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Racconti di Manuela Del Romano

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  • 03 novembre 2011 alle ore 18:19
    Identità rubate

    Come comincia: La prima volta la incontrai di notte. Camminava sola, con lo sguardo puntato a terra, fisso ai piedi.
    Il soprabito blu era di due misure, almeno, più grande. Se lo teneva stretto in vita, come l’abbraccio di un innamorato, cercando di non perderlo.
    Passavo da lì distratto, dopo il turno di notte, credo. Procedendo con passo spedito verso casa.
    Mi sorrise.
    “Hai da accendere?”disse.
    “Mi rincresce, non fumo” risposi.
    “Buon per te. Grazie lo stesso”.
    Mi ritrovai a fissare quella piccola bocca deforme come fosse stata la cosa più bella mai vista in vita mia.
    Imbarazzato, ripresi la mia marcia da soldato. Senza fretta però.

    La settima dopo, feci cambio turno con un collega.
    Gli rubai il giorno.
    La trovai ad aspettarmi sotto la pensilina dell’autobus per il centro.
    Mi si avvicinò canticchiando.
    “Ti accompagno volentieri se vuoi” disse.
    “E’che vado a prendere un caffè con degli amici…” risposi senza nemmeno guardarla negli occhi.
    Mi sorrise e si allontanò facendomi un cenno con la mano.

    Il giovedì sera successivo portai mia moglie e mia figlia a vedere la partita di basket organizzata dalla mia azienda, per raccogliere fondi a favore dei malati di Alzheimer, credo.
    La vidi sugli spalti di fronte. Abbozzò un cenno di saluto.
    Ma io non ricambiai.

    All’incirca un anno dopo mia moglie mi lasciò, portando con sé la nostra bambina.
    La vidi scendere in strada, con le valige e gli scatoloni ingombri di ricordi che forse nemmeno le appartenevano. Non feci nulla per fermarla.
    Quella notte girai un paio di locali in cerca di quell’oblìo che solo le grandi sbornie sanno dare.
    Riconobbi la piccola bocca deforme, da lontano, credendo fosse un miraggio.
    Mi avvicinai e con la lingua ingarbugliata riuscì a domandarle: “Dormi con me questa notte?”
    Lei sorrise e senza sorpresa declinò, stringendosi nell’abbraccio scuro del suo soprabito di due misure più grande.

    Sono qui da qualche settimana, credo. Ma a giudicare dalla familiarità con cui mi trattano potrebbe essere anche da più tempo.
    Divido la stanza con Marina, una vecchia dispotica di 70 anni ormai priva di lucidità da qualche anno. Sono l’unico uomo presente in questo piano. Medici a parte.
    Socializzo poco qui dentro. Mi sembrano tutti pazzi.
    Viene spesso a trovarmi una giovane donna con un soprabito blu. È talmente evanescente da sembrare irreale a volte. Forse è mia figlia.
    È una bella donna. Anche se ha la bocca storta e quando mangia qui con me, la domenica, sbrodola dappertutto.
    La sgrido di continuo ma mi sorride sempre. Mi è capitato di sentirla parlare con qualche medico di deterioramento cognitivo cronico progressivo. È gentile ad interessarsi di Marina, penso.
    Ieri le ho chiesto di sua madre. L’ultima immagine che ricordo di lei è quella di un taxi giallo che la porta via. Mi ha sorriso e sistemato i capelli senza dire una parola, nascondendo a stento le lacrime.
    Non ho avuto il coraggio di domandarle più nulla di quella vita che non ho potuto condividere con loro.
    Anche se a volte la curiosità, in quei rari ed ultimi momenti di sanità mentale , mi avrebbe forse aiutato a non incorrere in spiacevoli sorprese.

    Chi sono e perché mi trovo qui ancora non l’ho capito. La mia mente mi regala immagini che forse nemmeno sono reali. Forse lo sono state un tempo, o forse no. Ma non lo posso sapere con certezza, perché nessuno risponde alle mie domande.
    A volte, da sveglia, sogno di essere una donna a cui i demoni del passato hanno rubato l’identità, in un giorno che ha il colore della notte.
    Vivo in un’alba che assottiglia il confine tra il reale e l’immaginato. Dove non esiste distinzione di sesso, né di ruoli. Dove la donna è uomo, è padre, è madre, è marito, è figlia.
    E dove tutti sono soli con sé stessi.
    Poi chiudo gli occhi. E, per un istante, mi riconosco

