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Autore

Lucio Paolo Raineri

in archivio dal 07 giu 2007

08 dicembre 1938, Genova

mi descrivo così:
Amo il bello dovunque e comunque

16 febbraio 2011 alle ore 6:50

Volpedo 1945

Intro: Un mondo agricolo che sembra una favola, ma l'ho ancora negli occhi di un bimbo di sette anni.

Il racconto

Volpedo - 1942. Mi restano solo visioni infantili, brandelli di memoria. Lo stupore, ad un Congresso, a tavola, a sera, di tre giovani colleghi di Volpedo, a cui racconto frammenti di un quadro, per loro,inusitato.  “ Si va ospiti di un mio impiegato, in una campagna di Volpedo”- Le parole di papà, accendono allegria ed ansia per il viaggio. Al nostro arrivo, la piazza della stazione: solo buoi e carri agricoli. Non ricordo auto.<br /> <br /> -“ E ora che si fa? Il tuo impiegato ti aveva promesso di venirci a prendere con i buoi. Adesso, che si fa con queste valige?” La voce di mamma. Ricordo, ancora, la sua irritazione.<br /> <br /> -“ Eccolo! E’ là che viene.”- Papà la rassicura.  Il carro agricolo trainato da una coppia di buoi bianchi. Mi fanno sedere su di una valigia. Il giovane impiegato, baffi e brillantina profumata. Ossequioso con mamma, giovane. Loro, i grandi, restano con le gambe a penzoloni dal carro. Ridono, parlano a voce alta . Io non ricordo altro che il gioco dei posteriori  dei due buoi, all’altezza dei miei occhi.. Il loro pesante movimento. La coda untuosa di sterco, si alza lentamente a scoprire un rosso sfintere. Gli occhi mi escono dalle orbite: lentamente lo sfintere s’apre e avanza una massa melmosa, scura, dall’odore acre. –“ Attento!”- Un plaff sull’asta del carro, fa scoppiare schizzi di liquame. Che spettacolo, per un bimbo di 4 anni! Si sale su per la collina, tra campi coltivati. Il carro è quasi fermo per lo sforzo dei buoi. “Valà  Moro!”La voce dell’impiegato di papà si accompagna, sicura, ad un bastone, che pungola, sul didietro, il bue. Nugoli di mosche negli occhi, la grossa lingua rossa fa evoluzioni attorno alla bocca dell’animale. Papà scende e coglie una mela dall’albero. –“ No, dottore, non lo si può fare,qui”.-<br /> <br /> All’arrivo, alla masseria, le donne sono scalze. Hanno croste ai piedi. Il tavolo della cucina, vasto, ha una superficie nera, fluttuante. Sono migliaia di mosche, che vivono dei resti della colazione. Il padre dell’impiegato di papà è enorme, grigio ed emana uno strano odore .Mi guarda con curiosità. Il peso delle sue mani sulla mia testa. Mi resta questo suono misterioso del suo nome: Didòlar! Un secchio d’acqua è appeso all’entrata della cucina. Un mestolo di rame è il bicchiere per chi ha sete. La cena vede le donne assenti. Restano in cucina, accanto al camino infuocato. Parlano sottovoce. Didòlar prende il fiasco di vino e ne versa fiotti nella minestra. Quando ride, batte il pugno sul legno del tavolo. I bicchieri traboccano spruzzi. Che strano odore su tutto. L’impiegato di papà sembra prendere le distanze da loro, i suoi genitori. Non è più contadino, lui. A sera, estrae la fisarmonica da una custodia di pelle nera e suona. Le ragazze escono dalla cucina. Il motivo da allegria. Ricordo quel suo sorriso, tra i baffi neri. Le ragazze lo guardano con ammirazione, ridendo tra loro. Volano parole gioiose. Lui le fissa negli occhi, una ad una.<br /> <br /> Tornammo l’anno dopo, per fare le condoglianze, per la sua morte. Una morte giovane. -“ Troppe donne, a Genova.”- diceva mamma. Il pranzo dopo il funerale. Solo uomini. Vino a fiumi nel sugo rosso degli agnolotti. Arrosti fumanti, strappati con mani unte. Il padre, Didolar, che invita il postino di passaggio, a sedersi. La borsa enorme di posta, sotto il tavolo. Un brindisi fragoroso alla morte. Le donne, nere di costume, sono una macchia in fondo alla cucina. Piangono in un suono lamentoso. Quello strano odore su tutto. A tavola un vociare, non mesto, quasi allegro. Forse è il vino.  In una notte senza luna, un cerchio di ombre, sedute a terra, attorno ad un cumulo di  pannocchie. Lo strappo delle foglie secche fa brillare il giallo del frutto, oramai denudato.<br /> <br /> -“ Spegni quella lampada tascabile, non è bene la luce. C’è stato un morto!”- Qualcuno mi sgrida. Poi Un bagliore di fulmini. Tutti fuggono. Il letto immenso. Il rumore delle foglie secche di granturco sotto i corpi. La finestra che si spalanca improvvisamente: la tempesta entra nella camera. – “Tullio, chiudi, chiudi!”- La voce di mamma. Il sonno, in seguito, avrebbe avvolto i miei ricordi, per sempre.<br /> <br /> .<br />

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