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in archivio dal 30 apr 2008

Maria Antonietta Ricotti

07 ottobre 1943, Rimini
Segni particolari: Ho scritto: "Il Regno Lontano"(Origini e significato delle fiabe); "Al tempo dei Comuni" (vita nelle città medievali); "Passeggiata d'autunno" (fantasie in prosa); "Mi torna al cuore" (racconti). Tutti editi da Panozzo Editore Rimini.
Mi descrivo così: Leggo da tanti anni, scrivo da tanti anni...e forse il mio mondo è un po' diverso da quello attuale, ma cerco di capirlo. Mi piace ricordare, riflettere, analizzare i sentimenti.

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  • 11 gennaio 2010
    Bianco Natale

    Come comincia: Nevica su queste mura antiche. Non speravo più di vedere la neve.
    Il vialetto romantico che si snoda lungo i bastioni medievali della città, sta lentamente imbiancandosi cogliendomi di sorpresa. Ho lasciato da poco, alle mie spalle, Castelsismondo e la breve piazzetta di Porta Montanara. La lunga muraglia interna, che s’incurva con l’incurvarsi della strada, nasconde la vista delle case e delle strade: solo il campanile di Santa Chiara svetta là dietro, contro il cielo di piombo. Cascate di edera scendono rigogliose dall’alto del muro e accolgono il dono impalpabile e prezioso della neve. Ecco, dietro la svolta, Porta Romana ornata dalle pietre bianche e dai bassorilievi dell’Arco d’Augusto. E qui lo svolgersi parallelo delle due cinte murarie, quella antica e quella medievale, si rivela evidente. Sembra quasi di vederli i due bastioni, poco distanti l’uno dall’altro, segni di epoche diverse in una città piena di vita, di attività e di movimento, dove col tempo le case si sono addossate alle case, appoggiandosi alla prima cinta muraria e creando un unico agglomerato di edifici. Tutto distrutto, ormai, dalla storia e dagli eventi nefasti dell’ultimo secolo. Di qui, per Borgo San Giovanni, parte l’antica via consolare in direzione di Roma, la via Flaminia; come all’altro capo dell’abitato, dal Ponte di Tiberio e lungo Borgo San Giuliano, comincia a snodarsi la via Emilia che conduceva verso il mondo celtico e il vasto, misterioso nord.
    C’è qualcosa di simbolico nello sfarfallio della neve sui merli, nella dissoluzione dei candidi fiocchi sul prato, nel silenzio che oggi circonda questo monumento così solitario e imponente, un po’ sdegnoso e un po’ malinconico. È un silenzio che parla, come parlano le pietre, come parla la cortina leggera di neve che sta velando i contorni dell’Arco, tanto da farmelo sembrare un’illusione, una visione sognata per dar vita ai miei pensieri.
    C’è una poesia francese ricorrente nella mia memoria.
    “Ou sont les neiges d’antan?”: dove sono le nevi di un tempo? Questo verso ha una suggestione che ritorna sempre. Evoca ricordi, nostalgie, immagini sepolte nella mente e ancora magiche per il cuore. Contiene una musica dell’anima, un intero mondo di sensazioni e di sogni che risalgono all’infanzia, ma che sopravvivono negli anfratti nascosti del mio inconscio.
    Dove sono le nevi di un tempo? Quando leggevamo i libri per ragazzi o i sussidiari delle scuole elementari fitti di illustrazioni “naif” (e il naif non era ancora uno stile), dove le immagini di vita quotidiana erano semplici e colorate come i disegni dei bambini, ma avevano la ricchezza popolosa dei quadri di Bruegel e fissavano gesti ed emozioni in una staticità fuori dal tempo diventando riferimenti ideali... Quando aspettavamo ansiosamente la neve e la realtà si confondeva con la fantasia nell’immaginare un Natale fatto di slitte e campanelli, di cristalli di ghiaccio che sembravano stelle, di bianche notti incantate che sapevano di fiaba, di presepi fabbricati con fantasia ingenua e ricca d’inventiva, di canti liturgici ascoltati con commozione vera. E le lettere a Gesù Bambino o i cartoncini augurali scintillavano di polvere d’argento… Quando sognavamo gli elfi del bosco, la regina delle nevi e l’alone luminoso delle lampade oscillanti degli gnomi, sapendo bene che erano creature immaginarie, ma che inondavano il cuore di poesia. Quando riuscivamo a cogliere istintivamente il senso delle cose, e a goderne con semplicità, senza che nessuno frapponesse tra noi e la nostra mente cumuli di messaggi mediatici, quantità smisurate di oggetti da possedere, martellamenti di luci e di suoni, frenesie consumistiche. Non c’era, allora, la vertigine dell’acquisto, lo stordimento del divertimento continuo, la necessità di riempire le ore ad ogni costo e di rompere il silenzio ad ogni costo.
    C’era, anzi, la magia del tempo e del silenzio.
    Dove sono le nevi di un tempo? Quando i giochi e le letture e la vita quotidiana erano un’unica realtà impastata di affetti familiari, sicure regole di vita e intimo calore. Quando si guardava il mondo con occhi fiduciosi e non c’erano stridori, perché la realtà era solo quella, con i suoi volti di gioia e di sofferenza, chiunque ce ne parlasse, senza contrasti o interpretazioni o regole mutevoli o possibilità virtuali. Quando essere bambini voleva dire farsi cullare dalle certezze degli adulti che sapevano la strada, e i bambini potevano affidarsi a loro e tentare pian piano di crescere. Quando non sapevamo ancora che sognare la vita e poi viverla sono due cose assai diverse, ma nel sogno dell’infanzia riuscivamo a trovare lo slancio ideale per camminare e mantenere la direzione. E quando essere giovani era una specie di avventura tutta da vivere con passione e col gusto della scoperta.
    Oggi è tornata la neve. Non è più la neve di un tempo, ma mi avvolge ugualmente col suo incanto.
    Scende sui merli di Porta Romana, questo Arco d’Augusto che ha da poco ritrovato una sua accettabile dignità. Scende su quel che resta delle antiche mura e più avanti, in fondo alla strada, sui ruderi dell’Anfiteatro, sulle chiome del parco che ricopre il corso del torrente Aprusa.
    Scende lieve e gentile sfiorandomi con dolcezza, nascendo dal nulla, correndomi incontro dalle profondità grigie del cielo e scomparendo nel nulla, sul terreno umido. Mentre io resto affascinata dalla musica del silenzio: mute armonie, ritrovati accordi del cuore e assorte divagazioni della mente. Una sinfonia che non ha note perché nasce al di là delle sensazioni e delle percezioni, direttamente da una misteriosa sintonia universale che si riesce a cogliere solo quando sappiamo ascoltarci.
    Lo sento come un regalo di giovinezza, una rinascita di emozioni: mi torna quella voglia di vivere, quell’accettazione gioiosa di rinnovate occasioni e di possibili slanci che erano forse di un’altra età. Non è più la neve di un tempo: è destinata a sciogliersi presto, non ha lo smalto brillante delle esperienze vissute per la prima volta, ma ha la stessa freschezza eccitante, anzi, è più cangiante nei suoi riflessi, nella luce dei suoi cristalli. È più viva per lo stupore della riscoperta inattesa, la sorpresa di sentire in se stessi la vitalità e l’emozione di un tempo, arricchite dalle infinite gradazioni di sensibilità e di consapevolezza portate dagli anni trascorsi, non escluse la sofferenza e la capacità di “elaborare” il dolore. Forse è tutta in noi la capacità di vivere e poi di rivivere, di assaporare e di gioire, di ritrovare una giovinezza del cuore e dei sensi, senza rimpiangere le “neiges d’antan”.
    Non nevica più. Ma nevicava davvero? E nevicava in passato?
    Forse siamo noi a ricordare la neve solo perché ricordiamo come eravamo: perché è la nostra poesia dell’animo che la immagina, la proiezione di un desiderio, la nostalgia inespressa per tutto ciò che era e per tutto ciò che ci sembra non esserci più.
    No, non è nevicato: sono io che ho sognato la neve.