  • 17 giugno 2008
    La faccia

    Come comincia: Prima c’eri tu a colorare quello spazio nero. Poi ho messo un fiore.
    È viola, forse è un ciclamino.
    Almeno non mi guarda con quello sguardo indagatore ma evanescente al tempo stesso.
    Non mi giudica una poco di buono né una rompiscatole solo perché domando cose che mi si dovrebbero dire senza che nemmeno io le chieda.
    E piantala di fare quella faccia.
    Lo sai anche tu che ho ragione.
    Non puoi pensare che davvero le cose vadano bene quando non hai mai voglia di condividere nulla con me.
    Alzati da questo buco nero e vattene. Lasciami da sola, lasciami quegli spazi che mi hai rubato e che alla fine non sapresti nemmeno come usare.
    Viviti la tua vita e lasciami qui a godermi della mia.
    Parti per quel viaggio che hai sempre voluto fare ma che non hai mai fatto.
    Sollevati dal mio petto e vai e spacca il mondo.
    Respira piano, basta affanni. Ne hai avuti e regalati troppi.
    Ora, gambe in spalla vai verso quel futuro di promesse che da sempre immagini.
    E ricordati, mentre sei in viaggio, che sei solo una mia foto.

     


  • 16 giugno 2008
    A colori

    Come comincia: Non c’é più fretta né attesa quando il tempo diventa tuo complice.
    Se lo ripeteva spesso.
    Forse mai abbastanza, però
    Credeva nelle coincidenze, nel fato, nella legge cosmica secondo cui nulla accade mai per caso.
    Per questo a volte si trovava intrappolata in una serie di ragionamenti incomprensibili persino per la sua mente che li aveva partoriti.
    Aspettava, in silenzio, il suo turno, osservando attenta le mosse degli altri , per costruire il suo piano ardito.
    E pronta, al momento opportuno prendeva l’iniziativa.
    Ecco. Il problema stava proprio qui: sbagliava sempre il tempo di reazione.
    Aveva il maledetto vizio di guardare sempre in alto senza mai accontentarsi della soluzione più semplice, convita che solo osando si potevano ottenere grandi risultati.
    Mai si voltava indietro, anche se si rendeva conto di aver sbagliato, certa che avrebbe trovato un'altra strada per arrivare alla sua meta.
    Il suo lavoro era quello di cercare nuove idee negli occhi degli altri, rubando sguardi, per poi rivenderli nei suoi disegni.
    Non credeva di essere una grande artista, ma si divertiva a farlo credere agli altri.
    Frequentava, tra un pensiero assurdo e l’altro, la Scuola del fumetto, a Milano.
    La frequentava a metà.
    Seguiva solo le lezioni che le interessavano. E l’avrebbero bocciata per questo.
    Per mantenersi vendeva tavole di ornato agli alunni del liceo scientifico Galilei e del liceo artistico Da Vinci.
    La sera preparava il suo banchetto in Brera e aspettava che qualche giovane disperato passasse di lì per comprare le sue tavole o per commissionarle qualche nuovo lavoro.
    La voce tra gli alunni si era sparsa in fretta, soprattutto tra quelli che poco amavano disegnare.
    Gli affari le andavano bene.
    Niente delle sue opere rimaneva invenduto.
    A mezzanotte, a volte anche prima, sistemava baracca e burattini e si avviava verso casa.
    Proprio sotto casa il loro primo incontro.
    Camminava distratta, parlando con la luna.
    Gli era finita tra le braccia.
    Un volto noto.
    Lo guardava incantata senza dire nulla, inebriata da quel profumo di bagnoschiuma alla mirra, lo stesso che usava lei.
    Cercava nella memoria qualcosa che potesse ricordarle chi era, ma niente.
    Buio totale…
    Forse si erano conosciuti in un’altra vita.
    Forse era uno psicopatico che voleva violentarla e derubarla.
    Forse era un suo fan che la inseguiva per avere un autografo.
    Poteva essere qualcuno a cui doveva dei soldi, che aveva deciso di beccarla proprio nel momento della giornata in cui si sarebbe facilmente arresa, se non altro per la stanchezza che aveva in corpo.
    O assomigliava al ragazzo che aveva incontrato al mercato del pesce qualche giorno prima?
    La soluzione più probabile, che fosse un bell’uomo qualunque, e che per sbaglio i loro corpi si fossero scontrati,  non le piaceva.

     

    Per tre sere di fila si incontrarono sotto casa di lei, senza finire uno nelle braccia dell’altro fortuitamente come la prima volta.
    Poi in una sera che aveva deciso di restare a casa a disegnare, se lo trovò nel salotto. Stravaccato sul divano come se si trovasse a casa propria.
    Lo osservò con attenzione estrema.
    Volto noto.
    Profumo: il solito di mirra.
    Sguardo rubato al mare.
    Si stava arrampicando sull’albero dei ricordi.
    Per sapere chi era quell’uomo, fermo immobile sul suo divano.
    Per la prima volta nella sua vita di artista e di donna, stava tornando indietro, per riesaminare il percorso effettuato, per cercare di cambiare punto d’osservazione.

    Sul tavolo il suo fumetto preferito. Aperto.
    Alcuni fotogrammi vuoti.
    Mancava lui che aveva forse deciso per qualche sera di vivere a colori.