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in archivio dal 19 set 2011

Marcello Insinna

21 giugno 1963, Palermo
Mi descrivo così: Sono un violoncellista dell' orchestra lirico-sinfonica del Teatro Massimo di Palermo.
Mi piace scrivere musica ed esprimermi anche con le parole.

elementi per pagina
  • 29 novembre 2011 alle ore 22:22
    Scimmia

    Come comincia:      

    Era ora di pranzo ed io, in cucina, impegnato nella mia solita lotta per la sopravvivenza, tentavo di dare una parvenza di commestibilità a quello che con ostinazione stavo cucinando. Uno dei miei "manicaretti" era quasi pronto, quando squillò il telefono:  "Pronto  zio, ho scritto un racconto"  "Ciao  Ale… come? Hai scritto un racconto?" "Sì, vieni… te lo voglio leggere". La telefonata mi si impresse nella mente diventando un'immagine: un fiore, un piccolo fiore in mezzo a un campo in una giornata di sole. Tra le chiamate pubblicitarie, le proposte di altri gestori telefonici e i disturbi più vari, quello squillo  mi aveva dato un'emozione inaspettata. La mia nipotina Alessandra ha sette anni: è una bambina molto sveglia. Non le sfugge niente ed è come una spugna: assorbe tutto quello che la circonda.
    Ogni volta che le parlo, lei risponde a tono e  mi stupisce con la sua capacità discorsiva; ma un racconto non me lo sarei aspettato. In effetti quasi ogni volta che siamo tutti riuniti per leggere  le mie ultime storie, lei è  lì:  attenta, interessata, a volte un po' dispettosa e in cerca di attenzioni, ma c'è. Una presenza consequenziale: fa parte della famiglia e vuole partecipare a quello che succede, anche se i miei racconti spesso non sono del tutto comprensibili per una bambina. Ascoltatrice autonoma e spontanea. Probabilmente molto più attenta di quanto pensassi!
    Sicuramente più capace di recepire di quanto mi aspettassi.
    Ci mettiamo tutti seduti sui divani e la lettura può iniziare:  è suo padre che legge, perché lei vuole così. Del resto anche io lo considero mio "lettore" ufficiale! Sono un po' emozionato e incuriosito. La storia è semplice e interessante e stupisce per la fantasia. La ascolto con meraviglia e di tanto in tanto sbircio verso di lei, che rimane vicina a sua madre: ha lo sguardo compiaciuto e allo stesso tempo in attesa di un riscontro. Alla  fine non posso fare a meno di applaudire:  "Brava  Alessandra!"  Guardando il foglio mi accorgo che la "furbetta" ha impostato il titolo e il nome dell'autore proprio come faccio io. Devo dire di essere rimasto colpito e… perché no, anche inorgoglito: contento di averla incuriosita, di avere attirato la sua attenzione e di avere stimolato in lei la voglia di mettersi in evidenza in un modo nuovo, esponendosi senza vergogna. Il piacere di dire qualcosa e di condividerlo. Un momento di espressione per un sorriso. Una "porta" si apre ed è lei che gira la maniglia. In quel momento un mondo appare ai suoi occhi:  é un mondo che vive di fantasia, di capacità descrittive e del piacere di interessare e di esprimersi. Manifestare quello che sentiamo e che sogniamo.
    Non avrei mai pensato di sentirmi così: un esempio, qualcosa da imitare." Mia piccola "scimmia" sono stato felice di quella chiamata: i tuoi racconti sono belli, sintetici, sereni e divertenti. Chissà che effetto ti faranno le mie storie, quando tra qualche anno le leggerai: forse riderai per qualche aneddoto divertente; ti ritroverai tra le righe, in un pensiero, una frase, un'idea. Probabilmente sarò io tra un po' di tempo a trovarmi immerso nella lettura di qualcosa di tuo: curioso come un bambino andrò avanti nella scoperta; affascinato continuerò a divorare le pagine finchè non tornerò con la mente a quello squillo e alla tua vocina che quel giorno diceva:- zio... ho scritto un racconto -."

