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Poesie di Marco Saya

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Marco Saya

  • 04 novembre 2010
    Tempi moderni

    Una bambina raccoglie il fiore
    il bambino gioca alla playstation
    la mamma amoreggia con un nokia
    il papà sente la partita
    quattro estranei a un picnic
    il loro!

  • 04 novembre 2010
    Ragione

    La distanza tra me e me,
    univoca coincidenza
    di dicotomica ragione-follia,
    unico rimedio per sorseggiare
    l’amara medicina per la mente.
    Vacilla e non so quanto
    potrò tenere a freno
    una delle due ragioni…

  • 04 novembre 2010
    Confusione

    La semplicità è tutto
    Peccato che appartenga a pochi
    Essere complicati è più semplice
    Confondere rende di più
    Vorrei essere semplice
    La mia confusione non me lo consente

  • 04 novembre 2010
    L'estraneo

    L’altro giorno ho incontrato un albanese
    Mi ha chiesto se avevo da accendere
    Voleva parlare
    Abbiamo parlato
    Nella nostra diversità
    avevamo qualcosa da dirci…

  • 04 novembre 2010
    Business

    Il business vuole che tu produca
    per sentirti il migliore tra i migliori.
    Come tanti Gennariello aspettiamo
    l’educatore, il personal trainer
    che in una palestra
    ci insegna a gonfiare i muscoli
    e una bistecca di manzo
    ci tiene in linea
    e mia nonna ammazzava il tempo
    preparandomi dei ravioli
    con tutto l’amore
    che poteva donare
    e mio nonno
    mi portava in Duomo
    e quattro piccioni
    mi rendevano felice.

  • 04 novembre 2010
    Colazione

    Mi piace improvvisare quel poco
    che rimane dell’esser libero,
    la scelta di una briosche
    e un cappuccio
    quand’è caldo
    e con la schiuma!

  • 04 novembre 2010
    Sulla poesia

    C’era una volta il poeta
    e scriveva del suo tempo
    intriso di emozioni
    C’è oggi un poeta
    che scrive del c’era una volta
    perché il tempo è sempre quello
    e le emozioni aspettano
    da qualche parte

    Quando leggo alcune poesie
    la tristezza mi assale
    per lo spreco di Infiniti
    che limitano il finito
    di chi ha ben poco da dire

    La poesia, sempre il solito ritornello
    di gabbiani sparuti
    che chiedono all’alba dov’è il mare
    perchè la petroliera l’ha nascosto
    e quando giunge sera
    il colore è sempre uguale

  • 04 novembre 2010
    Fuori dal coro

    Mi sento
    (sempre)
    fuori dal coro
    di chi ha fatto
    della consuetudine
    il minore dei mali
    quando le vere pecore
    pascolano libere
    e il fattore assorto
    si riposa
    e le guarda
    fumandosi una sigaretta
    tra la pace della natura

  • 04 novembre 2010
    Non ve ne siete accorti?

    Non ve ne siete accorti?
    la città è sempre illuminata.
    troppa luce spaventa Morfeo
    e dita agitate pestano keyboard
    in percussioni scomposte tra le note
    di un’alba già stanca all’inizio.
    imbottiti di prozac manichini insonni
    si tuffano nei rumori rii di umorali viscere
    e la sera pervade la notte fonda
    dei pensieri persi tra il vuoto delle dita.
    non ve ne eravate accorti?

  • 04 novembre 2010
    Millennio

    Strano questo millennio nel suo inizio,
    figlio di un vecchio poco saggio che
    si circonda delle peggiori disgrazie quasi
    fossero belle dame da portare a un
    happy-hour per un veloce aperitivo
    e poi aspettare l’eclisse della città
    oscurata e con occhi sopiti guardare
    la metro che ingoia l’alba dell’ingordigia.

