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Autore

Marco Valenti

in archivio dal 26 ott 2011

02 settembre 1960, Roma - Italia

mi descrivo così:
Leggo, penso, scrivo, bloggo. Sono nato a Roma, laureato in Architettura; ho piantato un albero; ho fatto un figlio; ho scritto un libro.

26 ottobre 2011 alle ore 11:02

Ultima Giovanna in floppy disc

Intro: Ultima Giovanna in floppy disc è uno dei racconti in appendice al mio romanzo "Cometa e bugie"

Il racconto

Quando troverete questo dischetto voglio che lo diate a Luigi.
Non so dove potrete trovarlo ma sono sicura che lo troverete. Sull’etichetta ho scritto il nome, il cognome e il codice fiscale. Io non so più dove viva e che lavoro faccia. Luigi Crisanti è stato mio compagno per un anno e all’epoca viveva qui a casa mia. Era ricercatore al CNR. Quando l’ho cercato mi hanno detto che non voleva più saperne di me e che forse lavorava vicino Bologna.
So che lo troverete, che sarete più fortunati e con più mezzi di me.
Vi prego, fatelo.
E’ a Luigi che sto parlando ed è l’ultima volta.

Fa freddo, è una cazzo di notte d’inverno Luigi, di quelle che si rimaneva in casa e ci si faceva portare cibo cinese ordinato per telefono e si beveva un po’ di più perché il riscaldamento funzionava male. Funziona come allora, ma non ho nessuno con cui valga la pena mangiare cinese. Non rido più come ridevamo allora. Anche i bei ricordi non sono che dolore. E’ la vita che è dolore, senza sapere neanche dove sei, senza poterti trovare. Dirti mi sono sbagliata, dirti ero io, sono io sei tu siamo noi, ancora noi a chiudere il cerchio.
Se penso a quanto mi hai rincorso e a quanto non ti capivo e ti respingevo… Ho capito tardi quanto mi lusingasse la tua caparbietà nell’inseguire, quei tuoi continui scatti nervosi da pedalata in salita, da fuga in montagna, e quanto il sapere che mi volevi, non ostante ti avessi lasciato e senza troppi perché, mi tenesse viva e, in qualche maniera speciale, mi desse la licenza per vivere via da te, via da noi. Quando alla fine ti sei rotto le palle di me, dei miei no, no grazie, quando probabilmente hai trovato chi ti consolasse della mia assenza e sei sparito, allora sì che ho cominciato a capire. Ho aspettato che fosse troppo tardi.
Dopo una mesata che non ti facevi vivo, sono ripassata per caso in quel bar in centro dove ci vedevamo, a volte, per fare colazione insieme e si mangiava poco e si chiacchierava fitto fitto e spesso si rideva con gli occhi dentro agli occhi. Mi sono seduta, ho preso un caffè macchiato e la cameriera mi ha riconosciuta e mi ha chiesto se doveva portarlo subito o se aspettassi qualcuno.
Però non saresti sbucato da dietro l’angolo e il caffè mi parve amaro. Mi resi conto che era un po’ che non ti vedevo e mi domandai dove fossi, e come ti andasse, e un bruciorino nuovo mi attaccò la bocca dello stomaco. Da quel giorno, sempre più di frequente, guardai la corrispondenza nella buca delle lettere con una crescente ansia interrogativa e ogni telefonata mi venivi in testa e ti cercavo sempre di più nei messaggi in segreteria o in e-mail. Mi mancava ancora qualsiasi coscienza del perché, e di cosa io volessi, ed ero convinta, anzi, che fosse solamente desiderio di quell’ abitudine, particolare ma consolidata, di saperti.
Ma tu non ti facevi sentire e non c’eri più: non eri più davanti a me a pregare e scongiurare e ragionare, povero Luigi, di noi.
E’ un anno.
Siamo alla soglia di un nuovo millennio indifferente che non ci vedrà insieme e che non mi vedrà affatto.
