ti ringrazio, ma non saprei cosa farne…“

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:38
    'A tac

    Come comincia: Enzino ‘ ‘O cinese’, questa mattina mi aspettava di buona ora. Quando io arrivo in ambulatorio alle 6,45 è solo per due motivi: anticipare il caos del traffico di Capodimonte e riordinare carte e idee prima di iniziare l‘ambulatorio. Enzino lo si vede saltuariamente, anche se a soli 27 anni ha un’epatite C e un diabete che saltuariamente si ricorda di curare. E’ piccolo, grassottello nel corpo e soprattutto in viso, dove l’adipe dà una strana configurazione a fessura degli occhi, per cui appunto il soprannome di  ‘ ‘o cinese’.  E’ timido, parla a scatti come se dovesse superare un ostacolo improvviso. Tempo fa, la mia segretaria mi aveva raccontato che lo aveva visto seguirla, in moto, per un lungo tratto dei Colli Aminei, non comprendendo il perché. Con me si era aperto, in seguito, con una frase buttata lì, velocemente e arrossendo. “Tenite ‘na bella segretaria”. Questi gli unici affioramenti nella mia mente. Dimenticavo, è tossicodipendente o lo è stato. Su questa domanda, abbassa lui abbassa sempre lo sguardo, ed io devo confessare che non l’ho mai visto ‘fatto’. Stamattina me lo sono sentito alle spalle improvvisamente, mentre salivo le scale dell’ambulatorio.
    “Avete visto dotto’ quanto tempo sono mancato. Un anno bell’e buono.”
    “ Sei stato fuori Napoli ?”, gli ho chiesto.
    Lui, mi ha guardato negli occhi, ha incrociato i polsi a pugni chiusi. Ho intuito la mimica.
    “E che mi hai combinato Enzino?”
    “Furto e rapina, dottò, furto e rapina !” Il tono è cambiato, sembrava quasi vantarsi di quello
    che aveva fatto.
    “Ma che cazzo hai mai combinato, per avere un anno? Ti conveniva ?”  Non rinuncio mai a
    fare la morale, sarà l’educazione elementare ricevuta  dalle suore.
    “….Teneva na moto che me piaceva…” Sembrava quasi incorrere in una spiegazione
    plausibile
    Raggiunto frattanto il mio posto di lavoro, si è seduto davanti a me.
    “Posso prendere una caramella?”; Le tengo per i bambini, ma lui non sa resistere.
    “Allora Enzino, dimmi perché sei venuto da me?”
    Enzino mastica rumorosamente la caramella.
    “ Devo fare una Tac al cervello.”
    A queste richieste, che saltano tutto l’operato del medico, in genere mi arrabbio subito. Oggi, non mi è capitato. Sarà stato quel volto adiposo di bimbo, quella caramella che andava in frantumi rumorosamente.
    _” Una tac? E perchè mai una tac? “
    Enzino era serissimo, mi guardava fisso negli occhi.
    “ Aggiacapì, pecchè quando me vene, aggia fa a fforza ‘a rapina!”