    Ad Alessandra

     
  • 29 novembre 2011 alle ore 22:20
    La fattoria

    Come comincia:          

    Era l'alba di una mattina di luglio. Il gallo aveva già cantato diverse volte nella fattoria Peterson. Si annunciava una giornata calda: il cielo era terso e l' aria ancora frizzantina. Fred Peterson e sua moglie Diane vivevano nella loro proprietà dedicandosi all'allevamento del bestiame e coltivando il granturco.
    Avevano da poco rimesso a nuovo il corpo centrale, che era la loro abitazione, con grande forza di volontà  e sacrifici economici. I loro due figli non avevano voluto saperne del lavoro in campagna e seguivano gli studi universitari in un college. Nella fattoria il lavoro era continuo: le grandi stalle da pulire, i box per i Quarter da tenere in ordine, il recinto dei maiali  e il pollaio. Le giornate erano fatte di lunghe ore di lavoro e pochi svaghi, ma l'amore per la terra e l'unione che regnava tra di loro li faceva andare avanti sereni. Fred era un uomo di poche parole, dotato di un fisico robusto e di una fede incrollabile. Diane,originaria del Texas, si era trasferita in Iowa sposando Fred. Erano passati ormai vent'anni. Aveva un carattere dolce e affettuoso ma allo stesso tempo sapeva  dimostrarsi decisa e ferma nelle sue idee. Era stata lei a convincere Fred che era ora di dare a quella casa un aspetto rinnovato e più fresco. Lui all'inizio aveva  storto un po' il naso, legato com'era ad ogni particolare che lo riportava con la memoria ai suoi genitori. Alla fine aveva ceduto e il risultato era ottimo. Era proprio bella la casa rimessa a nuovo, e la zona davanti all'ingresso era stata arricchita con aiuole, un vialetto in pietra e un bel dondolo nella veranda. Avevano fatto colazione e subito dopo Fred si era messo al lavoro: poteva contare sull'aiuto di due giovani che svolgevano i compiti più pesanti. I due lavoranti arrivavano ogni mattina alle sette con un furgone rosso sgangherato e pieno di ammaccature; qualche parte della carrozzeria era di un altro colore e un paraurti mancava. "Ciao Jo, ehi Mich  volete assaggiare le frittelle che ha fatto mia moglie? Sono insuperabili" "Grazie signor Peterson, ma ci siamo fermati da Mc Donald's e siamo satolli"
    "Ok, cominciamo allora". Jo si diresse verso le stalle mentre Fred con Mich si preparava a ferrare un paio di cavalli. La temperatura si era alzata notevolmente, le galline razzolavano nel loro spazio emettendo il caratteristico "coo-cooo";  il gallo ne rincorreva qualcuna. Nel recinto i maiali si rotolavano,pigri, nel fango. Diane era rimasta in casa per sbrigare qualche faccenda e occuparsi del pranzo.
    Era quasi mezzogiorno quando il postino si fermò davanti alla cassetta della posta che era all'ingresso della proprietà: Diane lo vide mentre risaliva sul suo scooter e andava via. Uscì dalla casa e andò a prendere una busta indirizzata a lei.
    Il pranzo era sempre preceduto da una preghiera che Fred recitava con raccoglimento. Avevano da poco iniziato a mangiare, quando la donna disse: "Fred ho intenzione di andare a trovare i ragazzi, non li vedo da troppo tempo". Lui la guardò e con voce calma rispose:" Diane io non posso muovermi in questo momento. Il granturco è quasi maturo per il raccolto, ci sono alcune mucche che stanno per partorire, non possiamo lasciare la fattoria". "Lo so Fred,andrò io; tu riuscìrai a cavartela anche senza di me per qualche giorno". Diane non era una donna di grandi pretese, ma Fred sapeva che se lei si era messa in testa di andare, sarebbe stato inutile cercare di trattenerla. C'era però qualcosa di strano nella sua espressione ma, anche se Fred lo aveva notato, non volle dargli peso. "Sei sicura?" si limitò a domandarle. Lei fece un sorriso. Ok, quando parti? Stasera alle sei con il Greyhound."  "Ti accompagno con l'auto" fece lui. "Grazie Fred, ti lascio il frigo pieno."
    Lui la guardò ancora per un attimo negli occhi: c'erano tante parole in quello sguardo…poi con finta indifferenza disse:"Devo tornare al lavoro". Si alzò e uscì richiudendo la porta dietro di sè. Il sole era a picco, non si muoveva una foglia: l'aria ferma rendeva il calore quasi insopportabile.
    I maiali grufolavano, intenti a finire gli ultimi resti nella mangiatoia. Fred entrò nelle scuderie dove Jo e Mich stavano rifacendo le lettiere. Notò che i cavalli erano nervosi, alcuni scalciavano contro le pareti in legno dei box. "Non so perché fanno così signor Peterson" disse Jo, "Da un po'  sono inquieti" aggiunse Mich.
