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Racconti di Lucio Paolo Raineri

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  • 30 gennaio 2011 alle ore 10:45
    Giosuè 'o mericano

    Come comincia: La grande scala settecentesca di Luigi Sanfelice, che mi sta di fronte, in
    questo palazzo dimenticato dal tempo, non fa per me, questa mattina.
    Appena  entrato nel cortile, giro a sinistra. Una scala a chiocciola, scolpita nel
    piperno vesuviano, si avvita strettamente, untuosa e sporca, su per il tugurio  di ‘Giosuè ‘o mericano’. Gli resta ormai questo soprannome per essere stato  accompagnatore dei marinai americani che sbarcavano a Napoli. Li conduceva, sapientemente, a puttane, su, nei Quartieri Spagnoli.
    Un grande letto d’ottone occupa una stanza con il tetto a botte, scavato nel tufo. Panni sparsi  dappertutto. La luce penetra malamente da due feritoie del muro. Un odore acre  d’urina mi fa scorgere uno sgabuzzino che racchiude un cucinino e la tazza del gabinetto, entrambi a incredibile vicinanza.
    Giosuè respira male, un rantolo  gorgogliante è l’unica vita. Le cannule dell’ossigeno sono mal trattenute dalle  sue narici chiuse da un’inspirazione agonica, e sperdono, con un sibilo,  ossigeno nell’aria. Volto scavato; il colore è di un pallore violaceo.
    Gli occhi sono socchiusi. Pupille opache, immobili. Gocce di sudore sono trattenute
    da una barba non fatta da giorni. L’odore acre di ammoniaca mi preannuncia la qualità del coma. Cirrosi etilica. Il fondo di una bottiglia di Gragnano  aspetta invano sul comodino. Sollevo la coperta per visitarlo.
    Un giovane braccio di donna gli attraversa il torace e termina in una mano aperta,
    candida, che penetra sotto la sua ascella. Sollevo del tutto la coperta e  riconosco la figura di Titina, la figlia tredicenne, che gli sta dormendo accanto. L’altra mano è trattenuta sotto il volto. Succhia il pollice,  ritmicamente, nel sonno. L’oro dei capelli si apre sul turchino del cuscino. La scollatura della sottoveste non cela piccoli seni, macchiati di rosa dagli
    acerbi capezzoli.
    “Non mi sembra proprio il caso, di lasciare Titina, vicino a suo padre, che sta morendo” E’ quasi un’invettiva rabbiosa, la mia. Sento di aver sbagliato tono.
    “Titina è abituata a durmì accussì.”
    Non mi giro a guardare la madre, ma ne sento la presenza, alle mie spalle.  Sembra aver scelto le mie stesse note di astio e rabbia.
    “Da due anni, mia figlia e mio marito mi hanno cacciato dal letto,,,”
    .

  • 26 gennaio 2011 alle ore 21:31
    Una visita pericolosa

    Come comincia: “A nennella tiene ‘a bronchiella, venite ampresso!…” Mi sono ritrovato in tasca,
    questa mattina, un biglietto. Una grafia stentata su un frammento di carta
    strappata. Non ricordavo di avercelo messo. Ma ieri c’era stato l’assalto dei
    pazienti del lunedì, e posso aver compiuto un gesto in sovrappensiero. Il
    Supportico S.Severo dorme ancora. Solo il furgone dei cornetti, davanti al Bar
    di Ciacione, perde fragranze di forno.
    Provo a bussare, con le nocche, a questa porta di basso. Silenzio. Insisto,
    aumentandone la forza. Qualcuno si deve  essere svegliato. La porta si apre, tanto da farmi vedere il volto, assonnato,  di un giovane. Capelli incolti, barba lunga, chiazze di sudore sulla  canottiera. Da una dentatura disastrata esce un “Che vulite?” Un tono sgarbato, che non mi attendevo.
    “Sono il medico, qualcuno mi deve aver chiamato ieri, non ho fatto a tempo”
    Richiude la porta pronunciando un ancor più infastidito “Aspettate!”
    Dopo un confabulare, dai toni smorzati, mi sorprende un volto famigliare. E’
    Enzina, la riconosco, la figlia della “verdummaia”. Una bambina di sedici anni,
    ragazza madre, che ha partorito da poco.
    Enzina è in sottoveste. Pelle dorata dal sole, occhi, tra capelli neri, che
    le scendono oltre la fronte.
    “Site vuie, dottò? Aspettate, nun putite trasì accà, sta tutto in
    disordine“ La porta resta socchiusa al mio sguardo. Enzina si protende fuori
    col busto, come a impedire che io possa scorgere ciò che le sta alle spalle. I
    suoi seni, gonfi di latte, mi distraggono.
    “Aspettate, prendo ‘a nennella e la porto nel basso affianco, da zi’Rosa”
    Qui sbaglio io. Traduco il tutto, come un cerimonioso modo di accogliermi,
    di prima mattina, in un basso, dove spesso i letti coprono ogni spazio, dove
    non c’è posto per il passo di chi entra, dove l’aria sa di inguini non lavati,
    dove scrivere una ricetta, richiede contorsioni, sulla prima mensola o
    televisore, a portata di mano.
    Mi trovo a dare una forte spinta alla porta, appena trattenuta dal fianco di
    Enzina. “Ma che sono queste cerimonie, stamattina, Enzina?!”, le dico.
    Sono oramai dentro. Nessun letto. Ma scatoloni di cartone ammassati, per
    tutto il basso, sino al soffitto. La luce viene dalla finestra, senza vetri. Il
    ragazzo, che mi ha aperto, è contro la parete e mi guarda fisso. Ha in braccio
    un lattante di pochi mesi.
    “Avimme “scaricato” nu’TIR, stanotte. So’ videocamere, dottò!”, è la voce
    tenue di Enzina, alle mie spalle.
    Solo ora comprendo l’entità del mio errore.

  • 26 gennaio 2011 alle ore 21:25
    Casa con telecamere

    Come comincia: Non è un raggio di sole, in questo oscuro androne di un palazzo settecentesco, che mi ferisce gli occhi, ma un faretto a luce alogena, che si è acceso improvvisamente, non appena ho schiacciato il tasto sulla bottoniera a nome Imparato. Mi guardo intorno per cercare la telecamera, ma non riesco a  scorgerla. Aldilà del fascio di luce, vedo buio.
    “Dottò nun è ora, mo’, v’aspettavamo stamattina per Menuccia” E’ la voce  aspra di Filomena, la madre. Ne comprendo il tono di rimprovero, ma non intuisco l’invito a non salire. “Nun è ora” Che significa? Per un medico che  deve visitare una bimba di pochi mesi, è sempre ora, anche se non è quella  desiderata dalla madre.
    Lascio perdere e salgo. Salgo per questi gradini di pietra vesuviana, vasti, consumati dal tempo, di poca elevazione, in modo da non rendere difficoltoso il passo alle dame della  passata epoca, con le loro ampie gonne. Non mancano pure i reggi-fiaccola  alle porte dei piani, sono a bocca di drago. Sembrano ancora anneriti dal fumo.
    “Scusate dottò, ‘a dò iate?” Un ragazzo con un giubbotto variopinto da un  drago cinese mi ha raggiunto, salendo i gradini, a tre a tre. Sembra preoccupato per quello che sto facendo.
    “Famiglia Imparato. Devo visitare la figlia, Menuccia.”
    Non sembra soddisfatto della mia risposta e lancia quasi un urlo nella tromba
    delle scale, diretto in alto.
    “Enzì, Enzì ? Ma o’ duttore pote saglì?” E’ quasi un allarme. Ne intuisco il  tono
    Dall’alto si avvita nella spirale del roccocò della scala, una risposta  poderosa ma rassicurante.
    “Bambiniè, fallo trasì, Mena ha ditto che può.“ Improvvisamente la buia scala si è movimentata. Due motorini sono entrati dal portone. Lo scoppiettare  del motore si ripercuote dalle pareti ai timpani. Quattro ragazzini salgono,  ignorandomi, parlando sottovoce tra loro. Altri ne scendono muti, guardandomi  negli occhi. Il terzo piano, taglia le gambe e il fiato. Le maioliche dell’epoca del pavimento, sono state cambiate con moderne, vedo la firma di Missoni.
    La luce artificiale di quattro faretti ignora quella del sole che scende dall’ alto. L’ampia porta a vetri colorati è aperta. C’è movimento dentro, ne sento il brusio. Entro. Finalmente il sole. Penetra da un’ampia finestra, e illumina  una tavola di vecchio legno scuro. Non c’è tovaglia. Ma un’interminabile  scacchiera di mazzette di soldi, accuratamente trattenute da fascette di carta.
    Imparato, sessant’anni mal portati, in una tuta di rosso fiammante, un sigaro all’angolo della bocca, sta ricevendo pacchetti di soldi da alcuni ragazzi,  appena arrivati. Altri. finito il compito, salutano e vanno via.
    E’ una stanza di  grandi dimensioni, arredata con i mobili di una cucina moderna. Filomena sta  lavando delle stoviglie e mi dà di spalle. Guarda i cinque visori accesi sopra  il piano di cucina, occhi di altrettante telecamere sparse nel palazzo.
    “Dottò, ma che fate voi, qui?“ Lo riconosco. E’ Gioacchino, ‘o figlio  d’’a cantenera. E’ uscito da pochi giorni dal carcere di Secondigliano.
    “Gioacchì, nun t’allarmà, ‘o duttore ci ha cresciuto ‘e figli nuoste”. E  Filomena girandosi e sorridendomi, mi rassicura.