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:36
    Omertà

    Come comincia:                 Usiamo spesso questo termine in modo allusivo, riferendoci ad una qualche categoria morale di individui. Ma il fatto che mi si presentò anni fa, una trentina credo, mi ha fatto sempre riflettere su questo comportamento umano che non allude solo ad un problema morale, ma alla nostra sopravvivenza e a quella dei nostri cari.  Avevo anni or sono, come dicevo, quali miei assistiti (faccio il medico di base) una famiglia di lavoratori. Il padre, fabbro, aveva creato una piccola azienda di costruzione di porte blindate. I figli, maschi, lavoravano con lui. Anna, l’unica femmina era una ragazza di una ventina d’anni, se ben ricordo. Studiava e giocava come titolare in una squadra di pallacanestro cittadina. Ricordo il suo sorriso aperto, il suo fisico asciutto e statuario. Veniva rare volte in ambulatorio; qualche certificato di idoneità sportiva o qualche piccolo incidente muscolare. La madre seguiva tutta la famiglia. Si occupava delle vivande dell’officina e della parte amministrativa. Sopra l’officina costruirono due piani, uno per la loro abitazione, l’ultimo, e il secondo venne dato in affitto ad una famiglia del posto.
    Quella di cui parlo era era una famiglia serena, toccata da quel benessere economico onesto, che non è facile reperire nel mio quartiere. Una sera Anna rientrando a casa, mentre saliva i primi gradini delle scale della sua abitazione sentì il suono di una raffica di proiettili esplosi all’impazzata. Urla, gemiti, pianti venivano dal secondo piano che lei stava raggiungendo per salire al terzo di casa propria. Col cuore in gola, non riuscendo a capire cosa potesse essere accaduto, scorse tre individui, che uscivano dalla porta dei suoi vicini, correndo all’impazzata.  Anna li riconobbe: era gente del luogo, li conosceva tutti di nome. E per questo chiese loro: “Ma che è successo?” Gli altri  la ignorarono e si gettarono a capofitto giù per le scale.
    Il giorno dopo appresi dalla radio e dai giornali che si era compiuta una strage in quella casa, quattro cadaveri tra cui un vecchio e un bambino. Ma vi sono ancora altri particolari che conobbi solo dieci anni dopo il fatto. Quando cioè  rivedendo la madre, le chiesi di Anna. La ragazza aveva schivato l’omertà facendo i nomi degli assassini che avevano avuto l’ergastolo. Per evitare vendette, le avevano così  cambiato nome e cognome e quindi l’avevano alloggiata  in un'altra città. Naturalmente, il padre aveva chiuso l’officina e viveva di pensione.
    Rividi ancora la madre della coraggiosa giovane dopo altri dieci anni: c’era un processo in cassazione e si temeva che qualcuno degli assassini potesse venire assolto. Ad Anna fu cambiato nuovamente il cognome e venne mandata stavolta  ad abitare in una cittadina belga con stipendio a carico del nostro Stato. So che si sposò, poi persi di vista la madre e non ebbi più sue notizie. Ora mi chiedo o vi chiedo, se vogliamo darci le arie da persone oneste o sott’usiamo questo vocabolo, omertà? Chi di noi parlerebbe?

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:34
    'A meglie spiga

    Come comincia: Scende, o meglio, scendono in due, da vico dei Cinesi, la globosità dell’enorme pancia di Pascalone e il monumentale paiolo di rame, posto su di un provvisorio carretto a cuscinetti a sfere.
    Pascalone ha cotto le spighe nel basso e masticando il suo sigaro, ha caricato il pentolone sul carretto, che viene giù, per gravità, fumando e sciacquettando attorno spruzzi bollenti. Quindi trattiene, con una cinghia, il suo bolide dalle promesse di una ripida discesa e la fatica gli si converte in sudore, che macchia la canottiera, un tempo bianca. Devo ammettere che nel traffico è abilissimo, con un tocco, una tirata, evita ustioni e disastri.
    “Accattateve ‘a spiga”. Il suo è  un segnale canoro, modulato da un gorgheggio rauco.  Lui lo emette con un ritmo tutto suo, che, a momenti, diventa l’inizio di una canzone. Dalle finestre, tra lenzuola ed azzurro, intanto scende, appeso ad una corda, il panaro.
    “Don Pascà, na spiga”
    Lui immerge la mano nel giallo liquido fumoso. Tocca, palpa, medita ed estrae il biondo cono di granturco. Lo mette contro sole, tanto da restarne lui stesso abbagliato. Ed a occhi, quasi chiusi: “ ‘A meglia è ppe vvuie! “-