    Anche lui aveva notato qualcosa che lo aveva stupito: le mucche avevano fatto meno latte del solito e non facevano allattare i vitellini. "Che giornata strana" pensò Fred, riflettendo sul fatto che sua moglie non si era mai allontanata da sola dalla fattoria, a parte quella volta che la madre era stata molto male.
    Alle tre del pomeriggio la temperatura superava i 40°. Il gallo non la smetteva di cantare, con una voce roca, sembrava si sforzasse. Le galline si muovevano freneticamente nonostante il calore. Diane aveva messo in ordine la cucina, come ogni giorno, e stava preparando le poche cose che pensava di portare con sè. Il suo viso era tirato, l'espressione contratta. Sembrava preoccupata, ma fece in modo che suo marito non se ne accorgesse. Con il passare del tempo gli animali diventavano  sempre più nervosi e anche Fred, ad un certo punto, cominciò ad avvertire un tremore interno e una irrequietezza crescente.Il suo cane,un Border  Collie gli si era avvicinato con la coda tra le gambe e lui lo aveva scacciato con un calcio. Il sole bruciava e i pensieri si sovrapponevano nella sua mente, perdendo lucidità. Il termometro segnava ormai quasi 50° quando le mucche scapparono dalla stalla e i cavalli distrussero i box, ferendosi le zampe. Era un putiferio!  I maiali addossati al recinto, premevano accalcati gli uni sugli altri,urlando, terrorizzati. Nel pollaio le galline tentavano di rompere la rete con il becco e molte se lo erano già spezzato nel tentativo di fuggire. Il gallo ormai rauco, sbatteva le ali e correva da un lato all'altro del pollaio. Dappertutto erano grida, urla di paura, versi inarticolati. Qualcosa stava per accadere, qualcosa di terribile: l'aria era elettrica!  Fred stava in mezzo al caos, in ginocchio:  sembrava in trance, aveva la bava alla bocca e gli occhi iniettati di sangue che sembravano dover schizzare fuori dalle orbite. I due giovani erano presi dal panico e non sapevano come fare per trattenere gli animali. Fred si alzò, come se avesse avuto una visione: con lo sguardo fisso entrò in casa e andò dritto verso la vetrina dove teneva il suo fucile a pompa. Non trovò la chiave e spaccò il vetro con una sedia; riempì il caricatore e tornò fuori. Si avvicinò a Jo,che era in prossimità della stalla, ed esplose un colpo quasi a bruciapelo, fulminandolo. Sangue e brandelli di carne schizzarono sulla porta della stalla. Come un automa diresse lo sguardo verso Mich che intanto, inorridito e quasi paralizzato dal terrore, cercava di raggiungere  il furgone. Fred fu più veloce colpendolo alla schiena con due colpi mortali. Il ragazzo si accasciò battendo la faccia sul parafango. Una pozza rossa si allargò sotto di lui. I colpi avevano forato anche una gomma del furgone e il radiatore, rendendolo inservibile.  L'uomo  si diresse verso la casa. Diane aveva trovato le chiavi dell'auto di Fred e stava accendendo il motore: le mani le tremavano, non ci vedeva quasi per le lacrime che continuavano a scendere copiose. Fred sentì il rumore del motore e andò di corsa verso il garage. Diane uscì sgommando e con la forza della disperazione riuscì a sfuggire all'inspiegabile furia.Una mucca impazzita le si parò davanti e lei la scansò per un pelo.  Aveva percorso qualche chilometro, erano passati pochi minuti, gli animali si disperdevano nei campi, il granturco bruciava forse per effetto di autocombustione generata dall'enorme calore, quando il cielo si oscurò,il sole rimase coperto da qualcosa di enorme.Un attimo dopo un fragore assordante fu avvertito fino a chilometri di distanza e si levò una nuvola scura che rese l'aria irrespirabile per molte ore. Quando la situazione cominciò a normalizzarsi, fu chiaro quello che era successo: un enorme meteorite si era abbattuto sulla fattoria e ora al suo posto c'era un cratere di dimensioni impressionanti. Diane era in salvo ma ancora incredula e sotto choc.
    Aveva  in tasca una busta indirizzata a lei; dentro c'era un foglio con poche righe, scritte in fretta: "Va' via Diane, allontanati dalla fattoria prima che il sole tramonti. Prima che sia troppo tardi. Non cercare spiegazioni e non parlare con nessuno di questo. Non c'è niente che tu possa fare per cambiare il destino, per modificare quello che avverrà! L' autore."

