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in archivio dal 24 lug 2018

Manuela Capotombolo

22 aprile 1983, Roma - Italia
Segni particolari:
La verità è che dovrei vestirmi solo di una pagina bianca. Con quella addosso, io, davvero, scriverei il mio romanzo.
Mi descrivo così: Mio figlio mi ha insegnato che tra le cose che non si possono fare ci sono quelle che si devono fare. I classici sono la mia passione e nella poesia trovo sempre la verità.
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  • 21 gennaio alle ore 11:25
    Eva dolce Eva (INVIDIA)

    Black Mirror,
    non mi disturba
    il pensiero di rimanere
    nell’ombra
    ma l’ossessione
    che lei possa brillare,
    senza me,
    brucia.
    Non potrò mai colmare
    tutte le mancanze
    di un’infanzia recisa
    perciò voglio svuotarla
    di ogni gioia,
    possedere
    il suo corpo
    solo per risucchiarne
    linfa vitale.
    Annego
    in silenzi di rabbia
    e senza respiro
    il mio volto diventa
    verde d’invidia
    mentre sorrido
    chiamandola:
    “Eva, dolce amica!”

     
  • 24 dicembre 2018 alle ore 11:27
    Rosa canina (se la gola si tingesse di rosa)

    Trafugo dal frigo
    con la famelica ferocia
    di un bulimico randagio,
    aggruppato a scoticar l’osso
    ed aggredire il resto.
    Senza sosta,
    nello sforzo canino,
    di carne a morsi
    morirei, mai sazio.
    Grondi pure
    il mio muso
    di rosa peccato:
    un colore così sano
    dalla gola goccia sudicio.

     
  • 12 novembre 2018 alle ore 14:06
    Hikikomori

    hikikomori-
    tutta la notte intona
    blu monocordi

     
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  • 30 gennaio alle ore 10:34
    La Donna Piangente

