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Autore

Manuela Capotombolo

in archivio dal 24 lug 2018

22 aprile 1983, Roma - Italia

segni particolari:

La verità è che dovrei vestirmi solo di una pagina bianca. Con quella addosso, io, davvero, scriverei il mio romanzo.

mi descrivo così:
Mio figlio mi ha insegnato che tra le cose che non si possono fare ci sono quelle che si devono fare. I classici sono la mia passione e nella poesia trovo sempre la verità.

30 gennaio alle ore 10:34

La Donna Piangente

Intro: Pubblicato nella raccolta antologica 'Quattro passi con' - Montegrappaedizioni, riceve un premio.

Il racconto

Erano le 15.30. Clarissa, confinata nella camera matrimoniale, aveva appena smesso di piangere. Era accaduto, ma non riusciva ancora a crederci. Ci pensava e ripensava mentre poggiava la schiena alla spalliera del letto e si accarezzava la pancia. Gli occhi le caddero, prima, sul suo libro di fotografie preferito dal titolo Dora Maar. Nonostante Picasso, che si trovava sul comodino, poi, sull’unica stampa affissa alla parete, (insieme ad un crocifisso), raffigurante la Donna Piangente. Quel ritratto di Dora Maar, realizzato da Picasso, sembrava davvero vivo: la rabbia rullava dalla bocca spalancata dove spiccavano, bianchi, i denti aguzzi, e gorgogliava il pianto accorato con lacrime che scendevano a fiotti.
“Ah, Dora, anche io sono in balia di uno stronzo!”, proruppe Clarissa con il viso infiammato.
Improvvisamente una raffica di vento fece sbattere le persiane; per lo spavento la donna guizzò dal letto, e le chiuse. Ora, da fuori, si sentiva solo un sommesso fruscio di foglie rammulinate. “Vieni!”, sibilò una voce.
“Chi ha parlato?”, esclamò Clarissa, immobile vicino alla finestra. Nessuno rispose. Lei indugiò per qualche minuto, poi, coraggiosamente, si posizionò di fronte alla Donna Piangente. La guatò, in apnea. Dopo aver deglutito, con apprensione, chiese: “Sei stata tu, Dora?”.
Seguì un breve silenzio. D’un tratto, Clarissa, cominciò a soffrire di forti convulsioni: recalcitrava e si dimenava; si aggruppava e assottigliava. Il suo viso divenne scavato, scosso e scomposto. Una linea tagliava la fronte a metà. Gli occhi si ritrovarono ovali dentro due orbite. Le ciglia sembravano spesse come spighe. Spuntò in testa un cappellino con un garofano rosso appuntato alla calotta, quasi a fare da ciliegina sulla torta.
Dopo quella metamorfosi, la poveretta, fu risucchiata dalla bocca della Donna Piangente e catapultata su una terra melmosa a ridosso di una grande pozzanghera. L’atterraggio fu dolce e lieve ma la donna strillava e strillava, più per spavento che per reale dolore. Il cappellino cadde rotolando dentro una cunetta.
Lei stava carponi sull’erba quando si specchiò nell’acqua giallo-verde della pozza. “Ah, sono una FIGURA, e che FIGURA! Sono uguale a LEI, alla DONNA-PIANGENTE! Ah, aiuto!”, sbraitò mentre per istinto si riparava con una mano la pancia.
“Non urli, vuole farmi schizzare fuori il cervello?”, risuonò un baritono alle sue spalle.
Si voltò sbigottita: uno sguardo da Minotauro la stava frugando. Lo riconobbe, e si agitò tutta. Provò ad alzarsi. Il Minotauro l’aiutò: in fretta raccolse il cappellino dalla cunetta che sistemò alla buona sulla testa della donna. Poi, tetragono, disse: “Dobbiamo andare!”.
Lei confusa balbettò: “Pi… Picasso!”.
Lui rispose bruscamente: “Sì, sono io, però non mi è permesso parlare di me!”.
Lei chiese implorante: “Ma dove sono? E perché ho questa faccia deformata?”.
Lui scocciato proruppe: “Non l’ha capito? Si guardi attorno!”.
La donna, disperata, levò gli occhi dal pittore.
Sotto un cielo fumido si trovavano a covate delle baracche di metallo e legno, rattoppate sui tetti con del cartone. Due bambini erano piazzati davanti a una roulotte. Una mamma vestita di stracci teneva in braccio un marmocchio, e stava a guardare l’intrusa affacciata alla finestra di una catapecchia. Poco più in là un ragazzino con le scarpe spaiate era seduto su una staccionata rotta.
Clarissa, quasi fuori di sé, esclamò: “Sembra la vecchia Zone di Parigi: negli anni ‘30 del ‘900 era la periferia più povera della città! Dora Maar l’ha fotografata esattamente così! Ho una raccolta delle sue foto in camera da letto!”.
“Non si sbaglia”, disse secco il pittore, “Dora m’ha imprigionato nei suoi scatti. Surreale vero? Come avrebbe detto Man Ray! Quella maledetta, ora che è morta, s’è messa in testa di vendicarsi, AH!”. Continuò con rabbia: “Bella legge del contrappasso! Come in vita sono stato un Dio per lei, lei è ora Dio per me: mi controlla, mi fiuta, mi scova, da beffata diventa beffarda. Ed io sono costretto a rispettare la volontà sua! Ha l’appoggio di qualche angelo, quel demonietto! Sono sicuro che ce l’ha!”.
