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in archivio dal 24 lug 2018

Manuela Capotombolo

22 aprile 1983, Roma - Italia
Segni particolari: Mamma, non tanto alta, né troppo bassa, con la testa all'insù, imbranata su questa terra, mi trovo a mio agio sulle nuvole.
Mi descrivo così: Dialogo con le nuvole e gli amici. Mio figlio mi ha insegnato che tra le cose che non si possono fare ci sono quelle che si devono fare. I classici sono la mia passione e nella poesia trovo sempre la verità.
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  • venerdì alle ore 12:02
    Non gridare

    Come comincia: Perchè ti spiegherò tutto.
    Le mie mani tremano, giusto un po’. Devi capirmi: è appena successo. Osserva queste dita: sono macchiate di sangue; se ti avvicini puoi vedere che soffrono di uno strano gonfiore. Da quando sono sposata ho questo male. Eppure non ho mai smesso di portare la fede, malgrado fosse un cappio. Stanotte, invece, l’ho posata sul comodino, come una rosa sulla bara. Poi mi sono alzata per bere un sorso d’acqua. Tra le stoviglie c’era un coltello e, sentendo lo scatto nella serratura, l’ho afferrato. Ho esitato, devo dirtelo, quando l’ho visto sghembo e ubriaco. Così debole non sarebbe riuscito a picchiarmi, come faceva spesso quando era lucido. La forza mi è venuta da dentro: scagliata contro il suo fianco ho sferrato colpi profondi. L’ultimo l’ho dato con sadismo perché lui era già morto, sfranto sul pavimento.
    Ora che sai, grida pure, mio caro lettore, però lo giuro, se chiami la polizia, io ti uccido!
     

     
  • martedì alle ore 13:16
    Tè e pasticcini

    Come comincia: Quell’autunno persi il lavoro e presi l’abitudine di fare merenda.
    Tutti i pomeriggi, alla stessa ora, mi preparavo al sacro rito del tè e pasticcini.
    Abitavo con mio marito in un umido stambugio, al piano terra di un vecchio palazzone di San Basilio a Roma.
    Avevo più tempo libero ed incominciai ad apprezzare il giardinetto della nostra casa: era piccolo e angusto eppure vi cresceva l’erba che, screziata dal sole, sembrava un tappeto increspato su un cielo d’ardesia.
    Ebbene, lui guadagnava il nostro pane ed io, che non lavoravo, sbrigavo le faccende. Lasciava sul vecchio tavolo tarlato sempre qualche spiccioletto per la spesa. “Con parsimonia” mi ricordava. Poi usciva senza neanche un bacio per ritornare il mattino seguente. Il lavoro notturno lo distruggeva, questo lo diceva spesso. Mi piaceva credergli. Ed io, ubbidiente, compravo pane, latte, petto di pollo e  tonno in offerta al solito market, poi, e stavolta disobbediente, giravo sulla sinistra ed entravo dalle ‘Voglie di Alessia’. Con la faccia scura, quasi colpevole, prendevo due pasticcini di fresca pastafrolla. Due contati. Pagavo il mio conto sempre con lo sguardo abbassato: avevo paura che si accorgessero dell'occhio nero o del livido vicino alla bocca. 
    Infine rincasavo ed apparecchiavo di fuori per la mia merenda che spesso valeva come cena.
    Posso dirvi con certezza che, durante un pomeriggio di quell’autunno, davanti al tè e ai due pasticcini, seduta sul tavolino al centro del giardino, familiarizzai con una presenza.
    Il silenzio.
    Era fatto del gorgoglìo dell’infuso, del brusìo delle macchine e passanti in processione lungo la via, di bambini urlanti, di mamme che sgridavano i loro marmocchi in fondo alla strada.
    Quel giorno rimasi ad ascoltare fintanto che il mormorìo della strada diventava fiacco, il calore del tè svigoriva, il sole al tramonto calava. Ad un tratto le voci si spensero ed il silenzio divenne assoluto.
    Mi ascoltai…
    “Sono stata licenziata, mio marito ogni tanto mi picchia, è un uomo arido, non mi dà un soldo, gioca tutto alle macchinette, io non lo amo,  eppure… posso ancora cambiare…”.

    Quella sera feci le valigie e fuggii.

    Seppi dopo anni che lui, rientrato quella mattina a casa, forse ancora ubriaco, si gettò in mezzo alla strada invocando il mio nome ed imprecando di ritornare. Naturalmente qualcuno chiamò i carabinieri e lo arrestarono. Ora credo sia libero, disoccupato, campa con la pensione di sua madre, vive ancora lì.

    Io invece ho imparato a godere delle piccole cose e a fare quello che ho sempre sognato: la scrittrice.
     

     
  • 13 agosto alle ore 9:42
    Polvere sotto le lenzuola

    Come comincia: Si trova muta e accampata sul letto.
    Muta, sì, ma illuminata, dalla lampada.
    La luce gialla le casca addosso: mette in bella mostra la sua bocca, rosa e carnosa, il suo collo, liscio e incurvato… incurvato per vedere, per vedere che?
    Sorride come se avesse davanti un bel piatto caldo e appetitoso.
    Gli occhi, invece, sembrano una macchia scura: lì dove la luce non arriva, il nero li ha investiti.
    Nera è pure la custodia del suo cellulare. Quell’affare che tiene stretto stretto con il palmo della mano.
    Adesso ammicca, addirittura!
    Sorride di buia gioia, e il suo collo si incurva ancora! Sfacciata e impudica.
    Come in balia di una danza si muove tutta, con la gioia che conserva, e conserva tutta per sé.
    Ha proprio dimenticato che all’altro lato del letto ci sono io, io, che dormo. Così pare a lei.
    “Chi è?”
    Naturalmente non lo chiedo: è solo una domanda di quelle sfortunate che uno è meglio che costipa subito subito nella propria mente.
    Sono un vigliacco?
    Il problema (sempre che lo sia) è che lei potrebbe rispondermi come temo.
    “Allora dimmi tu per primo con chi chatti sempre, pensi che non ti veda? Costantemente attaccato a quel diavolo di cellulare!’’.
    Per adesso è meglio evitare tutto questo.
    Per adesso.
    “Mettiamoci sotto le coperte, che caldo non fa!”,  le suggerisco, facendo finta di destarmi dal sonno.
    Lei prima si gira con stizza e poi alza il lenzuolo.
    “Quanta polvere si nasconde qui sotto!”, bisbiglio.
    E chissà se ha sentito.
     