    Come comincia: Erano le 15.30. Clarissa, confinata nella camera matrimoniale, aveva appena smesso di piangere. Era accaduto, ma non riusciva ancora a crederci. Ci pensava e ripensava mentre poggiava la schiena alla spalliera del letto e si accarezzava la pancia. Gli occhi le caddero, prima, sul suo libro di fotografie preferito dal titolo Dora Maar. Nonostante Picasso, che si trovava sul comodino, poi, sull’unica stampa affissa alla parete, (insieme ad un crocifisso), raffigurante la Donna Piangente. Quel ritratto di Dora Maar, realizzato da Picasso, sembrava davvero vivo: la rabbia rullava dalla bocca spalancata dove spiccavano, bianchi, i denti aguzzi, e gorgogliava il pianto accorato con lacrime che scendevano a fiotti.
    “Ah, Dora, anche io sono in balia di uno stronzo!”, proruppe Clarissa con il viso infiammato.
    Improvvisamente una raffica di vento fece sbattere le persiane; per lo spavento la donna guizzò dal letto, e le chiuse. Ora, da fuori, si sentiva solo un sommesso fruscio di foglie rammulinate. “Vieni!”, sibilò una voce.
    “Chi ha parlato?”, esclamò Clarissa, immobile vicino alla finestra. Nessuno rispose. Lei indugiò per qualche minuto, poi, coraggiosamente, si posizionò di fronte alla Donna Piangente. La guatò, in apnea. Dopo aver deglutito, con apprensione, chiese: “Sei stata tu, Dora?”.
    Seguì un breve silenzio. D’un tratto, Clarissa, cominciò a soffrire di forti convulsioni: recalcitrava e si dimenava; si aggruppava e assottigliava. Il suo viso divenne scavato, scosso e scomposto. Una linea tagliava la fronte a metà. Gli occhi si ritrovarono ovali dentro due orbite. Le ciglia sembravano spesse come spighe. Spuntò in testa un cappellino con un garofano rosso appuntato alla calotta, quasi a fare da ciliegina sulla torta.
    Dopo quella metamorfosi, la poveretta, fu risucchiata dalla bocca della Donna Piangente e catapultata su una terra melmosa a ridosso di una grande pozzanghera. L’atterraggio fu dolce e lieve ma la donna strillava e strillava, più per spavento che per reale dolore. Il cappellino cadde rotolando dentro una cunetta.
    Lei stava carponi sull’erba quando si specchiò nell’acqua giallo-verde della pozza. “Ah, sono una FIGURA, e che FIGURA! Sono uguale a LEI, alla DONNA-PIANGENTE! Ah, aiuto!”, sbraitò mentre per istinto si riparava con una mano la pancia.
    “Non urli, vuole farmi schizzare fuori il cervello?”, risuonò un baritono alle sue spalle.
    Si voltò sbigottita: uno sguardo da Minotauro la stava frugando. Lo riconobbe, e si agitò tutta. Provò ad alzarsi. Il Minotauro l’aiutò: in fretta raccolse il cappellino dalla cunetta che sistemò alla buona sulla testa della donna. Poi, tetragono, disse: “Dobbiamo andare!”.
    Lei confusa balbettò: “Pi… Picasso!”.
    Lui rispose bruscamente: “Sì, sono io, però non mi è permesso parlare di me!”.
    Lei chiese implorante: “Ma dove sono? E perché ho questa faccia deformata?”.
    Lui scocciato proruppe: “Non l’ha capito? Si guardi attorno!”.
    La donna, disperata, levò gli occhi dal pittore.
    Sotto un cielo fumido si trovavano a covate delle baracche di metallo e legno, rattoppate sui tetti con del cartone. Due bambini erano piazzati davanti a una roulotte. Una mamma vestita di stracci teneva in braccio un marmocchio, e stava a guardare l’intrusa affacciata alla finestra di una catapecchia. Poco più in là un ragazzino con le scarpe spaiate era seduto su una staccionata rotta.
    Clarissa, quasi fuori di sé, esclamò: “Sembra la vecchia Zone di Parigi: negli anni ‘30 del ‘900 era la periferia più povera della città! Dora Maar l’ha fotografata esattamente così! Ho una raccolta delle sue foto in camera da letto!”.
    “Non si sbaglia”, disse secco il pittore, “Dora m’ha imprigionato nei suoi scatti. Surreale vero? Come avrebbe detto Man Ray! Quella maledetta, ora che è morta, s’è messa in testa di vendicarsi, AH!”. Continuò con rabbia: “Bella legge del contrappasso! Come in vita sono stato un Dio per lei, lei è ora Dio per me: mi controlla, mi fiuta, mi scova, da beffata diventa beffarda. Ed io sono costretto a rispettare la volontà sua! Ha l’appoggio di qualche angelo, quel demonietto! Sono sicuro che ce l’ha!”.
    “Com’è possibile?”, interruppe Clarissa trasecolata.
