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Racconti di Marco Di Milla

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  • 14 novembre 2012 alle ore 17:40
    Il mio caimano nero

    Come comincia: (con parole mie e musica di Rino Gaetano)

    Ricordo ancora quando ho visto per la prima volta la luna risplendere nel cielo di Roma. Il vagone della metropolitana usciva dalla galleria e iniziava a rallentare lungo un paesaggio che un tempo apparteneva alla campagna.  Lavoravo in città da un paio di mesi, ma una profonda apatia mi faceva trascorrere le serate in casa, da solo.
    E nemmeno mi confortava la finestra della mia stanza, affacciata sul muro di un vecchio deposito. La luna a Roma proprio non ero riuscito ancora a vederla e mi stavo abituando al pensiero che il satellite fosse andato a cercarsi un pianeta più dignitoso sul quale riflettere la sua poesia.
    Fino ad  allora avevo vissuto soltanto in posti di mare, dove la notte i raggi lunari rischiaravano la spuma delle onde. Ora invece guardavo la luna galleggiare sopra i silos e i palazzoni addobbati di parabole, che mi apparivano come alberi ammuffiti carichi di ciliegie velenose.
    Quella sera viaggiai con l’ultima corsa. Unico passeggero, giunsi alla mia fermata e mi infilai frettolosamente per le rampe della metropolitana, per quei corridoi stretti e lerci che mi ricordavano la scena di un vecchio film dell’orrore, dove un elegante impiegato della city veniva sbranato dalla bestia sulla scala mobile dell’Underground.
    Roma non è la capitale britannica, ma la sua metro di notte ha lo stesso fascino torbido, lo stesso sapore inquieto e fantastico che si respira nel mito londinese.
    Svoltai per l’ultimo scalone che mi avrebbe riportato in superficie, quando mi accorsi di lei; non della bestia, ma della sua vittima. Una donna di colore giaceva a terra in ginocchio, stretta nelle braccia come un feto vomitato dalla notte.
    E quello che poteva sembrare in apparenza un tiepido pianto era invece un urlo soffocato nella gola. La raccolsi tra le mie braccia, tremava e gemeva senza lacrime. Gli abiti strappati, la biancheria asportata. Alcune perline continuavano a sfilarsi da una collana, scivolando sul corpo e rimbalzando sul pavimento bisunto. Decisi subito di portarla con me, in quella casa da dove non si vedeva la luna.
    I primi giorni trascorsero lenti e faticosi. Dentro di me la chiamavo “il mio caimano nero”. Mi aspettavo da un momento all’altro che in lei si risvegliasse lo spirito di un antico rettile; denti acuminati e ganasce pronte a divorarsi il mondo e le sue indegne creature. Lei, invece, immobile nel suo dolore carico di vergogna e rancore, accompagnava la mia malinconia.
    Mi disse un giorno che veniva da un paese lontano, di averlo abbandonato per sfuggire a un destino di miseria e di abusi. Pensavi che qui fosse diverso?
    Era in città soltanto da qualche settimana, aveva vissuto quei giorni da alcuni conoscenti che probabilmente non l’avrebbero nemmeno cercata. Ogni sera tornando dal lavoro la trovavo seduta sul divano, ammaccata dai pensieri e dal tormento dei ricordi. Il ricordo della violenza. E più della memoria, a torturarla era un male invisibile che l’aveva privata delle uniche cose che possedeva, il pudore e la speranza.
    Eravamo due persone sole. Che non potevano comunicarsi altro che la loro sofferenza.
    Ma il tempo passava, io reagii e imparai a prendermi cura di lei. Le preparavo sempre da mangiare. Abbondanti piatti di carne per rimetterla in forze prima di tutto.
    Sceglievo spezie raffinate, piante aromatiche e frutta esotica per accompagnare il ferro e le proteine che l’avrebbero guarita, almeno nel corpo. Cominciò lentamente a riprendersi, a riconoscere il sapore delle mie vivande e la familiarità dei mie gesti, quando ero io ad imboccarla. Percepiva attenzioni e affetto come gli ingredienti di una ricetta nuova e misteriosa. La nutrivo con la stessa carne che l’aveva violata.
    Passai cento volte fuori quella fermata della metro e interrogai mille persone. La città mi indicò la strada per arrivare a quello che cercavo. Spiai le mie bestie per giorni e presto riuscii a catturarle. Avevo sentito di antichi guerrieri che si cibavano delle proprie vittime per assimilarne la forza e il valore; all'interno di culture primitive si riteneva che mangiando carne umana si potessero trasferire le virtù dal morto ai vivi o che si potesse esorcizzare lo spirito del defunto.
    Lei intanto migliorava ora dopo ora. Il suo sguardo tornava vigile. Il suo aspetto gradevole. La sua pelle nera appariva sempre più soda, densa e luminosa. I tessuti recuperavano la loro naturale tonicità. Adesso era viva e incensata come una dea. Dopo ogni pasto mi sorrideva. Recuperava forze e fiducia, se non verso se stessa, almeno nei confronti del prossimo. Ero contento e avevo cibo a sufficienza per giorni, settimane.
    Quando le guardie mi vennero a cercare rividi in lei una sofferenza senza fine, mentre il suo corpo scivolava lentamente sul pavimento. Si raccolse in un angolo del corridoio, le ginocchia strette nelle braccia, la testa china, nascosta nei lunghi capelli corvini. Come la prima volta che la vidi.
    Uscendo sulle scale, mi immaginai i suoi occhi spariti ancora una volta nel deserto della vita, lì dove soltanto io potevo ammirarli.