     
  • 28 novembre 2011 alle ore 20:57
    Il portico

    Come comincia:                                                                                                                  

    Il portico, era esposto ad ovest.
    La balconata, costruita con assi squadrate disposte verticalmente, era completata da un corrimano arrotondato, con la vernice un po' screpolata.
    Tutto in legno, piuttosto rustico, come la casa.
    Dipinta di bianco molti anni prima, lasciava trasparire qualche segno di incuria.
    Sembrava poggiata delicatamente su quell' altura, da dove si poteva apprezzare la maestosità della natura  intorno.
    L' ampia vallata  ricca di prati e fiori in primavera , intervallati da macchie alberate,
    faceva  spaziare lo sguardo.
    Oltre la valle, montagne dalle vette aguzze innevate per molti mesi all' anno , davano un effetto selvaggio al panorama.
    Non era raro avvistare rapaci intenti nella caccia, che si producevano in picchiate velocissime e spettacolari.
    Un posto strategico, per godersi il tramonto.
    é quello che faceva Jack quasi ogni sera, quando di ritorno dal suo lavoro poteva finalmente rilassarsi.
    Grandi baffi e un' espressione bonaria, non molto alto di statura; zoppicava leggermente per un incidente occorso in gioventù, durante una partita di football.
    Jack, era il veterinario del piccolo centro che distava circa tre miglia  dalla sua casa.
    Un paesino come tanti, della provincia americana : una strada principale  molto larga, ricca di negozi, diversi locali e più o meno, tutto quello che può servire .
    Il suo Studio era situato in una strada secondaria, ma molto vicina ala "main street".
    Ovviamente lo conoscevano tutti e, con tutti quelli che incontrava ogni giorno, scambiava quattro chiacchiere.
    Questo lo  aiutava a non sentirsi solo;  era vedovo, ormai da più di cinque anni e nonostante si sentisse ancora in gamba, non aveva mai considerato seriamente l' idea di risposarsi.
    Troppo legato ai ricordi, e troppo impegnato nel suo lavoro.
    Quanti animali  aveva salvato con le sue cure:  non si arrendeva mai.
    Se c' era una seppur minima possibilità di riuscire nel suo intento, lui non mollava!
    A volte, rimaneva nell' ambulatorio veterinario fino a notte, se il caso lo imponeva.
    La moglie  lo aveva assistito nel suo lavoro, fino a poco prima di morire.
    Poi aveva dovuto arrendersi al tumore, che se l' era portata  via, in poco tempo.
    Nel periodo che seguì, Jack si era arroccato nella sua casa, incapace di farsene una ragione : aveva vissuto oltre trent' anni con quella donna e adesso, niente sembrava avere più un senso.
    Ogni oggetto, ogni spazio, era fonte di ricordi che si trasformavano in gocce di dolore;  e allo stesso tempo cementavano ancora di più, la  sua sensazione di appartenenza a quella casa.
    Ogni giorno  il tramonto lo trovava sul portico, seduto sulla sua poltroncina, con un sigaro in mano.
    Quello, era il momento dei pensieri più dolci, in cui  a volte,  si sentiva trasportato verso la valle, come se una forza  potesse sollevarlo dal suo stato di tristezza, riconciliandolo per un momento con la vita.
    Rimaneva a pensare per ore, in compagnia di qualche birra, osservando il cielo che diventava scuro.
    D' estate al calare della sera, capitava che le lucciole facessero la  loro apparizione.
    Come tanti piccoli lumini volanti, danzavano al ritmo della natura.
    Gli piaceva pensare  che portassero notizie, messaggi di saluto.
    Qualche volta  Jack, si assopiva sul portico e, al suo risveglio, le stelle erano già accese!