  • 06 ottobre 2008
    Nordisti e Sudisti

    Come comincia: Avevo cinque anni e vivevo con la mia famiglia in una grande villa ottocentesca , in cima ad una collina boscosa , alla periferia di Serravalle Scrivia. Si era fuggiti precipitosamente, una mattina, da Genova dopo un bombardamento. Ricordo i lampi di luce nel buio del rifugio, l’odore del fiammifero che si spegne, acuto per le narici di un bimbo. Papà che non scendeva giù con noi ,ma restava sulla porta tra le implorazioni di mia mamma e di sua madre, nonna Olga. Vetri che s’infrangevano improvvisamente lasciando la visione di sacchi pieni di terra, messi li per proteggere. Nonna Olga aveva una boccettina di colonia che si premurava di porre sotto il naso delle persone più deboli che sembravano avere un deliquio per lo spavento. Ricordo i suoi merletti che le cingevano il collo. Per noi bimbi aveva una scatolina con mentine colorate: -“Una”-. Era un invito ed un comando parsimonioso. Ma quel sapore, nel ricordo, mi cancella le paure che devo aver provato. A Villa Adela, questo era il suo nome, arrivarono i genitori di mio padre, genovese lui, romana, lei e i genitori di mia madre, tutti “meridionali”: nonno magistrato, nativo di Noto, nonna Amina, di Melfi ( mi raccontava spesso di aver vissuto bambina il terremoto di quella località: i cavalli imbizzarriti, fuggivano dalle stalle ed erano il pericolo preponderante per chi usciva in strada). Villa Adela divenne ben presto un campo di battaglia tra nordisti e sudisti. Imparai a cinque anni che l’Italia era divisa in due fazioni, i nordisti che “ abitavano a Genova e un po’ più su” e i sudisti che comprendevano il territorio a “sud di dove era nata Nonna Olga, Roma (!)” . I nordisti si potevano chiamare genericamente tutti quanti “milanesi” in qualunque città del nord abitassero e i sudisti si fregiavano dell’appellativo di “napoletani”, anche se nonno Angelo insisteva che la sua Sicilia non aveva niente a che vedere con Napoli. Le tensioni famigliari si evidenziarono ben presto nella conquista dell’unico gabinetto. Un ricettacolo molto angusto, sospeso esternamente al secondo piano. Ricordo la lastra di marmo con un buco circolare che mi incuteva paura, in quanto temevo che mi risucchiasse sino al pozzo nero. L’uso comune della grande cucina, l’approvvigionamento dell’acqua che andava fatto quotidianamente, pompando l’acqua dal pozzo dell’orto sino alla cisterna della casa fu causa di veri scontri. Devo confessare che la squadra meridionale vinse sempre queste tenzoni. Ricordo gli urli di nonna Amina che si strappava i suoi capelli (perché mai?) e le ciabatte di nonno Angelo, il magistrato, che volavano verso i "genovesi" costernati e timorosi. Quest’ultimi finirono assediati in una unica stanza dove si cucinarono per non frequentarci. Papà in guerra ,si tolse da posizioni imbarazzanti. Io con la sapienza inconsapevole di un bimbo di cinque anni, li guardavo e li ammiravo nelle loro differenze che sapevo ben riconoscere. Finivo per parteggiare ignobilmente per entrambe le fazioni a secondo dove mi trovassi e ne assorbivo le critiche reciproche che mi sono rimaste in mente negli anni. I “napoletani” mangiavano porzioni esorbitanti a tavola, mentre i “milanesi” erano uccellini, beccavano porzioni piccolissime ma igienicamente necessarie. I “napoletani” erano rumorosi: la villa si svegliava con le canzoni di mia madre e sua sorella maggiore, zia Maria, cantate a voce alta (la radio non c’era). Poi il “Bon,Bon,Bon”, note aspre e tuonanti,di nonno Angelo che avvisava le donne che stava scendendo dalla camera da letto ed esigeva il silenzio immediato e la loro attenzione assoluta verso i suoi bisogni mattutini. Il profumo di pulito e la quiete della camera nordica di nonna Olga. L’odore di colonia, la pelle di montone caldissima sul letto in cui mi rifugiavo nelle giornate freddissime. Gli oggetti fascinosi sul comò, regali del fratello,zio Errico, navigante sui Vapori dei signori: Rio de Janeiro, dipinta con ali fosforescenti di farfalle, bamboline spagnole, uova esotiche. Non ricordo nessuna unione o falsa pace neanche nelle festività. Poi un pomeriggio arrivò su per il viale una colonna motorizzata di soldati tedeschi e la villa dovette ospitare, con noi dentro, lo stato maggiore che occupò il piano terreno. I miei ricordi sulle due famiglie hanno termine quel giorno, perché il fascino di quei soldati mi prese ogni pensiero. E’ rimasta in me negli anni quella che io chiamo “la questione meridionale infantile” radicata nel suo insoluto quadro. L’aver vissuto una vita a sud da napoletano mi fa dire che la conoscenza è l’unica maniera per estirpare il pregiudizio, che nasce dall’ignoranza.

  • 02 ottobre 2008
    Manuela

    Come comincia: Con l’età, mi accorgo di dimenticare il nome dei miei pazienti. E’ pur vero che la computerizzazione  ha stravolto i tempi di scrittura, per cui, quando apro la scheda elettronica del mio paziente, alla richiesta di cognome e nome, io sto già pensando ad altro, alla visita, all’anamnesi, a ciò che devo prescrivere. Quindi mi capita, oramai in modo corrente, di deferire la domanda che mi fa il computer: - “Come si chiama?”- al paziente, che mi sta di fronte. Per cui gli chiedo meccanicamente, forse per dare una pausa di lavoro al mio cervello: - “Ti chiami?” - Ora questa domanda è accettata dai saltuari frequentatori dell’ambulatorio, ma non dagli abituali, quelli che magari si rivolgono a me settimanalmente da oltre quarant’anni. E qui nascono le più varie risposte, impregnate di quella napoletanità inconfondibile ed unica nella sua arguzia. -“Gesù, Gesù, con l’età v’inzallanite… comm… vi site dimenticato o’ nomme mio?” Ed è quella frase che ti sveglia tutte le cellule del cervello e ti da, per salvarti, in frazione di secondo, nome e cognome del paziente. “- Vedite che vo arricurdat…-” E ci si sente, in un attimo, di nuovo a posto, attenti e brillanti. Oggi è venuta a visita Manuela. Prima della sua fisicità mi raggiunge l’onda del profumo di Dior, accattivante ma non eccessivo. –“ Vagg purtato nu regalino..è na cosa preziosa”. Manuela la conosco da molti anni, fa la vita, ma quando entra da me è di una delicatezza e educazione estrema, come se volesse coprirsi di un saio protettivo. Si annuncia sempre inviandoci caffè e cornetti caldi. Oggi: - “Nu, cornetto d’argento pe vvuje, vadda purtà tanta fortuna, ve la meritate.” - Il vestito è un capo firmato. Il suo fisico lo riempie con agio, traendone un’eleganza insolita. – “Iamme, che oggi so proprio chic !” Doppio imbarazzo mio, sia nell’accogliere il dono che a commentare il suo capo.

     

    - “La solita controllatina ai bronchi, con tre pacchetti al dì, ne ho bisogno.”

    Si toglie con eleganza la camicetta, aspettandomi vicino al lettino. Sento che si compiace nel farsi vedere svestita. I seni sono il suo capolavoro. Un chirurgo di Nizza, che opera in una suite del Negresco, ne è l’autore. La ausculto, tenendo discosto, con una mano, il suo corpo, che sembra richiedere un contatto con me. E’ una provocazione a cui non sa rinunciare. L’unica mia difesa, quella pressione della mano sul suo torace.

    - “Tutto a posto, ma se non finisci di fumare quella quantità di sigarette, ti arriva un cancro. Come tuo medico ti devo prescrivere una lastra al torace per evitare errori, secondo i protocolli attuali.” - Le faccio la solita predica intimidatoria.
    Mi dirigo alla scrivania, mi siedo. Lo schermo del computer mi guarda sornione ed aspetta. Un attimo di pausa. Vado in giro per i neuroni del mio cervello, sento di andare in panico. Possibile che mi sfugga il nome, cazzo!  So che si offenderà e mi dispiace. Terminare, in questo modo, una parentesi così perfetta. Purtroppo non mi resta altro che chiederglielo:
    - “Nome?” - Manuela non sorride, mi guarda fisso negli occhi. Lo sguardo è mutato. Sento che mi vuol dire “coglione”. Poi la sua voce roca pronuncia lentamente: “Pasquale Campitiello”.

  • 24 settembre 2008
    Il peso del dolore

    Come comincia: Ore 11. Ambulatorio. La voce di Emilia, addetta alle relazioni “esterne” alla mia porta, ripete incessantemente, ma senza esito: “Per favore, via dal corridoio… restate seduti nella sala d’aspetto... rispettiamo i numeri dati”.
    E’ un giorno normale, a fine vacanze natalizie, quando cessate le difese immunitarie delle feste, riprendono tutti i mali, influenza compresa. Il vociare mi arriva oltre la porta. L’amplificatore del mio I-pod  mi fa da barriera, con una sinfonia di Mozart. Sto visitando la signora Pagano, cento chilogrammi sparsi tra biancheria rosa che odora di borotalco. Punti di repere auscultatori, umidicci di sudore. Mi tossisce in faccia, mentre le sento il cuore. La segretaria risponde al telefono e si rivolge a me: “ Dottore, Migliore… la figlia dice che il papà sta male… dice se andate subito”.
    Migliore è un ultrasettantenne, dimesso in coma uremico, dall’ospedale, quindici giorni fa, senza alcuna speranza. Col figlio si era già prospettato di non prendere false strade, inutili, per non prolungare la sua sofferenza. Rispondo che appena diminuisce il caos mattutino, vado a vederlo, anche se non posso essere di nessuna utilità. Si prosegue. Dopo quaranta minuti nuova telefonata. Mi passa la linea. La voce della figlia è concitata: "Non lo vediamo bene, "duvite" venire".
    Le spiego che è quello che ci attendiamo e che tra alcuni minuti vado. Se nel frattempo, mi mandano qualcuno a ritirare la ricetta dell’ossigeno, possiamo anticipare, di un po’, i tempi dell’unico intervento terapeutico che posso fare. Riprendo la visita. Dopo dieci minuti nuovo squillo. La segretaria ha un volto preoccupato.
    “Dicono che se non va immediatamente, chiamano i carabinieri”.
    A questo punto, penso di avere anch’io tratti del volto preoccupati. Abbandono la visita, mi tolgo il camice. Non ho tempo di raggiungere lo spogliatoio, per vestirmi, e sulla maglietta blu, mi metto un golf ed esco in fretta. Rione Sanità è sotto il sole. Oggi è l’ultima ripresa televisiva del telefilm "La Squadra". C’è la troupe in piazza. L’attraverso a passo svelto e mi inoltro nel dedalo dei vicoli a spina di pesce, del Cinquecento, che fanno capo al Convento di S.M. Antesaecula.
    Al vico dei Cristallini, le antiche fabbriche borboniche del vetro, al n. 56,  il basso di Migliore. C’è gente radunata fuori, e non tardo ad udire urla di varie modulazioni che giungono da dentro. Conosco questo rito sonoro che mi annuncia che la morte è arrivata prima di me, a mio discapito. Entro con passo spedito, facendomi largo: “Eccomi!”
    Mi do coraggio, con una tonalità da Salvatore, che è ben consapevole che non salverà nessuno. La camera è in penombra. Le urla e i pianti vengono da uno stanzino quasi buio. Una donna è seduta a braccia e gambe aperte, col volto bagnato di pianto. Emette urla ed è attraversata da singulti e fremiti. La circondano altre donne, che piangendo e urlando, sembrano accarezzarla. Lo spettacolo ricorda il tragos greco. La scena potrei dipingerla o scolpirla: chiaroscuri, occhi, dentature, lacrime, mani. Sembrano non accorgersi di me. Resto per un attimo disorientato. Mi manca il soggetto di quel dolore. Possibile che in soli pochi minuti…
    "Lo avete ricoverato?" - mi azzardo a dire, non vedendo Migliore.
    Una figlia si accorge della mia presenza e portandosi le mani ai capelli, urla: “Pensate, vent’anni aveva Titinuccia, vent’anni! Hanno telefonato adesso alla madre, che è morta all’Ospedale Cotugno di meningite!”
    Resto per un attimo sconcertato, poi comprendo che in quei pochi minuti deve essere accaduto ben altro.
    "Ma Papà dov’è?" - chiedo tra urla e pianti.
    “E’ là, nun lu vedite?”.
    Infatti, Migliore è là, nella camera solitaria che ho appena attraversato, su una branda. Una coperta gli copre il viso. Respira a fatica. Siamo alla fine. Mentre gli metto a posto un ciuffo di capelli bianchi che gli copre gli occhi, mi accorgo che si sono dimenticati di lui. Nello stanzino accanto continuano i pianti e le urla.