  • 04 novembre 2010
    Apparire

    Certo è che nessuno vuole
    sparirsi dietro l’angolo.
    Troppa importanza gli concede
    il poco tempo rimasto a
    specchiarsi con un vetro
    riflesso da pensieri
    onnipotenti di spolia
    - vacuità

  • 04 novembre 2010
    La maestra

    Studiavo con il marcio del legno.
    puzzava.
    la maestra puniva la mia mano.
    maledetto mancino
    che il diavolo ti abbia in gloria
    (diceva).
    schernito
    da saccenti compagni
    (tutti destri).
    mi tiravano le noccioline
    come giovane cucciolo in gabbia
    dietro una vecchia lavagna logorata
    e scrostata dal tempo.
    non l’ha perdonata
    la maestra –.
    il diavolo l’ha poi accolta in gloria

  • 04 novembre 2010
    Finzione

    È strano vedersi che vivi,
    ti domandi perché sei lì…in mezzo agli altri (chi?)
    Forse è tutta la finzione di un dio effimero
    (prigioniero in un corpo acquoso)
    Persino il tempo, pagliaccio neuronico,
    è l’immaginazione di un frutto che, marcio,
    si spiaccica nel ritorno all’humus di una nuova terra…

  • 04 novembre 2010
    Sopravvivenza

    E' triste pensare alla sopravvivenza
    della dea mediocrità, espressione contusa
    di botte tra ubriachi, risse tra poveracci
    e quell’osso rosicchiato non sfama
    l’ambizione di troppi cani

     

    (sciolti o organizzati che siano)

     

    è bello lasciarsi guidare dalla penna

     

    comunque vada

    comunque finisca

  • 04 novembre 2010
    Globalizzazione

    Questa mattina osservavo
    una signora della Milano bene
    a braccetto con un’elegante donna
    con il burka
    attraversavano il semaforo
    e occhi sbigottiti
    guardavano questa strana coppia
    e riflettevo…
    su come fosse ancora lontano
    l’altro lato della strada
    al segnale del verde
    motociclisti irrequieti
    ripartivano con un sospiro di sollievo

  • 04 novembre 2010
    Click

    Quando scatta quel click
    la persona che ti era più cara
    improvvisamente dilegua,
    si confonde
    con la normalità
    e svanisce
    nel nulla
    di tutte le cose.
    Saluti il tuo vicino
    di porta
    e inizia un nuovo giorno.

  • 04 novembre 2010
    Nostre pazienze

    Tiro a caso uno dei tanti indovinelli
    conditi nella mescola
    di carte scrostate
    rivolte in barba a Lune e Soli

    (ci sei in quel letto
    rettangolo o ring
    degli accadimenti distratti
    infilati per ricomporre nostre pazienze
    la notte sogna con i saiwa del mattino)

     

    e soli come pale di quel mulino
    un po’ d’acqua solleviamo fradici
    faticati delle domande
    curvi come il punto
    coloriamo pagine isole
    sole tra bianchi disciolti
    invadendo terre promesse

     

    (ci sei in un posto vale l’altro
    seguendo lo sciame di trame
    all’unisono cadiamo su quelle bucce
    bastava guardare dall’altra parte
    dove la neve alta disegna come
    spezzate sinusoidi)

     

    lente corrosioni di contorni
    visi in rifacimento del mai stato
    perché guardare è non guardarsi
    logorroiche prestazioni saltuarie
    pur tuttavia random il contatore
    lancia il game over prima di
    svuotare la clessidra sfinita
    da breve brezza come arcobaleno
    arcuata.

     

    (ci sei nel compendio del magma
    compagno di un tempo ascritto
    dal malvagio verbo tra palazzi
    di vetri vitree riflessioni come
    carie incise)

     

    nell’incontinenza delle parti
    residuati bellici frammisti
    a petali di rosa devolvono
    scorie di mal incerto storie
    sciroppate tra quattro olive nere
    con calici levati nell’angusto luogo
    stie di incuranti umanità
    un sorso qua e là
    prima del rientro nella favola
    fredda luce a perpendicolo
    sul modello Gidea Ikea

     

    (ci sei quando non ci sei
    percezione dell’assenza
    chè giocare a nascondino
    conta sino al numero non scelto
    e le pause disperdono l’amore
    sino a esaurimento della pila)

  • 04 novembre 2010
    La direzione

    Dove vai?” mi chiedeva mia madre
    solcata dalle rughe della paura,
    ancora non so”,
    le rispondo (dopo vent’anni)
    da guitto di circonvallazione,
    sempre un casino Piazzale Lodi
    sino al prossimo semaforo
    e gli attimi ti consumano le mani,
    anche il volante si deteriora!