     
  • 11 febbraio 2009
    Un misterioso vicino di casa

    Come comincia: Mi affacciavo al balcone verso la piazza e mi godevo il panorama urbano della mia Rimini, irto di campanili sullo sfondo delle colline, movimentato dai diversi volumi dei palazzi cittadini e aperto dallo spazio verde dei Giardini Ferrari. Laggiù in fondo, oltre la ferrovia, strisce di azzurro più chiaro o più cupo a seconda delle stagioni: il mare.
    Sotto di me, grandi alberi (alcuni centenari), cespugli, vialetti asfaltati e più tardi pavimentati, chiome di varie densità e sfumature di colore, che in primavera e in autunno riservavano sorprese gioiose per chi abita nel centro storico con le improvvise fioriture della bella stagione e il dolce accendersi dei toni dorati al declinare dell’anno. Per anni mi sono affacciata a guardare il giardino.
    Quanti tramonti ho contemplato dal mio balcone, abbassando poi lo sguardo sulle chiome, percorse dai brividi delle brezze primaverili e autunnali, tormentate dal vento o lucide di pioggia nei giorni invernali, svettanti sulle ombre che proiettavano sul terreno nelle calde giornate estive, accompagnate dal canto delle cicale.
    Ma c’era un angolo della piazza che nascondeva un segreto. Pochi lo sapevano e quasi nessuno era disposto a concentrare la sua attenzione su quel problema. Per molti anni il segreto è stato custodito gelosamente. Qualche accenno, qualche breve riferimento di sfuggita, fatto malvolentieri. Nient’altro.
    Sapevo di cosa, anzi di chi, si trattava, ma non riuscivo mai a vederlo e non afferravo che poche notizie sporadiche su di lui. Sapevo che c’era l’abitazione di un medico dal nome strano, forse di origine straniera. Su di lui si dicevano tante cose. Doveva essere una persona singolare, con un temperamento fuori dal comune, dotato di capacità eccezionali. Eppure non si faceva mai conoscere apertamente. Sapevo anche che aveva una grande cultura, che svolgeva un’intensa attività professionale e che era molto amato da chi era ricorso alle sue cure. Eppure nessuno ne parlava mai in modo chiaro o forniva notizie sicure. Chi affermava di essersi avventurato nella sua casa o nel suo ambulatorio (ma erano discorsi credibili?) aveva riferito di ambienti eleganti con pavimenti stupendi, di oggetti preziosi, di attrezzature mediche importanti, di enormi quantità di libri e di medicamenti efficaci, a volte insoliti e provenienti da altre culture. Io ho sempre subito il fascino della medicina e della professione medica, così il mio interesse era nettamente superiore a quello di molti altri concittadini che,al contrario, sembravano abbastanza indifferenti a questo personaggio.  Non che mancassero i curiosi o le persone sinceramente desiderose di conoscerlo, c’era anzi una ristretta élite  di frequentatori che avevano il privilegio di avvicinarlo, però io gli vivevo accanto, era un mio vicino di casa e mi sembrava impossibile non riuscire mai a penetrare il segreto della sua esistenza.
    C’era chi diceva che il segreto della sua abitazione andasse molto al di là di quello che i suoi pazienti conoscevano. Si sussurrava che a livello del piano terreno nascondesse collegamenti sotterranei così vasti che forse si estendevano per tutta la città, sotto di noi, sotto le nostre case. Una volta entrati nella sua casa, si poteva intuire che esistevano altri misteri da esplorare, adiacenti alla sua abitazione. Come per Alice nel paese delle meraviglie, una volta varcata la soglia, si sarebbe aperto un mondo tutto da scoprire, tutto da conoscere. E poi chi erano questi pazienti abituali? Gente di mare, mercanti di passaggio, stranieri…
    Di sera, ad ora tarda, non riuscivo a staccarmi dalla finestra per spiare quella zona oscura della piazza. Di giorno, ero fuori con ogni temperatura, con ogni tempo, sporgendomi tra i gerani in estate e allungandomi sulla balaustra fredda o bagnata in inverno, per sforzarmi di vedere meglio e di capire. A volte provavo ad avvicinarmi, a girare intorno al recinto che chiudeva quello strano luogo rendendolo inaccessibile. Niente. Non riuscivo a vedere niente.
    Poi, un bel giorno, la scoperta.
    In una fatidica mattina ho sentito, con una fitta al cuore, il rumore delle seghe elettriche che tagliavano i tronchi delle piante vive che allargavano le loro chiome poco lontano dal mio balcone. Io ero ancora a letto (era appena l’alba) e ho avuto l’impressione che mi amputassero una parte del corpo. Una parte del giardino se ne andava.
    Ma certe scelte sono inevitabili - mi sono detta quel giorno -Adesso saprò.
    E adesso,dopo il tempo necessario per rendere visibile e accessibile l’ambiente misterioso, finalmente l’ho visto. Ho visto la “Domus”.
    La casa di un chirurgo del III secolo, i mosaici dei suoi pavimenti, il suo “ambulatorio” (i cento strumenti chirurgici ritrovati sono nell’attiguo Museo archeologico), i segni dell’incendio provocati da un’incursione barbarica …Nella mia mente sono comparse immagini dei grandi siti archeologici di Piazza Armerina, di Efeso, di Leptis Magna…
    Adesso c’è un piccolo, parziale esempio anche qui: ma non in un sito abbandonato e deserto, non ruderi morti di città che non esistono più, e che proprio per questo possono mostrarsi ai visitatori in tutta la loro completa estensione. No. Qui siamo nel cuore di una città viva, una città che mostra le sue origini ma che non può rivelare tutta la sua grandezza, proprio perché su di lei è continuata la storia, perché sopra si allarga l’abitato moderno e sotto, lo si intravede guardando lo spazio oscuro che continua inesplorato sotto il terreno, custodisce gelosamente i suoi magnifici segreti.
    Adesso so, e non posso nascondere l’emozione, che davanti al mio balcone c’è la casa di un medico del III secolo che viveva in questo luogo, qui  lavorava, qui accoglieva e operava i suoi pazienti. La casa era addossata alle mura della città: al di là c’era il mare, che allora non era distante com’è ora ma arrivava fino a qui, a ridosso dell’attuale centro storico, e dal mare gli giungeva la cultura ellenistica del tempo. Posso immaginare il movimento di marinai, commercianti, armatori, in questa zona in prossimità dell’antico porto. Posso immaginare la frequentazione della sua casa e della sua “clinica”, l’arrivo dalla Grecia di strumenti e medicamenti, di suppellettili per la sua abitazione e per lo studio medico (sono tutti al Museo).
    Così questa piazza non è più una semplice, anonima piazza moderna: è un luogo antico, il cuore di una città romana evoluta e vivace, ricca di attività commerciali ma anche di cultura. Un luogo in cui si dispiega nel tempo l’arco della storia. Di sera guardo dalla finestra e vedo le tenui luci dei sistemi di sicurezza che vegliano in silenzio sui mosaici, sui resti del grande incendio, sulle tracce successive di decadenza e poi di rinascita. E’ il silenzio della storia che scorre inarrestabile, un vento che scivola sulle orme di ciò che è stato. E io lo ascolto, perché il silenzio è più espressivo del rumore, più eloquente di qualsiasi voce, e arriva al cuore rendendo tangibile l’eco del tempo.