  • 15 luglio 2008
    La topolino amaranto

    Come comincia: No, la nostra era verde bottiglia. Se la ricordo! Un capitolo della mia infanzia. Precisiamo, Topolino, prima serie, mezze balestra, con capote… semiusata. Un impiegato di mio padre di nome Merlino, sì come il mago, tentò mio padre con questa proposta. Nel dopoguerra, un impiegato non si poteva permettere un’automobile, ma mio padre era un poeta e ogni tanto prendeva un frutto, appena più in alto, che non gli competeva. Fummo i primi in Via Acquarone, a Genova, ad avere la macchina, i primi a possedere la TV, i primi a viaggiare in Costa Azzurra. Ma sempre da famiglia di impiegato. Per cui ricordo gli affanni, le discussioni, i conti sul libro di casa, fatti da lui e mamma, a sera, sul tavolo di cucina. Per la Topolino consultammo anche nonna Amina, vedova, che aveva deposto i suoi risparmi in casa nostra, nel primo cassetto del comò. Ricordo il giorno dell’acquisto: tutti e quattro, papà, mamma, mia sorella Lilia e me, vestiti da domenica, entrare in questo garage della Genova di Ponente. La Topolino con a lato l’impiegato Merlino ci attendeva, lucida, supercromata, altro che semiusata! Terminato le pratiche di acquisto, prendemmo posto per la prima volta, noi ragazzi, in un’auto. Entrare in un razzo, avrebbe generato meno emozioni. Vedo ancora papà, mentre si mette lentamente i guanti di pelle di struzzo, ereditati da Zio Ninni. Ricordo ancora il suo gesto accurato, elegante, saggio nel dare l’ultimo risvolto al guanto per non turbare la candida camicia e lasciare scoperti i polsini d’oro. Un gesto da gran signore... Contatto! Rann, Raann, Raannn… il motorino dell’accensione girava a stento, subito tacque. Un meccanico spuntato dal buio ci tranquillizzò: -“Niente…è stata ferma... la batteria… metta la prima che spingiamo”- E partimmo, così a spinta, con mamma che ci lanciava sguardi dubbiosi. Non ci fu famigliare o amico, a cui facemmo vedere la nostra nuova auto, che non fu coinvolto nel darci una spinta al momento del commiato, anche alcuni vigili ai semafori, dopo che con un sussulto il motore s’ingolfava e si spegneva. Il lavaggio della Topolino era uno dei momenti più plateali del nostro nuovo acquisto, in Via Acquarone. Papà scendeva per strada, vicino alla fontanella, tirava fuori, seggiolini, tappetini, ingombrando il marciapiede. I vicini di casa muti, lo guardavano dai balconi, stupiti e sicuramente con una punta d’invidia. Io e i miei amici gli si faceva cerchio e a tratti, a suoi ordini precisi, gli si dava un aiuto. La Topolino ritornava ad essere nuova e non semiusata. Il tocco finale, l’apoteosi del tutto, era la verniciatura, in nero, delle gomme, che dovevano apparire, appena uscite di fabbrica. Poi papà, rimetteva via barattolini di varie vernici, creme lucidanti, argentina e cose varie. Risaliva in macchina e portava la macchina, al riparo, in garage. Tutto questo con estrema eleganza, come lui ben sapeva fare. Quante scampagnate in Liguria, quanti viaggetti nella ricca Costa Azzurra, dove a sera si andava a vedere i ricchi del Negresco di Nizza che cenavano all’aperto. Ricordo ancora quelle tavolate sontuose attorno a immensi flambé, che apparivano allo spegnersi della magica fiammata, immensamente gustosi ma inarrivabili. Non posso non ricordare la fallita gita a Portofino vetta. Il motore aveva i suoi anni e La Ruta, la salita che portava in cima, era temuta da noi tutti. Papà lanciava sul rettilineo di Recco la Topolino e affrontava i primi tornati. Noi si stava in silenzio. Ogni fremito del motore aveva una codificazione. La terza, come marcia era la prima a rinunciare. Con un colpo rapido per non perdere velocità il “Zag” della seconda. E questa era la più drammatica a tenersi, perché il tornante aveva una pendenza eccessiva e lo scendere alla sferragliante prima voleva dire surriscaldare il motore ed andare in ebollizione. E così avvenne quel giorno. “Guardate che posto incantevole, quanto verde e fiori. Per oggi ci fermiamo qua sul prato a fare colazione”- Mamma, oltremodo positiva ci aveva convinto. L’amenità del posto non chiedeva discussioni. Portammo sul prato coperte da stendere, la cesta del picnic, la ghiacciaia con le bevande. Mamma, giovanissima, allora, che chiamava mia sorella per cogliere fiori. Papà iniziava a sfogliare il giornale, godendosi il suono degli uccelli, numerosi fra gli abeti. Quando, improvvisamente scorgemmo un silenzioso corteo che stava dirigendosi, verso di noi. In testa quattro signori vestiti di nero reggevano una cassa da morto. Eravamo nel giardino antistante il cimitero di Recco!

  • 20 giugno 2008
    Il mio teatrino

    Come comincia: Annella è entrata in ambulatorio, questa mattina, con aria decisa.
    - “Chiudite a porta, vaggia parlà".
    Una guagliona del popolo, snella, un jeans ed una camicetta nera, due perline ai lobi, un sorriso quasi dipinto. Convalescente da un intervento per una grossa cisti all’ovaio.
    - “Devo fare l’analisi dello sperma al mio fidanzato, devo capire perché da sei mesi che facciamo all’amore, non resto incinta”.
    Maschero il mio stupore e le chiedo perché questo problema prematrimoniale, potrebbe, prima, attendere di sposarsi.
    - “No, voglio un figlio e voglio essere sicura di averlo con l’uomo che sposerò. Appena resto incinta mi sposo”. 
    La novità dell’impostazione mi fa passare dalla meraviglia all’ammirazione per questa ragazza che sento quanto mai donna.
    - “Non ridete, ora, dottore, ma stamattina sono andata nella cappella di Santa Patrizia, la conoscete? Ci sta na sedia fertilizzante...”
    Ricordo brani di un documentario. Una coda in un vicolo angusto di Napoli. Madri potenziali in attesa di un miracolo, dopo essersi sedute su questa strana sedia miracolosa. La rassicuro, ne conosco l’esistenza.
     - “Ho chiesto alla suora, quando è venuto il mio turno, di potermi sedere.
    Lei mi ha domandato: - “Figliola sei sposata?". Io le ho risposto: “Suora, faciteve e fatte vostre ! “
    Ho trattenuto un sorriso che sapevo non consono al momento.
    - “Quindi non ti ha fatto sedere?"
    - “L’aggio dato na regalia e m’ha fatto sedere”.

  • 09 maggio 2008
    Brigitte è qui

    Come comincia: Il bar Fusco è stato per anni il cuore pulsante del Rione Sanità. Tutto ciò che accadeva in quel quartiere passava di lì, fossero persone, parole o fatti. Lui, Fusco, che io da buon settentrionale, chiamavo Signor Fusco, stava dietro la cassa  ed era il capitano di quel piccolo bastimento nel mare agitato del quartiere. Cinquant’anni, poderoso di corporatura, chiudeva la cassa con un colpo del ventre prominente. Per chi avesse avuto tempo per ascoltarlo, aveva mille episodi da raccontare, con gli occhi che gli s’infiammavano di una luce vivida. Poteva essere la descrizione dell’oscuro esattore del Comune che veniva mensilmente a ordinare chili di caffè e di zucchero per casa sua, in cambio di una sottaciuta denunzia per irregolarità nella gestione dell’esercizio o le varie appartenenze ai clan della zona di ognuno degli avventori, avventure personali incluse. Dal suo posto di guardia, non gli sfuggiva nulla. Fuori, la Chiesa di S. Maria della Sanità, offriva nascite, matrimoni e funerali in continuazione dando luogo a spettacoli dalle coreografie atipiche e originali, che avrebbero fatto gola ad un regista. Fusco con un sorriso appena accennato, sfumato dall’ironia, accompagnava con  brevissime allusioni e ammiccamenti ciò che non era lecito accompagnare con parole franche e chiare. Spesso si svolgevano in piazza regolamenti di conti. Una volta – raccontava - la vittima designata si era rifugiata nel suo negozio sotto il tiro dei sicari, che lo avevano braccato, nascondendosi dietro il banco del bar. Lui, Fusco, lo aveva tirato fuori a forza da quella posizione e messo alla porta. Dopo aver abbassato la saracinesca, aveva sentito il poveraccio cadere sotto i colpi delle mitragliette. Ma il Bar era salvo! Il bar Fusco era la mia sosta d’obbligo, di mattina, prima di iniziare l’ambulatorio, per il caffè di rito. Ricordo che una mattina trovai in piazza due Tir francesi che stavano montando apparecchiature cinematografiche per la ripresa di un film. Si era d’estate e avevano aperto ombrelloni variopinti, per preservare dal sole la troupe. Entrare nel bar e sentire parlare francese non è cosa di tutti i giorni. Un signore barbuto, enorme, vestito di uno scamiciato nero, chiacchierava con una ragazza in jeans ed un tecnico in tuta. Mi attardavo alla musicalità di quei suoni che mi rammentavano la mia città del cuore, Parigi. Ad un tratto afferrai un nome pronunciato dall’uomo in nero, che doveva essere il regista: - “Brigitte-”.
    Sì, avevo sentito bene? Brigitte? Il nome che aveva infiammato le fantasie della mia gioventù. Possibile Brigitte a Napoli e alla Sanità? Qualche anno in più, ma doveva essere ancora una donna stupenda. Ben presto un altro gruppetto di addetti entrò nel bar e il suono di quel nome fu ripetuto più volte, intrecciandosi in un francese stretto e affatto comprensibile per me. Volgevano lo sguardo fuori, sorbendo il caffè, come se attendessero qualcuno che tardava a venire.
    - “Fusco, ma girano con la Bardot?”- la mia ansia era legata all’immaginativo e volevo una risposta affermativa ad ogni costo.
    - “Non so, dottore. Questa Brigitte deve essere l’attrice principale, perché la stanno aspettando con ansia per girare una scena in chiesa. Mi hanno detto che ha problemi di salute e tarda a venire dall’albergo”-.
    Il tempo stringeva, in ambulatorio mi attendevano e me ne andai col suono di quel nome e con un dubbio non svelato. Il lavoro caotico e rumoroso qual è quello di un ambulatorio in quel quartiere mi coinvolse ben presto, tanto che finii per dimenticare l’accaduto. Ma a mattina inoltrata sentii un vociare insolito nella sala d’aspetto. Entrò la ragazza che mi fa da segretaria senza bussare. Aveva un viso teso, preoccupato. -"Dottore, ci sono quelli del cinema che chiedono se possono portare su l’attrice. Dicono che si sia sentita male durante la ripresa del film"
    L’Attrice? Brigitte nel mio ambulatorio! Un’occasione inaspettata.
    “Fai salire” - e correre a cambiarmi il camice e darmi una ravviata ai capelli, uno spruzzo di deodorante: l’attesa! I pazienti restano muti e si accalcano sulle scale per vedere l’arrivo del personaggio insolito. Li vidi arrivare come un turbine: un gruppetto tra cui riconobbi il regista in nero e la ragazza in jeans che venivano verso di me a passo svelto con un fagottino tra le braccia, avvolto in un plaid multicolore.
    Lo posò sul lettino.
    Sentivo che mi guardavano e attendevano il mio aiuto di medico. Restai per un attimo sconcertato, anche perché da quell’involucro emanava un odore affatto piacevole.
    La donna mi precedette e svolse quel pacco che racchiudeva una bimba sui sei anni, pallida, esangue, immersa in un lago di diarrea: – “Docteur, ma petite Brigitte ha la dissenterie”