  • 04 novembre 2010
    Zingara

    Al semaforo le chiedo: “ma sei più ricca, qui?
    la disperazione scivola al mio fianco,
    mi accompagna nell’open space,
    che fastidio!
    tutte quelle voci all’unisono!
    preferivo la povertà del suo silenzio

  • 04 novembre 2010
    Passa il tram

    Passa il tram.
    quelli di una volta.
    Il pirellone (l’unico con i tacchi) rifatto.
    come vernissage di baldracca.
    lo sporco confina con transenne.
    sigillano un domani pulito.
    anche il vecchio regime restaurato.
    non muore mai, quello.
    sopravvive tra avanzi di idea.
    così scorre la vita.
    così passeggi per il centro.
    hai fatto centro.
    le freccette,un lontano ricordo dei navigli.
    in qualche bar dove il calcetto
    accoglieva giovani ossa.

  • 05 giugno 2008
    Visibilità

    Le parole sono come il vino,
    decantano quando è buono,
    pronte a essere stappate
    da una bottiglia impolverata
    nella rilettura dell’etichetta.
    Non ho mai incontrato
    quel contadino.
    Né ieri né oggi
    ho mai pigiato l’uva
    in fosforescenti fiere della vanità,
    si sente ancora l’odore del mosto,
    fermentando deposita,
    talvolta, il gusto
    tra vigneti in fiore
    e il tempo, improvvisamente,
    ritorna a far capolino.

  • 20 ottobre 2006
    Lische

    Il bambino e la sua bolla,

    scoppia a una certa altezza.

    Schegge di sapone a nozze con polveri

    sottili nevicano l’asfalto.

    Il camino fuma ceneri

    di lische consumate.

    Balconi anneriti nero di seppia.

    Gran fritto di olii nelle branchie ingurgitati.

    Rigurgita l’atmosfera,

    rigurgito della massa a terra:

    “dove andiamo?”

    Il fondotinta nasconde gli involucri.

    “pioverà?”

    Laviamoci ammollandoci nelle cicerchie.

  • 09 ottobre 2006
    Spogliazione

    Qualche volta mi privo


    di sensi,


    rotolando mi allungo


    nell’intercapedine


    ( affranti di pori )


    e poi


    e dopo poi


    il tiramolla quotidiano


    mai posato in un riposo


    solo saltuario.

  • 09 ottobre 2006
    Appunti

    Svesto il cuore


    dal rivestimento


    ponendo là in angolo


    il battito di ciglia


    a ripiego di fatti


    intransigenti,


    corporei appunti. 

  • Solfeggio. 4/4.

     

    Do-orre, 4 volte, 

    leva la sveglia batte l’amor(t)e.

    pause di respiro.

    flash di intermittenza.

    luci impazzite del microonde.

    “dove corri?” , “in ufficio” meccanica risposta-suono.

    suona il cell.

    numero privato chiama.

    “chi e?’” o “chi non è?” persevera il controllo.

    meccanicizzo il mio stare.

    come un orologio.

    a ogni quarto il ticchettio.

    Il successivo un’azione conclamata.

    “so what”. così è. 

     

    solfeggio. 2/4.

     

     

    miffa-solla, 2 volte,

    leva la gomma batte Shumi.

    piove. non piove.

    si stabilizza.