     
  • Come comincia:

    Dieci anni sono un lungo scampolo di vita. Cambiata io, e forse cambiata anche lei. Amicizie sfaldate, ambizioni fallite o dimenticate. Anche progetti realizzati, si capisce, e qualche imprevista botta di fortuna. Gli anni di liceo quasi dimenticati, l’università finita da un pezzo. E se non dimenticata, almeno fortemente sbiadita, da parte mia almeno, l’antica rivalità, quella che ci aveva accecate, che ci aveva fatte schierare su fronti opposti, che ci aveva spinte a detestarci dai quindici ai venticinque anni, quando le nostre strade si erano finalmente divise, Laura negli Stati Uniti e io qui.
    Ma tre giorni fa, dopo un decennio di silenzio, la sua telefonata. E’ tornata, ha chiesto se non avremmo potuto incontrarci. Ho risposto di sì e mi sono pentita subito dopo, ma ormai era fatta e non me la sono sentita di rimangiarmi l’assenso. Non ci siamo dette nient’altro: nessuna formalità, nessuno scambio di notizie, solo poche battute, quasi un messaggio cifrato, da spie
    .


    E’ stato nel bar della piazza grande, quella dove un tempo ci incontravamo con gli amici. E’ stato lì che ci siamo ritrovate.
    Lei non é cambiata molto, un po’ dimagrita, i capelli lisci spettinati ad arte, con addosso giacca e blu jeans, un foulard al collo: disinvolta, sorridente. Perché diavolo mi sono messa quel completino firmato, le scarpe col tacco, la pettinatura fresca di parrucchiere. La classica provinciale che si mette in pompa magna per un incontro importante. Va bene, si è affermata, ha pubblicato libri e ha conseguito un signor dottorato. Ma era pur sempre una ex compagna di scuola, una che copiava i compiti come facevamo tutti quando ci era possibile farlo, aveva il mal di pancia quando doveva essere interrogata in latino, raccontava storie e trovava scuse per evitare le verifiche di storia.
    E’ stato su questo argomento che siamo riuscite a rompere il ghiaccio. Dopo i primi attimi di silenzio imbarazzato, lei si è messa a ridere.
    - Sai qual è il ricordo più vivo di te che ho conservato in questi anni?-
    Non ne avevo idea.
    - Quella volta in cui dichiarasti tranquillamente, alla prof di matematica, che non avevi studiato semplicemente perché… non ne avevi avuto voglia.  Ai miei occhi fosti un’autentica eroina.-
    Anch’io mi sono messa a ridere. Da quel momento tutto è stato più facile e i ricordi hanno cominciato a fluire numerosi. Nomi, visi quasi dimenticati, episodi buffi o drammatici: il passato riemergeva riportando una sorta di confidenza, sciogliendo il nodo di incertezza e dissolvendo il disagio. Scontri e antiche fratture sembravano appartenere a un altro mondo e ci sentivamo quasi tornate adolescenti.
    Ma non eravamo più adolescenti.
    Adesso notavo la pelle percorsa da una fitta rete di rughe leggere, appena visibili, ma sicuramente destinate a diventare più evidenti con gli anni, come accade nelle donne magre e bionde con pelli chiare come la sua. E’ sempre una soddisfazione, per le persone grassocce e bruttine, analizzare impietosamente la carnagione e le metamorfosi del tempo sul volto di quelle amiche che un tempo erano invidiate per la linea e per la cura raffinata della persona. Io ero sempre stata frettolosa, trascurata, poco attenta alle diete e alle abbronzature. Però sapevo vedere la bellezza, dovuta anche alla sapienza cosmetica e all’eleganza fintamente sportiva, disinvolta, delle ragazze della mia generazione, al liceo e ancora più all’università. Ma non riuscivo a imitarle. Accidenti a loro. E accidenti a me. Quanti complessi e quante insicurezze coltivate in gioventù, per questa mancanza di gusto e per la diversità di aspetto che mi separava da loro. Mi sembrava di essere sempre fuori posto. I miei capelli ricci, che mi ostinavo a far stirare dal parrucchiere, non erano mai in ordine come la loro lucida chioma liscia, raccolta dietro, nella parte superiore della testa,con una bella spilla di tartaruga. E quando ero riuscita ad acconciarmi quasi allo stesso modo, quelle si erano tagliate i capelli corti e arricciati in una nuvola a incorniciare il viso, secondo l’ultima moda, in uno stile che addosso a me sarebbe risultato orrendo.
    Ma erano passati i giorni dei complessi e delle insicurezze. O almeno così credevo.
    D’altra parte a quel tempo vantavo altre sicurezze. Tanto fragile nel mio vittimismo estetico e nel confronto sociale, quanto coraggiosa, per non dire incosciente, quando si trattava delle idee e delle parole. Facevo l’anticonformista, allora. Ero l’unica a parlare, dicevo sempre quello che pensavo senza preoccuparmi delle conseguenze. E venivo sempre mandata avanti, capro espiatorio di tutte le contestazioni, l’unica che pagava di persona i tentativi di cambiare le cose, di chiedere trasparenza, di esprimere opinioni scomode. Non esitavo a scontrarmi con i professori, con i dirigenti, con le amiche stesse che a volte mi giudicavano esagerata, un po’ fanatica.
    - Cosa hai fatto di bello in tutti questi anni ? Quanti sono: dieci, dodici? -  Era ancora lei a condurre la conversazione.
    - Niente di quello che immagini- ho risposto sorridendo.
    Pensava di ritrovare la stessa persona che aveva lasciato.
    Cosa avevo fatto? Mesi e mesi di pronto soccorso. Poi camere anonime di pazienti dove si respiravano dolore, paura, ansietà, rassegnazione. Conversazioni evasive  con i parenti, oppure rivelazioni necessariamente brutali. Turni di notte, visite quotidiane ai degenti, confusa nel codazzo dei mediconzoli più o meno devoti al Primario. Cartelle cliniche, temperatura, pressione e battito cardiaco, drenaggi, medicazioni.
    Poi ferri chirurgici sotto fari abbacinanti e teli verdi. Mascherine, guanti, cuffie calate sulla fronte, anonimo fantasma tra i fantasmi, comparsa di tanti drammi che erano diventati routine.
    E i concorsi, tanti concorsi. Il curriculum, i documenti, il punteggio, i corsi di aggiornamento. Gli esami… per essere sempre la prima dei non ammessi.
    Quante ricerche, quante relazioni firmate da altri. Quante pubblicazioni col mio nome in fondo alla fila, quando doveva essere in cima.
    Ma non gliel’ho detto. Ero così entusiasta pochi anni prima, così idealista. L’avevo criticata per la sua partenza e la specializzazione negli Stati Uniti. Lei non era uno di quei cervelli che fuggono per disperazione, accolti là dove invece fanno incetta di cervelli. Lei poteva permettersi di scegliere. Solo questo: preferiva continuare a perfezionarsi dove voleva, dove le piaceva di più. E io l’avevo ancora una volta trattata da snob, da piccola, insipiente capitalista che sceglieva il paese dei suoi sogni per raggiungere le mete desiderate. Io, invece, avrei raggiunto qui la mia meta e poi chissà, forse in futuro sarei partita per unirmi a “Medici senza frontiere”. Io lavoravo come una matta, convinta di svolgere una missione superiore, animata da altruismo populista, da fervore umanitario.