Ho iniziato così, solamente un anno fa, a prendere coscienza della tua assenza, del nostro mancarci, essere estranei, non più lontani ma ad assetto variabile - un po’ come un elastico -
ma davvero estranei, separati.
E non mi è piaciuto. Così ho cominciato a perdere un po’ di peso, così ho cominciato a essere nervosa, a essere ansiosa. Dopo un  altro mese ho deciso di cercarti. Ci ho messo tanto perché non volevo che il cercarti fosse da te caricato di intenzioni, di desideri di riavvicinamento; così ho resistito, stupida caparbia, finché ti ho chiamato a casa - numero inesistente - e in ufficio - non lavora più qui, no, mi dispiace, non so dirle dove sia.
Il fatto è stato pure che quando ti ho lasciato ci siamo spartiti pure le amicizie e tu non avevi parentela con i miei amici né io coi tuoi. L’unico con cui ho tentato è stato Giulio. Era il novantasette, ti ricordi? L’ultima festa a cui siamo stati insieme. Giulio e la sua splendida terrazza, e la sua passione per la musica brasiliana che è sempre piaciuta anche a te.
Ora non so dove sei e che musica ascolti e se ne ascolti e con chi prendi il caffè macchiato e sono precipitata e non mi voglio più rialzare senza di te.
Giulio ti saluta. Mi disse è un bel pezzo che non lo sento, mi pare si sia trasferito a Bologna, mi dispiace non so altro anzi se dovessi sentirlo digli di farsi vivo.
Scivolavo lungo un piano inclinato e viscido, troppo inclinato e troppo scivoloso per arrampicarsi e risalire.
Dove cavolo sei che nemmeno sull’elenco telecom di Bologna?
Il tempo è passato ed è stato amaro e implacabile con il mio cuore.
Ho capito che avevi ragione, che eri tu ed ero io.
Ora salvo continuamente perché incomincio a perdere lucidità....
Sei tu, Luigi, e sei la macchina da scrivere con cui avrei potuto scrivere le mie pagine più belle. Le nostre pagine più belle e invece no, ti ho messo in soffitta; e invece no, ancora peggio ti ho fatto cadere e forse ti ho rotto. Allora sei sparito e sei sparito per davvero e per sempre e io non posso più scrivere e scrivere senza di te non ha alcun senso. Pensavo di scrivere la mia vita, di vivere per me e mi sbagliavo e il dolore e il vuoto assurdo che mi circonda, che è la tua assenza come la mia da te, me lo prova.
Ho lasciato Marco.
Povero Marco, lui non c’entrava niente ma io non ci potevo più stare con lui. Credo non avrei dovuto proprio, ma non è stato un gran danno e so che si è già consolato.
Io non ci sono riuscita, non ci riesco e ho capito che non ci posso riuscire.
Non ci posso riuscire mai. Niente è più forte della tua assenza. Te lo dirà un carabiniere o un poliziotto con un floppy disc, te lo dirà. Io non ho potuto non ho fatto a tempo. Cristo, Luigi. Cristo santo.
Ho passato una settimana a Bologna. Peggio. Per non sapere dove cercarti e che fare e come e quando e rendersi conto dell’inutilità di una settimana a Bologna che poi magari sei a Genova e io, mi dicevo, che cazzo sto a fare qui.
Ho odiato Bologna.
Allora sono tornata ma stavo sempre peggio e ho cominciato a trascurarmi, a trascurare il lavoro e a trascinarmi sempre peggio e a non trovare sollievo con niente, e a non ridere più.
Ho cominciato a piangere.
Ho cominciato a piangere e non ho più smesso. Solo interruzioni tra un pianto e un altro e sonniferi, e antidepressivi
io che prendo antidepressivi te lo saresti mai immaginato?
e pasticche e fumo di più e non mi trucco perché piango anche quando meno me lo aspetto e il trucco si disfa e oltre ad avere gli occhi rossi sono un mascherone.
Che poi non me ne fotte nulla ma la gente mi vede e gli sguardi della gente mi aggiungono dolore al dolore, mi infastidiscono. La gente mi infastidisce sempre di più: un mondo di estranei fastidiosi e stupidi, arroganti e incombenti e senza di te. Mi sono sempre più rintanata in casa.