“Com’è possibile?”, interruppe Clarissa trasecolata.
“Rimarrò a marcire nella Zone finché non mi pentirò davvero del male che ho procurato a Dora! Uno dei suoi giochetti preferiti è quello di spedirmi, come pacchi, donne che invocano il suo nome: arrivano qui, tramutate in Donne Piangenti! È impressionante quanto siano identiche ai miei dipinti! Dora vuole che io ritragga il loro DOLORE! Dice che le devo ascoltare, e capire! Ah! Che assurdità!”. Finito di spiegare, spazientito, afferrò la mano di Clarissa per trascinarla su uno stradello. “Dobbiamo andare! Devo ritrarla! A pochi passi da qui c’è il mio studio!”, disse divorandola con lo sguardo.
“Ma io non voglio! E poi non ho nessun DOLORE da mostrare!”, urlò Clarissa quasi perdendo il senno mentre si divincolava dalla presa. Picasso a brutto muso garrì: “Oh sì che ce l’ha un DOLORE, come tutte le Donne Piangenti! A breve confesserà! ANDIAMO!”
Clarissa ammutolì: senza altra scelta fu costretta ad ubbidire.
Lungo il sentiero lui procedeva dritto, lei lo seguiva restando leggermente indietro. I loro respiri si mescolavano al chioccolio di un fosso, al vitreo rumore di elitre ed al ronzio di insetti. “Pensa che non abbia mai amato Dora?”, cominciò il pittore scuffiando. “Ero ancora sposato con Olga e frequentavo Marie-Thérèse; vidi Dora ai Deux Magots intenta a giocare con un coltello: lo piantava con la mano destra tra le dita della mano sinistra, finché non si fece male! Era fiera, e fragile!”, disse trepidando.
Clarissa, sorpresa da quelle parole, sbalestrò un poco e, inciampando su un sasso, sarebbe caduta giù di botto se non fosse stato per il riflesso pronto di Picasso che l’afferrò al volo. Solo il cappello le scivolò a terra. “Ha visto? Non sono così cattivo!”, mormorò, mentre la teneva ancorata al petto.
Lei si sentì fremere. Col viso rosso per l’imbarazzo si sganciò dalla presa. “Allora perché quei continui tradimenti con Marie-Thérèse? E perché senza pietà l’ha lasciata per Gilot?”, lo attaccò Clarissa mentre si rimetteva il cappello in testa.
“Dora era pazza, PAZZA dico! Ancor prima di diventarlo davvero!”, si difese lui alterato.
“QUESTO È FALSO! Si è ammalata per colpa sua!”, gridò lei furente.
“Ecco il mio studio! Entriamo!” troncò in tono cupo il pittore. Clarissa si guardò intorno: c’era una chiazza gialla di umidità sul soffitto, alla parete un quadro, sotto la finestra un enorme comò e, accostata al camino in pietra, una poltrona sfondata. Il cavalletto era piazzato al centro sopra una striscia di tappeto. Dappertutto si sentiva un odore acre di muffa, tempera e tabacco.
“Si metta seduta sulla poltrona lasciandosi il cappellino! Prenda questo fazzoletto, da brava Donna Piangente!”, disse con scherno Picasso mentre estraeva un fazzoletto dal cassetto del comò.
Lei si sedette. Lui si posizionò dietro il cavalletto, e da lì, con tavolozza e pennello, iniziò a guardarla con insistente attenzione: “Cominci pure!”, ghignò.
Clarissa osservò il fazzoletto: almeno era pulito! Si sentiva così turbata che fu facile cedere a singhiozzi e singulti: “È successo tutto ieri sera! Già da due giorni sapevo di essere incinta ma mio marito l’avrebbe saputo per cena, di ritorno dal suo ennesimo viaggio di lavoro. E la cena l’ho preparata, a base di pesce e buon vino, che lui si è scolato da solo per intero. Era il momento di dirglielo! Ah! Quello, scioccato, ha confessato: m’ha tradito con un’altra donna, e al bambino proprio non era pronto! Così è andato in camera da letto a riprendere la valigia che ancora non aveva disfatto! Ah! M’ha abbandonata, con lui qui dentro! Ah!”. Clarissa piangeva in maniera squassante. Picasso cominciò a sentire un martellio alle tempie. Comparvero, una ad una, tutte le sue donne: Fernande, Eva, Olga, Marie-Thérèse, François, Inès, Jacqueline, Dora, Gilot, e le altre senza nome. Lo accerchiarono. Come fantasmi deliranti gli danzavano intorno. “Basta, andate via!”, urlò lui febbricitante. Fuochi di ghiaccio divamparono dalle loro bocche. Lui mollò tavolozza e pennello. Il suo volto era invetriato di lacrime. Sentiva dolori acuti in tutto il corpo. Avanzava a fatica verso Clarissa. Fu allora che gridò: “Chiuda gli occhi!”.
Erano le 15.30 quando Clarissa li riaprì: si trovava in camera da letto, come se il tempo non fosse mai trascorso. Il silenzio risuonava con profetica attesa. Improvvisamente si sentì uno scatto alla serratura. La porta di casa si spalancò: “Clarissa, sono io!”, esclamò suo marito posando la valigia.
“Dora, se non è stato un sogno, dimmi, Picasso l’hai perdonato?”, domandò lei alla Donna Piangente.

 

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