    Si dice che il tempo ricuce le ferite.
    Forse fu così ,che Jack riprese la sua occupazione ; ancora con più impegno e dedizione.
    Poi,tornava a casa e poteva gustarsi il suo momento.
    Erano passati circa sei anni dalla scomparsa della moglie e ogni giorno, lui trovava un pensiero da dedicarle.
    Anche quel pomeriggio, al tramonto, arrivò a casa.
    Salì i tre gradini  che lo separavano dal pavimento di assi scricchiolanti del portico, entrò in cucina e prese una birra dal frigo.
    Uscì di nuovo, sedendosi di fronte alle montagne.
    C' era un' aria strana, che sapeva di fatica…
    Un vento leggero trasportava il suono delle cicale e asciugava alcune gocce di sudore sulla sua fronte.
    Due  cavalli bradi,  nella valle  brucavano  tranquilli.
    L' ultimo sole scendeva, lento.
    Non so, per quale frase ebbe il tempo  ma…lo trovarono lì,  con un sorriso spento, il sigaro ancora in mano,  seduto sul suo portico,  nella luce del mattino…

                                                                                                                       

     
  • 28 novembre 2011 alle ore 20:42
    La resa dei conti

    Come comincia:      

    Procedeva al passo, con lo sguardo rivolto verso il terreno; alla ricerca delle orme da seguire, i segni che lo avrebbero portato sempre più vicino all'uomo che stava cercando. Mike cavalcava lungo il sentiero arido, il calore lo faceva sudare e ogni tanto una smorfia di dolore gli trasformava i tratti del viso: da qualche anno soffriva di una forte lombosciatalgia e a volte andare a cavallo risultava difficile. Aveva vissuto all'aria aperta, dormendo spesso nei bivacchi intorno al fuoco,a contatto con la natura ed esposto ai suoi capricci. Era il tempo in cui  andava in cerca di fuorilegge che avevano una taglia addosso. Era stato molto in gamba, difficilmente qualcuno era riuscito a sfuggirgli.  Aveva una capacità di osservazione notevolissima,  carattere fermo e un' ottima mira. In gioventù aveva avuto un fisico atletico, il viso dai tratti decisi con occhi attenti e profondi.
    Portava folti baffi che gli conferivano un'espressione dura e un revolver Smith & Wesson Schofield in bella vista, dentro una fondina in cuoio modellata per l'estrazione rapida. Aveva inoltre l'abitudine di nascondere una piccola pistola a due colpi con le guance dell'impugnatura in madreperla. La teneva dentro un taschino per tutte le evenienze. Aveva tante avventure da ricordare, momenti in cui la vita si gioca in un attimo e i riflessi sono importanti quanto una buona dose di fortuna! Ma era stato molto tempo prima e lui aveva creduto che non si sarebbe più trovato in una situazione simile. Ormai aveva più  di sessant'anni. Era  appesantito, più lento, non si sentiva l'uomo di una volta: non avrebbe più cercato nessuno per soldi, per riscuotere una taglia.  Si era ritirato nella sua casa in Arizona e là avrebbe voluto finire i suoi giorni. In pace!
    La notizia era arrivata per caso: si era sparsa velocemente la voce che un giovane era stato assassinato da un giocatore d'azzardo, probabilmente scoperto a barare. Il giocatore  lo aveva pugnalato a morte a sangue freddo e poi era scappato.Il fatto era avvenuto in una cittadina vicina, dove abitava sua sorella. Non gli ci volle molto per scoprire che il giovane ucciso era suo nipote Peter, un ragazzo di ventitré anni.
    Mike, stravolto raggiunse la sorella appena in tempo per il funerale: una cerimonia semplice e poi il trasporto nel vicino cimitero.La donna non aveva più lacrime, si era chiusa nel suo dolore. Lo seppellirono accanto al padre che era morto di polmonite due anni prima.