  • 17 marzo 2006
    Pubblicità!

    Come comincia: Pubblicità: “Soave: il sapone speciale per la tua igiene personale”

    Spesso faccio un sogno strano. Sogno che mi scaccolo energicamente con una forbice, tiro fuori frammenti di tessuti e cartilagine misti a sangue e raffreddore.

    Poi mi guardo allo specchio e inizio a passarmi tra i denti del filo spinato molto resistente per togliere via, tra un dente e l’altro, le gengive puzzolenti. E faccio gargarismi salutare con pus e collutorio.

    Poi finalmente mi ficco sotto la doccia bollente, prendo una grattugia arrugginita e comincio a strofinarmi con vigore le braccia e il tronco fino al pube. Esce fuori una schiuma impastata di peli, liquido suppurante e cellule morte che raccolgo a mani giunte e mi passo accuratamente tra i capelli come uno shampoo.

    Quando mi sveglio capisco allora che devo curare di più la mia igiene personale, ma certe pubblicità mostrano dentifrici, saponi e schiume da barba così orribili e maleodoranti che al pensiero di usarle quasi svengo.

  • 17 marzo 2006
    Sesto Senso

    Come comincia: La musica aumenta di volume; i bassi fanno vibrare le pareti e il pavimento sotto i piedi.
    La mia canzone preferita entra “a palla”.
    E poi c’è la luna piena.
    La ragazza che ho abbordato è bellissima, come tutte le altre del resto.
    Lei è solo la prescelta. Il mio istinto ferino non ha tradito neanche stavolta
    E’ una serata perfetta. Ho inghiottito il quinto “Bacardi e cola” e della tequila e dei “gin-lemon” ormai ho perso il conto.
    E mi sento irresistibilmente bene, forte e felice quanto basta.
    È una notte ideale e c’è la luna piena. Più in là il mare, fulgente, si nutre dei suoi raggi.
    La ragazza mi fissa intensamente. Devo piacerle un sacco, perché mi sorride e poi nasconde lo sguardo.
    I nostri occhi si attraggono e ci risparmiano ogni parola.
    Poi si avvicina, mi sfiora.
    Ha una pelle morbida e invitante tanto che la mia bocca si contrae solo al pensiero di possederla.
    Profuma di rosa e marijuana.
    Sento che non mi sfuggirà. Adesso è parte di me.
    In un attimo ci troviamo sulla spiaggia.
    Ormai i nostri corpi si toccano; si eccitano al reciproco calore.
    È fatta… sento che è pronta per me.
    Ha un collo lungo e affusolato, circondato da ampi capelli che si intrecciano e si congiungono sul petto, tra seno e seno.
    La sua pelle sgocciola seta e incenso.
    Un altro istante e ci troviamo completamente soli al riparo di uno scoglio. Sotto lo sguardo complice della luna.
    Mi sento un’altra persona. Sono... un’altra persona.
    La stringo fortissimo a me, la desidero convulsamente.
    La sua testa è ferma sul mio petto e la mia bocca trema di desiderio.
    Penso che la vita mi abbia scelto come un predestinato; figlio di un antico mito.
    Chiudo gli occhi e in un momento mi sento svenire. Morire.
    È stato un attimo.
    Mi ha azzannato all’altezza dello sterno, fino alla giugulare. Sono troppo stanco e sorpreso per staccarmi da lei.
    Sento la mia pelle stretta nella morsa di zanne profonde e robuste e il mio sangue defluisce velocemente.
    Quando con un ultimo esanime sforzo apro gli occhi, ho davanti a me una testa enorme e deforme, il muso sproporzionato in avanti, per metà affondato nelle mie carni. Incontro occhi gialli e terrificanti, spenti nell’orrore di un prodigio disumano.
    Il mio corpo è straziato.
    È davvero una serata speciale e mi sento morire sotto la luce di questa luna piena.

  • 15 marzo 2006
    Campo Santo

    Come comincia: Cimitero di ValleCiotta, in località La Botte, due miglia fuori dal paese.

    Mezzanotte è passata da trentacinque minuti. Il custode, Mario Schiattamorto detto Boccione, per via della testa tonda e liscia, ormai stanco della televisione e di Maurizio Costanzo, e chi non lo sarebbe, si è addormentato e russa profondamente.