    “Rimarrò a marcire nella Zone finché non mi pentirò davvero del male che ho procurato a Dora! Uno dei suoi giochetti preferiti è quello di spedirmi, come pacchi, donne che invocano il suo nome: arrivano qui, tramutate in Donne Piangenti! È impressionante quanto siano identiche ai miei dipinti! Dora vuole che io ritragga il loro DOLORE! Dice che le devo ascoltare, e capire! Ah! Che assurdità!”. Finito di spiegare, spazientito, afferrò la mano di Clarissa per trascinarla su uno stradello. “Dobbiamo andare! Devo ritrarla! A pochi passi da qui c’è il mio studio!”, disse divorandola con lo sguardo.
    “Ma io non voglio! E poi non ho nessun DOLORE da mostrare!”, urlò Clarissa quasi perdendo il senno mentre si divincolava dalla presa. Picasso a brutto muso garrì: “Oh sì che ce l’ha un DOLORE, come tutte le Donne Piangenti! A breve confesserà! ANDIAMO!”
    Clarissa ammutolì: senza altra scelta fu costretta ad ubbidire.
    Lungo il sentiero lui procedeva dritto, lei lo seguiva restando leggermente indietro. I loro respiri si mescolavano al chioccolio di un fosso, al vitreo rumore di elitre ed al ronzio di insetti. “Pensa che non abbia mai amato Dora?”, cominciò il pittore scuffiando. “Ero ancora sposato con Olga e frequentavo Marie-Thérèse; vidi Dora ai Deux Magots intenta a giocare con un coltello: lo piantava con la mano destra tra le dita della mano sinistra, finché non si fece male! Era fiera, e fragile!”, disse trepidando.
    Clarissa, sorpresa da quelle parole, sbalestrò un poco e, inciampando su un sasso, sarebbe caduta giù di botto se non fosse stato per il riflesso pronto di Picasso che l’afferrò al volo. Solo il cappello le scivolò a terra. “Ha visto? Non sono così cattivo!”, mormorò, mentre la teneva ancorata al petto.
    Lei si sentì fremere. Col viso rosso per l’imbarazzo si sganciò dalla presa. “Allora perché quei continui tradimenti con Marie-Thérèse? E perché senza pietà l’ha lasciata per Gilot?”, lo attaccò Clarissa mentre si rimetteva il cappello in testa.
    “Dora era pazza, PAZZA dico! Ancor prima di diventarlo davvero!”, si difese lui alterato.
    “QUESTO È FALSO! Si è ammalata per colpa sua!”, gridò lei furente.
    “Ecco il mio studio! Entriamo!” troncò in tono cupo il pittore. Clarissa si guardò intorno: c’era una chiazza gialla di umidità sul soffitto, alla parete un quadro, sotto la finestra un enorme comò e, accostata al camino in pietra, una poltrona sfondata. Il cavalletto era piazzato al centro sopra una striscia di tappeto. Dappertutto si sentiva un odore acre di muffa, tempera e tabacco.
    “Si metta seduta sulla poltrona lasciandosi il cappellino! Prenda questo fazzoletto, da brava Donna Piangente!”, disse con scherno Picasso mentre estraeva un fazzoletto dal cassetto del comò.
    Lei si sedette. Lui si posizionò dietro il cavalletto, e da lì, con tavolozza e pennello, iniziò a guardarla con insistente attenzione: “Cominci pure!”, ghignò.
    Clarissa osservò il fazzoletto: almeno era pulito! Si sentiva così turbata che fu facile cedere a singhiozzi e singulti: “È successo tutto ieri sera! Già da due giorni sapevo di essere incinta ma mio marito l’avrebbe saputo per cena, di ritorno dal suo ennesimo viaggio di lavoro. E la cena l’ho preparata, a base di pesce e buon vino, che lui si è scolato da solo per intero. Era il momento di dirglielo! Ah! Quello, scioccato, ha confessato: m’ha tradito con un’altra donna, e al bambino proprio non era pronto! Così è andato in camera da letto a riprendere la valigia che ancora non aveva disfatto! Ah! M’ha abbandonata, con lui qui dentro! Ah!”. Clarissa piangeva in maniera squassante. Picasso cominciò a sentire un martellio alle tempie. Comparvero, una ad una, tutte le sue donne: Fernande, Eva, Olga, Marie-Thérèse, François, Inès, Jacqueline, Dora, Gilot, e le altre senza nome. Lo accerchiarono. Come fantasmi deliranti gli danzavano intorno. “Basta, andate via!”, urlò lui febbricitante. Fuochi di ghiaccio divamparono dalle loro bocche. Lui mollò tavolozza e pennello. Il suo volto era invetriato di lacrime. Sentiva dolori acuti in tutto il corpo. Avanzava a fatica verso Clarissa. Fu allora che gridò: “Chiuda gli occhi!”.
    Erano le 15.30 quando Clarissa li riaprì: si trovava in camera da letto, come se il tempo non fosse mai trascorso. Il silenzio risuonava con profetica attesa. Improvvisamente si sentì uno scatto alla serratura. La porta di casa si spalancò: “Clarissa, sono io!”, esclamò suo marito posando la valigia.
    “Dora, se non è stato un sogno, dimmi, Picasso l’hai perdonato?”, domandò lei alla Donna Piangente.