  • 20 febbraio 2008
    L'Avvoltoio

    Come comincia: Mettiamo il caso che decideste o il Buon Dio, per voi, di andarvene all’altro mondo, guardatevi, allora, dall’Avvoltoio. Chi sarà mai questo essere? Sì, pensiamo di averne conoscenza nei film che abbiamo visto. Non è quell'infame uccello, ma un essere umano. E’ una comparsa quasi obbligatoria degli ultimi giorni dei mortali che vivono nelle nostre città. Non si sa perché appaia e chi lo chiami. Forse un parente, forse un conoscente fa girare questo nome nella camera dove voi state spirando.
    Il vostro medico, che vi conosce da anni, ha compreso i limiti prossimi della vostra vita e purtroppo l’inutilità di quelle cianfrusaglie medicinali in suo possesso che nulla possono contro le porte aperte del fato. Ma c’è chi può, più di lui. E’ una carta segreta che gira in questi momenti dolorosi come un jolly ed ecco che improvvisamente ve la trovate ai bordi del letto.
    Non avete scampo! Dovete soggiacere a questa ultima prova. E’ la comparsa di un personaggio che entra nella commedia della vostra vita con l’appellativo di Salvatore. Si dicono di lui cose fantasiose, addirittura degli “alzati e cammina” evangelici. Per contattarlo non è facile: risponde una voce bionda di una segretaria forse bruna che vi consiglia di incontrarla di persona. Il professore è occupato all’Università. Non sarà semplice persuaderlo ad una visita domiciliare, in quanto il professore non scende mai a questi livelli, propri del medico della mutua. Comunque viene stabilito il giorno e l’ora in cui  dovranno andarlo a prendere sotto il portone di casa. Il primo contatto sarà disastroso, saluterà appena e mostrerà di avere notevoli difficoltà nel trovare posto nel sedile angusto della vostra auto che avrà inondato di lavanda francese. Vestito scuro con cravatta firmata, occhiali orlati d’oro. Un tamburellare delle sue mani sul cruscotto evidenzierà un padellone di orologio, grandi marche. 
    “Ma dove mai abita?” - sarà la prova fonetica della sua voce, pronta a denunciare una perdita di pazienza, sciupando il suo tempo preziosissimo per la scienza. L’auto si aggirerà nel traffico e all’arrivo:  “ Possibile al quarto piano, senza ascensore? “  Ma salirà ingoiando l’affanno.
    “Ringrazio il mio footing mattutino”. Dirà, paonazzo, sulla porta d’entrata di casa vostra. Passerà le due file di parenti, amici, coinquilini, portierato, schierati ai lati del corridoio, non vedendoli. 
    - “Dove sta il malato?” - chiederà ancora spazientito, scorgendovi, infine, boccheggiante sul vostro letto. Voi inconsapevolmente lo potreste scambiare per il funzionario delle pompe funebri che viene a prendervi le misure.
    Ma lui si siederà sull’unica poltrona della vostra camera, stenderà le gambe e chiederà:
    - “Sì, grazie, un caffè, se me l' offrite, lo prendo subito” - un drappello dei vostri cari si dirigerà in cucina per esaudire questa prima richiesta. 
    Sorseggiando il caffè, chiederà poi a voce alta: “Chi è il medico curante?” E quando qualcuno dei presenti, a bassa voce, e con un po’ di vergogna, pronunzierà il nome del medico, dalla mimica del suo volto si giocherà il futuro di chi vi ha curato per un’intera vita.
    Se apparterrà alla categoria dei magnanimi potrà dire: - “Un bravo ragazzo!” - Naturalmente all’indirizzo del vostro medico ultrasessantenne. Ma altre contratture dei muscoli mimici lasceranno dubbi spaventosi sulla fama cittadina del vostro medico.
    Un parente gli offrirà un malloppo di cartelle cliniche dove c’è tutta la vostra vita di malato. Troppo tempo a scartarle ed a leggerle. Per cui le restituirà immediatamente e chiederà di suggerirgli la vostra malattia con: - “Ma insomma che ha?” Un silenzio imbarazzante lo costringerà ad aprire la sua borsa. No, non è come quella del vostro medico, enorme, piena di carte e scartoffie, di medicine per l’occorrenza. E’ una borsettina quasi femminile che racchiude un minuscolo fonendoscopio e un ricettario, niente più. Si alzerà e verrà verso di voi.
    - “Seduto” - vi intimerà e subito correranno a sorreggervi i più cari dei vostri cari. Vi sentirete osservato dai suoi occhi a riflessi dorati, sentirete le sue mani fredde infossarsi nella vostra carne. Se avrete acquisito nella vostra vita un minimo di intuito, vi accorgerete che lui non starà pensando a voi, ma a qualcos’altro, la sua amante, l’uscita di una nuova potente auto.
    A visita terminata vi abbandonerà e ricupererà la poltrona.
    I volti dei cari chiederanno domande silenziose di speranza, ma lui, amimico, guardando il muro bianco, pronuncerà la frase: “Abbiamo perso troppo tempo… cercheremo di recuperarlo”.
    E questa frase dividerà tutti i presenti in due fazioni: quelli per il medico curante, increduli al nuovo arrivato, e fedeli a lui e la fazione di quelli contro, che improvvisamente faranno traboccare antichi rancori verso questa figura quanto mai casalinga.
    Il ricettario del professore ora compare dalla borsa: è fatto di fogli che sono il doppio di grandezza di quelli del medico della mutua e hanno una decina di righe di attributi del nostro. E’ il momento delle analisi da farsi. Ne sono state fatte a montagne, con regolarità negli ultimi giorni. Non le consulta minimamente. Redige una lunga fila di analisi banali ed altre con sigle sconosciute, che metterebbero a dura prova un analista. Ma l’analista è il suo, di fama e serietà non comuni. Anzi ne scrive l’indirizzo sulla ricetta. Ora tocca alla prescrizione delle medicine salvatrici. Qui la mano autorevole si scatena su omonimi ed altro, compreso gli onnipresenti “lavaggi”, essenziali per le credenze popolari.
    Ma è la quantità che fa la sua grandezza. E quanto a questo è imbattibile. Un cesellatore dell’ovvio.  – “Iniziate subito” - ordina e qualcuno strappando la ricetta di mano già scende per le scale a saltelloni. Siamo all’epilogo.
    Il nostro si alza, dà un colpo al fondo giacca; sembra togliersi la polvere di dosso accumulatesi nel frattempo.  “Manderò un mio assistente a controllare”. 
    Una tossettina richiede il pagamento. “Professore mi dica?” -  Il parente economo si inchina a mo’ di paggio. -“ Facciamo, per voi, quattrocento euro. Per piacere, l’assegno lo intesti alla mia segretaria, la Claretta”.
    Avrete ancora il tempo di chiedervi per quale malattia ve ne state andando.
    Già, Lui si è dimenticato di dirvelo. Ma lo avrà capito? Ed è a questo punto che l’avvoltoio spiccherà il volo a cerchi larghissimi nel cielo azzurro, intravisto dalla vostra finestra.

  • 11 dicembre 2007
    Il peso dei soldi

    Come comincia: Ognuno ha le sue piccole, recondite perversioni che solo uno psicologo potrebbe chiarirci. Io ad esempio detesto, sin da giovane, ricevere soldi in mano come compenso di una mia prestazione professionale. Forse ero nato medico della mutua già nella configurazione del DNA. - “C’è lo stipendio in banca” - è stato per anni l’avvertimento del collega amico. Poi, oggi, con internet, basta un clic. Il denaro guadagnato non lo vedi. Ciò non toglie che non mi sia capitato di ricevere l’onorario dalle mani di un malato o di un suo famigliare.
    L’imbarazzo è stato sempre il medesimo, non si è attenuato con gli anni. Forse perché ritengo la mia professione non strettamente legata alla ricompensa economica, anche se vivere pur si deve. Una sopravvalutazione senz’altro dell’atto medico. Troppi libri di Cronin da ragazzo. Non saprei spiegarlo. Ma quando arriva quella frase tremenda: - “Quant’è, dottore?” - provo un disagio psico-fisico. Mi è stato molto più facile negli anni lasciare stupito il paziente con un: “Lasci perdere” - che pronunciare ad alta voce un numero particolare di monete. Se l’ho fatto, quegli istanti mi sono sempre pesati. Scorgere sul volto del paziente l’equità di una ricompensa non è semplice.
    La ricerca della moneta in casa. Il tempo si dilata. Tu stai quasi fermo con la mano moralmente aperta, come un poveraccio. La famiglia che si sperde per le stanze, voci sottomesse ed arrivano i soldi. Solo in alcune famiglie vengono introdotti in una busta, il più delle volte ti vengono dati in mano. Se sei di educazione antica, pronunci :”-Grazie!”- Ma con questo suono, rovesci la situazione. Mentre deve essere il malato a ringraziarti per la salute che cerchi di dargli, ora sei tu che “ringrazi” perché ti hanno pagato la tua prestazione. Sei pari al malato ora…sei sulla stessa scala di valori. Lui ti ha comprato una tua prestazione. Anche le puttane della Domiziana vivono questo momento, mi dico.
    Metterli nella prima tasca che ti ritrovi addosso, appallottolati, incontati. Poi l’oblio del momento copre tutto, torna il sorriso, i convenevoli, i saluti e via giù dalle scale.
    Ma non dimentichiamo l’ambiente che mi ospita, Rione Sanità che comprende il ricco camorrista e il povero vero. E a quest’ultimo se sei un essere umano, non puoi chiedere nulla. Ma non tutti siamo uguali. Anni fa un collega si creò una guardia medica personale in collegamento con amici del 113. Per cui rispondeva alla chiamata telefonica: “Vengo, ma cominciate a mettere sul comodino cinquantamilalire”.- (anni fa). Gli bruciarono la Mercedes. Ricordo che una notte portò via ad un mio paziente due bombole di gas domestico, al mancato reperimento di soldi.
    Sono giunto a queste considerazioni rivivendo oggi uno di questi momenti.
    Mi sono venuti a chiamare in ambulatorio.
    - “C’è un ragazzo che sta male, ha la febbre altissima, è una visita privata” Questo aggettivo viene aggiunto per una scarsa stima verso la classe medica. Sembrerebbe che a questa sonorità il medico risponda con una maggiore lena. La visita era nel palazzo affianco, all’ultimo piano. L’arredo modesto, anzi modestissimo, quasi annegato nella grandezza delle camere di un vecchio palazzo. La moglie con un bimbo piangente in braccio mi ha condotto verso una branda dove sotto vari strati di coperte c’era il marito, un ragazzo sulla ventina. La febbre e i dolori coprivano una banalissima influenza. Poche azioni da parte mia. La ricetta redatta in piedi, in quanto sedie nelle vicinanze non ne scorgevo. Il momento della ricompensa è arrivato anche questa volta... Mi guardo intorno: la tappezzeria che si stacca a pezzi. “Che faccio? lo chiedo l’onorario a questi poveracci?” - Butto una cifra irrisoria, da denuncia da parte dell’Ordine. La moglie si aggira per la casa, apre cassetti e li chiude in fretta. Attendo un tempo infinito.
    “Angela! Li hai trovati?” – urla il marito dal letto. I soldi arrivano in fine ed esco. Mentre sto scendendo i primi gradini, la porta si riapre e appare il volto serio della ragazza, il bambino urla sempre.
    “Dottore, ma Gigino con quella febbre che tiene, è in condizioni di portarci domani a Eurodisney a Parigi? Ditecelo voi, per piacere… che non è cosa.”