    L'ufficio dello sceriffo era un bugigattolo sporco e in disordine. Mike entrò mentre l'uomo di legge era impegnato nell'estrazione di qualcosa in fondo ad una narice. Subito dopo le prime parole, si rese conto che si trattava di un burocrate: disse di essere appena tornato in città da una missione, poi parlò di autorizzazioni, tempi tecnici circa la possibilità di organizzare una squadra per inseguire l'omicida e infine tentò di  rassicurarlo. Mike lo guardò fisso ancora per un istante, gli voltò le spalle e uscì. Sentì riaffiorare vecchie sensazioni: venivano a galla come putridi fantasmi. Sentì le tempie pulsare, il battito cardiaco accelerato gli accorciava il fiato."Calma" disse a se stesso, "Devi restare calmo".  Adesso Mike aveva bisogno di informazioni: si recò nelle scuderie e riuscì a farsi indicare il box dove il cavallo del giocatore era rimasto durante la sua permanenza. Notò le caratteristiche delle impronte dei ferri, si informò sul cavallo e sulla stazza dell'uomo. Entrò nel  saloon dove si era svolta la partita: non era ancora mezzogiorno e il locale sembrava addormentato. C'era silenzio e un vecchio già sbronzo stava su una sedia, semi svenuto,  con la testa penzoloni. Il barista dietro il banco lo osservò avvicinarsi e si illuminò in viso quando Mike fece scivolare nella sua mano diversi dollari in cambio di quello che voleva sapere: l'uomo che aveva ucciso suo nipote era di carnagione chiara, altezza media, corporatura robusta, sui quarant'anni ed era scappato subito dopo il delitto, verso sud.Raccolse le idee mentre finiva un whisky; andò a casa della sorella, riempì le bisacce con delle provviste e dopo averla abbracciata partì.
    "Non andrai lontano maledetto figlio di puttana…ti prenderò…conosco questa zona come le mie tasche…e riconoscerei le tue orme tra mille". Mentre parlava tra sè e sè, teneva una mano sui lombi doloranti cercando di accompagnare il più possibile i movimenti del cavallo. Doveva accelerare il passo se voleva accorciare le distanze. L'uomo stava certamente dirigendosi verso il Messico e Mike, che aveva sfruttato delle scorciatoie, era già sulle sue tracce. Ad un tratto, un movimento su una rupe alla sua destra lo fece trasalire: istintivamente portò di scatto la mano sull'impugnatura della pistola.  Era un puma che lo osservava dall'alto. Sapeva che i puma raramente attaccano l'uomo, ma preferì non perderlo d'occhio finchè non si fu allontanato. Bevve un sorso d'acqua dalla borraccia continuando a osservare le tracce. Stava per fare buio e decise di accamparsi per la notte: i suoi occhi facevano fatica già all'imbrunire. Era quasi sicuro di raggiungerlo l' indomani. Accese un piccolo fuoco, mangiò qualcosa e si avvolse in una coperta con gli occhi verso il cielo. Ripensò a quante volte aveva vissuto situazioni come quella: l'inseguimento,una vera caccia. Poi una volta trovato il ricercato, gli dava la possibilità di arrendersi; ma molto spesso quello provava a reagire e allora doveva sparargli e caricarlo di traverso sul cavallo per andare a riscuotere la taglia. Gli vennero dei conati di vomito: sputò più volte girandosi da una parte. Per Dio… questa volta era diverso: quel bastardo aveva assassinato suo nipote! Sì…certo…ma a cosa sarebbe servito ucciderlo? Niente gli avrebbe ridato indietro quel giovane. Improvvisamente si sentì vecchio! Dannazione… cosa stava pensando? Lui era così, non aveva mai avuto scrupoli e quel maledetto doveva pagare, se la meritava una palla in fronte. Anzi avrebbe cominciato sparandogli ad una spalla e poi lo avrebbe colpito alle gambe, lasciandolo soffrire, per ucciderlo lentamente, dandogli il tempo di rendersi conto. Avrebbe letto il terrore nei suoi occhi e alla fine avrebbe tirato il grilletto per il colpo mortale!  "Sì…sì" pensò, ma le sue mani tremavano e gli occhi gonfi di lacrime non distinguevano più le stelle. Si coprì un po' di più e con il revolver vicino alla mano destra provò a dormire.