     
  • 01 agosto alle ore 10:58
    Dimenticata

    Come comincia: Ore 7.00.  Facciamo colazione. Lei guarda Masha e Orso. Io navigo col mio tablet. È già tardi. La vesto. Preparo il suo zainetto. Chiudo a chiave la porta. Usciamo di casa. Scendiamo le scale. Il sole del mattino riflette sul nero metallizzato della mia Lancia. C'è un caldo afoso, manca il respiro. Apro lo sportello. ‘’Dai, a mamma!’’ le sussurro all’orecchio mentre le allaccio le cinture del seggiolino. Lei sorride e mi tira un bacetto. ‘’Brum, Brum!’’ dice. Di corsa salgo dalla mia parte. Inserisco le chiavi. Accendo. Partiamo. Mentre guido chiamo mio marito. “Ciao, senti Luis, sto portando Betta all’asilo, poi vado al lavoro …  sì …sì… farò tardi stasera … passo in rosticceria a prendere un pollo”. Attacco il telefono. Davanti c’è una macchina che rallenta.  Finalmente, gira sulla sinistra. Proseguo dritto. Mi sento in affanno. Il mio capo non mi rinnoverà il contratto. Non che me l’abbia detto. L’ho capito dalle sue pressioni. Che stronzo! E pensare che non gli ho mai risposto male. Mai una lamentela. Mai un ritardo. Sempre ‘Sì, signore’. Alzo il volume della radio. C’è la canzone degli U2 che mi piace tanto. With or without you. Quasi arrivata in ufficio. Parcheggio vicino, almeno questo. Prendo la borsa e il cellulare. Guardo l'orologio. Sono le 8.00 in punto. In fretta salgo le scale. Mi sono scordata il portapranzo. Sarò costretta a mangiarmi un panino.

    Scattano le 15.00. Timbro il cartellino. Via dall’ufficio. Scendo le scale. Mamma mia, che caldo. Apro la macchina.
    ‘‘BETTA, BETTA!’’ urlo.

     

     
  • 25 luglio alle ore 8:51
    Le gemelle di Dong Da

    Come comincia: Il sangue ci legava. Eravamo le gemelle di Dong Da. Tutti dicevano che mia sorella avesse un dono: la sensualità di nostra madre. Nessuno vedeva il mio male: una morbosa gelosia per lei. Ad Araki bastarono pochi scatti per capire: volevo essere l’unica. Invece eravamo in due, a Tokyo, nel suo studio fotografico: lei davanti, crisalide fremente, io alle sue spalle, bozzolo ancorato. Mentre la trattenevo con un abbraccio sentivo premere contro il mio seno le sue ali appena accennate. Strinsi il velo rosso intorno al suo liscio collo. Spensi con il fuoco il fuoco che mi bruciava. Sulla parete erano esposti dei ‘Flowers’: sembravano sospesi tra la vita e la morte. L’ultimo respiro. Immaginai.
     

     
  • 24 luglio alle ore 12:43
    La ballata del Baro

    Come comincia: Ve lo racconto come fosse  uscito da un dipinto di Luzzati.
    Era un fresco meriggio di maggio quando giunse gioviale, nel grande giardino, la bella bambina.
    ‘‘Bara la faccia!’’ raspò una bestiaccia appollaiata sulla mia spalla.
    Salito su un palchetto di cartone, mi travestii da tutore.
    Così incominciai a prepararmi per la Grande-Lezione:
    pescai dalla  tasca un mazzo di carte a doppio colore;
    poi, con famelico ardore, seminai la terra di picche, di quadri e di fiori.
    L’ingenua pupilla colse nel mezzo il fante col cuore.
    Sfilando la carta dalle sue dita, rovesciai la figura:
    rivelai il volto villoso della Lussuria.
    L’aria era intrisa di lezzo caprino e tanfo animale.
     
    Ora urlo l’ultimo orrore: c’è il mio cognome inciso sulla piccola bara del suo funerale.
     

     
  • 24 luglio alle ore 12:38
    L'altra voce

    Come comincia: Finalmente a Batrun. Il ricordo ti insegue! La foschia si dirada, l'acqua è uno specchio. Il mare ingrossava, le onde rullavano! Giù al porto c’è vita. Il peschereccio di Taganrog affondava! Fu una disgrazia. Hai ucciso tuo figlio! Colpa della tempesta. Della tua superbia, volevi salpare per forza! Il sale di tante lacrime ha spaccato il mio volto. La klikuša piange ancora il suo sangue! Prego per lei, è ancora mia moglie. Vigliacco! Per venti anni ho espiato su ‘navi di Tarsis’. Sei fuggito! Cerco la pace. Scava con le unghie la tua fossa: lo Sheol aprirà le porte! L’albatros vola sopra la mia testa. Vecchio pazzo, vedi solo ciò che hai dentro! È di fronte a me: ha perdonato.
     
    << Papà, le medicine! >>.