  • 20 settembre 2007
    Il merlo parlante

    Come comincia: Questa mattina, in Vico Lammatari, mi stavo recando a riordinare il nuovo ambulatorio conforme alle nuove direttive. Ho dovuto lasciare il mio, in Piazza Sanità, in quanto non aveva alcun requisito, ma in cui avevo curato una generazione e mezzo di umanità del posto.  E’ come lasciare una persona cara. Un contenitore di ricordi, di sentimenti, di fiumi di parole, sorrisi, pianti, a volte anche solenni arrabbiature, lasciato lì, incustodito tra quella polvere che sbuca un po’ dappertutto, quando si lascia un luogo caro, come se volesse subito coprire il tutto, sotterrarlo. E proprio nel vicolo accanto dei Lammatari, inamidatori di colletti e camicie del '700, la voce di un vecchio del posto, sbucato da un portone: - “Dottore, che fine ha fatto il merlo che vi regalò, anni fa Vincenzino o barbiere? Voi forse non sapete che a quel merlo imparai io a parlare”.
    E' vero, si era persa nel tempo la storia del merlo parlante di Vincenzino. Qualche appunto sui miei diari dei fatti incontrati negli anni, l’ho sempre lasciato, per la mia grafomania, ma del merlo non avevo più nessuna traccia per riprenderlo nel bagaglio della memoria. Vincenzino, o barbiere, detto però tra gli intimi “Cacaglia” (balbuziente) abitava in cima alla Penninata S. Gennaro con una numerosa famiglia, composta da una moglie abbondante, Terè “a chiattona” che aveva generato una miriade di figli. Vivevano tutti dentro un basso, in più e svariati strati, ma vivevano. Fuori, all’entrata, appesa ad una cordicella una gabbia con un merlo.
    Mi aveva fatto fermare più volte il suo canto, un gioco di modulazioni sonore ricche, tortuose e incantanti. Vincenzino, affacciato al basso, scorgeva la mia meraviglia e aggiungeva commenti in favore del suo merlo: - "Dovreste sentirlo, quando parla, è una magnificenza, na persona umana, credetemi" - ma io non ebbi mai questo riscontro, durante le mie visite a casa sua - “Sapete, è timido, non vi conosce. Deve prima abituarsi alla persona, scusatemi se non ve lo regalo, ma è uno di famiglia".
    Il cuore napoletano lo si riscontra in queste cose. Guai nella mia vita di medico, dire: "Come è bello quel vaso, quel crocifisso o altro" - la persona si sentiva in dovere di incartarvelo in un foglio di giornale e di imporvi di accettarlo come regalo.
    Confesso che qualche volta ne ho approfittato! Passò del tempo, non ricordo quanto, forse anni e un giorno arrivò Vincenzino Cacaglia in ambulatorio.
    Il volto serio, preoccupato. “Dotto', ho problemi giuridici con il merlo, ha insultato Peppino o’drink che se l’è presa a male e mi ha sporto denuncia”. Ricordo che la cosa mi sembrò del tutto improbabile, ma talmente fantasiosa, uscita da una novella di Calvino, che gli credetti.
    “Me lo potreste tenere dottò? Ve lo regalerei con enorme piacere, conoscendovi. -“E il giorno dopo tornai a casa con questa gabbia di grandezza considerevole e con il merlo che fisso sul trespolo mi guardava, muto. Lo posizionai sul balcone della camera da letto, che dava sul cortile. Il merlo restò per parecchi giorni in un mutismo, quasi patologico. Consultazioni telefoniche con Vincenzino, brevi e ansiose che mi rassicurava con: - “E’ timido, il merlo mio, aspettate e vedrete.”
    Passarono altri giorni di dubbi, anche perché un merlo non è un uccellino, e sporca quasi come una gallina. Una mattina, era un’alba di primavera; quella luce che ti entra in camera man mano nel silenzio della città che è ancora assopita.
    Una voce umana chiara oltre la finestra, una voce che scuoteva il cortile dal suo sonno, una voce sorda, intensa, ammicchevole... sì... del tutto umana: "RICCHIO'... RICCHIO'... RICCHIO'... RICCHIO'...”

  • 19 settembre 2007
    Io e la tigre

    Come comincia: Ricordo quella sera brumosa, fredda. Il castello, bianco dal recente restauro, sembrava finto. Come finti, quasi pupazzi, due enormi scozzesi in kilt, che suonavano cornamuse nell’androne. La luce della sala d’entrata penetrava nel buio del giardino. Le voci del gruppo, i flash delle macchine fotografiche.
    Il conte di Mansfield, vestito di scuro, ci attendeva sulla soglia. Dietro di lui, una schiera di cameriere dalla divisa nera con la cresta merlettata sui capelli, frenava risatine nei nostri confronti.
    Il sorriso bonario e accogliente, sotto i baffi, ampi e ritorti, del conte ci introduceva in un’ampia sala dal tetto a botte. Un enorme camino rischiarava la sala con l’aiuto di torce fumose alle pareti. Altre comparse scozzesi, in costume nazionale, suonavano cornamuse ai lati del fuoco. Una passamaneria rossa sospesa su pilastrini mobili di legno, divideva la parte del castello affittata al tour operator dal conte, dalla sua abitazione abituale. Infatti, oltre questa effimera linea, in fondo ad un corridoio, una signora con bambini a lato, ci osservava. I  loro vestiti erano quelli di tutti i giorni.
    Ci introdussero nella sala da pranzo di stile quattrocentesco. Quadri di severi antenati alle pareti e armi rugginose si alternavano su muri di mattoni rossi. Fu un pranzo con un menù scozzese, dove ciò che ti ricorda qualcosa che conosci, ha un sapore tremendamente diverso, a volte opposto alle tue aspettative, ingoiabile.
    Le cameriere restavano, durante il pasto, con le spalle contro i muri della sala, immobili, quasi cariatidi. Ad un segnale convenuto della caposala, si precipitavano sulla tavola e cambiavano stoviglie e vivande. Quasi una danza. Rientravano subito al loro posto, riacquistando l’immobilità di prima.
    Ricordo che quella sera non ero di umore abituale; forse il clima, forse quello scenario falso, fatto per noi, turisti. Ad un cero punto mi alzai e lasciai i convitati alle loro libagioni. Me ne tornai nella grande sala ad osservare il grande falò che ardeva nel camino. I suonatori di cornamuse avevano deposto gli strumenti e seduti su panche di legno conversavano, non occupandosi di me. Fu lì che accadde uno strano fenomeno, un pugno di minuti che mi hanno lasciato sempre sgomento a ricordarli. Al di là del cordone di velluto, si vedeva una porta socchiusa che dava nello studio del conte. L’enorme scrivania e la poltrona dai fregi dorati la indicavano. Avvertii uno strano e inconsueto impulso. Sollevare il cordone di velluto e passare oltre, fu un attimo. Non l’avrei mai fatto, per carattere, sono un timido. Attraversai la porta socchiusa. Ricordo una foto sulla scrivania. Doveva essere la moglie giovane del conte, immersa nella vasca da bagno con tutti e tre i pargoli, aggrappati a lei, nell’acqua schiumosa. Sentii un senso di disagio per quella intimità non dovuta. Ma il mio sguardo finì sulla parete, al lato sinistro, che sovrastava un enorme divano damascato. Una quantità di teste impagliate di tigri erano affisse come trofei di vecchie cacce in India. Erano teste impagliate, dagli occhi di vetro e dalla dentatura vera. Tutte uguali ad uno sguardo sommario. Qui iniziò il secondo ed ultimo tempo di quella strana sera. Attraversai tutto lo studio, quasi chiamato da una targa apposta sotto di una delle teste di tigre. Avevo difficoltà alla messa a fuoco di quelle poche lettere, che sembravano attrarmi. Mi avvicinai e le lettere si fecero chiare.
    La data e il luogo di uccisione di quella tigre: Sawua - 8 Dicembre 1938. La mia nascita.

  • Come comincia: Un Natale molto diverso da  quelli attuali, molto diverso…
    Si abitava con la mia famiglia a Serravalle Scrivia, in una villa padronale in cima ad una collina. Si era fuggiti dai bombardamenti di Genova e grazie a mio nonno materno che aveva conoscenze ad Alessandria,  avevamo trovato questa abitazione, che per me resta nella memoria come una dimora fantastica. Arrivato a cinque anni, i miei ricordi di vita iniziano da quel posto.
    Campagna attorno, con tutti i suoi misteri di vita, animali da cortile da vedere e vivere. Meraviglie come le notti buie illuminate da lucciole, o grandinate con palle di ghiaccio grandi come il pugno del nonno Angelo.
    Ricordo ancora il rumore delle tegole del tetto frantumate e mio nonno in controluce sulla porta che tiene in mano questi misteriosi proiettili venuti dal cielo.
    Primavere con esplosioni di gemme fiorite che volavano nel vento.
    Zia Maria che mi insegna a trovare sotto le foglie secche del bosco, le viole. Quel profumo intenso.
    Il ghiaccio degli inverni che entrava in casa. Il catino dell’acqua per lavarci nella stanza da letto e la voce di mia zia che urla meravigliata: -“Guardate, si è ghiacciata l’acqua nel catino”.
    Mamma che scende nel giardino vestita di scialli con un secchio di acqua bollente per sghiacciare la pompa del pozzo.
    I ricordi dei bambini sono piccole sequenze indelebili per tutta la vita. Il buio di quelle sere attorno alla brace della stufa. I grandi che parlano tra di loro. Nonna Amina con l’attizzatoio gira le patate nella brace. L’attesa e il sapore…
    Sere? Magari si sarà stati lì al buio, alle 7 di sera, altro che le lunghe notti di adesso. E i grandi che parlavano e si parlavano. Quanto abbiamo perso, abbagliati da uno stupido schermo, di conoscenza fra noi. Me ne sto andando dietro i ricordi che si affollano in fila per affiorare.
    Natale, dunque.
    Mamma in attesa di mia sorella, il pancione e la preoccupazione di papà di dover percorrere due chilometri nel buio e nella neve alta in un inizio del travaglio di notte. Circondati da una guarnigione tedesca che aveva montato una batteria contraerea per la protezione del ponte sullo Scrivia, i nostri rapporti erano buoni con loro.
    Spesso, a sera, ci venivano a trovare: un bicchierino di rosolio del nonno, due chiacchiere difficoltose dei grandi con quella lingua ostica, molti sorrisi. Fu durante una di quelle visite che papà riuscì ad avere la promessa che non gli sparassero addosso in un’inattesa uscita da casa.
    Di quel Natale ho solo due sequenze indelebili. Lo svegliarci a notte fonda da un rumore improvviso, un fragore. Qualcuno batte sulle persiane del pianoterra, in cui erano sistemate le camere da letto, in un modo forsennato, risa, schiamazzi. Tratti di periodi tra i miei genitori. “Non accendere” - “Sono loro, sono ubriachi”.
    Sento la sicurezza di mio padre e il timore in mia madre. Registro il tutto a quasi sei anni nel buio fitto. Altra sequenza. Ci siamo spostati al primo piano, evidentemente perché vedo che mio padre accende la luce e apre le persiane guardando in basso. La voce di mamma che mi tiene in braccio e dice a papà: “Via di lì, ti sparano”. Papà,sicuro, che grida a voce alta: “Chi siete? Che volete?”.
    Per magia il silenzio ritorna. Ultima sequenza natalizia e questa me la sono portata dietro tutta la vita a ricordarmi in quali natali si può imbattere un bimbo. Mi sveglio di nuovo a piano terra, nel letto dei miei genitori. Mamma non c’è, ma nel letto c’è zia Maria, la sorella, impiegata a Genova. Deve essere arrivata nel frattempo, se sta nel letto sotto le coperte con me. “Mamma è andata a partorire in ospedale, per la paura di stanotte le si sono rotte le acque e sono usciti tutti anche i nonni  per accompagnarla. Buon Natale nipote mio. Ti hanno lasciato sul comodino da notte i regali, un piatto di canditi e alcuni fogli di cartone da cui ritagliare le forme degli aerei tedeschi e ricostruirli con la colla. Staremo a letto tutto il giorno per salvarci dal freddo, in quanto da buona impiegata, non so come si accende un camino. Ti dispiace se mangiamo i canditi che ti hanno regalato?”