Mi sono rintanata in una casa che ha cominciato a  parlarmi di te come non aveva fatto mai  nemmeno quando c’eri. Questa casa trasuda te, Luigi, e non è servito ridipingerla a pennellate furiose con il cuore accelerato e non ce l’ho fatta a cambiare più nulla dopo aver dipinto perché ho capito che sarebbe stato inutile.
Finalmente ho il corridoio giallo che tu non volevi.
Un corridoio giallo uovo senza te che non lo vuoi non da nessun gusto.
La mia vita è diventata un insopportabile corridoio giallo uovo. Non ci accendo mai la luce in corridoio, non accendo quasi mai la luce in generale e ho pure smesso di rincoglionirmi di televisione e pure i film a noleggio non hanno sapore, e il sapore alle cose glielo davamo noi e ora che l’ho capito è tardi.
Fottutamante tardi.
Il bosco e la volpe non dovrebbero stare separati.
Ho pensato che sono stata una stronza e che me lo sono meritato ma neanche questo è servito. Me ne sono sempre sbattuta dei sensi di colpa e di caricarmi punizioni da confessionale. Le punizioni non sono mai state un bagno purificatore.
Ho pure provato a infuriarmi con te ma non sono riuscita a farlo durare che infinitesime frazioni di vita. Ore d’aria di una ergastolana.
Il mio cuore è diventato l’inferno, la mia testa scoppia tranne le pasticche, non so come sopportare questo male e non ne ho più la voglia né la forza.
Soprattutto.
Tu non ci sei.
Perciò non ne vale la pena.
Per tutte le cose che non abbiamo fatto e tutte le parole che non ti ho detto e che avrei voluto, per i nostri occhi uno nell’altra e i sorrisi dei nostri cuori che non ci sono più e per le foto che non ho mai imparato a fare e tu invece eri così bravo e per le foto nostre che un imbecille attimo di dolore rabbioso mi ha fatto distruggere e perché non ti posso trovare non ne vale proprio la pena.
Troppa pena per proseguire.
Sei il solo che potrebbe darmi la forza di andare avanti ed è un paradosso. Quando mi cercavi, quando volevi tornassimo insieme, mi davi la forza e l’idiozia necessarie a starti lontano. Ho capito. Poteva durare tutta la vita ma non era che una parentesi, una lunga vacanza da te.
Che però continuavi ad esserci.
Ho capito ogni cosa, i miei disagi quando stavamo assieme e i miei desideri di fuga e di disimpegnarmi da noi. Ma se le cose le capisci tardi, troppo tardi, è soltanto dolore. Tu mi avevi capita prima di quanto ci abbia messo io, tu le cose le avevi riconosciute, assimilate e metabolizzate e le avevi chiamate con il loro nome e cognome. Il nostro nome era amore.
Stupida io che non lo avevo capito e ho rovinato ogni cosa e non posso più rimediare perché non ci sei più. Ti chiedo di perdonarmi.
Non so dove sei ma so che non sei qui e mi manchi tanto che non è possibile.
Una vita senza rimedio che non ne vale la pena.
Non ho avuto la forza di andare avanti.
Sto seguendo le controindicazioni del mio sonnifero. Ne ho presi già due, per calmarmi, e ora che salvo su floppy  e spingo “Esci” li finisco ed esco, finalmente, di scena.
E’ ora possibile spegnere il computer.
Anche se mi dispiace tanto è meglio così, meglio di un insopportabile vita da reclusa dentro un amore che io stessa ho reso impraticabile, meglio che questi morsi al cuore e questo stordirmi di farmaci.
Addio Luigi. Uno stupido addio senza potertelo dire - addio - ma se potessi non ti direi mai più addio.
Avessi potuto ti avrei detto eccomi.
Ciao amore mio.

Giovanna

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