     

     
  • 03 dicembre 2018 alle ore 11:49
    L'odore del ferro

    Come comincia: È un lontano ricordo. Abitavo con mio marito. Io sbrigavo le faccende, lui mi lasciava qualche spiccio per la spesa e, spesso, grossi lividi sul viso. Quel giorno ci trovavamo in salotto: fu peggio delle altre volte e, dopo che lui fu rientrato in sé, uscì di casa. Io rimasi a fissare uno scarafaggio sul pavimento. Il suo corpicino, come un’armatura, brillava sotto la luce: effondeva un odore di ferro che irradiava calore. Piansi. ‘‘Perdona, per tutte le volte che ti ho ucciso; ora capisco che in ogni insetto è custodito il profumo di un angelo!’’. Fu allora che fuggii.

     

     
  • 07 novembre 2018 alle ore 12:04
    Al tramonto

    Come comincia: Il tramonto emana un sentore di pace. Questo silenzio ha la stessa essenza del sole che stilla l’ultimo calore. Ed il dolore alle mani sembra scomparso. Che respiro di sollievo! Osservo le mie dita: sono adunche, come i rametti nodosi di alberi spogli. Un tempo possedevano un bianco candore: esalavano quel profumo di  giglio miele smosso dall’amore. Fu per un uomo. Non mio marito. Ancora ricordo la calda fragranza della sua bocca sulle mie labbra. Poi la malattia. Infine l’odore fresco e dissonante di quella rosa che posai sulla sua bara.
     

     
  • 20 settembre 2018 alle ore 14:41
    Un pezzo per Aphorism

    Come comincia: "Antonio dai, andiamo a dormire!"
    "Sì Angela, tra cinque minuti!"
    Antonio continua a scrivere, e non alza nemmeno la testa per vedere sua moglie, tanto è preso dall'euforia.
    "Antonio, ma che dici, già cinque minuti fa hai detto tra cinque minuti, ed ora, ancora cinque minuti.. Antonio andiamo!".
    Angela si spazientisce.
    "Angela, dai, devo scrivere questo pezzo,  per Aphorism!".
    Angela freme dalla rabbia.
    "Ma quale pezzo e pezzo, e poi  che è Aphorism? Adesso pure questa novità! Fosse una donna troverei la scusa per lasciarti all’istante!”.
    Angela si avvicina allo schermo del computer cacciando via di lì Antonio. Lei si siede al posto del marito ed i suoi grossi seni vengono contrastati dal piano della scrivania; con la testa si piega in avanti per vedere meglio il computer: cerca i suoi occhiali setacciandosi il collo. Solo adesso ricorda che non li ha indosso. Angela si infuria ancora di più.
    “Antonio, leggi tu per me, lo sai che non ci vedo senza i miei occhiali! Che è questa roba qui che scrivi, che è?".
    Angela si alza in fretta dalla sedia; contemporaneamente impugna il braccio di Antonio tirandolo in basso: costringe il marito a sedersi nuovamente.
    Antonio legge la prima riga, impaurito ed impacciato.
    “Lei sta venendo…”. Sussulta lui.
    Angela lo interrompe bruscamente lanciando una grassa risata isterica. “Ah così ti diverti a passar le nottate? Chi viene? Chi? Antonio lo sai che è un anno che non vengo? E tu a rimpinzarti di queste fantasiole quando… guarda qui…”.
     Angela scosta la vestaglia: mostra i suoi seni cadenti. “Vedi questa, è ciccia vera, mica pezzi di carta! Anzi mica roba virtuale!”
     Antonio si alza, scruta Angela, sembra irritato.
    "Angela zitta, devi stare zitta, qui ci sentono, magari non ci vedono, però ci leggono.. ecco vedi che è cambiato il piano… lettura … intendo!”.
    Antonio blocca Angela mettendole una mano davanti alla bocca mentre si guarda intorno sospettoso.
    Angela si sgancia da Antonio: adesso ha la furia nel sangue.
    "Antonio, ma che stai dicendo? Sei impazzito?  Mi prendi in giro? Tu non stai bene, tu…non stai bene, per niente!”. Grida con l'accento sulle ultime due parole: "PER NIENTE!".
    Angela si allontana da Antonio retrocedendo di tre passi da lui mentre lo guarda fisso come se volesse leggere sul viso di suo marito qualche traccia di follia.
    Antonio scrolla le spalle, si copre la faccia con le mani, inizia a piangere.
     Angela rimane sbigottita.
    "Antonio, stai bene? Io penso che sei pazzo, io non ti riconosco più!", continua a gridare Angela atterrita.
    Antonio scopre il suo volto: ha gli occhi gonfi dal pianto. Indica ad Angela lo schermo del computer.
    "Guarda Angela, ah no, tu non riesci a vedere ora, fidati, le scritte, in questo momento si muovono da sole!". Antonio fa una pausa, poi riprende. "La scena è cambiata… possibile che non te ne accorgi? Tutto sta prendendo una brutta piega... tutto e…” . Antonio ha la voce strozzata. Si blocca.
    “Ma che è tutta questa storia… parla, Antonio, parla!  Adesso mi terrorizzi pure?, ti piace burlarti di me? Guarda che sono tua moglie!”. Uno starnazzo le esce dalla bocca mentre dice: "Sono tua moglie!".
    Angela continua a gridare e il cane là fuori, in qualche posto ignoto, abbaia.
    Antonio deglutisce, cerca di calmarsi. Infine confessa:
    "Angela, io e te, noi, il cane, che non abbiamo mai avuto, e che è spuntato all'improvviso in questo racconto,  la casa... non lo capisci? Dieci minuti di lettura fa avevo io il controllo, ero io che scrivevo e tu ad implorarmi di venire a letto… ora … è come se qualcuno mi avesse rubato la penna … capisci? Scrive lui per noi… anzi scrive di noi, adesso, in questo momento …sta scrivendo questa scena... e …".
    Il fiato di Antonio è spezzato da un grido:
    "Non siamo reali, è tutta una finzione! Siamo solo due anime vive in una pagina, di computer e tra poco moriremo! Forse per un solo giorno, uno solo, potremo rinascere, su Aphorism, ma sarà sempre lo stesso, sempre queste parole, sempre questa storia! Prima avevo l’illusione di essere IO, capisci Angela, di essere IO… ora sono solo un mucchio di parole di un racconto forse un po' troppo lungo, e che nessuno leggerà!".