    “cosa facciamo, ora?”

     pausa - 1/8

    “ quale DVD? ”. 

    di domenica manca l’incipit.

    anche il frigo è vuoto. 

    talvolta  il take away sbalordisce.

    l’acquario vive.

    conto il successivo quarto.

    strappo alla regola.

    improvviso (penso) per poi rientrare.

    II° tempo – ed è subito sera.

    ma non l’ho scritto io!

     

    continua.

     

    in ¾.

     

    sol-la-si, “all blues”.

    il  Versace di Miles.

    non necessario.

    luccica la tromba.

    come l’immagine.

    o le immagini finte.

    più vere le figurine della panini.

    ora sono a Ischia.

    un esempio.

    un posto vale l’altro.

    “dove andiamo quest’anno?”

    la poesia è in Costa Smeralda.

    “ci andiamo anche noi…?”

     

     

    pausa.

     

    luna piena, stasera.

    danze di coleotteri.

    giù dal panettiere.

    osservo.

    l’afa respira dal cemento.

    la pala ridona ossigeno.

    “che ora è?”.

    buttàti sul letto.

    nudi.

    voci fuori, odo!

    mix di labiali,

    suoni della disperazione.

    tramortiti sulle coste.

    scorribande di scarichi.

    piste lapidate da fiori.

    luci affievolite,

    pile consumate,

    si spengono.

    tutto tace,

    ora. punto. 

     

    melodia.

     

    passa il tram.

    quelli di una volta.

    Il pirellone (l’unico con i tacchi)  rifatto.

    come vernissage di baldracca.

    lo sporco confina con transenne.

    sigillano un domani pulito.

    anche il vecchio regime restaurato.

    non muore mai, quello.

    sopravvive tra avanzi di idea.

    così scorre la vita.

    così passeggi per il centro.

    hai fatto centro.

    le freccette,un lontano ricordo dei navigli.

    in qualche bar dove il calcetto accoglieva giovani ossa.

     

    improvvisazione.

     

    l’occhio scivola sul pavimento.

    vicino allo zerbino.

    fuori dalla porta.

    scende le scale (solo un piano).

    esce sulla strada.

    osserva il tombino.

    attraversa il marciapiede.

    guarda una saracinesca.

    si è fatto tardi.

    torna sui propri passi.

    ritorna nell’orbita.

    altezza differita.

    l’orologio è l’orizzonte. 

    prende l’ascensore.

    dimensionale del chiuso accetta l’intruso.

    da linea a superficie.

    geometria piana.

    piano il punto si colloca (situazione temporanea).

     

     

    cover.

     

    dove vai? ”mi chiedeva mia madre solcata dalle rughe della paura,

    “ancora non so”,

    le rispondo ( dopo vent’anni ) da guitto di circonvallazione,

    sempre un casino Piazzale Lodi.

    sino al prossimo semaforo.

    e gli attimi ti consumano le mani.

    anche il volante si deteriora.

     

     

    blues.

     

    ogni giorno ricordo il mio tempo.

    sembra ieri la scomparsa del mio vecchio.

    poi riprendo la solita metro.

    alle 8 precise dopo il bacio frettoloso.

    viene voglia di uscire con gli occhi.

    la prossima fermata è uguale alla successiva.

    e il frastuono dei passi tormenta la superficie dell’asfalto.

    sotto gli odori ti riconducono all’origine.

    e il chiuso non è poi così male.
    quella telecamera continua a fissarmi.

    mi rimprovera perché vivo,

    “Vivo?”,

    il tam-luci tam-rumori abbatte le voci ,

    fuoriescono esili dalle ante scrostate,

    luride dagli sputi dello scempio,
    spoglie dal soffio che fugge.

    così ricordo il mio tempo.

     

     

    ad libitum (1).