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:32
    'O sparato

    Come comincia: “Dottò, vedite chisti purpi? So’ d’’a jurnata. Se movono ancora!” Totore, ‘o pescivendolo, mi invita, mentre, all’uscita dallo studio, imbocco  l’arco del ponte della Sanità. Folla, come sempre, su marciapiedi occupati da  merci; motorette e auto nel solito
    groviglio. Uno scoppiettare in fondo alla popolata via Vita alla Sanità, mi distrae  dalla valutazione della freschezza dei polpi. Fuochi d’artificio? Qui, sono  possibili ad ogni ora, per feste popolari o personali. Il suono insolito si ripresenta.
    Ora è nitido. Un ‘tà-tà-tà-tà’ che mi  risveglia echi degli anni di guerra: io, bambino di sei anni. Gente del popolo esce di corsa dal Supportico. Scappano, in direzioni
    diverse.
    “E’ ‘na mitraglietta….chesta!…”, urla qualcuno, vicino a me. Sì, ora, riconosco il suono. “Hanno sparato into’’o vico co’ calascincof…Gesù, Gesù”- è una voce  femminile che predomina.
    Fermo, tra gente ferma, osservo: in fondo alla via, dal supportico vedo  uscire una donna che sembra urlare, ma è troppa lontana, per udirne il suono.  Agita le mani in alto, attraversando auto, oramai incastrate. Un rombo di moto. Accelerazioni laceranti, quasi ruggiti, da Vico Lammatari.
    Sono i Falchi della polizia. Si destreggiano tra auto ferme, salendo sui marciapiedi. Agitano le palette, sbattendole, a tratti, sui tetti delle auto,  per aprirsi un varco. Sui balconi, oramai, è iniziato lo spettacolo. Chi è in  casa, è affacciato. Sono certo che ancor prima di conoscere l’accaduto, si fanno ipotesi certe. Dalla Discesa Sanità appaiono le Alfa dei Carabinieri.
    Zigzagano, sgommando nel solido e si dispongono a spina, in mezzo alla strada.  Lasciano accesi lampeggiatori e sirene. I passanti hanno creato un cerchio  attorno all’entrata del supportico. Vogliono vedere.
    Mi avvio al posteggio dell’Ospedale S. Gennaro, a cinquanta metri, a  riprendere la mia auto. La notizia si sta propagando a voce, tra le finestre e  i balconi dei vicoli. Vola, sfidando cellulari e telefoni. I volti sono seri.
    Sento una tensione nell’aria. Vivo un momento antico, da tragedia greca. Il  teatro ha i suoi attori. Quando giungo a pochi metri dall’entrata dell’ Ospedale, un clacson, suonato ritmicamente, mi anticipa un’auto nera, che sale  su ad una velocità folle. Mi passa davanti e s’infila nel portico dell’ ospedale, rasentando passanti, pazienti e infermieri.
    L’asta, alla porta, ha  appena fatto a tempo ad alzarsi. Ho scorto, attraverso i vetri , un corpo, messo di traverso, malamente, sui sedili posteriori. Volti terrei degli occupanti che lo sorreggevano. Una donna  ed un ragazzo. Dal fondo della strada un’orda scarmigliata di gente, viene su  urlando e piangendo. Corrono, al centro, disposti disordinatamente. Riconosco gente del Supportico, dove è avvenuta la sparatoria: Peppe ‘Chierica’, affanna per la sua obesità, Silano, ‘ ‘o pisciarella’, è ancora in mutande candide ed è scalzo; Francuccio, ‘Capa ‘e bomba’, espone il suo cranio sudato alla luce del  sole, zoppica, senza una scarpa. Mi meraviglia la presenza di Michele, ‘ ‘a luna’, e di sua moglie Margherita, ‘o sole’: loro sono di vico Cristallini, altra  gente. Camminano a passo svelto, tenendosi per mano. Pascale ‘Cocco bello’,  corre con eleganza, pallido, ha una mano sul cuore. L’ho curato per un recente infarto. Anna, ‘a salaiola, è in sottoveste e babbucce che perde a tratti e recupera con una mossa ardita della coscia. Mi da un’occhiata d’intesa e mi urla: “ ‘Nu ddio ‘e burdello!….”
    Corrono, tutti, affannosamente, dietro la macchina, che oramai è sparita nel
    P.S. Volti con i tratti del dolore e della disperazione, mani che si intrecciano nell’aria, pianti, singhiozzi, urla, parole forti, invettive. Salgono creando un globo di carne addolorato. Riconosco un mio bimbo, cresciuto. Un paziente di anni fa, oggi, Gigino ‘o  pulliere’. Lo chiamo. Mi guarda, serio e continua a correre. Mi indica l’entrata del P.
    S., oramai prossima: “Dottò, jammo da ‘o sparato!”, mi urla.
    E’ vero. Qui, chi è colpito da un arma da fuoco, perde subito il nome e diventa, ‘o sparato!’