    - Una normale vita da ospedaliera.-Ho risposto.-  Sai, mi sono accorta che la vita d’ospedale alla fin fine era quello che preferivo.-  Le mie parole sono suonate false anche alle mie orecchie. Chissà alle sue, abituata com’era in passato a vedermi sempre pronta a salire sulle barricate e a fare programmi eroici. Mi prendeva in giro, allora, forse a volte mi temeva quando mi vedeva accesa nelle discussioni, o pronta a distribuire volantini  e a scrivere striscioni.
    Però era brava nello studio e nella pratica. E anch’io ero brava. C’era in entrambe una passione, una curiosità scientifica che a tratti ci accomunava. Ma poi la visione della vita ci divideva.
    Le ho raccontato qualcosa della mia famiglia, delle mie vicende private. L’eterno fidanzamento con Alberto, sì proprio “quell’Alberto”, tra alti e bassi, mentre anche lui lottava per affermarsi nel campo della ricerca, un campo ancora più difficile.
    Certo non potevo dimenticare gli anni in cui il “mio” Alberto era innamorato di lei e la corteggiava ostinatamente, penosamente, mentre lei lo ignorava con l’indifferenza tipica delle ragazze belle e piene di spasimanti. La odiavo in quegli anni. Com’era possibile non capire il valore di un ragazzo così brillante negli studi, così ricco di sentimenti, così limpido e solare. E io innamorata di lui. La solita catena di infelicità, di sogni impossibili. Io mi consumavo per attirare la sua attenzione e lui si logorava per quella stupida.
    Meglio così.  Laura è partita, lui si è macerato nel dolore e nel rimpianto, poi si è accorto di me. Certo, ho solo raccolto i cocci. Però poi ha cominciato a volermi bene davvero. Chissà se anche lei stava pensando la stessa cosa.
    - Lo sai che ho una figlia? - mi ha detto all’improvviso - Me la godo la mia micetta, mi ha riempito la vita. -
    Per molto tempo ha continuato a parlarmi della bambina senza far alcun cenno a una famiglia, a un marito o a un compagno. Così ho preferito non indagare. Al di là delle sue parole, vedevo le immagini di una vita piuttosto solitaria e molto impegnata, ma certamente ricca di esperienze importanti o interessanti. Una figlia giunta per incidente, ma fortemente voluta e amata. A mia volta le ho confidato di avere le mie difficoltà a formarmi una famiglia. Che strano! Non ci tenevo affatto un tempo, anzi dichiaravo di non volere legami fissi e di non voler pianificare una rispettabile esistenza borghese. Adesso i ruoli sembravano rovesciati. Da qualche anno io e Alberto facevamo i conti su come e quando avremmo potuto programmare un figlio e mettere su casa, senza rinunciare alle nostre ambizioni professionali che richiedevano ancora pazienza e sacrifici.
    Ma cosa era successo?
    - Qui la vita non è facile se decidi di seguire una carriera, specialmente per noi donne. Ti ricordi quando parlavamo dei “baroni” della Medicina ? Beh, le cose non sono cambiate poi molto. Anzi. Ci sono sempre le mogli, i figli, i nipoti da anteporre agli altri candidati, e poi i gruppi di pressione, gli schieramenti politici o confessionali, gli scambi di favori…tutto viene prima del merito. Forse hai avuto ragione tu a voler andare in America.Ti ho invidiato sai? Sapessi quante volte ho rimpianto di non aver fatto una scelta diversa. Dopotutto l’opportunità c’era stata anche per me-
    Ho continuato a sfogarmi per un po’, ma ad un tratto mi sono resa conto che lei mi fissava assorta, come se non capisse o se pensasse ad altro.
    Dopo un attimo di silenzio Laura ha ripreso a parlare.
    - Sai, gli Stati Uniti sono un grande paese. C’è libertà e spazio per tutti. Il merito viene riconosciuto, c’è rispetto e gratificazione per il lavoro. Ma non c’è pietà. Le leggi rigorose sono quelle dell’impegno, dell’efficienza e del dovere, sì, ma la meta deve essere il successo. E il denaro. Solo il denaro conta. Non c’é compassione per chi sbaglia. Non c’è posto per i deboli. E i poveri sono veramente poveri. Voi che abitate qui non vi rendete conto: credete che l’assistenza sanitaria e tanti altri servizi sociali siano la cosa più naturale del mondo, ma non è così. L’America è un mondo duro. Forte e libero, ma duro. Dovresti andarci tu in America: è il posto adatto per chi ha voglia di lottare. E poi, come hai detto prima, avevi avuto l’occasione anche tu. -
    Questa volta era lei a scaldarsi: mi sembrava di rivedere me stessa ai tempi della contestazione. Davanti alla sua foga sono rimasta senza parole. Mi sono chiesta se avesse lei stessa sperimentato questo aspetto del Nuovo Mondo, se avesse commesso qualche errore o qualche mancanza. Però non ha aggiunto altro, così ho cercato di cambiare argomento.
    - Chissà quanti incontri hai fatto. Parlami un po’ della società americana.-
    Si è meravigliata di questa mia disponibilità verso quelli che una volta consideravo solo  arroganti imperialisti. Mi ha guardato con espressione delusa.
    - Certo - parlava con ironia - gli intellettuali delle grandi città: colti, vestono italiano, mangiano italiano, sono democratici e snob, fanno gli anticonformisti ma vivono benone e quasi non si accorgono dei barboni che si accucciano nei vicoli. Ci sono abituati. E si comprendono solo tra di loro. Oppure i paesani conservatori del Middle West, che non sanno nemmeno dov’è l’Italia (e ignorano molte altre cose). Credono che qui si sia ancora nelle condizioni del dopoguerra e che la civiltà sia arrivata solo da loro. Sempre ottimisti e convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili. Si credono ancora al tempo dei Padri Pellegrini con le regole di sempre: lavoro, tradizione e mito americano. Non parliamo degli stralunati di ogni genere che trovi in California o i disadattati di ogni razza nelle città del sud, dove tutti vorrebbero convivere ma in realtà tutti si odiano e intrecciano illusioni di tolleranza a sordi rancori, diffidenze, pregiudizi, sospetti. Tensioni di ogni genere…che a volte esplodono.-
    Adesso mi sembrava che fosse lei a esagerare e a drammatizzare,dopotutto l’America aveva una varietà etnica immensa, le posizioni sociali e culturali erano certamente molteplici e molto sfumate. Gliel’ho detto con una certa irritazione, stupita da questa sua insofferenza. Ma poi ho pensato che la conoscenza degli Stati Uniti l’aveva lei e non io, e che probabilmente dietro a questo stato d’animo c’era un problema personale di disagio, di solitudine, di diversità dalla società americana.
    - Il paese ideale non esiste - improvvisamente manifestavo una moderazione e una saggezza che non avevo mai avuto. -Tutto si paga, in un modo o nell’altro-.
    Lei si è come risvegliata da un sogno.

