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Autore

Marcello Insinna

in archivio dal 19 set 2011

21 giugno 1963, Palermo

mi descrivo così:
Sono un violoncellista dell' orchestra lirico-sinfonica del Teatro Massimo di Palermo.
Mi piace scrivere musica ed esprimermi anche con le parole.

28 novembre 2011 alle ore 20:42

La resa dei conti

Il racconto

     

Procedeva al passo, con lo sguardo rivolto verso il terreno; alla ricerca delle orme da seguire, i segni che lo avrebbero portato sempre più vicino all'uomo che stava cercando. Mike cavalcava lungo il sentiero arido, il calore lo faceva sudare e ogni tanto una smorfia di dolore gli trasformava i tratti del viso: da qualche anno soffriva di una forte lombosciatalgia e a volte andare a cavallo risultava difficile. Aveva vissuto all'aria aperta, dormendo spesso nei bivacchi intorno al fuoco,a contatto con la natura ed esposto ai suoi capricci. Era il tempo in cui  andava in cerca di fuorilegge che avevano una taglia addosso. Era stato molto in gamba, difficilmente qualcuno era riuscito a sfuggirgli.  Aveva una capacità di osservazione notevolissima,  carattere fermo e un' ottima mira. In gioventù aveva avuto un fisico atletico, il viso dai tratti decisi con occhi attenti e profondi.
Portava folti baffi che gli conferivano un'espressione dura e un revolver Smith & Wesson Schofield in bella vista, dentro una fondina in cuoio modellata per l'estrazione rapida. Aveva inoltre l'abitudine di nascondere una piccola pistola a due colpi con le guance dell'impugnatura in madreperla. La teneva dentro un taschino per tutte le evenienze. Aveva tante avventure da ricordare, momenti in cui la vita si gioca in un attimo e i riflessi sono importanti quanto una buona dose di fortuna! Ma era stato molto tempo prima e lui aveva creduto che non si sarebbe più trovato in una situazione simile. Ormai aveva più  di sessant'anni. Era  appesantito, più lento, non si sentiva l'uomo di una volta: non avrebbe più cercato nessuno per soldi, per riscuotere una taglia.  Si era ritirato nella sua casa in Arizona e là avrebbe voluto finire i suoi giorni. In pace!
La notizia era arrivata per caso: si era sparsa velocemente la voce che un giovane era stato assassinato da un giocatore d'azzardo, probabilmente scoperto a barare. Il giocatore  lo aveva pugnalato a morte a sangue freddo e poi era scappato.Il fatto era avvenuto in una cittadina vicina, dove abitava sua sorella. Non gli ci volle molto per scoprire che il giovane ucciso era suo nipote Peter, un ragazzo di ventitré anni.
Mike, stravolto raggiunse la sorella appena in tempo per il funerale: una cerimonia semplice e poi il trasporto nel vicino cimitero.La donna non aveva più lacrime, si era chiusa nel suo dolore. Lo seppellirono accanto al padre che era morto di polmonite due anni prima.
L'ufficio dello sceriffo era un bugigattolo sporco e in disordine. Mike entrò mentre l'uomo di legge era impegnato nell'estrazione di qualcosa in fondo ad una narice. Subito dopo le prime parole, si rese conto che si trattava di un burocrate: disse di essere appena tornato in città da una missione, poi parlò di autorizzazioni, tempi tecnici circa la possibilità di organizzare una squadra per inseguire l'omicida e infine tentò di  rassicurarlo. Mike lo guardò fisso ancora per un istante, gli voltò le spalle e uscì. Sentì riaffiorare vecchie sensazioni: venivano a galla come putridi fantasmi. Sentì le tempie pulsare, il battito cardiaco accelerato gli accorciava il fiato."Calma" disse a se stesso, "Devi restare calmo".  Adesso Mike aveva bisogno di informazioni: si recò nelle scuderie e riuscì a farsi indicare il box dove il cavallo del giocatore era rimasto durante la sua permanenza. Notò le caratteristiche delle impronte dei ferri, si informò sul cavallo e sulla stazza dell'uomo. Entrò nel  saloon dove si era svolta la partita: non era ancora mezzogiorno e il locale sembrava addormentato. C'era silenzio e un vecchio già sbronzo stava su una sedia, semi svenuto,  con la testa penzoloni. Il barista dietro il banco lo osservò avvicinarsi e si illuminò in viso quando Mike fece scivolare nella sua mano diversi dollari in cambio di quello che voleva sapere: l'uomo che aveva ucciso suo nipote era di carnagione chiara, altezza media, corporatura robusta, sui quarant'anni ed era scappato subito dopo il delitto, verso sud.Raccolse le idee mentre finiva un whisky; andò a casa della sorella, riempì le bisacce con delle provviste e dopo averla abbracciata partì.