    Alle prime luci Mike era già in piedi: i colori del deserto lo affascinavano. Il territorio selvaggio e sconfinato faceva sentire piccoli e liberi allo stesso tempo. Si rimise in cammino seguendo le tracce. Era attento e aveva notato che le orme erano fresche: ormai doveva essere vicino. Aveva controllato che le armi fossero in ordine e cariche, tra poco sarebbe arrivato il momento della resa dei conti. Controllava la tensione,ma il suo cuore batteva veloce. Stava costeggiando una  formazione rocciosa e il sentiero faceva una curva. Avvertì il rumore di pietre che rotolavano: smontò da cavallo e lo legò ad un masso. Prese con sè la carabina e avanzò con cautela oltre la curva. Quello che vide lo lasciò stupito: poco distante c'era l'assassino di suo nipote a terra,  con un piede ancora dentro una staffa;  il suo cavallo continuava a muovere qualche passo, trascinandolo. L'uomo aveva la bava alla bocca e, avvicinandosi, Mike notò uno strappo sui pantaloni all'altezza della coscia destra. C'era un taglio a forma  di croce fatto  con un coltello e facendo attenzione, si notavano evidenti i segni del morso di un serpente. Era stato sorpreso, forse da un crotalo, e nel tentativo di raggiungere un centro abitato era rimontato in sella, ma poco dopo, sopraffatto dall'effetto del veleno era crollato.
    "La mia Schofield non avrebbe potuto fare di meglio" riflettè Mike, mentre liberava il cavallo dall'uomo e dalla sella." Vai" urlò, dandogli una pacca sul posteriore. L' animale partì al galoppo allontanandosi. L'uomo non respirava più, era rimasto con gli occhi sgranati. Mike cercò il coltello, che l'assassino nascondeva dentro uno stivale. Lo osservò rigirandolo tra le mani: gli sembrò di percepire il lacerarsi delle membra del nipote. Infilò la lama in una fenditura della roccia, fece leva e la spezzò. Appeso alla sella del giocatore, un fucile Henry. Non era il caso di lasciarlo lì.Prima di rimontare in sella Mike diede un'ultima occhiata al cadavere: la sua carcassa da lì a poco sarebbe stata divorata dagli sciacalli. "Non mancherà a nessuno" pensò. Riprese la strada di ritorno procedendo al passo, guardando avanti e ripensando a suo nipote. "I conti stanno a zero" si disse, anche se non era stato lui l'artefice della fine di quell'uomo. Anzi stranamente una parte di sè si sentiva sollevata per non aver dovuto sparare. Nella sua vita non aveva quasi mai avuto dubbi, ma da qualche tempo aveva cominciato a riflettere. La violenza aveva portato sempre altra violenza e alla fine i conti non erano mai a" zero". Si meravigliava, quando si ritrovava a pensare: era sempre stato un uomo di azione, istintivo anche se razionale. Forse stava solo invecchiando, era stanco, si sentiva meno sicuro delle sue idee. Spronò il cavallo con un leggero tocco degli speroni sui fianchi: forse cominciava a vederci chiaro! La schiena gli dava fitte dolorose, sognava di arrivare al più presto nella sua casa, nel suo letto.
    Si sentì avvolgere dalla natura circostante: l'orizzonte trasportava i suoi pensieri.