  • 31 luglio 2007
    Un orso in Piazza Sanità

    Come comincia: Il limite tra possibile e impossibile è un solco precario, dettato dalla nostra fantasia.
    Ripenso a quella immaginazione sbrigliata della nostra infanzia che ci rendeva tutto magicamente possibile. Il solo baluardo insormontabile era la volontà del genitore… allora, ma oggi, non più.
    Il mio ambulatorio in Piazza della Sanità, un piano rialzato, un’unica sala con volte a botte a ridosso di una gemente parete di tufo. Dal 1646 ha difeso, con il suo silenzio, chi vi abitava dalla storia che trascorreva a pochi metri: sovrani e vescovi in visita alla chiesa di S. Maria della Sanità, maestà imperiali di passaggio, per arrampicarsi su per salita Capodimonte con fastosi carri, trainati da affaticati buoi, a raggiungere la Reggia.
    Moti popolari, pestilenze, colera, carrette colme di cadaveri verso le grotte delle Fontanelle. Durante i temporali fiumi di pioggia, veri torrenti sassosi, scendevano a valle, la “lava dei vergini” che distruggeva tutto, portando via uomini e cose.
    Sotto il pavimento dello studio a pochi metri, le catacombe di S. Gaudioso, misteriosi cunicoli nel tempo. Sino a pochi anni fa un gommista cercava forature in un loculo allagato, nel palazzo affianco. Poi distrusse tutto per un bagno piastrellato. In questo luogo, ora ambulatorio, qualcuno è nato, vissuto nel riverbero dei signori che abitavano ai piani nobili, ed è morto. Le parole, i pianti, le risa, i sospiri sono come polvere impalpabile su queste mura. Sarebbe divenuto, forse, il magazzino di un commerciante del posto se io non gli avessi donato ancora un’occasione di vita… perché vita è quella che vi scorre ogni giorno nelle ore di visita.
    Una vita dura, a volte tragica, ma pronta a scoppiare in rumorosa allegria. A volte sono rappresentazioni vere di una commedia popolare a cui si accompagnano applausi.
    Anni fa, durante un'epidemia misteriosa che mieteva vittime tra i lattanti, mi venne ad intervistare un reporter di una rivista svizzera. Era reduce da una sanguinosa guerra in Congo e quella pausa, mi disse, per lui aveva i caratteri di un “bizzarro carnevale, un paradiso inatteso”. Non ho mai ritenuto degradante appartenere a questa rappresentazione perché ben conoscevo gli ambulatori asettici e sicuramente al confronto, molto squallidi, in zone più nobili della città. Mi ritengo uno di loro, oramai dopo quarant’anni, e vivo con loro per otto ore al giorno.
    Torniamo a quel limite del possibile, di cui parlavo inizialmente per raccontarvi uno dei mille fatti che mi sono accaduti nel tempo. Ero tornato da una vacanza oltre il Circolo Polare. Allorché si valica questo parallelo invisibile nella immensa foresta norvegese, il consumismo è pronto ad accoglierti con i suoi mille articoli: diploma da esploratore, in pergamena, dove una bionda vichinga vi appone il vostro nome ed altre carabattole.
    Mi aveva colpito la riproduzione di un’insegna stradale che avevo realmente incontrato lungo la rotabile: un triangolo di pericolo con raffigurato al centro un orso bianco. Su quelle strade, d’inverno, è un incontro ipotizzabile.
    Lo acquistai e decisi, in seguito, di metterlo in studio sulla porta che dal mio ambulatorio conduce ad un secondo stanzino con i servizi. Ogni porta, soprattutto se non la si chiude, è uno stimolo di curiosità per i miei piccoli pazienti. Trovai indovinata, dopo aver apposto il cartello sulla porta, la mia frase scherzosa: “Bambini, di là non si può andare, c’è l’orso… vedete il cartello?”.
    Concetta Arrichiello era una madre giovane, una ragazzina in jeans e scarpe da ginnastica, una della nuova generazione, per intenderci, spigliata, attenta ai due suoi figlioli: Genni, sei anni e Damiano otto anni, frequentavano la scuola ed erano vestiti con cura. Quel mattino li visitai entrambi.
    Avevano scorto il cartello e Genni, il più discolo, si diresse verso la porta, deciso a valicarla. Attendevo quel gesto per sfoderare la mia arma: -“Ragazzo di là non si può andare, c’è l’orso, non vedi il cartello?”
    Genni restò per un attimo sconcertato e venne ad abbracciare la madre che stava seduta di fronte a me, mentre scrivevo le ricette. Intuii che parlava sottovoce con lei. Concetta doveva rispondere qualcosa che non riuscivo a decifrare.
    Al momento del commiato si alzò e si diresse lentamente ed incerta verso l’uscita. I ragazzi la seguivano sconcertati, guardandomi. Arrivata alla porta Concetta mise la mano sulla maniglia, poi la lasciò e fece un passo indietro voltandosi verso di me.
    I nostri occhi si incontrarono. Ci fu una pausa imbarazzante. Il tempo si era fermato. I figli seri, guardavano la madre. Concetta non distolse lo sguardo dai miei occhi e disse: - “Dottò, posso chiedervi una cosa?” -
    - “Dimmi Concetta” - risposi non indovinando la sua richiesta.
    - “Dottò, potreste far vedere, per un attimo, l’orso ai miei figli?”

  • 05 luglio 2007
    Il dolce volto del nemico

    Come comincia: Li aspettavamo a Villa Adela un giorno o l’altro. Ci eravamo rifugiati sulle colline di Serravalle Scrivia. Una villa padronale affittata da mio nonno nella fuga dai bombardamenti di Genova.
    Avevo cinque anni. Li temevamo. Ascoltavo i discorsi dei grandi nel buio della cucina, quando dopo cena, per l’oscuramento imposto, ci si radunava attorno alla stufa e si attendeva il segnale dei tamburi di radio Londra al riflesso della brace. Si parlava di loro con circospezione, abbassando la voce.
    Veniva a trovarci la Nuccia con il suo setter da una casa vicina, oltre il vallone e ci portava le ultime notizie sulla guerra.
    Una sera arrivarono due ragazzi vestiti da montanari, con cappelli tirati giù sul viso. Infilati alla cintola i manici di legno delle granate;  restarono ad ascoltare le notizie della radio, in silenzio;  solo qualche ammiccamento tra loro, un bicchiere di vino e fuggirono via nella notte.
    “Sono partigiani”- sembrava rassicurarmi mamma. Ma aleggiava un’ aria di preoccupazione, sia per loro che per noi. Sino a quel momento dopo la fuga da Genova, avevamo ritrovato la calma di un vero rifugio. A volte preceduto da un rombo assordante si oscurava il cielo.
    “Vieni a vedere le “fortezze volanti” “! - Mi diceva mamma, mentre il cielo era un disegno di infinite croci nere, altissime che volavano in direzione del porto di Genova.
    Scendeva una pioggia di coriandoli luminosi: erano strisce di stagnola per ingannare i radar. Me ne riempivo le tasche. Scomparsi gli aerei all’orizzonte, tornava il silenzio della campagna. Stentavo a credere che quegli uccelli neri fossero i liberatori. Perché mai dovevano distruggere la mia città?
    "Il nemico" lo avevo intravisto dal finestrino del treno: un cannone enorme dalla canna lunghissima posto su carrelli ferroviari. Faceva parte di un convoglio militare: "La Berta"- gridava emozionata nonna Olga che credeva di riconoscere il cannone che tuonava sulle alture di Monte Moro a Genova a difesa del porto. Ricordo soldati a cavallo del fusto. Avevano capelli biondi e ridevano.
    Quelli i nemici? Il naso incollato al finestrino, il tempo dello scorrere veloce di un attimo. Il nemico perché? - mi chiedevo con la logica del bambino - se fuggivamo dalle bombe dei "liberatori". Che strano modo di liberarci, poi avevano questi. U
    scendo dal rifugio, a Genova, il palazzo affianco al nostro, era una buca. Nel fango si aggiravano ombre alla ricerca di qualcosa. I nemici li aspettavamo a Villa Adela e un giorno arrivarono.
    Caro Franz, ricordo quel giorno. In fondo al viale, c’è nell’aria la luce della primavera, un frastuono di motori e di carri cingolati. Il cancello della villa che cade a terra. La colonna sale verso l’aia ghiaiosa della villa. Io non ho mai compreso dove fossero i miei. Non li sento vicino a me nel ricordo o forse l’importanza del momento li escluse dalla realtà. Sento di guardare con intensità ciò che sta avvenendo. Per un bambino di cinque anni è senz’altro un’emozione fuori del comune. Un’auto precede carri cingolati su cui sono seduti ai bordi, soldati con elmetto e fucile. Sopraggiungono sul piazzale antistante a villa Adela e si dispongono a cerchio. Dall’auto scende un superiore che comincia ad urlare ordini in una lingua metallica, roboante. I soldati scendono dai carri, hanno con loro uno zaino, oltre al fucile. Ora sorridono, parlano tra di loro, si scoprono il capo. Il superiore continua a dare ordini. Una bottiglia di vino viene fatta girare. L’atmosfera perde di drammaticità. Qualcuno mi scorge e viene verso di me.
    Sei tu Franz, ricordo il tuo volto di ragazzo vicino alla mia fanciullezza; mi sorridi e mi sollevi in aria. Pronunci parole che non capisco. Mi colpisce la tua croce nera ornata d’argento sul colletto della divisa, contrasta con l’oro dei tuoi capelli. Poi i ricordi si perdono in inquadrature di un film. Mi chiami: - Luccio - insistendo sulla consonante. A sera il tuo bussare alla porta e ritrovarti con noi come in famiglia. Nonno Angelo mette per te sul grammofono “Lily Marlen”. E una marcia di guerra; i tuoi occhi non mi vedono mentre io gioco con la tua catena d’argento al collo. La voce della cantante è rauca, calda. Pensi ad altro... la tua famiglia... i giorni di guerra che ti attendono.
    Ricordo una frase di papà: - "Poveri ragazzi, sono reclute di marina inviate quassù, lontano dal mare, chissà mai perché?"
    Una mattina vengo alla tua tenda: corpi nudi alla cintola che si lavano in una tinozza. Un teschio è l’emblema impresso sul panno scuro della tenda. Lo stesso teschio lo ritrovo su insegne di legno dove è tracciato con pittura nera “achtung minen”. Tu mi confesserai che è falso, in quanto di mine non ne avete più.
    "E’ arrivato il tuo amico fedele" –qualcuno già trova da ridire sul nostro legame insolito. Un giorno di vento mi ospiti nella trincea dove avete posto il cannone antiaereo. Mi fai sedere sul seggiolino che è simile a quello del trattore. Mi dai un colpo e giro, giro... che strana giostra quella.
    Ma un mattino: "Sono fuggiti" - qualcuno urla e ti perdo per sempre.
    Mamma scolla nell’acqua la pasta cotta che avete lasciato nella frettolosa partenza vicino al camino. Si pregusta un pranzo inatteso. Ti ricordo ancora Franz dopo una vita trascorsa. Nessuno mi ha mai convinto che tu fossi veramente il nemico.