     

     

    Il bagno ha le piastrelle azzurre.

    la porta verde.

    i sanitari bianchi.

    tutto il resto è giallo. (I° riff)

    Il bagno ha le piastrelle azzurre.

    la porta verde.

    i sanitari bianchi.

    tutto il resto è giallo. (I° riff)

    Il bagno ha le piastrelle azzurre.

    la porta verde.

    i sanitari bianchi.

    tutto il resto è giallo. (I° riff)

     

    così coloro l’ufficio.

    la piantagione produce monitor.

    soffice la neve.

    per non vedere.

    per non vedere. (II° riff)

    così coloro l’ufficio.

    la piantagione produce monitor.

    soffice la neve.

    per non vedere.

    per non vedere. (II° riff)

    così coloro l’ufficio.

    la piantagione produce monitor.

    soffice la neve.

    per non vedere.

    per non vedere. (II° riff)

     

    (schema ABA).

     

    nulla di serio. (A)

    dedali d’idee confondono il mattino.

    come le stragi di questi giorni, settimane, anni.

    anche gli amori nascono e muoiono.

    così  il cappuccino soppiantato dall’ortolana della sera.

     

    Inciso. (B)

     

     quelle case sparse inghiottite dal verde della Garfagnana,

    sparute festeggiano la gioia del silenzio,

    uniche scie bianche le rotte  mi-rm-mi,

    raramente si inabissano.

    Katiuscia non è quella bella prostituta al solito angolo 

    e Cana non è la rinomata punta così lontana dalle barbarie.

     

    conclusione. (A)

     

    nulla di serio.

    dedali d’idee confondono il mattino.

    come le stragi di questi giorni, settimane, anni.

    anche gli amori nascono e muoiono.

    così  il cappuccino soppiantato dall’ortolana della sera.

     

    triade1.

     

    studiavo con il marcio del legno.

    puzzava.

    la maestra puniva la mia mano.

    “maledetto mancino” che il Diavolo ti abbia in gloria (diceva).

    schernito da saccenti compagni (tutti destri).

    mi tiravano le noccioline come giovane cucciolo in gabbia.

    dietro una vecchia lavagna logorata e scrostata dal tempo.

    non l’ha perdonata – la maestra –. 

    il diavolo l’ha poi accolta in gloria!

     

    triade2.

     

    nell’ora d’aria tuffo nel sentore del che cosa si dice.

    niente mi affermo.

    sogno i trifidi.

    Peter cavalca la moto.

    la strada non termina mai e le strisce bianche accorrono,

    mi abbracciano.

    “light my fire,”

    un bel sound,

    lo sballo della mia epoca-segmento.

    in quella dimora che amante mi hai tradito per la fuffa del presente.

     

    triade3

     

    così va il pallone scaraventato in rete.
    o soffiato in alto da Chaplin.
    un affresco con tanti colori… da vicino,
    da lontano il viso butterato di un vecchio.
    ascolto Hendrix (Lui, sì che  non ha studiato) 
    da sottofondo ai Dreamers,
    un '68 storpiato.
    io c’ero, c’eravamo tutti
    e poi la bolla l’abbiamo inghiottita
    come la gomma del ponte
    e Brooklin’ non approvava.
    non capisco l’oggi.
    solo i jeans sono sempre più o meno stinti.

     

    Nota.

     

    Jimi, un maledetto mancino nero,

    ha cambiato le sorti della musica.

    una poesia diversa che ha sconcertato

    le solite bolle di sapone appesantite

    dalla paura di dover cedere il passo ai

    soliti extra-comunitari.

     

    sospensione 1.

     

    quando ti infili la cintura

    sembra di ricomporre i pezzi,

    (ancora sopiti) chè il sopra e sotto

    appaiono avvitati per incanto,

    sino a sera,

    quando un letto

    ti riporta allo spoglio del puzzle,

    già sporcato dall’ovvietà delle cose

    e quella cintura

    ci libera dalla consuetudine

    confusa della follia.

     

    legatura I° parte.

     

    due parole per dire…

     

    che ho sempre pensato che la poesia

    potesse essere di tutti, universale e

    non degli imitatori degli imitatori.

     

    che potesse essere come il Jazz,

    un’improvvisazione che approdi là

    dove non è mai ben chiaro.