             

     
  • 19 settembre 2011 alle ore 16:06
    L' imprevisto

    Come comincia: E' una calda giornata estiva, sono appena uscito da casa, per una passeggiata in centro.
    Il bel tempo mi mette di buon umore;  sono nato all' inizio dell' estate : significherà qualcosa !
    Se qualcuno mi avesse comunicato, che mi restavano poche ore di vita, credo che gli avrei riso in faccia!
    "Mi sento benissimo", gli avrei detto," non vedi che fisico?"
    "Non dimostro neanche la mia età, non ho disturbi particolari, quindi,pensa alla tua di salute,che fumi trenta sigarette al giorno."
    E invece sono morto!  Di colpo.  Non ho avuto il tempo di rendermene conto.
    E neanche per dire addio alle persone che amo.
    Sono già freddo e non sento niente.
    In quante occasioni, mi sono detto che mi sarebbe dispiaciuto morire, perché non avrei potuto sapere che cosa sarebbe avvenuto dopo.
    Invece ho percezione di tutto : il dolore e le lacrime dei parenti più prossimi, lo stupore e la curiosità degli altri, più interessati ai particolari, che alla perdita vera e propria.
    Non so se ho fatto tutto quello che avrei voluto, ma ad un tratto penso che mi basterebbe essere stato un buon esempio.
    Qualcuno cerca un posto per fumare,  altri cominciano a parlare,  chissà di cosa. Dapprima timidamente, per rispetto al morto, ma poi, sempre più in scioltezza, si finisce a commentare l' ultima partita di campionato. Ma sempre sottovoce.
    Ricordo una ragazza che una volta mi disse :" vuoi invecchiare con me?" Chissà cosa le dava la certezza che ne avremmo avuto il tempo ! Io risposi di sì, ma con il tono di chi è troppo giovane per capire il senso.
    C'è uno che mangia, là nell' angolo vicino alla cucina. "Ma, scusa sono io che ti ho
    stimolato l' appetito?
    Con tutti i posti  che avevi per ingozzarti, proprio qui vieni a masticare?
    E, comunque, lo so che ti è sempre piaciuta mia moglie!"
    Tutti fanno il solito passaggio vicino alla salma, cioè a me, che già non sopportavo quasi nessuno da vivo e anche adesso, che sono morto , non è che faccia i salti di gioia nel sentire le solite frasi di rito :" non ci posso credere,non è possibile".
    "Ma se quasi non mi salutavi, quando ci incontravamo per strada!"
    Oppure :"però... si mantiene bene "
    Si, certo, in frigorifero.
    Intanto, l'impresa di Pompe Funebri "Questione di Tempo" è arrivata. Due individui,
    costretti in abiti scuri, ormai logori, decidono che è meglio imbavagliarmi : non si sa mai, dovessi dire qualcosa di spiacevole.  Sollevandomi ,al tre, mi trasferiscono nel mio nuovo alloggio.
    Ma ci sto stretto,non hanno calcolato deltoidi e bicipiti allenati, che ancora irrigiditi dal "rigor mortis" mi lasciano semi-sollevato nella cassa.
    Se non fossi morto, gliela farei vedere a questi inetti!
    Fa un caldo micidiale e quattro luci ,a forma di fiaccola ,stanno ai lati della bara
    non migliorando certo la temperatura.
    Proprio adesso dovevo morire, con tutto quello che avevo da fare.
    Dopo alcune ore ,un pò di gente comincia ad andar via.
    Resti vicina, insieme a pochi altri. Mi scruti attenta, come a cercare un movimento… Quante frasi avrei voluto dirti.
    Ma, non gestiamo il tempo, lo attraversiamo solo per un brevissimo momento.
    La notte trascorre tranquilla : finalmente si dorme !
    Ora so, un pò più di prima ,chi mi ha amato veramente e chi invece, quasi indifferente, già si organizza per il fine settimana.
    No,mi dispiace, io non ci sarò : ho acquistato un biglietto di sola andata.
    E non è neanche economico : di questi tempi, anche morire costa  ed  io ,il prezzo l'ho pagato caro !