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Autore

Marcello Caloro

in archivio dal 24 gen 2009

13 ottobre 1960, Taranto

28 settembre 2009

"I miti son fole", mi disse la folaga

Nelle ore più buie della notte
ancora lunga da consumarsi,
della quale non si scorge alba,
una notte privata delle stelle,
rapite da cieli più sereni,
un vecchio marinaio stanco,
ingobbito nello spirito e nel corpo,
affonda i remi nel limo d’un mare
che dalle onde maestose trae piacere.
Misero essere che Dio non scorge,
ha smesso di pregare ed imprecare.
Fiaccata la sua mente trae la forza,
da un antico mito giunto a memoria:
“Quando vaghi in acqua burrascosa,
la tua amata si recherà alla spiaggia.
Anche dal cavo dell’impetuosa onda,
potrai scorger lucerna a farti guida”.
Scruta l’orizzonte indefinito,
si aspetta di scorgervi quel faro.
Ormai già si figura la dolce amata,
di baci assai chiassosi ristorarlo
e trarlo a se sul petto tumultuoso.
Una folaga foriera delle fronde,
alla sua prua plana e s’attende.
“Cosa vuoi, perché mi fissi triste?
Manca solo poco e vedrò il lume!”
La folaga piangendo gli rispose:
“ho volato nei cieli d’ogni dove,
come va il mondo ora conosco…
Per te non ci sarà alcuna donna
che olio brucerà sul sabbioso lido.
Hai ceduto ai bisogni del tuo cuore,
ma non temere oltre, vicino è un porto”.
Lui sa, la folaga mai mente,
se parla a remator nella procella.
Volge lo sguardo al vuoto nero,
di colpo l’abbandonano le forze
e sul fondo della barca si distende.
“A che mi serve ormai il vicino approdo,
se l’agognata luce mi vien negata?”
Ingobbito nello spirito e nel corpo,
nel mare limaccioso affonda il cuore.
Le donne? Tutte uguali, son leggende!

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