     

    come le nostre vite,

    pronte a essere spezzate

    ora o dopo o quando.

     

     

    Intero.

     

    la testa è fasciata dall’alto.

    (sia che piova o meno),

    ai lati stritolati gli arti

    (vetrine più o meno appuntite),

    sotto i piedi la pavimentazione

    (più o meno asfaltata),

    dietro si guarda poco
    (più o meno infastidisce quel torcicollo),

    davanti lo sguardo posa distratto un punto
    (più o meno in movimento),

     più o meno tutto

    passeggiando con il proprio intero. 

    misura successiva.

     

    quattro mura imbrattate nel proseguio della via.

    maledetta congiunzione del diritto con il rovescio:

    si attarda o approssima.

    dipende!

    che m’ispira l’onnipotenza di un dio.

    non quello greco,

    confusione oppiacea del popolo.

    oggi è come noi.

    ma ricordiamo quel libro,

    allora deriso.

    ora ci fa comodo

    per la paura del dopo pasto.

    minimale l’azione

    che sembra il gigante buono o cattivo.

    mi rigiro tra puntini di pareti incidentate.

    le macerie ostacolano passi.

    ora chiassosi ora deboli.

    tutto così.

    a mezzo tra pianti e risa ,

    sembra facile

    ma il tombino sfugge

    e ruzzoli tra chimerici folletti,

    psichedeliche istantanee

    per poi riprendere il cammino della paura

    e la mano va ,

    la testa segue,

    il corpo tutto (non più crisalide)

    non passa il tubo,

    lasciato lì quasi per caso,

    oltrepassato il valico sembra che sia cambiato,

    accidenti alla metafora sgarbata che tesse la solita tela.

    illuso!

    illusionisti del piacere sbancano la tua slot,

    ben poca cosa conteneva

    e riprendi la falcata vuota

    e la vetta (cosa avrà da dirci?)

    forse risponderà il limite del vivo.


     

    voce.

     

    ci si vede ogni tanto.

     

    forse più per ricordarci che ci siamo.

    il come poco importa.

    giri lo sguardo,

    caleidoscopio di maschere,

    colori appiccicati - più o meno posticci - in feste di labiali,

    talvolta la parola dice.

     

    ci si vede ogni tanto.

     

     

     

    armonia.

     

    quelli del quartiere.

    ci ingrigiamo nello stesso modo.

    trent’anni di saluti.

    con un  semplice cenno della mano.

    tutti con i nostri vizietti.

    la tabaccaia ladrona.

    la puttana con quel suo fare da Esselunga.

    il farmacista un po’ erborista

    e l’erborista un po’ farmacista.

    il fiorista pakistano (new entry)

    con l’edicolante dal sorriso difficile.

    il negozio del liutaio,

    oramai una foresta di legni.

    la classica mamma a 100 metri da casa

    e il consueto rituale del pranzo domenicale.

    gli inquilini con le urla dei bambini

    nel recinto adibito a campetto.

    il verde che si attenua

    e il nero accentua la sua presenza.

    questo è il mio quartiere.

    questa è la mia Milano.

    oggi.

     

     

    legatura. II° parte.

     

     

    due parole per dire…

     

    che ho sempre pensato alla poesia

     

     

    come il gusto eterno

    di due note semplici

    o un lamento blues di B.B. King,

    una poesia nera e vera,

    il vissuto nel sangue

    nel ricordo di bianchi traghettatori,

    caronti di nuovi inferni in terre lontane.

     

     

    nota a margine della legatura II° parte.

     

    ho sempre pensato che la Poesia

    fosse, anche, in uno sgualcito poster di un bar

    o la Marilyn tappezzeria di un TIR

    inginocchiata con le calze a rete di

    una nera che ti prende il coso e te

    lo succhia sino a farti male.

     

     

     

    domanda.

     

    “Chi sei?”

    “cosa fai?”

    “cosa vuoi?”.

    vocabolario da happy hour.

    damine in tailleur.

    pinguini in doppiopetto.