  • 07 giugno 2007
    Paris, Paris!

    Come comincia: Come poter scrivere di Parigi senza cadere nella tentazione di ricordare le ore trascorse con te.
    “Chi non ama, non dovrebbe mai parlare di questa città” – Sono parole di  Anna Maria Ortese nel “Mormorio di Parigi”. Le ho cercate nella mia biblioteca per trarne la forza a superare quel pudore che mi possiede quando ti penso. La mia incertezza è riconoscere il limite del mio amore tra te e questa città.
    Parigi dietro di te, come un fondale di una rappresentazione, Parigi che ti racchiude, Parigi nel tuo accento musicale, nel tuo vestire, nel tuo venirmi incontro sorridendomi.
    Gli anni sono trascorsi, eppure ti riscopro in una realtà sconcertante ad ogni mio ritorno. Forse perché i ricordi hanno la dimensione del reale sino a quando siamo disposti ad accettarli come tali.
    Vacanze di Natale all’Università. Una notte di viaggio da Marsiglia a Parigi con tuo padre che guidava il camioncino Peugeot. Tutti e tre davanti. Tu  tra me e lui. La nazionale n.7 allagata; i fari scavavano cunicoli di luce nel buio. Sapevi ignorare la presenza di tuo padre in una maniera che mi metteva a disagio. Il contatto delle tue labbra sulla mia guancia.
    Tuo padre ci lasciò a Place Vendome nella solitudine dell’alba. Ad una traversa di Rue de la Paix, il profumo del pane appena sfornato. Il sapore di quei bocconi, intensi come ostie tra una parola, un sorriso, un tuo gesto.
    La città si svegliava lentamente. Un crescendo di rumori, di luce, di movimento ci avvolse.
    La salita a  Monmartre con il sole che forava le nubi e si rifletteva sulle bianche cupole del Sacrè-Coeur. Ci fermammo sui gradini della chiesa con altri studenti americani. Cantammo con loro. Io nascondevo le mie note stonate al riparo del tuo canto. Iniziò a piovere e tu pretendesti di farti ritrarre ugualmente, al riparo di  un ombrello, da uno studente giapponese. Quelle tracce di pioggia sulla carta, con un tuo appunto a matita: “Autoritratto della pioggia” !
    Ci rifugiammo al Lapin Agile, la cave dei grandi della Belle-Epoque. Pranzammo in un angolo, quasi buio, al lume di una candela. I tuoi occhi. Le tue parole d’amore, trascritte in qualche grumo di cellule, mi tengono compagnia negli anni. La certezza di ciò che è stato è un approdo più accessibile.
    Alla stazione del metrò a Pigalle, incontrammo un tuo amico, violinista. Arrotondava l’assegno del padre suonando per i passanti. Il tuo abbraccio, troppo caldo, urtò la mia gelosia.
    Poi, l’attraversata di Parigi a passo svelto, in lotta con il tempo: tuo padre ci avrebbe ripreso a sera. L’Etoile, un gorgo di vita che si placa nei larghi viali degli Champs-Elysèes. Place de la Concorde, l’immensità disegnata in una città. Ti indicai il posto dove era stata eretta la ghigliottina. Immaginammo lo scivolare freddo della lama, il suo lampo, seduti sui gradini di una fontana barocca.
    Giungemmo a Place des Voges che c’era una grande luna. Un unico blocco di edifici, un quadrilatero di portici  che racchiude un verde giardino. Si respira il tempo del Re Sole con le due serie di mansarde di ardesia illuminate da tenui luci.
    Quella panchina freddissima. Solo noi. Io nel tuo cappotto che mi avevi aperto sulle spalle ospitandomi vicino a te. La sensazione di una centralità non solo di posizione ma anche spirituale: la solitudine dell’unicità irrepetibile di un attimo breve come un sentimento d’amore.

  • 05 giugno 2007
    O' passaggio

    Come comincia: Marco mi sorride sotto i baffetti da magistrato dell’ottocento. Sento la carne del mio fianco pizzicata dalla sua mano. Intuisco il perché e lo ricambio con un moto di assenso del volto. E’ il cordoncino del tanga di Carla che traspare sotto la tela del jeans. Stiamo camminando in questo cunicolo scavato nel tufo. Lei ci precede di pochi centimetri con un passo agile e sicuro, con scarpe di tela. Il silenzio è perfetto. La luce scende, a tratti, come una lama sulla superficie dei corpi, da piccole feritoie. Il piede intuisce ostacoli e li scarta.

     

    - “Attenti a non farvi male, Dottò”-. La voce di Carla è sonora, genera una flebile eco davanti a noi.

    - “C’è un poco da camminare, qua sotto, sapete, è giusto che sia così”- Carla ha un profumo che cerco di ricordare. E’ misto ad un odore di sudore, aspro, che le scende al centro della schiena, macchiando la camicetta. Mi accorgo improvvisamente di avere caldo. Faccio un atto volontario di respirazione profonda e avverto una corrente densa che mi scende nei polmoni. Sono claustrofobo e questo budello nero non finisce più. Lo stomaco si fa sentire con uno spasmo: è scattato l’allarme neurovegetativo del mio fisico. La frequenza dei battiti sta aumentando.

    - “Carla, ma ce n’è ancora per molto?”- mi esce un tono tra il supplichevole e l’allarmato.

    Carla si ferma di colpo e si gira verso di me. Il sorriso accende i tratti perfetti del suo volto. Mi attardo per attimi ad osservarla.  Solo così sono sicuro di dimenticare la mia fobia.

    - “Va, fermiamoci, un attimo, dottò, - mi dic e- prendete fiato, sapete l’età! Vedete il vostro amico come è sereno?”- Mente. Guardo Marco e lo vedo, nei tratti del volto, più a disagio di me. Lui sicuramente, data la sua professione, sa di essere in un posto che non gli si confà. Ma la passione per l’antiquariato lo porta a questi estremismi. Infatti, mesi fa, lo avevo rassicurato: - “Quando Carla mi dirà che c’è un passaggio, te lo faccio sapere”- . E Carla era entrata in ambulatorio, ieri mattina, mentre stavo visitando, annunciandomi: “Ci sta nu passaggio”!  Mi aveva lasciato nell’imbarazzo del giudizio del paziente, di fronte a me. Mi chiedevo cosa avrebbe mai potuto pensare a quella frase. Telefonare a Marco, vincere la sua ritrosia, in quanto da una promessa vaga, lo ponevo di fronte alla realtà, e prendere un appuntamento con Carla, ci ha portati, entrambi, qua.

    - “Forza, ce la fate. Ora si scende, sono cento gradini e non buoni. Statevi attento, dottò. Il Professore lo vedo più agile di voi. E’ più giovane!”

    Non so dove Carla abbia preso una grossa torcia. Indirizza il fascio di luce in un buco nero ai nostri piedi.

    - “Venitemi dietro e guardate dove posate il piede”-  Il cunicolo di tufo da orizzontale, ora ha quasi la verticalità di un pozzo.  Scendiamo con la luce della torcia che crea ombre improvvise al nostro piede insicuro. C’è un odore di muffa. Una goccia mi si frantuma sulle lenti. Continua a mancarmi il respiro. Sento il ritmo accelerato nel silenzio.

    - “Ma dove cazzo, ci sta portando la tua amica?”- Marco ha cambiato umore. Non so cosa rispondergli, l’esperienza è nuova, anche per me.

    - “Marco, sono qui per tua richiesta.” - Il mio tono è affatto amichevole, anche perché tutto il mio fisico, con la supervisione del mio cervello, è ad un passo dal panico.

    Dobbiamo avere toccato il fondo. I gradini sono terminati e ritorna l’orizzontalità del cunicolo. Una luce tenue ci annuncia che c’è qualcun altro, oltre noi. L’odore di tabacco mi avverte che si sta fumando. Infatti, un colpo di tosse, secco si sperde lungo le pareti.
    - “Siamo arrivati. Vincenzino ci sta aspettando”- Carla ci rassicura, affrettando il passo.

    La camera di tufo, una catacomba, non altro può essere, ci appare improvvisamente, svoltando a gomito sulla destra. Una figura elegante, giovanile, in vestito blu, giacca e cravatta, occhiali a mascherina, alla moda, sta in piedi, al lato di un tavolo di legno fradicio e fuma una sigaretta. Sul tavolo, l’apparizione! Due vasi attici mi guardano dall’infinità dei loro anni. Sono stupendi, nella loro eleganza di forma. Quasi due verginee fanciulle, rasentate da una luce di una lampada a petrolio, che fa vibrare le linee di contorno. Intravedo le figure mitologiche, che si disegnano nella penombra. L’uomo in blu è fermo. Forse ha accennato un saluto con un movimento del capo. Ci sta guardando attraverso la maschera oscura dei suoi occhiali. Con la destra ha buttato per terra la sigaretta non terminata. Non la spegne. Resta questa piccola brace rossa nella penombra del pavimento. Quella inusuale vetrina di  museo, nelle viscere della terra,  sembra non legare con persone e luogo. I vasi ci guardano, muti nel loro splendore.  Sembrano esseri umani.

    Carla è volta verso di noi. Ora indirizza lo sguardo sull’ipotetico acquirente, Marco. La guardo. I suoi tratti sono perfetti. Si aggiusta la maglietta e il suo seno, non abbondante, ma giovane, affiora.

    - “Professore che ne dite? So’ na magnificenza, veramente!”-

    Marco non lo vedo, ma lo sento alla mia sinistra in difficoltà, forse vorrebbe fuggire. Ingoia saliva rumorosamente. Non si aspettava questo. Pensava a qualcosa di più piccolo, ad un gingillo, un vasetto da mettere nella sua vetrina. So quello che sta pensando.

    Queste due opere d’arte denunciano qualcosa di più delle sue aspettative.

    - “Li vulite ? Sono quattro milioni l’uno… fate n’affare”- Carla si è fatta incalzante anche fisicamente. Si è avvicinata a Marco e sembra sfiorarlo con il suo corpo. Non sorride più. L’uomo in blu tace e resta immobile.