     

    - Voglio tornare. Rivoglio le mie radici. Mia figlia non deve crescere là. -
    Ecco, era quello il suo problema. Voleva ritrovare un mondo che conosceva fin dall’infanzia, dove il senso del tempo e dello spazio hanno dimensioni umane e prevedibili. Voleva un ambiente stabile e rassicurante, amicizie solide e durature, non conoscenze provvisorie che appaiono e scompaiono come niente fosse. Non si riconosceva in quella vocazione nomade e irrequieta che caratterizza un popolo di migranti e di pionieri, sempre pronti a lasciare casa e paese per inseguire dovunque un nuovo lavoro, una brillante carriera, una sistemazione diversa. Voleva il calore di una terra antica dove poteva riconoscere se stessa tra la sua gente, con tutte le carenze, gli errori, le contraddizioni della sua storia e con le debolezze della sua umanità.
    - Allora ritorna - le ho detto con dolcezza. Adesso la capivo: non era fatta per l’America.
    Eravamo ancora su fronti opposti, perché a me quella descrizione di un mondo vario e libero, fatto di tante realtà, rigoroso ma travagliato dai problemi di umana convivenza, sembrava infinitamente affascinante. Quel mondo aperto ad ogni esperienza, disposto a riconoscere i tuoi meriti come a farti pagare gli errori, ricco di fermenti inesauribili, mi attraeva come una calamita. Chissà se sarebbe piaciuto anche ad Alberto. Forse era questa la nuova sferzata che ci occorreva per ritrovare entusiasmo ed energia.
    Mentre a lei avrebbe fatto bene ritrovare i nostri ritmi, le nostre tolleranze, il nostro sapere e volere conciliare anche quello che conciliabile non é.
    - Tornerò- disse- e tu?
    - Chissà, forse partirò-.

     
  • Come comincia: Una parola, una sola parola che non doveva uscire, che non dovevo gridare in quella notte terribile. Tagliarmi la lingua, ho pensato e detto mille volte. E lo pensano tutti, lo so benissimo, anche se mi abbracciano con le lacrime agli occhi. La vecchia scema. La vecchia pettegola. Altro che fare venti giri di jogging nel parco (va bè  è un fazzoletto) e mandar giù quei litri di misture, carote e arance e pompelmo e sedano, che ne so. Tieniti in forma, cretina. Stai pronta a scattare con la maledetta linguaccia. Ma io non lo facevo per me, giuro. O soltanto nei primi tempi, perché a nessuna donna, ragazzina o nonna che sia, fa piacere avere la pancia che balla lì davanti e le cosce che scoppiano. Stavo attenta alla linea anch’io, mica nego. Ma il vero scopo era più importante, più serio. Il vero scopo era il bambino, un tesoro, una gioia dal primo momento che è venuto al mondo e l’ho alzato con una mano sola, mi stava tutto in una mano sola, mi stava tutto in una mano come un passerotto venuto giù dal cielo. Il mio nipotino, il mio cuccioletto. E in undici anni non c’è stato si può dire giorno che non abbia passato con lui, a correre a quattro zampe in corridoio, a spingerlo nella carrozzina, insegnargli a camminare, cambiargli i pannolini,
    imboccarlo con le minestrine, soffiargli il naso…Dio, Dio, non ci posso pensare, perché l’ho perduto, perché ho gridato? Non ci sono scuse, non me lo perdonerò mai, mia figlia mi guarda come un’assassina, quasi non ci parliamo più. Perché dopo tutto il casino del divorzio lei era venuta a stare da me con il bambino, io avevo posto, sono vedova e ho una villetta a schiera vicino al parco Silvestro Lega, col mutuo quasi finito e una stanzetta per lui bella comoda, coi suoi manifesti di Spiderman ai muri e il computer, e per la tv ci mettevamo in soggiorno lui e io sul divanetto vera pelle, tutte le sere era una festa, Coca senza caffeina, biscotti che facevo io o sennò un bel panino, un trancio di pizza. Mia figlia lavora in comune, e certe sere usciva per gli straordinari o magari con le amiche, e io ero felice e contenta di starmene sola con il mio ninetto. Cresceva, veniva su bene, s’ interessava a tante novità, iPod, play-station, e io non volevo restare indietro, volevo essere sempre all’altezza, imparare anch’io,  giocare con lui, che non mi vedesse come una vecchia rimbambita, col mal di schiena eccetera. Ecco perché andavo a correre regolarmente nel parco, da sola o con lui, se lui non era dai suoi amici (ma sempre ben controllato). Non ci posso pensare a quella sua tutina rossa che gli avevo comprato io, e lui davanti e io dietro correvamo per i vialetti del parco che da mesi è tutto un cantiere, ci fanno passare non so che tubi per il riscaldamento e ci sono almeno dieci operai che scavano, due neri nerissimi e poi dei ragazzi del paese, ci conosciamo tutti, brave famiglie di lavoratori, e passando ci scambiavamo un saluto addirittura. Bel saluto, bella confidenza. Poi tornavamo dentro a guardare gli indovinelli in tv, cosa vuol dire “ossimoro”, è un piccolo rettile o un pezzo di intestino o uno scudo? Certe cose non le sapevo o non le sapeva lui, ma se gli veniva la capitale del Sudan la gridava subito, o il nome del moschettiere (Portos!) o il fiume più lungo d’Europa (Danubio! Danubio?) e anch’io se vedevo che lui non sapeva, gridavo la risposta esatta, il nome del primo astronauta nello spazio (Gagarin!) il nome del re dei Mongoli (Gengis Khan!). Non lo dico per giustificarmi ma mi è venuto su naturalmente, quel grido. Solo che non era un gioco, era sera, pioveva, buio pesto, e quei due che sono entrati con la faccia coperta e il coltello in mano, e noi due lì sul divano più stupiti che spaventati. I soldi! I soldi! Non erano albanesi, non erano neri, due italiani, forse giovani, uno più alto e grosso, l’altro un mingherlino. E quello grosso, mentre buttava per aria i cassetti e bestemmiava e gridava i soldi, i soldi, be’, non so come, così all’improvviso, tutto d’un colpo, gli è scivolata giù dalla faccia la sciarpa rossoblu e io, non ci posso pensare, non me lo posso perdonare, io d’istinto ho urlato la parola che non doveva uscire, il Signore mi secchi la lingua. E il coltello si è alzato.