    “un cinema?”.

    si prosegue con il brunch domenicale al Diana.

    la sfilata del nulla deturpa la maestà del liberty.

    la business class cena alla Risacca con i pullover di Missoni.

    corso Como.

    campi di concentramento de luxe

    accolgono quelli che si divertono.

    cecchini riempiono le stie.

    liberi e belli concludono la notte.

     

    risposta.

     

    non so.

    l’autobus tarda.

    aumenta l’Enel.

    l’euro decolla.

    la povertà atterra.

    jeans rattoppati.

    come il lavoro.

    optionals in attesa di una panchina.

     

     

    andante con moto.

     

    scorci di vita.

    mi cancello a gambero.

    taglio fette di accadimenti.

    caleidoscopio di colori. sempre quelli.

    sale l’azzurro, talvolta.

    dirompe nella distruzione.

    stiamo a guardare.

    “perche?”

    “non distruggiamo?”

     

    andante lento.

     

    piove.

    laviamoci le coscienze.

    la siccità incombe.

    “prendiamo l’ombrello?”.

    “perché  proteggerci?”

    “perché voler essere sempre asciutti?”

    “perché difenderci?”

    “perché aspettare che spiova?”

    e poi e poi…è così trendy passeggiare con la ferrarelle come amica e far finta di bere…

     

    un sedicesimo.

     

    “dov’è Dio?”

    qualcuno muore.

    adoro la notte senza luci.

    la città riposa.

    quattro fari di passaggio illudono.

    per un momento.

    tutto torna come prima.

    prima dell’alba.

     

    arpeggio.

     

    dalla Predaia raggiungo Vervò.

    i sette larici distendono lenzuola.

    di verde accolgono la festa.

    una domenica d'Agosto come tante.

    il Brenta e l’Adamello orizzonti tracciati.

    chiudono la valle.

    la matita di un bambino disegna il campanile.

    da sotto guardo l’abete.

    altissimo sale a un punto imprecisato.

    chiudo il contorno seguendo la strada.

    lo schizzo rende l’idea.

    perfetto per una fugace giornata.

    felice di un amore che mi accompagna.

     

     

    nota stonata.

     

    “mi hai sporcato le lenzuola”.

    “ora corri in bagno, prendi uno straccetto e pulisci subito il tuo sperma”.

    lei, improvvisamente s’alza.

     

    Intervalli.

     

    fugge dal letto. camera assenza di corpo.

    fugge dalla vita. rimpianto tra ante chiuse.

    fugge dalla fine. più non filtra la luce.

     

     

     

    free.

     

    "Il punto - sopra? - …se è limpido o lo immaginiamo dovunque.
    il satellitare indica un percorso.

    prima non esisteva.
    due madri ora ci guidano.

    a braccetto confondono il futuro delle culle.

    Si aggiunge il sogno.

    l'amico ubriaco sberleffa il caos.

    ventriloquo di voci, invereconde
    nella rissosa stia.

    il mappamondo esplode. 

    con tutte le ragioni.
    il clone (pensando di pensare) rimescola le carte.

    truccate da ovvia sazietà.
    Il nulla soffoca (anche l’ingenua libellula).

    l’Arca? legno al macero!
    Ricapitolando:

    dov’è la natura?

    il navigatore ci passa tra le mani.

    cambiamo traccia.

     

     

    frase.

     

    semplicemente.

    “dove sei?”.

    ti ho sempre voluto bene.

    nelle parentesi.

    l’intera frase mi manca.

    ora.

    “dove sei?”

    “padre…”? 

     

    sospensione 2.

     

    tiro un pensiero sino all’attracco.

    se non è agitato.

    la banchina regge.

    per quanto l’ormeggio abbia buon senso.

    sino al limite.

    sono al limite.

     

    ad libitum (2).

     

    non devi chiedere.

    ( l’ape si posa) a caso.

    non devi cercare.

    ( il vento spira) laterale.

    solo scrivi. poeta.