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:30
    N.Y.

    Come comincia: Prime ore del mattino. Sono appena uscito sulla Broadway, sto percorrendo un largo marciapiede. Uno strato di lattine e di bottiglie crea problemi alla stabilità del mio passo.
    A terra il resto di un colossale bivacco: contenitori di patatine, resti di panini, bicchieri di carta. I bidoni dell’immondizia sono punti di riferimento per altri cumuli di rifiuti. E’ appena trascorso da poche ore il sabato notte ed io mi rammarico di non averlo potuto vivere. Ho un tramonto sul Bosforo in debito con me stesso per la stessa ragione: la stanchezza del viaggio. A mia difesa posso dire di essere arrivato alle due di notte dopo un volo di dodici ore, attese comprese. Il taxi mi ha lasciato stanotte di fronte all’albergo, un grattacielo di sessanta piani. I marciapiedi erano densi di folla. Luci violente, lampeggianti a volte, da ogni dove. Un caos di auto, un intreccio insolubile, immoto, tra un suonare di clakson. Un muro di vetri illuminati che tocca il cielo nero, ai lati della strada: i grattacieli visti dal basso ti incutono angoscia, ti schiacciano. Sull’entrata mi hanno accolto due gorilla in doppio petto blu e cravatta argentata. Un’ombra, piccola e nera mi ha preso le valige e mi ha proceduto: un ragazzino di non più di tredici anni. Hall deserta, i radiotelefoni dei gorilla hanno chiesto mie notizie a qualcuno che non vedevo. Su uno schermo televisivo è apparso il mio nome con una serie di dati dell’ufficio immigrazione. Acconsentono a che io possa salire in camera. All’entrata dell’ascensore trovo altri due giganti neri con manette penzolanti alla cintura e maniche della camicia arrotolate sui bicipiti che mi esaminano attentamente, non sorridono. Attendo l’aprirsi delle porte e due specchi sulla parete di fronte negli angoli mi rassicurano che nessuno è nascosto nei due spazi bui, ai lati dell’entrata. Saliamo io e il ragazzo, muti, guardandoci negli occhi a tratti. Un sibilo ed uno strusciare di corde che mi preoccupa. Il corridoio è in penombra, solo luci di emergenza. L’odore di una moquette impolverata. Scarpe da pulire e vassoi con resti di cena fuori delle porte mi costringono ad un accurato slalom. La stanza è molto dimessa. Il condizionatore ha una vibrazione che mette in forse il mio futuro sonno. Il ragazzino attende. Non ho spiccioli, gli do un biglietto da mille lire. Lo guarda poco soddisfatto. Lo prendo per le spalle e lo spingo fuori. Un odore di muffa, luci tenui sul comodino mi intristiscono. La finestra riflette una luce giallognola esterna. Intravedo un baratro di grattacieli. In fondo, i fari delle macchine creano un fiume luminoso. Mi arriva il suono delle sirene delle macchine della polizia. Mi ricorda i film della mia infanzia. Guardo la vita nelle finestre illuminate del grattacielo confinante. Un signore in mutande beve birra di fronte ad un televisore e si gratta la pancia. Una donna si aggira riordinando una camera. E’ in sottoveste, ma non è affatto attraente. Il sonno tarda e resta superficiale per tutta la notte, rotto dalle sirene delle auto della polizia. Un carosello continuo.
    L’aria della mattina ha cancellato gli incubi. Sono raggiunto da quella strana euforia che mi pervade ogni qual volta inizio a conoscere, per la prima volta, una città o una persona. C’è pochissimo traffico. L’aria è frizzante, mi penetra nella camicia. Solo pochi passanti. E’ domenica mattina. Due ragazze in tuta mi sorpassano correndo. Non si parlano. Auricolari alle orecchie. Mi arriva la vibrazione della musica tenuta al massimo volume. Un gruppo di schettinatori vola al centro della strada, sembra non toccare il suolo. Mandano suoni gutturali, preoccupanti. Mi ricordano i Sioux dei film. Le vetrine dei negozi chiusi sembrano non attirare lo sguardo. Negli atri di alcuni negozi stanno ancora dormendo barboni alcolizzati. Si muovono lentamente tra mucchi di cartoni come grossi vermi. Hanno anemie tremende nei volti spenti. Guardo a tratti il cielo azzurro e lontano in questo abisso di cemento e vetro. Vorrei raggiungerlo, elevarmi, togliermi da questo strisciare in un fondo. Da un portoncino in ombra esce un braccio. Sento improvvisamente la morsa sulla mia spalla. Mi fermo. Ora i miei occhi sono entrati nel buio e ne hanno ravvisato l’immagina di un negro. Il viso è lucido di sudore, la barba lunga è intrecciata allo sporco. Gli occhi sono di luce. E’ vestito di stracci. Mi guarda immobile non mollando la presa sulla mia spalla. Vedo uscire dal suo fianco l’altra mano, bianca, magra. Mi indica una grossa chiazza rossa di sangue che sto calpestando. Mi stupisco a non essermene accorto.
    “American Kaputt” mi urla nell’orecchio. E’ un suono rauco, frammentato da un ansimare. Sento il suo fiato di alcol sul mio volto.
    “American Kaputt” ripete ancora, in un tono di vittoria su qualcuno che non immagino. Dò uno strattone e mi libero. Ho i piedi impantanati in un rosso viscido. E’ una colla densa. I piedi sono pesantissimi. Affretto il passo evitando la traccia lasciata di fronte a me sul marciapiede. Ora sono piccole sfere rosse, spruzzate qua e là. Sembrano rotolare davanti ai miei passi.
    “American Kaputt” continua ad urlarmi alle spalle. Ed è un urlo di vittoria certa.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:27
    La sfantasia