     


    Maledetto. Maledetto. Non me l’aspettavo, eppure sentivo che c’era qualcosa…
    qualcosa che dovevo  capire. Non l’ho capito fino all’ultimo istante. Ho urlato e mi sono buttata, ma lui è stato più svelto di me. Voleva colpire me, ne sono sicura, anche se non lo dirò mai a nessuno: mi odierebbero ancora di più. Cosa potrei spiegare a mia figlia? Lui si è gettato tra noi con quel coltello e mi ha preso solo di lato, nella spalla. Poi ha calato un secondo colpo prima che io lo prevedessi e potessi fare un’altra mossa. Questa volta fu il mio ninetto a spostarsi, mentre un altro urlo mi si strozzava in gola. Ed è stata la fine per lui.
    C’era sangue, tanto sangue dappertutto. Il compagno lo tirava per il lembo della giacca. -Via, via, non c’è tempo, sei ammattito-. Un trepestio confuso e affannato, un ansimare roco tra imprecazioni e bestemmie e poi il portone sbattuto con violenza. Mentre io urlavo e urlavo atterrita, senza riuscire a muovermi. Vedevo il sangue e non capivo da dove veniva. Io ero appena ferita, perché tanto sangue? Poi l’ho visto, il mio ninetto, in un lago rosso che si allargava e inzuppava il divano, lo sguardo smarrito e appannato. Non parlava, solo un gemito sottile e continuo che diventava sempre più flebile. Ho cercato di alzarmi subito, lo giuro, ma le forze mi sono mancate mentre sentivo ancora me stessa urlare e insieme le voci del televisore che continuava a trasmettere non so quale pubblicità. Sono ricaduta indietro come avessi le ginocchia spezzate. Poi è arrivata gente. Altro chiasso, tanta luce, altre urla, telefonate,  voci, la sirena dell’autoambulanza o della polizia, non lo so. Poi mi sono vista il pavimento addosso, contro la faccia,  accompagnato da suoni sordi che non riuscivo ad afferrare,  la luce si è appiattita in un grigiore confuso e finalmente il buio. Ho perso i sensi.
    Dov’è il mio piccolo? Fatemelo vedere. Gridavo nella stanza dell’ospedale fra gente che neanche mi stava ad ascoltare. Mia figlia è comparsa un attimo sulla porta, mi ha guardato ed è sparita.
    Poi le domande. -Perché la porta di casa era aperta?- Era aperta? Ma io l’avevo chiusa. -Come hanno fatto ad entrare? Non li avete sentiti? Li avete riconosciuti?
    O Dio, come facevo a rispondere, come facevo a dire chi avevo visto e perché erano entrati. E’ colpa mia, è tutta colpa mia. Mi ammazzerei se servisse a qualcosa. Il mio piccolo amore ferito a morte per causa mia. Vorrei sbattere la testa contro un muro, strapparmi la pelle della faccia con le unghie, ma mi hanno riempito di sedativi e sono riuscita solo a fare uno stupido inutile lamento.
    -Aveva dimenticato le chiavi nella porta, vero?- Certo, pezzo di cretina rimbambita,  doveva essere così. Dimenticavo sempre tutto dappertutto, anche se facevo la bravona ancora in grado di gestire ogni cosa senza difficoltà. (Ma no. Sapevo che non era così).
    -Ma perché non ha gridato subito, appena entrati? Oppure solo dopo, appena usciti? Perché proprio  a un certo punto della rapina?- Oddio, ma come faccio a dirglielo.
    -Lei lo ha visto. Perché allora, e solo allora ha gridato? E’ una persona che conosce.- No, non sapevo chi era. Non lo conoscevo. Non so, mi era sembrato a un tratto così spaventoso, con gli occhi torvi, l’espressione feroce…(Quante bugie, che pasticcio orribile. Certo che lo conoscevo,  il maledetto).
    -E come facevano a sapere dov’erano i soldi?-  Già, come facevano a saperlo? Quei quattro soldi che tenevo nelle buste, con le voci delle spese divise settimana per settimana e poi la bustina dove ogni mese risparmiavo qualcosa per fare un regalino al mio ometto, il regalino della nonna, nascosti in un cassetto della cucina tra le cianfrusaglie. I soldi della liquidazione sul libretto in banca (che non c’erano più da un pezzo).  Ma cosa volevano da me questi maledetti seccatori che mi facevano tutte queste domande? Non era con  loro che volevo parlare. Del mio tesoro, il mio piccolo compagno inseparabile, che da quando era nato mi aveva riempito il cuore di tenerezza infinita, aveva occupato le mie ore più belle, aveva dato un senso alla mia vita e al mio tempo. Di lui volevo parlare. -Fatemi parlare con lui accidenti, ditemi qualcosa-
    Quando me l’hanno detto ho urlato. Non più l’urlo di spavento, forsennato, dei momenti di paura appena vissuti. Ma un urlo che mi strappava le viscere, che mi si strozzava in gola togliendomi il respiro. No. No. Non ci credevo. Chiedevo di dirmi che non era vero. Ho chiamato mia figlia. Ho chiamato i parenti, i vicini. Ho ripetuto che non era vero, che c’era uno sbaglio.
    Adesso sono ridotta al silenzio. La tacita condanna di tutti mi pesa come un macigno. E’ stata colpa mia, lo pensano tutti. Ho lasciato le chiavi nella porta. Prima, la corsa nel parco con addosso il braccialetto d’oro e l’anello ereditato dalla nonna, così tutti l’hanno visto e ci hanno fatto un pensierino. Il volume alto del televisore e la foga con cui m’impegnavo a giocare rispondendo ai quiz, per far vedere che ero brava. Così non li ho sentiti entrare, vecchia sorda incosciente, invece di preoccuparmi che tutto fosse a posto e non ci fossero pericoli. E poi l’urlo, il grido di aiuto che ho cacciato attirando la loro attenzione, mentre potevamo tacere rincantucciati tra i cuscini del divano.
    Così pensano.
    Eppure le cose non sono andate così. Io lo so ma non posso dirlo. Sarebbe peggio. Mi hanno chiesto e richiesto se li avevo riconosciuti,  almeno quello a cui era caduta la sciarpa dal viso (ma perché mi son fatta scappare questo particolare? Anche qui non ho saputo star zitta, scema che non sono altro). Ho detto di no, che forse mi pareva ma non ero sicura, che mi confondevo, che c’era la luce falsa del televisore e le ombre della stanza e il rumore del programma con le voci che gridavano dallo schermo, e la paura che mi paralizzava.
    Però io l’avevo riconosciuto. Questa è la mia punizione, la mia tortura. Ma più di me a pagare è mia figlia e non potrò mai perdonarmelo. E soprattutto, soprattutto, il mio adorato piccolo uomo che ormai non c’è più. Non diventerà grande, non frequenterà le migliori scuole come noi sognavamo, non farà sport, non conoscerà l’amore, il mondo e la vita… o Dio basta. Fammi morire.