    Marco sta balbettando.- “Veramente… io... non intendevo questo. Né volevo spendere questa cifra. Pensavo ad un vasetto per la mia collezione”. Carla mi guarda in volto, seria, ammiccante: - “Ma chiste è fesso?” - Le sorrido, imbarazzato e sento che sto entrando in crisi. Avverto un inatteso senso di colpa per tutta questa scena a vuoto, che ho procurato. Incomincio a balbettare scuse.

    Una voce sorge dietro Carla. L’uomo in blu emette parole sicure, in perfetto italiano, senza intonazioni dialettali.  E’ estremamente rassicurante nei nostri confronti, quasi benevolo. In quell’antro ha l’aspetto di un oracolo. L’ambiente lo merita. E’ volto verso Marco:

    “- … E non vi preoccupate, ve li ho fatti vedere, prima a voi, per rispetto per il dottore. Ma, vedete questi due…domani sera sono a New –York”.

  • 24 aprile 2007
    La bomba

    Come comincia: Assunta Bernarducci  è una donna magra, non più giovane, con  un addome globoso a mo’ di pera.
    Attende sempre un figlio, nonostante il marito venga ogni tanto dalla Germania.
    Abita in Vicoletto S. Gennaro dei Poveri: un capillare mozzo dell’urbanistica cittadina. Il vico si ferma per impotenza ai piedi della collina di Capodimonte, non riuscendo a valicare le centinaia di moto e macchine sequestrate dai vigili e ammonticchiate lì, tra ciuffi d’erba.
    E’ contornato da case abusive, forse un tempo baracche che venivano spazzate via al primo acquazzone che scendeva, giù dalla collina, a forma di torrente.
    Assunta abita un basso, due vani, solo letti a castello e brande per i suoi dieci figli che riempiono le maglie vuote di questa rete. Un cucinino che termina in un cunicolo nero: il gabinetto. Lo stereo è sempre acceso e  invade il vico con le canzoni di Merola.
    Oggi sapevo che avrei trovato il fratello di Assunta, dimesso dall’Ospedale S.Gennaro.
    Tonino è un alcolista e soffre di una delle complicanze più tremende, la cirrosi, l’idrope degli antichi.  Nello sconquasso del fegato bruciato dall’alcool, l’addome si riempie di liquido.
    E’ di Caivano, ma durante la malattia è stato ospitato dalla sorella. Assunta mi aspettava, seria sulla porta con l’ultimo lattante in braccio. C’era il silenzio rispettoso della morte.
     - "Me lo hanno fatto portare a casa, non è cosciente" -
    Appena superata l’entrata, una branda, quasi a sbarrarmi il cammino.
    Tonino, il volto scavato e violaceo respirava rumorosamente, gorgogliando in fondo alla gola. Una coperta copriva il suo corpo magro, ma non celava  quella sferica convessità del suo ventre.
    I bambini  mi guardavano. Sapevo che la mia visita non poteva avere nessun valore e forse questo mi rendeva nervoso. Tolgo la coperta e scopro questo ventre gonfio a sproposito, con la pelle gelida, tesa,lucida, che lascia intravedere un reticolo di vene azzurre.
    Il rantolo è l’unico suono nel basso.
    I figli sono appollaiati sui letti a castello e guardano muti.
    Mi trovo ad usare un termine sbagliato, forse per stizza per la mia impotenza. - “Ma non lo potevano pungere, in ospedale, per alleviare questa tensione. Tra poco scoppia!”
    In realtà Tonino non è cosciente e non soffre più, per cui questa manovra volutamente non è stata attuata. Assunta mi guarda in silenzio mentre compio un rituale di visita che non mi convince, ma che so che lei si aspetta. Dalla scollatura della vestaglia ha estratto un lungo seno avvizzito e ha introdotto un nero capezzolo nella bocca del bambino.
    Le spiego quello che in ospedale le hanno già detto: non c’è altro che aspettare il decesso.
    Vado via nell’imbarazzo della mia impotenza, senza guardarla negli occhi.
    Mi avvio verso l’uscita del vicoletto.
    Qualcuno dalle finestre mi saluta.
    Alle mie spalle, i passi affrettati di chi mi sta raggiungendo.
    E’ Assunta: - “Dottore, scusate, voi avete detto che può scoppiare, volevo sapere se ci può essere pericolo per i miei figli?”

  • 11 aprile 2007
    Guardatemi Gioacchino

    Come comincia: Nunziata è la giovane moglie di un boss. E’ bella. Sono d’accordo con chi dice che questa terra genera bellezza, non solo nei luoghi ma anche nelle sue donne. Sono fiori improvvisi, germogliati in una notte, al bordo di una pozza d’acqua. Un miracolo della natura. Per cui un giorno, ti si apre una porta e incontri la bellezza. Ma cosa sarà mai? I tuoi occhi vedono, il tuo cervello elabora, il tuo cuore aumenta di pulsazioni, senti una fitta allo stomaco, abbandoni i tuoi pensieri del momento, intravedi nebbia davanti a te, e dici: ”E’ bella!”

    Nunziata, io non ti conoscevo che solo per nome. La prima volta che mi chiamasti per visitare tuo figlio Gioacchino di pochi mesi, io ti mandai per pigrizia, (abiti in cima alla Penninata, oltre cento gradini), il mio assistente, un giovane ragazzone alle prime armi.

    Tornò rosso in volto e balbettante: -“ Ma dove mi hai mandato?  Ho visto il Paradiso! Era quasi nuda. Un’apparizione!”

    Mi ci volle un po’ di tempo per calmarlo e farmi descrivere ciò che aveva visto. Era quasi in trance.

    Ricordo il mio ammonimento: “Vittorio, niente scherzi. E’ la moglie del boss!”

    E’ pur vero che quando, una settimana dopo, lo richiamasti per il controllo, decisi di affrontare la fatica dei gradini per vederti.

    Non dissi nulla a Vittorio del tuo desiderio di rivederlo. Arrivai alla porta di casa tua con il sopraffiato dei cento e più gradini e suonai il campanello con la certezza di una visione non comune.

    Infatti, mi apparisti in tutta la tua bellezza. Un volto da ragazza magrebina, il nero dei tuoi occhi unito al nero dei tuoi capelli, lunghi sulle spalle. Il contrasto del colore ambrato della tua pelle con il bianco di una sottoveste di seta che era appena appoggiata sul tuo corpo. Il tuo precedermi in camera da letto, con un passo leggero di un piede scalzo che sfiorava la moquette.

    L’eleganza del tuo procedere. Il visto e l’intravisto che mi sconvolgevano.

    Gioacchino era nel tuo letto, febbricitante. Ti chinasti su di lui, aprendo ancor più la scollatura della tua sottoveste: "Guardatemi Gioacchino".

  • 23 marzo 2007
    Iolanda

    Come comincia: L’elicottero della Polizia sembra rasentare la cupola maiolicata della chiesa. Ma è il suono assordante del motore e il fruscio delle pale che chiamano lo sguardo.

     

    Entrasti una mattina in ambulatorio. Il tuo sorriso di bambina. Il caschetto d’oro dei tuoi capelli. La mia mano lungo i muscoli del collo, resi tortuosi da piccole ghiandole.

    Le mura della chiesa sono solo corone di fiori. Ne percepisco il profumo all’uscita dal mio portone.

    Mi sorridi e sembri avvertire che ho incontrato un’ombra nera in te. - “Cosa è quella faccia scura?”-mi dici, quasi rimproverandomi ed io taccio.

    La piazza trabocca di gente muta. Guardano e attendono.

    Entrasti quasi correndo in studio come una bambina ai giardini.

    - “Una cosaccia dottore, ma mi dicono che guarirò” -. Il sorriso c’era ancora.

    Il mio silenzio si scontrava con il tono gioioso della tua voce.

    I falchi sono fermi in gruppo vicino a Vico S. Severo. I motori delle moto sono accesi. Parlano fra loro e sorridono. L’elicottero non vuole andarsene e sembra posarsi sulle antenne.

    Mi telefoni per un certificato: - “Una settimana, non più, devo rientrare al lavoro. Sto facendo la chemio” -. La tua voce è quella di sempre, una ragazza piena di vita. Hai fretta di correre al lavoro.

    Le auto della polizia hanno i lampeggiatori accesi. Volti scuri che non conosco. Giubbotti di pelle. Occhiali neri. Gente non di qui.

    Entrasti una mattina in ambulatorio. Doveva essere primavera. Eri raggiante in viso, sorridevi rassicurante a tutti ed a me. Sotto un foulard rosa l’assenza dei tuoi capelli. “- Rientro al lavoro!-” Un grido di vittoria.

    Dei carabinieri mangiano cornetti e bevono caffè al Bar S. Vincenzo. Li vedo ridere e discutere tra loro. L’elicottero è salito in perpendicolare su, in alto, e sembra un falco che osserva.

    Mi telefoni, mentre visito: - “Aspetto un bimbo!”- Sei felice, lo sento. Una felicità pura, incorrotta dalla vita. Ti ricordo che sei uscita da poco dalla chemio. - “Vado avanti, dottore, lo voglio”- Sembri urlarmi, ma urli alla vita.

    Due pantere dei carabinieri si fanno strada nella Piazza. Dietro un pulmino della polizia penitenziaria. Ancora macchine della polizia che circondano la piazza.. Un corteo che genera paura.

    - “E’ nata”- mi urli nel telefono una mattina. -“E’ nata mia figlia, è sana”-. Il miracolo è sceso per te in terra. Esiste Qualcuno.

    La folla si fa attorno al cellulare della polizia penitenziaria. Non scorgo tuo padre. E’ inglobato in un gruppo di gente che lo porta in chiesa. Un urlo di donna, attraversa il silenzio della piazza.

    Mi telefoni che stai bene. Vivi la vita di madre. Ti sento felice come non mai. Mi dai piacere solo a sentirti..

    L’elicottero scende in picchiata sulla piazza. . Fiori si strappano dalle corone, nei turbini del vento. Tuo padre è entrato in chiesa.

    - “Ho un nodulo al polmone”- E’ una voce adulta, seria nella cornetta del telefono. Il mio silenzio si intreccia col tuo.

    La piazza è nera di corpi. Gente alle finestre e sui balconi. E’ tornato il silenzio. L’elicottero lo si sente lontano su Capodimonte. Tuo padre è dentro e ti attende.

    - “Iolanda è stata operata, vuole che lei la vada a trovare. Non sta bene Ha bisogno di lei”- Tua madre davanti alla scrivania, ha occhi lucidi, nerissimi.

    L’auto scura fa apparire più bianca la tua bara, cosparsa di fiori.

    Entrando in camera tua, non ti riconosco. Non voglio riconoscerti. La malattia ti ha rubato la gioventù e la bellezza. Hai una piaga sul costato, lasciata dall’intervento. Mi ricordi la Passione.

    Hai sorriso anche oggi. Ma quando mi avvicino a te per auscultarti il torace mi sussurri: - “Dottore, non ce la faccio più”- Ci incontriamo con gli sguardi, entrambi muti. La tua lotta sta per terminare. La bambina di pochi mesi piange nella camera accanto. E’ bellissima, la tua bellezza e scesa in lei. Ci sorridiamo entrambi per l’ultima volta. Vado via pensando a quella frase della scrittrice, Margherite Yourcenar che un giorno urlai a Dio, nel silenzio di una chiesa finlandese: “Lo scandalo del dolore dei giovani”.