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in archivio dal 24 lug 2018

Manuela Capotombolo

22 aprile 1983, Roma - Italia
Segni particolari: Mamma, non tanto alta, né troppo bassa, con la testa all'insù, imbranata su questa terra, mi trovo a mio agio sulle nuvole.
Mi descrivo così: Dialogo con le nuvole e gli amici. Mio figlio mi ha insegnato che tra le cose che non si possono fare ci sono quelle che si devono fare. I classici sono la mia passione e nella poesia trovo sempre la verità.
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  • 20 settembre alle ore 14:41
    Un pezzo per Aphorism

    Come comincia: "Antonio dai, andiamo a dormire!"
    "Sì Angela, tra cinque minuti!"
    Antonio continua a scrivere, e non alza nemmeno la testa per vedere sua moglie, tanto è preso dall'euforia.
    "Antonio, ma che dici, già cinque minuti fa hai detto tra cinque minuti, ed ora, ancora cinque minuti.. Antonio andiamo!".
    Angela si spazientisce.
    "Angela, dai, devo scrivere questo pezzo,  per Aphorism!".
    Angela freme dalla rabbia.
    "Ma quale pezzo e pezzo, e poi  che è Aphorism? Adesso pure questa novità! Fosse una donna troverei la scusa per lasciarti all’istante!”.
    Angela si avvicina allo schermo del computer cacciando via di lì Antonio. Lei si siede al posto del marito ed i suoi grossi seni vengono contrastati dal piano della scrivania; con la testa si piega in avanti per vedere meglio il computer: cerca i suoi occhiali setacciandosi il collo. Solo adesso ricorda che non li ha indosso. Angela si infuria ancora di più.
    “Antonio, leggi tu per me, lo sai che non ci vedo senza i miei occhiali! Che è questa roba qui che scrivi, che è?".
    Angela si alza in fretta dalla sedia; contemporaneamente impugna il braccio di Antonio tirandolo in basso: costringe il marito a sedersi nuovamente.
    Antonio legge la prima riga, impaurito ed impacciato.
    “Lei sta venendo…”. Sussulta lui.
    Angela lo interrompe bruscamente lanciando una grassa risata isterica. “Ah così ti diverti a passar le nottate? Chi viene? Chi? Antonio lo sai che è un anno che non vengo? E tu a rimpinzarti di queste fantasiole quando… guarda qui…”.
     Angela scosta la vestaglia: mostra i suoi seni cadenti. “Vedi questa, è ciccia vera, mica pezzi di carta! Anzi mica roba virtuale!”
     Antonio si alza, scruta Angela, sembra irritato.
    "Angela zitta, devi stare zitta, qui ci sentono, magari non ci vedono, però ci leggono.. ecco vedi che è cambiato il piano… lettura … intendo!”.
    Antonio blocca Angela mettendole una mano davanti alla bocca mentre si guarda intorno sospettoso.
    Angela si sgancia da Antonio: adesso ha la furia nel sangue.
    "Antonio, ma che stai dicendo? Sei impazzito?  Mi prendi in giro? Tu non stai bene, tu…non stai bene, per niente!”. Grida con l'accento sulle ultime due parole: "PER NIENTE!".
    Angela si allontana da Antonio retrocedendo di tre passi da lui mentre lo guarda fisso come se volesse leggere sul viso di suo marito qualche traccia di follia.
    Antonio scrolla le spalle, si copre la faccia con le mani, inizia a piangere.
     Angela rimane sbigottita.
    "Antonio, stai bene? Io penso che sei pazzo, io non ti riconosco più!", continua a gridare Angela atterrita.
    Antonio scopre il suo volto: ha gli occhi gonfi dal pianto. Indica ad Angela lo schermo del computer.
    "Guarda Angela, ah no, tu non riesci a vedere ora, fidati, le scritte, in questo momento si muovono da sole!". Antonio fa una pausa, poi riprende. "La scena è cambiata… possibile che non te ne accorgi? Tutto sta prendendo una brutta piega... tutto e…” . Antonio ha la voce strozzata. Si blocca.
    “Ma che è tutta questa storia… parla, Antonio, parla!  Adesso mi terrorizzi pure?, ti piace burlarti di me? Guarda che sono tua moglie!”. Uno starnazzo le esce dalla bocca mentre dice: "Sono tua moglie!".
    Angela continua a gridare e il cane là fuori, in qualche posto ignoto, abbaia.
    Antonio deglutisce, cerca di calmarsi. Infine confessa:
    "Angela, io e te, noi, il cane, che non abbiamo mai avuto, e che è spuntato all'improvviso in questo racconto,  la casa... non lo capisci? Dieci minuti di lettura fa avevo io il controllo, ero io che scrivevo e tu ad implorarmi di venire a letto… ora … è come se qualcuno mi avesse rubato la penna … capisci? Scrive lui per noi… anzi scrive di noi, adesso, in questo momento …sta scrivendo questa scena... e …".
    Il fiato di Antonio è spezzato da un grido:
    "Non siamo reali, è tutta una finzione! Siamo solo due anime vive in una pagina, di computer e tra poco moriremo! Forse per un solo giorno, uno solo, potremo rinascere, su Aphorism, ma sarà sempre lo stesso, sempre queste parole, sempre questa storia! Prima avevo l’illusione di essere IO, capisci Angela, di essere IO… ora sono solo un mucchio di parole di un racconto forse un po' troppo lungo, e che nessuno leggerà!".