    Fuori la luna e le stelle illuminano il campo e gli avelli in una notte fresca e limpida di fine Ottobre.

    Ma all’ora stabilita, come in un sabba infernale annunciato da anni, si dà appuntamento la morte.

    L’erba soffiata dal vento si ritrae improvvisamente e lascia il posto ad un cratere di terra umida, una scossa, un tremore, la terra si ribella. Dita ossute fuoriescono dal sottosuolo, artigli che si aggrappano alla superficie; come un orribile ragno deforme. Viene fuori un braccio, poi di fianco tocca all’arto gemello. Dal fango emerge la testa, avvolta da vermi grandi come serpenti, segue il tronco scarnificato dal passaggio lento ma inesorabile del tempo. Ma ovunque altra terra ribolle e il cerimoniale si ripete, dieci venti e più trapassati occupano adesso il prato del cimitero, sotto gli occhi inorriditi della luna. E’il più anziano a sacrificarsi per tutti, certo Antonio Passamano fu geometra, nato in paese nel 1879 e ivi deceduto nel 1954 a seguito dei postumi di una sbronza colossale. Raccoglie la vanga del custode e con un colpo lento ma deciso si tira via la testa che rotola velocemente sull’erba tra l’estasi dei presenti.

    Un cadavere vestito di nero, il più brutto di tutti, nella vita notaio Aleandro Parziale, famoso per aver avuto in moglie una delle signore più benvolute da tutto il sesso maschile del paese, si fa avanti con piglio autoritario fino al centro del campo santo. E come se stesse per esalare l’ultimo respiro, e sarebbe un bis, soffia fra due dita portate alla bocca, tanto forte che gli partono l’indice e l’anulare; fischiando così il perentorio calcio d’inizio della partita più cruenta e terrificante che la storia del calcio ricordi.

    Un’orrida accozzaglia di ossa marce e carni putrefatte si azzuffano in un polverone spaventoso. Il vecchio parroco del paese diligente e attento svetta in difesa della propria metà campo: colpo di testa a spazzare l’area. Ma nell’impatto col pallone partono alcuni denti cariati e cartilagini facciali, che finiscono in faccia all’attaccante avversario, che accecato dal fetido pastrocchio si scontra frontalmente con un difensore con tale veemenza che le braccia e la testa di entrambi schizzano via incrociandosi in direzioni opposte. Ci vorrà poi un po’di tempo al medico Armando Segaossa per collazionare nuovamente i due intrepidi e coraggiosi avversari, per il sospirato rientro in campo. L’arbitro prontamente fa cenno di tenere conto dell’episodio per un eventuale recupero, di sconosciuta, imprecisata durata... Ma ecco che la testa, pardon… il pallone, colpito di collo pieno dall’ex Sindaco, Mario Arraffo, sibila a pelo d’erba in mezzo alla difesa avversaria, imbalsamata di fronte a tale prodezza. La sfera sembra ormai destinata ad infilarsi sotto l’angolo sinistro della porta difesa dall’incolpevole ex ergastolano Giulio Manomorta quando, ad un centimetro dalla linea bianca che separa la vita dalla morte, la vittoria dalla sconfitta, il paradiso dall’inferno, la testa del geometra roteando si gira sul naso e, causa la pronunciata gibbosità di questo, con un rimbalzo anormale devia la propria traiettoria e si schianta sul palo della porta, costituito per l’occasione dalla lapide della povera Nonna Assunta. Nell’occasione da sotto terra si sente la vecchia inveire contro l’odiato sport nazionale che l’ha privata delle migliori domeniche della sua vita e che ora la perseguita anche durante l’inviolabile sonno eterno.

    Intanto nell’urto con la tomba il pallone… beh la testa si apre spaventosamente in due semisfere, in due spicchi; l’uno rinviato prontamente da un terzino e l’altro che inesorabilmente si infila in rete attraverso le costole vuote dello scheletro dell’estremo difensore, gettatosi disperatamente in tuffo nel tentativo di impedire la segnatura.“Goal o non goal?”. Difficile giudicare per l’arbitro che nel marasma generale applica alla lettera il regolamento. La testa deve superare interamente la linea di porta affinché il goal possa essere convalidato. Quindi nulla di fatto e testa… oops! palla al centro per ricominciare. Già ma quale palla? La testa del povero geometra, che a proposito sta correndo senza quartiere da una parte all’altra del campo, è ormai inservibile.Ci vuole un’idea per rimediare allo spiacevole inconveniente. E l’idea arriva. Segnalata dai raggi lunari la casa del custode offre ai giocatori temerari una soluzione alle loro aspettative. La testa del povero custode farà da pallone a un’altra partita mozzafiato!

    …. homo ludens e illudens

    Perché forse pure alla morte c’è rimedio ma al calcio, al calcio proprio non si può rinunciare…