    Angela è già scomparsa.

    Antonio sospira, fissa il vuoto come se vedesse realmente la faccia dello scrittore, e si fa coraggio dicendo sacrosante parole:

    “Caro scrittore la prossima volta la prego di finirci con un lieto fine, di essere più breve, perché un lettore non possa stancarsi di lei e di conseguenza neanche di noi. Migliori il suo stile, tenga conto dei classici, e la prego, non scriva, per carità, tanto per scrivere, perché questo, a noi che viviamo del suo IO, ci dà solo una grande noia,
    ADDIO!”.
     

     
  • 19 settembre 2018 alle ore 13:55
    Aborto

    Come comincia: Umeme: c’è musica mentre affronto il viaggio. Chiudo gli occhi. Poi la scossa. Qualcosa mi raschia dentro. Un brutto pensiero deve essere espulso.

    Lui è salito al tempio. Ha chiesto. Gli hanno detto di andare nel bosco. Di passarci una notte. Di lasciare foglie colte dai rami lungo il sentiero. Per Shiva. “Che possa distruggere ciò non doveva mai esistere” Prega. Sfrega la faccia con il suo stesso sangue. Canta ai margini della santa radura. Fino al mattino.

    Ancora un filo lega il feto al mio utero. Reciso. Caduta dell’ora. Operazione conclusa.
    La luce mi acceca. Lui piange. Navigo oltre il suo sguardo.
    Vedo il dio Rudra, colui che urla.
     

     
  • 22 agosto 2018 alle ore 11:41
    Lettera arcaica

    Come comincia: Sei forse impazzito? Tormenti l’anima tua per una siffatta miseria e immiserisce pure la linfa che, non per scherzo, scorre nelle tue vene. Mi parli di nobile amore. Come fai a chiamarlo tale?  Ciò che tu chiami nobile è solo millanteria! Parli di purezza, di amorosi sensi. Navighi in dolci acque. Agli occhi miei è solo turpe mercanzia: lei si è concessa a te, seppure sposata per la volontà di Iddio, ad un’altro sant’uomo, di cuore ‘finissimo’. ‘Non desiderare la donna d’altri’ ricorda!  Parlo a te, e a te solo, pazzo, corrotto! E vile è lo scandalo appena commesso. Ucciditi allora se a questo tuo credo corrisponde tanto coraggio. Ma non lo farai, perché sai che non c’è ragione di morire per una tale sventura! Gli occhi della cerva, nella stagione acerba, t’hanno sedotto.  Ma sotto il morbido manto, si nasconde l’arpia che t’ha magicamente stregato.  In nome del Sacro tu pentiti, e pentiti per l’amor della Vergine Regina Madre dei Cieli, perché la tua anima può essere ancora salvata. Non pensar più a lei: diranno che è stato inganno e per incanto t’ha invogliato ad assaggiar i seni suoi. La colpa sua pagherà a caro prezzo: rinchiusa in un convento vivrà di preghiere che, nel silenzio e scalza, dovrà proferire in luogo, e di suo figlio non saprà più nulla. Non c’è lealtà nel suo sleale tradimento. La donna sposata vesta sempre di rosso perchè la vergogna le faccia temere il furbo marito.  Pentiti dunque o sarà per te, come per lei, la fine.
     