    Come comincia: Se è pur vero quel principio, in fisiologia, che una funzione, non esercitata, si estingue, penso che la fantasia andrà a sfumare nelle generazioni future. Noi, bimbi, si viveva in un mondo nostro, creato da noi e non indotto dai programmatori di video giochi. E' di pochi giorni fa, la mia visione sconcertante di un padre che aveva accompagnato i suoi due figlioli alla Reggia di Capodimonte. Questi, seduti su di una panchina avevano lo sguardo ed entrambe le mani incollate a due piccoli giochi elettronici. Attorno a loro, la Reggia, il Parco, l'esuberante e varia flora, gli uccelli. Non vedevano. Il padre, rassegnato o forse contento per quella calma indotta, aveva gli occhi spersi nel vuoto. Noi, figli della guerra, non si aveva nulla di comprato. Tutto veniva creato, costruito a casa, dal padre o da un parente. Il primo pallone fu di pezze e segatura, era più soffice della lattina di metallo, schiacciata sotto le rotaie del tram, che era proibita dai genitori, in quanto rovinava le scarpe. Con la fantasia diventava un vero pallone. La spada di legno dello zio Enrico, falegname. La cerbottana, un pezzo di tubo dello stagnaro. Chi aveva visto un film, cosa improbabile per quei tempi, per il costo, lo raccontava, con dovizia di mimica e di rumori. Nanni, il mio amico del cuore, era un artefice in queste descrizioni. “ Dai Nanni, raccontamelo ancora una volta....” E lui ricominciava....” Clap, clap, un cavaliere si profila all'orizzonte...”. Ed io, non solo, vedevo quel film, ma c'ero dentro fisicamente, in una suggestione mai più avuta nella vita. Basti pensare che quando, sotto il tavolo di cucina, si ricreava la giungla dei film di guerra americani, ricordo l'implorazione: -” Fermiamoci un attimo, è troppo spaventoso.” E si prendeva fiato dalla suggestione, per poi riimmergerci nella fantasia della creazione, che era di gruppo, miracolosamente, avvolgente. La lettura incontrata con gli anni ci portava nella giungla del Borneo con Sandokan o sotto i mari con Verne. Ricordo quelle notti, quelle avventure, nel buio della mia camera, spossato da quelle righe di vita avventurosa. Ci sono stato in quei posti, in un miraggio fantasioso di creatività. Vado chiedendo, ogni tanto, a qualche ragazzo, in studio:-” Ma tu leggi mai un libro?”-
    -”No, ma sto ore al computer.”-