    Angela è già scomparsa.

    Antonio sospira, fissa il vuoto come se vedesse realmente la faccia dello scrittore, e si fa coraggio dicendo sacrosante parole:

    “Caro scrittore la prossima volta la prego di finirci con un lieto fine, di essere più breve, perché un lettore non possa stancarsi di lei e di conseguenza neanche di noi. Migliori il suo stile, tenga conto dei classici, e la prego, non scriva, per carità, tanto per scrivere, perché questo, a noi che viviamo del suo IO, ci dà solo una grande noia,
    ADDIO!”.
     

     
  • 19 settembre alle ore 13:55
    Aborto

    Come comincia: Umeme: c’è musica mentre affronto il viaggio. Chiudo gli occhi. Poi la scossa. Qualcosa mi raschia dentro. Un brutto pensiero deve essere espulso.

    Lui è salito al tempio. Ha chiesto. Gli hanno detto di andare nel bosco. Di passarci una notte. Di lasciare foglie colte dai rami lungo il sentiero. Per Shiva. “Che possa distruggere ciò non doveva mai esistere” Prega. Sfrega la faccia con il suo stesso sangue. Canta ai margini della santa radura. Fino al mattino.

    Ancora un filo lega il feto al mio utero. Reciso. Caduta dell’ora. Operazione conclusa.
    La luce mi acceca. Lui piange. Navigo oltre il suo sguardo.
    Vedo il dio Rudra, colui che urla.
     

     
  • 22 agosto alle ore 11:41
    Lettera arcaica

    Come comincia: Sei forse impazzito? Tormenti l’anima tua per una siffatta miseria e immiserisce pure la linfa che, non per scherzo, scorre nelle tue vene. Mi parli di nobile amore. Come fai a chiamarlo tale?  Ciò che tu chiami nobile è solo millanteria! Parli di purezza, di amorosi sensi. Navighi in dolci acque. Agli occhi miei è solo turpe mercanzia: lei si è concessa a te, seppure sposata per la volontà di Iddio, ad un’altro sant’uomo, di cuore ‘finissimo’. ‘Non desiderare la donna d’altri’ ricorda!  Parlo a te, e a te solo, pazzo, corrotto! E vile è lo scandalo appena commesso. Ucciditi allora se a questo tuo credo corrisponde tanto coraggio. Ma non lo farai, perché sai che non c’è ragione di morire per una tale sventura! Gli occhi della cerva, nella stagione acerba, t’hanno sedotto.  Ma sotto il morbido manto, si nasconde l’arpia che t’ha magicamente stregato.  In nome del Sacro tu pentiti, e pentiti per l’amor della Vergine Regina Madre dei Cieli, perché la tua anima può essere ancora salvata. Non pensar più a lei: diranno che è stato inganno e per incanto t’ha invogliato ad assaggiar i seni suoi. La colpa sua pagherà a caro prezzo: rinchiusa in un convento vivrà di preghiere che, nel silenzio e scalza, dovrà proferire in luogo, e di suo figlio non saprà più nulla. Non c’è lealtà nel suo sleale tradimento. La donna sposata vesta sempre di rosso perchè la vergogna le faccia temere il furbo marito.  Pentiti dunque o sarà per te, come per lei, la fine.
     