     
  • 22 agosto 2018 alle ore 9:21
    In mezza riga

    Come comincia: Il colpo inferto fu doloroso, ed il bimbo non è mai nato.
     

     
  • 17 agosto 2018 alle ore 12:02
    Non gridare

    Come comincia: Perchè ti spiegherò tutto.
    Le mie mani tremano, giusto un po’. Devi capirmi: è appena successo. Osserva queste dita: sono macchiate di sangue; se ti avvicini puoi vedere che soffrono di uno strano gonfiore. Da quando sono sposata ho questo male. Eppure non ho mai smesso di portare la fede, malgrado fosse un cappio. Stanotte, invece, l’ho posata sul comodino. Poi mi sono alzata per bere un sorso d’acqua. Tra le stoviglie c’era un coltello e, sentendo lo scatto nella serratura, l’ho afferrato. Ho esitato, devo dirtelo, quando l’ho visto sghembo e ubriaco. Così debole non sarebbe riuscito a picchiarmi, come faceva spesso quando era lucido. La forza mi è venuta da dentro: scagliata contro il suo fianco ho sferrato colpi profondi. L’ultimo l’ho dato con sadismo perché lui era già morto, sfranto sul pavimento.
    Ora che sai, grida pure, mio caro lettore, però lo giuro, se chiami la polizia, io ti uccido!
     

     
  • 13 agosto 2018 alle ore 9:42
    Polvere sotto le lenzuola

    Come comincia: Si trova muta e accampata sul letto.
    Muta, sì, ma illuminata, dalla lampada.
    La luce gialla le casca addosso: mette in bella mostra la sua bocca, rosa e carnosa, il suo collo, liscio e incurvato… incurvato per vedere, per vedere che?
    Sorride come se avesse davanti un bel piatto caldo e appetitoso.
    Gli occhi, invece, sembrano una macchia scura: lì dove la luce non arriva, il nero li ha investiti.
    Nera è pure la custodia del suo cellulare. Quell’affare che tiene stretto stretto con il palmo della mano.
    Adesso ammicca, addirittura!
    Sorride di buia gioia, e il suo collo si incurva ancora! Sfacciata e impudica.
    Come in balia di una danza si muove tutta, con la gioia che conserva, e conserva tutta per sé.
    Ha proprio dimenticato che all’altro lato del letto ci sono io, io, che dormo. Così pare a lei.
    “Chi è?”
    Naturalmente non lo chiedo: è solo una domanda di quelle sfortunate che uno è meglio che costipa subito subito nella propria mente.
    Sono un vigliacco?
    Il problema (sempre che lo sia) è che lei potrebbe rispondermi come temo.
    “Allora dimmi tu per primo con chi chatti sempre, pensi che non ti veda? Costantemente attaccato a quel diavolo di cellulare!’’.
    Per adesso è meglio evitare tutto questo.
    Per adesso.
    “Mettiamoci sotto le coperte, che caldo non fa!”,  le suggerisco, facendo finta di destarmi dal sonno.
    Lei prima si gira con stizza e poi alza il lenzuolo.
    “Quanta polvere si nasconde qui sotto!”, bisbiglio.
    E chissà se ha sentito.
     