    Se ripenso a quell’anno disgraziato in cui la mia testa prese a frullare come una trottola, facendomi fare un mucchio di sciocchezze, ancora adesso non posso capacitarmi. Povera, patetica, stagionata ultracinquantenne, che sotto sotto si credeva ancora la bella ragazza di una volta e non voleva accettare il passare degli anni. Ero vedova e sola. Appena andata in pensione. Dopo gli anni del grande dolore e del lutto, il periodo del lavoro intenso, finalmente il meritato riposo. Avrei letto, viaggiato (nei limiti delle mie possibilità, certo, dopotutto avevo accantonato una discreta liquidazione), mi sarei goduta il mio tempo e la mia libertà, anche se non riuscivo a togliermi di dosso quella cappa pesante di malinconia. Mi accompagnava dai giorni della malattia e della morte del mio Carlo. Mia figlia per conto suo, a vivere la sua vita d’inferno, fra gli scontri continui e le fughe rabbiose da quel marito che aveva voluto sposare a tutti i costi. Mi ero presa un cane, unica consolazione, una piccola dolce compagnia. Con Toby andavo a spasso nel parco, mi sedevo sulle panchine mentre lui si ruzzolava sull’erba o mi portava la pallina per farsela tirare. Tanta tenerezza,  calore animale e qualcosa di morbido e vivo da stringere tra le braccia e da carezzare, da proteggere, in cambio di una devozione fiduciosa e incondizionata.
    Non mi bastava. Cosa andavo cercando? Povera sciocca che non voleva sentirsi già vecchia, non voleva vivere come una vecchia. O forse è stato un gioco folle della mia povera testa, in cerca di qualche forma di felicità. E un giorno, proprio al parco, l’ho incontrata la mia felicità. Non fosse mai successo. Quante volte mi sono data della pazza, mi sono fatta pena, mi sono vista con gli occhi degli altri, se avessero saputo,  e mi sono commiserata. Per questo non ho mai detto niente a nessuno. Anche lui portava a spasso il cane. Era alto e forte. Non giovane ma ancora col portamento vigoroso e giovanile di un ragazzo con le tempie grigie. Forse aveva la mia età, forse più (forse meno?), ma non è stato quello a colpirmi. Mi guardava con occhi attenti e ammirati, mi parlava con voce calda e gentile. O accidenti, che tipo interessante. Fu così che cominciò. Al parco giorno dopo giorno. I primi saluti, le prime conversazioni, i cani che giocavano, i suoi occhi che mi guardavano, i capelli grigi che brillavano quando piegava la testa. Ogni giorno mi vestivo meglio, mi truccavo con più cura. E’ stata come una corsa in discesa: non mi sono neanche accorta che stava succedendo e quando me ne sono accorta era troppo tardi. Quel giorno sono tornata a casa euforica,  con un’esaltazione gioiosa che non riuscivo a spiegarmi. Poi all’improvviso ho capito. Ero innamorata! Eppure mi aveva raccontato subito di avere famiglia: una moglie, due figli, un nipote in arrivo. Ma non ci pensavo nemmeno. La vera scoperta era ritrovare in me l’entusiasmo, l’interesse, la voglia di vivere, di aspettare il giorno seguente per rivederlo. Mi sentivo rinata e giovane e ammirata. O no? Era solo un’illusione la mia? Forse a lui non era capitata la stessa cosa? Forse ero solo io a farneticare?
    E’ stato così che sono  cominciate la mia felicità e la mia tortura. La mia discesa per una strada che mi avrebbe portato in questo inferno.
    Poi sono cominciati incontri di altro genere, appena lui si è reso conto del mio stato d’animo. Non si è lasciato sfuggire l’occasione, certo. Ore di passione, non lo nego, inizialmente esaltanti ma miste a una crescente vergogna. Non voglio parlarne. Mi faccio pena. Alla mia età, povera stupida illusa, rimbambita da un amore fuori stagione, da un uomo che mi sembrava un gigante ed era solo un piccolo misero imbroglione che approfittava della mia dabbenaggine. Avevo già speso un terzo della mia liquidazione in vestiti sempre nuovi, biancheria di lusso per sembrargli seducente, trucchi e creme di bellezza. Perfino trattamenti in un centro benessere che dovevano rifarmi nuova. Che pena. Chissà quante altre donne della mia età attraversavano questa fase patetica,  in cui si vuole tenere stretta la propria giovinezza. Avevo pagato cenette in localini di lusso e alcuni fine settimana sul lago. Lui diceva che non poteva sottrarre soldi alla famiglia e che sua moglie controllava tutti i conti e si faceva passare tutta la sua pensione. Poi sono cominciate le giocate al lotto, le scommesse, i prestiti per piccoli affari. E via di seguito.
    E’ stato il mio frugoletto a salvarmi e a ridarmi il giusto senso delle cose.
    Quando ho saputo che mia figlia era incinta,  mi sono svegliata tutta ad un tratto. Nonna. Sarei diventata nonna. Un trauma per la mia scempiaggine, per la mia nostalgia di giovinezza, poi la gioia. Una gioia immensa. Avevo ritrovato finalmente un ruolo,  il vero ruolo che mi spettava. E da quando il piccolino è arrivato, non c’è stato nient’altro per me. Solo lui contava, solo lui era il mio grande amore. Quando poi sono venuti ad abitare con me, dopo il divorzio di mia figlia,  sono stata davvero felice.
    E lui? Il grande seduttore, che aveva trovato un’amante compiacente e credulona con cui passare delle belle ore, la sua piccola comoda banca da spolpare: l’ho congedato con garbo ma con decisione. Ci è rimasto male ma non ne ho voluto più sapere.
    Ho troncato ogni cosa e non ci ho pensato più. Al diavolo lui e le sue belle parole. Che sparisse dalla terra, con tutti  i suoi sguardi allusivi e pieni di promesse, con tutte le nostre ore di passione ampiamente ripagate: sul lastrico mi aveva ridotto, con le sue richieste di soldi. Mi aveva reso ridicola ai miei stessi occhi.
    Quante volte, in tutti quegli anni, aveva tentato di avvicinarmi e quante volte io gli avevo allungato delle piccole somme, mentre mi diceva di avere delle difficoltà. In fondo ero un po’ rosa dal rimorso e dispiaciuta per lui. Dopotutto mi aveva regalato momenti di affetto e aveva addolcito la mia solitudine. Ma ultimamente no, lo avevo mandato a quel paese. Era ora che mi lasciasse in pace.
    Ecco, così è stato. Una vecchia balorda che aveva perso la bussola per un anno e poi era rinsavita.
    Ma a che prezzo. Chi ci pensava che non mi aveva mai ridato le chiavi di casa? E che sapeva dove tenevo i soldi? Ma ormai era passato tanto tempo. Tanti anni pieni di amore per il mio bel nipotino che cresceva ogni giorno più forte e più intelligente e pieno di voglia di vivere.
    All’inferno deve andarsene quell’assassino. Lo so, mi aveva rivisto quel giorno al parco,  mentre correvo col bambino, e lui era lì confuso tra gli operai che lavoravano alle tubature,  intento a chiacchierare con loro, il maledetto, a raccontare chissà quali frottole. Era successo altre volte. Uno scambio di sguardi piuttosto freddo e via, ognuno per la sua strada.
    Ed era lì quella sera, quando gli è caduta la sciarpa dal viso. E’ stato il suo nome che ho gridato, sconvolta dall’orrore e dall’incredulità. Ed è questo il mio immenso, atroce,  inconfessabile peccato.