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:26
    La Wandissima

    Come comincia: Noi, ragazzi del '30, vedevamo i tuoi spettacoli di varietà dall'ultima fila, con i soldi risparmiati della paghetta settimanale. Era il momento osè della nostra vita di ragazzi di famiglia. La Wandissima, già anziana prendeva tutti gli applausi nella discesa dalle sue famose scale coreografiche. Ma la soubrettina, tutto pepe, eri tu. A gomitate, a fine spettacolo, si scendeva sotto la passerella per guardarti da vicino e applaudirti. Che corpo fantastico...che gambe! Le ricordo ancora, nel bagliore di luci e nel frastuono dell'orchestra. Una sera perdesti una perlina dal costume. La conservai come talismano per la prima gioventù, quella delle fantasie realizzabili.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:23
    Savina

    Come comincia: Una mattina d’estate ligure, quando i raggi del sole possiedono vibrazioni musicali, tanto da accenderti note inusitate nell’animo. Il mare, un azzurro stanco e fermo, lo s’intravvedeva dalle sberciature delle creuse diroccate, oltre gli orti. Il basilico, raso a terra, inaspriva le narici. Passeri, a stormi, facevano retrocedere rari gabbiani, intraprendenti. Era l’anno del congedo dalla scuola. Un esaltarsi di mille desideri trattenuti, per anni, tra i libri. L’ardore di essere uomini e non fanciulli. Nel buio di quel magazzino, noi a recuperare remi e scalmi per armare il nostro vascello, una lancia ligure, scolpita nel legno di faggio. Vedo i volti di voi compagni, solcati dai raggi che entrano dalla porta socchiusa. Sorrisi, risa, lazzi, volti a ignorare il tanfo di umido e marcio che regnava tra cumuli di oggetti lasciati lì, per disuso. Nel ricordo, i volti più vivi, più accesi da una luce, che li delimita con cura, sono quelli di due compagni, che la vita ha portato via da tempo. Tremenda e salutare inconsapevolezza del proprio destino. Il mio sguardo è fermo sulla lama di luce che penetra dalla porta. Hai il profilo di un cammeo, inciso, con arte, in una conchiglia di mare. Il rosso crespo dei tuoi capelli, annodati dietro la nuca, scende sulle spalle scoperte. La linearità del tuo corpo snello, veloce, accompagna la verticalità dell’ombra, scura, della porta. Sorridi, trattenendo una timidezza che ti si confà. Una polvere di lentiggini s’intrattiene sul tuo volto. Da dove vieni? Forse, docili desideri ti hanno creata dal mare. Note bitonali di un antico dialetto ligure ti donano il suono. Nella vita, sappiamo scegliere, ma anche perdere.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:22
    Ricchi e poveri