     
  • 01 agosto 2018 alle ore 10:58
    Dimenticata

    Come comincia: Ore 7.00.  Facciamo colazione. Lei guarda Masha e Orso. Io navigo col mio tablet. È già tardi. La vesto. Preparo il suo zainetto. Chiudo a chiave la porta. Usciamo di casa. Scendiamo le scale. Il sole del mattino riflette sul nero metallizzato della mia Lancia. C'è un caldo afoso, manca il respiro. Apro lo sportello. ‘’Dai, a mamma!’’ le sussurro all’orecchio mentre le allaccio le cinture del seggiolino. Lei sorride e mi tira un bacetto. ‘’Brum, Brum!’’ dice. Di corsa salgo dalla mia parte. Inserisco le chiavi. Accendo. Partiamo. Mentre guido chiamo mio marito. “Ciao, senti Luis, sto portando Betta all’asilo, poi vado al lavoro …  sì …sì… farò tardi stasera … passo in rosticceria a prendere un pollo”. Attacco il telefono. Davanti c’è una macchina che rallenta.  Finalmente, gira sulla sinistra. Proseguo dritto. Mi sento in affanno. Il mio capo non mi rinnoverà il contratto. Non che me l’abbia detto. L’ho capito dalle sue pressioni. Che stronzo! E pensare che non gli ho mai risposto male. Mai una lamentela. Mai un ritardo. Sempre ‘Sì, signore’. Alzo il volume della radio. C’è la canzone degli U2 che mi piace tanto. With or without you. Quasi arrivata in ufficio. Parcheggio vicino, almeno questo. Prendo la borsa e il cellulare. Guardo l'orologio. Sono le 8.00 in punto. In fretta salgo le scale. Mi sono scordata il portapranzo. Sarò costretta a mangiarmi un panino.

    Scattano le 15.00. Timbro il cartellino. Via dall’ufficio. Scendo le scale. Mamma mia, che caldo. Apro la macchina.
    ‘‘BETTA, BETTA!’’ urlo.

     

     
  • 25 luglio 2018 alle ore 8:51
    Le gemelle di Dong Da

    Come comincia: Il sangue ci legava. Eravamo le gemelle di Dong Da. Tutti dicevano che mia sorella avesse un dono: la sensualità di nostra madre. Nessuno vedeva il mio male: una morbosa gelosia per lei. Ad Araki bastarono pochi scatti per capire: volevo essere l’unica. Invece eravamo in due, a Tokyo, nel suo studio fotografico: lei davanti, crisalide fremente, io alle sue spalle, bozzolo ancorato. Mentre la trattenevo con un abbraccio sentivo premere contro il mio seno le sue ali appena accennate. Strinsi il velo rosso intorno al suo liscio collo. Spensi con il fuoco il fuoco che mi bruciava. Sulla parete erano esposti dei ‘Flowers’: sembravano sospesi tra la vita e la morte. L’ultimo respiro. Immaginai.
     

     
  • 24 luglio 2018 alle ore 12:43
    La ballata del Baro

    Come comincia: Ve lo racconto come fosse  uscito da un dipinto di Luzzati.
    Era un fresco meriggio di maggio quando giunse gioviale, nel grande giardino, la bella bambina.
    ‘‘Bara la faccia!’’ raspò una bestiaccia appollaiata sulla mia spalla.
    Salito su un palchetto di cartone, mi travestii da tutore.
    Così incominciai a prepararmi per la Grande-Lezione:
    pescai dalla  tasca un mazzo di carte a doppio colore;
    poi, con famelico ardore, seminai la terra di picche, di quadri e di fiori.
    L’ingenua pupilla colse nel mezzo il fante col cuore.
    Sfilando la carta dalle sue dita, rovesciai la figura:
    rivelai il volto villoso della Lussuria.
    L’aria era intrisa di lezzo caprino e tanfo animale.
     
    Ora urlo l’ultimo orrore: c’è il mio cognome inciso sulla piccola bara del suo funerale.
     

     
  • 24 luglio 2018 alle ore 12:38
    L'altra voce

    Come comincia: Finalmente a Batrun. Il ricordo ti insegue! La foschia si dirada, l'acqua è uno specchio. Il mare ingrossava, le onde rullavano! Giù al porto c’è vita. Il peschereccio di Taganrog affondava! Fu una disgrazia. Hai ucciso tuo figlio! Colpa della tempesta. Della tua superbia, volevi salpare per forza! Il sale di tante lacrime ha spaccato il mio volto. La klikuša piange ancora il suo sangue! Prego per lei, è ancora mia moglie. Vigliacco! Per venti anni ho espiato su ‘navi di Tarsis’. Sei fuggito! Cerco la pace. Scava con le unghie la tua fossa: lo Sheol aprirà le porte! L’albatros vola sopra la mia testa. Vecchio pazzo, vedi solo ciò che hai dentro! È di fronte a me: ha perdonato.
     
    << Papà, le medicine! >>.