"Non andrai lontano maledetto figlio di puttana…ti prenderò…conosco questa zona come le mie tasche…e riconoscerei le tue orme tra mille". Mentre parlava tra sè e sè, teneva una mano sui lombi doloranti cercando di accompagnare il più possibile i movimenti del cavallo. Doveva accelerare il passo se voleva accorciare le distanze. L'uomo stava certamente dirigendosi verso il Messico e Mike, che aveva sfruttato delle scorciatoie, era già sulle sue tracce. Ad un tratto, un movimento su una rupe alla sua destra lo fece trasalire: istintivamente portò di scatto la mano sull'impugnatura della pistola.  Era un puma che lo osservava dall'alto. Sapeva che i puma raramente attaccano l'uomo, ma preferì non perderlo d'occhio finchè non si fu allontanato. Bevve un sorso d'acqua dalla borraccia continuando a osservare le tracce. Stava per fare buio e decise di accamparsi per la notte: i suoi occhi facevano fatica già all'imbrunire. Era quasi sicuro di raggiungerlo l' indomani. Accese un piccolo fuoco, mangiò qualcosa e si avvolse in una coperta con gli occhi verso il cielo. Ripensò a quante volte aveva vissuto situazioni come quella: l'inseguimento,una vera caccia. Poi una volta trovato il ricercato, gli dava la possibilità di arrendersi; ma molto spesso quello provava a reagire e allora doveva sparargli e caricarlo di traverso sul cavallo per andare a riscuotere la taglia. Gli vennero dei conati di vomito: sputò più volte girandosi da una parte. Per Dio… questa volta era diverso: quel bastardo aveva assassinato suo nipote! Sì…certo…ma a cosa sarebbe servito ucciderlo? Niente gli avrebbe ridato indietro quel giovane. Improvvisamente si sentì vecchio! Dannazione… cosa stava pensando? Lui era così, non aveva mai avuto scrupoli e quel maledetto doveva pagare, se la meritava una palla in fronte. Anzi avrebbe cominciato sparandogli ad una spalla e poi lo avrebbe colpito alle gambe, lasciandolo soffrire, per ucciderlo lentamente, dandogli il tempo di rendersi conto. Avrebbe letto il terrore nei suoi occhi e alla fine avrebbe tirato il grilletto per il colpo mortale!  "Sì…sì" pensò, ma le sue mani tremavano e gli occhi gonfi di lacrime non distinguevano più le stelle. Si coprì un po' di più e con il revolver vicino alla mano destra provò a dormire.
Alle prime luci Mike era già in piedi: i colori del deserto lo affascinavano. Il territorio selvaggio e sconfinato faceva sentire piccoli e liberi allo stesso tempo. Si rimise in cammino seguendo le tracce. Era attento e aveva notato che le orme erano fresche: ormai doveva essere vicino. Aveva controllato che le armi fossero in ordine e cariche, tra poco sarebbe arrivato il momento della resa dei conti. Controllava la tensione,ma il suo cuore batteva veloce. Stava costeggiando una  formazione rocciosa e il sentiero faceva una curva. Avvertì il rumore di pietre che rotolavano: smontò da cavallo e lo legò ad un masso. Prese con sè la carabina e avanzò con cautela oltre la curva. Quello che vide lo lasciò stupito: poco distante c'era l'assassino di suo nipote a terra,  con un piede ancora dentro una staffa;  il suo cavallo continuava a muovere qualche passo, trascinandolo. L'uomo aveva la bava alla bocca e, avvicinandosi, Mike notò uno strappo sui pantaloni all'altezza della coscia destra. C'era un taglio a forma  di croce fatto  con un coltello e facendo attenzione, si notavano evidenti i segni del morso di un serpente. Era stato sorpreso, forse da un crotalo, e nel tentativo di raggiungere un centro abitato era rimontato in sella, ma poco dopo, sopraffatto dall'effetto del veleno era crollato.
"La mia Schofield non avrebbe potuto fare di meglio" riflettè Mike, mentre liberava il cavallo dall'uomo e dalla sella." Vai" urlò, dandogli una pacca sul posteriore. L' animale partì al galoppo allontanandosi. L'uomo non respirava più, era rimasto con gli occhi sgranati. Mike cercò il coltello, che l'assassino nascondeva dentro uno stivale. Lo osservò rigirandolo tra le mani: gli sembrò di percepire il lacerarsi delle membra del nipote. Infilò la lama in una fenditura della roccia, fece leva e la spezzò. Appeso alla sella del giocatore, un fucile Henry. Non era il caso di lasciarlo lì.Prima di rimontare in sella Mike diede un'ultima occhiata al cadavere: la sua carcassa da lì a poco sarebbe stata divorata dagli sciacalli. "Non mancherà a nessuno" pensò. Riprese la strada di ritorno procedendo al passo, guardando avanti e ripensando a suo nipote. "I conti stanno a zero" si disse, anche se non era stato lui l'artefice della fine di quell'uomo. Anzi stranamente una parte di sè si sentiva sollevata per non aver dovuto sparare. Nella sua vita non aveva quasi mai avuto dubbi, ma da qualche tempo aveva cominciato a riflettere. La violenza aveva portato sempre altra violenza e alla fine i conti non erano mai a" zero". Si meravigliava, quando si ritrovava a pensare: era sempre stato un uomo di azione, istintivo anche se razionale. Forse stava solo invecchiando, era stanco, si sentiva meno sicuro delle sue idee. Spronò il cavallo con un leggero tocco degli speroni sui fianchi: forse cominciava a vederci chiaro! La schiena gli dava fitte dolorose, sognava di arrivare al più presto nella sua casa, nel suo letto.
Si sentì avvolgere dalla natura circostante: l'orizzonte trasportava i suoi pensieri.

         

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