     
  • 22 agosto alle ore 9:21
    In mezza riga

    Come comincia: Il colpo inferto fu doloroso, ed il bimbo non è mai nato.
     

     
  • 17 agosto alle ore 12:02
    Non gridare

    Come comincia: Perchè ti spiegherò tutto.
    Le mie mani tremano, giusto un po’. Devi capirmi: è appena successo. Osserva queste dita: sono macchiate di sangue; se ti avvicini puoi vedere che soffrono di uno strano gonfiore. Da quando sono sposata ho questo male. Eppure non ho mai smesso di portare la fede, malgrado fosse un cappio. Stanotte, invece, l’ho posata sul comodino. Poi mi sono alzata per bere un sorso d’acqua. Tra le stoviglie c’era un coltello e, sentendo lo scatto nella serratura, l’ho afferrato. Ho esitato, devo dirtelo, quando l’ho visto sghembo e ubriaco. Così debole non sarebbe riuscito a picchiarmi, come faceva spesso quando era lucido. La forza mi è venuta da dentro: scagliata contro il suo fianco ho sferrato colpi profondi. L’ultimo l’ho dato con sadismo perché lui era già morto, sfranto sul pavimento.
    Ora che sai, grida pure, mio caro lettore, però lo giuro, se chiami la polizia, io ti uccido!
     

     
  • 13 agosto alle ore 9:42
    Polvere sotto le lenzuola

    Come comincia: Si trova muta e accampata sul letto.
    Muta, sì, ma illuminata, dalla lampada.
    La luce gialla le casca addosso: mette in bella mostra la sua bocca, rosa e carnosa, il suo collo, liscio e incurvato… incurvato per vedere, per vedere che?
    Sorride come se avesse davanti un bel piatto caldo e appetitoso.
    Gli occhi, invece, sembrano una macchia scura: lì dove la luce non arriva, il nero li ha investiti.
    Nera è pure la custodia del suo cellulare. Quell’affare che tiene stretto stretto con il palmo della mano.
    Adesso ammicca, addirittura!
    Sorride di buia gioia, e il suo collo si incurva ancora! Sfacciata e impudica.
    Come in balia di una danza si muove tutta, con la gioia che conserva, e conserva tutta per sé.
    Ha proprio dimenticato che all’altro lato del letto ci sono io, io, che dormo. Così pare a lei.
    “Chi è?”
    Naturalmente non lo chiedo: è solo una domanda di quelle sfortunate che uno è meglio che costipa subito subito nella propria mente.
    Sono un vigliacco?
    Il problema (sempre che lo sia) è che lei potrebbe rispondermi come temo.
    “Allora dimmi tu per primo con chi chatti sempre, pensi che non ti veda? Costantemente attaccato a quel diavolo di cellulare!’’.
    Per adesso è meglio evitare tutto questo.
    Per adesso.
    “Mettiamoci sotto le coperte, che caldo non fa!”,  le suggerisco, facendo finta di destarmi dal sonno.
    Lei prima si gira con stizza e poi alza il lenzuolo.
    “Quanta polvere si nasconde qui sotto!”, bisbiglio.
    E chissà se ha sentito.
     