    Come comincia: Quando ci si trova per i casi, più o meno fortunati della vita, a percorrere un ampio arco di questa, ci si accorge, guardandosi indietro, di aver visto venire alla luce non solo esseri, ma anche cose, oggetti che sono entrati nell’utilità quotidiana.Ognuno ha nella propria famiglia un elemento, per lui rappresentativo del proprio clan, un essere dalle qualità superiori alla media dei suoi contigui. Noi a Genova, avevamo Zio Ninni, l’avvocato. Era il fratello di mio nonno paterno, l’unico laureato, (solo mio padre lo raggiunse, nel dopoguerra, con una laurea, sudata, sui tavoli della nostra cucina), l’unico ad essersi affermato, era un penalista, l’unico che potesse portare, al posto della comune cravatta, la farfalla. Non ci frequentavamo, in realtà. Lui abitava a pochi metri dalla nostra via Acquarone, in via Crocco. Quest’ultima, anche se separata da una sola curva a gomito, era un distintivo di classe agiata. Basti pensare che, nel dopoguerra, i miei amici di Via Crocco, avevano, a scuola, i calzettoni bianchi, lunghi, che restavano su per magia. Mentre a noi, di via Acquarone, le mamme nascondevano elastici “da mutanda” nella prima piega, ma con scarsi risultati. Pur abitando sulla collina del Righi, d’estate, facevamo bagni in spiagge diverse: quelli di via Acquarone, ai bagni Gigetta, a San Giuliano, dalla sabbia polverosa, quelli di via Crocco, al Lido, uno scoglio aristocratico, che ci era concesso di guardare dall’alto della strada, di domenica, come divertimento, sorbendo un gelato, da 2 lire, di Boccadase. Non frequentandoci, ci arrivavano solo notizie di zio Ninni, che avevano percorso tortuosamente una città. “ Sì, lo vediamo al mare, ha una bella donna sempre, sdraiata vicino a lui”. Oppure: “ Deve essere a Cervinia, in vacanza”. Io lo incontravo raramente, quando giocavo dalle sue parti. Mi osservava estraendo dal taschino un monocolo, appeso, con un cordoncino nero, all’asola della giacca. Mi sorrideva appena, continuando un’ esplorazione visiva che mi imbarazzava. Saluti ai miei, rare frasi d’occasione, mai un bacio. La sua figura riacquistava importanza nel giorno di Natale. Io ero l’oggetto di un dono “caro”. Un dono con cui lui, forse, si sentiva di sdebitarsi dai doveri famigliari, verso gente che sopravviveva da comuni impiegati.Ben vestito, con calzoni a mezza gamba e scarpe lucidate da papà, mi presentavo alle 11, alla porta di casa di via Crocco. Dopo che l’odore di cere esotiche, mi aveva stordito, in una studiata e voluta pausa, venivo condotto dalla sua governante in un salotto sfavillante di ori e di cristalli.-” Zio Ninni, è in bagno, accomodati “- Ed ero lasciato solo per lunghissimi minuti, in un silenzio rotto dal cinguettio, che veniva dal giardino. Appariva, facendosi precedere dal rumore di porte aperte e chiuse con cura. Una vestaglia di seta sfavillante di luce, capelli bianchi alla “mascagna”, il monocolo incastrato nell’orbita.“ Buon Natale Lucio, ieri sera dal mio orologiaio di fiducia, in via Luccoli, ho chiesto un regalo importante per uno studente importante! Mi ha dato questa strana penna. Diceva che si chiama Biro. Io veramente, ieri sera, l’ho provata a casa ed ha una scrittura incerta e faticosa. Lascia il segno sui fogli sottostanti. Però, dato l’alto costo, deve essere un oggetto importante. Provala.”