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in archivio dal 03 set 2013

Manuela Perrone

02 febbraio 1977, Roma - Italia
Mi descrivo così: Giornalista del Sole-24 Ore, dove si occupa di sanità e sociale,  coltiva da sempre due ossessioni: la letteratura e la questione femminile. Sogna che l'Italia diventi un Paese per donne. Intanto scrive rimirando il suo orizzonte: due piccole pesti di cinque e due anni. 
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  • 03 settembre 2013 alle ore 10:31
    Mezzogiorno

    Gli ulivi s’inclinavano al passaggio:
    bande di tronchi plurisecolari
    carnevali di rami d’argento
    ferivano l’aria nuova di carta da zucchero
    la scottavano di vecchiaia condannata a figliare

    ci specchiammo nella calce, lattea e fitta, dei vicoli snodati del passato
    noi soldati bianchi alla deriva nei labirinti della memoria
    noi sabbia elementare tra pennellate di carparo barocco

    una piazza ci restituì la quiete, quell’altra il sole
    “Tu non conosci il Sud”, leggo Bodini bruna a bordo spiaggia
    “Noi siamo il Sud”, rispondi tu sgranando occhi normanni

    che nome, Mezzogiorno! il dardo luminoso perpendicolare,
    la luce che sfianca, sbianca e rallenta
    l’arte di fermarsi – da quando è diventata un’arte, da quando?
    e i contorni si smarcano nella dodicesima ora
    mentre il pizzetto si dilegua tra i banchi del mercato

    qui cercarono di chiudere il cerchio in un castello:
    otto lati otto torri otto stanze – la precisa geometria
    di un messaggio cosmico. Numeri e proporzioni in terra
    per carpire al cielo il suo mistero, stanare la corrispondenza:
    l’umana sciocchezza del terreno stupore

    dammi la mano, stringimi il polso, trasfondimi:
    nuotiamo là, in mezzo ai dialoghi 
    che continueranno dopo di noi.

     

     
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  • Di mamma ce n'è una sola. La mamma è sempre la mamma. Cuore di mamma. Dietro i detti popolari c'è davvero la verità o piuttosto una serie di stereotipi che inchiodano il materno alla sfera del sacro e la donna al ruolo di madre-schiava confinata tra le mura domestiche? Nel suo ultimo libro "Di mamma ce n'è più d'una" (Feltrinelli, 2013, 314 pagine, 15 euro) - il terzo dedicato alla questione femminile, dopo "Ancora dalla parte delle bambine" e "Non è un Paese per vecchie" - la scrittrice, blogger e giornalista Loredana Lipperini si addentra nel terreno scivoloso della maternità smontando la credenza più dura a morire: che l'essere madre sia il destino della donna e che, in quanto tale, renda le donne "sacerdotesse della natura e mammifere portatrici di salvezza".  Quel totem, ovunque ma ancora di più in Italia, in nome del quale si combattono le battaglie più aspre. Perché sulle madri, sul loro corpo e sulle loro scelte ci si azzuffa e ci si scanna. Tra donne, prima di tutto, in un gioco al massacro che le sfinisce. 
    Il "divide" fa imperare chi o che cosa? Lo status, la Madre, il modello cui pare obbligatorio conformarsi a discapito dei milioni di madri reali che popolano le nostre famiglie. È così che la maternità si fa gabbia, innescando quel corto circuito ben sintetizzato dalla citazione di Simone de Beauvoir che è l'ispirazione e insieme il filo conduttore del saggio: "Poiché in quanto madre fu ridotta a serva, in quanto madre sarà amata e venerata".
    Vediamole, le battaglie che si scatenano sul corpo delle madri. "Fautrici del parto in casa e dei pannolini lavabili contro le "madri al mojito" che non disdegnano una vita sociale e lavorativa accanto agli impegni genitoriali", scrive Lipperini. "Madri totalizzanti contro madri acrobate dai mille impegni. Natura contro cultura (apparentemente). Femminismi contro femminismo, anche: perché sul principio dell'autodeterminazione si gioca tutto, e molte, moltissime giovani donne rivendicano una maternità esclusiva contro le madri "che erano anche altro". Contro le loro madri, in effetti". 
    Mentre le donne litigano e rivaleggiano, mentre "la complessità delle donne reali si riduce al solito scontro tra emancipate e mamme, tra pornofile e moraliste, tra escort e femministe" le madri, quelle vere, sono sempre più sole. Schiacciate tra il culto della Natura, che le vorrebbe "ad alto contatto" e che le spinge ad allattare al seno fino a tre anni di vita del figlio, diffidando di tutto ciò che è "artificiale", e un contesto reale, politico ed economico, che non solo non le sostiene ma addirittura le respinge (si pensi al mercato del lavoro e all'odioso fenomeno delle dimissioni in bianco). Sole, dunque, e possibilmente a casa. Ma santificate. Anche dal marketing, di cui Lipperini denuncia trucchi e ricorso ai più triti stereotipi. Perché le mamme, e i loro consumi, fanno gola. 
    "Madri, liberate le vostre figlie" è il titolo di un libro della psicanalista francese Marie Lion-Julin. Lipperini va più in là, risale la corrente: liberate prima voi stesse, dice. Scendete dall'altare dove vi pongono e dove spesso vi ponete anche voi. E allora sì che insieme a voi stesse salverete i vostri figli, che non si sentiranno più in dovere di essere speciali. Capiranno di dover essere nel mondo, semplicemente. E dunque di poter essere se stessi. 

    [... continua]