     
  • 01 agosto alle ore 10:58
    Dimenticata

    Come comincia: Ore 7.00.  Facciamo colazione. Lei guarda Masha e Orso. Io navigo col mio tablet. È già tardi. La vesto. Preparo il suo zainetto. Chiudo a chiave la porta. Usciamo di casa. Scendiamo le scale. Il sole del mattino riflette sul nero metallizzato della mia Lancia. C'è un caldo afoso, manca il respiro. Apro lo sportello. ‘’Dai, a mamma!’’ le sussurro all’orecchio mentre le allaccio le cinture del seggiolino. Lei sorride e mi tira un bacetto. ‘’Brum, Brum!’’ dice. Di corsa salgo dalla mia parte. Inserisco le chiavi. Accendo. Partiamo. Mentre guido chiamo mio marito. “Ciao, senti Luis, sto portando Betta all’asilo, poi vado al lavoro …  sì …sì… farò tardi stasera … passo in rosticceria a prendere un pollo”. Attacco il telefono. Davanti c’è una macchina che rallenta.  Finalmente, gira sulla sinistra. Proseguo dritto. Mi sento in affanno. Il mio capo non mi rinnoverà il contratto. Non che me l’abbia detto. L’ho capito dalle sue pressioni. Che stronzo! E pensare che non gli ho mai risposto male. Mai una lamentela. Mai un ritardo. Sempre ‘Sì, signore’. Alzo il volume della radio. C’è la canzone degli U2 che mi piace tanto. With or without you. Quasi arrivata in ufficio. Parcheggio vicino, almeno questo. Prendo la borsa e il cellulare. Guardo l'orologio. Sono le 8.00 in punto. In fretta salgo le scale. Mi sono scordata il portapranzo. Sarò costretta a mangiarmi un panino.

    Scattano le 15.00. Timbro il cartellino. Via dall’ufficio. Scendo le scale. Mamma mia, che caldo. Apro la macchina.
    ‘‘BETTA, BETTA!’’ urlo.

     

     
  • 25 luglio alle ore 8:51
    Le gemelle di Dong Da

    Come comincia: Il sangue ci legava. Eravamo le gemelle di Dong Da. Tutti dicevano che mia sorella avesse un dono: la sensualità di nostra madre. Nessuno vedeva il mio male: una morbosa gelosia per lei. Ad Araki bastarono pochi scatti per capire: volevo essere l’unica. Invece eravamo in due, a Tokyo, nel suo studio fotografico: lei davanti, crisalide fremente, io alle sue spalle, bozzolo ancorato. Mentre la trattenevo con un abbraccio sentivo premere contro il mio seno le sue ali appena accennate. Strinsi il velo rosso intorno al suo liscio collo. Spensi con il fuoco il fuoco che mi bruciava. Sulla parete erano esposti dei ‘Flowers’: sembravano sospesi tra la vita e la morte. L’ultimo respiro. Immaginai.
     

     
  • 24 luglio alle ore 12:43
    La ballata del Baro

    Come comincia: Ve lo racconto come fosse  uscito da un dipinto di Luzzati.
    Era un fresco meriggio di maggio quando giunse gioviale, nel grande giardino, la bella bambina.
    ‘‘Bara la faccia!’’ raspò una bestiaccia appollaiata sulla mia spalla.
    Salito su un palchetto di cartone, mi travestii da tutore.
    Così incominciai a prepararmi per la Grande-Lezione:
    pescai dalla  tasca un mazzo di carte a doppio colore;
    poi, con famelico ardore, seminai la terra di picche, di quadri e di fiori.
    L’ingenua pupilla colse nel mezzo il fante col cuore.
    Sfilando la carta dalle sue dita, rovesciai la figura:
    rivelai il volto villoso della Lussuria.
    L’aria era intrisa di lezzo caprino e tanfo animale.
     
    Ora urlo l’ultimo orrore: c’è il mio cognome inciso sulla piccola bara del suo funerale.
     

     
  • 24 luglio alle ore 12:38
    L'altra voce

    Come comincia: Finalmente a Batrun. Il ricordo ti insegue! La foschia si dirada, l'acqua è uno specchio. Il mare ingrossava, le onde rullavano! Giù al porto c’è vita. Il peschereccio di Taganrog affondava! Fu una disgrazia. Hai ucciso tuo figlio! Colpa della tempesta. Della tua superbia, volevi salpare per forza! Il sale di tante lacrime ha spaccato il mio volto. La klikuša piange ancora il suo sangue! Prego per lei, è ancora mia moglie. Vigliacco! Per venti anni ho espiato su ‘navi di Tarsis’. Sei fuggito! Cerco la pace. Scava con le unghie la tua fossa: lo Sheol aprirà le porte! L’albatros vola sopra la mia testa. Vecchio pazzo, vedi solo ciò che hai dentro! È di fronte a me: ha perdonato.
     
    << Papà, le medicine! >>.