     
  • 10 luglio 2008
    Un uomo, una sera

    Come comincia:

    Era uscito senza una meta precisa. Aveva bisogno d’aria. Da un po’ di tempo gli succedeva sempre più spesso ed era strano: Giuseppe non aveva l’abitudine di assentarsi dal lavoro o dagli impegni,  di qualunque genere fossero,  senza un motivo preciso. Soprattutto non amava perdere tempo. Anche quando “staccava” aveva sempre qualcosa in mente,  qualcosa da esaminare,  da rivedere,  da ripensare. Oppure correva a casa per cercare di rammendare gli strappi della sua vita,  per mostrare che ogni tanto sapeva essere presente,  che non dimenticava del tutto gli affetti,  i doveri…Per quanto tempo ancora sarebbe riuscito a ingannare se stesso?
    Ma quella sera non voleva pensare a niente. L’aria era fredda ma odorava di primavera e lui sentiva la voglia di respirare.
    Vagò a lungo, senza pensare, o meglio divagando con la mente in una fantasia assorta e confusa che intrecciava desideri inespressi, rimpianti, ricordi e un’ insolita voglia di novità. Si trovò a passare nei pressi della stazione. Poco lontano da lì si perdeva nell’oscurità,  intervallata da rari lampioni,  una zona di vecchi condomini, grandi palazzi anonimi dall’aria severa ma decorosa, dove aveva abitato da bambino. Allora non conosceva i quartieri residenziali. Allora non aveva il giardino, il garage, la villa in fondo al vialetto dietro la cancellata, con i cani sciolti nel prato a fare la guardia e il domestico filippino pronto ad accorrere al suo rientro. Adesso quelle strade gli apparivano un po’ tristi ed estranee.
    Fu nel girare l’angolo che rischiò di inciampare in un fagotto a terra. Guardò meglio e si accorse che sotto un mucchio di stracci e di cartoni c’era una persona, un uomo. Si era addossato a una rientranza del muro,  dove l’ingresso di un negozio arretrava in una specie di breve porticato in ombra. Parlava sottovoce con un compagno rannicchiato poco lontano. Giuseppe stava per allontanarsi infastidito da quella vista,  pensando a uno stentato scambio di parole tra due poveri ubriachi. Due rifiuti della società che vivevano come fantasmi negli angoli oscuri delle strade, ignorando tutti e ignorati da tutti. Li aveva già superati quando alcune parole lo colpirono e lo indussero a fermarsi. Erano parole corrette, stranamente forbite, pronunciate con garbo e in tono compito. Un linguaggio inaspettato in bocca a un barbone. Era il primo uomo che parlava, quello che aveva notato subito, nell’ombra, e che adesso aveva alzato leggermente la voce per farsi sentire meglio dall’altro, che invece rispondeva con monosillabi rauchi e scontrosi.
    Dal mucchio di stracci saliva un odore sgradevole. Giuseppe rimase interdetto. Si fermò poco lontano, addossato al muro,  per ascoltare ancora e per capire se aveva sentito bene.
    Era proprio così: quel barbone parlava in modo civile, quasi formale, ed era privo di accento. Si sarebbe detto un uomo istruito e di buon livello sociale.
    A Giuseppe sembrò un controsenso e si trovò presto a riflettere su chi potesse essere  quel barbone e sui motivi che l’avevano ridotto così. Un fallimento, la perdita del lavoro, una grave crisi affettiva, un tracollo psicologico. Qualcosa doveva averlo trascinato in quella situazione di povertà e di abbandono. E poi la discesa inarrestabile verso l’abisso dell’autodistruzione, forse l’alcolismo, il distacco da tutto, l’abulia.
    Ma di colpo un pensiero diverso si fece strada: un pensiero inaspettato, un tarlo sconosciuto che improvvisamente cominciò a scavare e ad emergere dalle pieghe della mente. Non poteva essere, invece, un uomo che aveva trovato la sua libertà? Una rabbiosa ribellione. Addirittura il rifiuto di una vita bella e comoda ma diventata per lui priva di significato.
    La saturazione di tutto, il ritmo stressante, l’affollarsi di cose da fare,  cose da pensare, cose da acquistare e da mostrare, per mantenere il suo stile di vita e un’effimera considerazione agli occhi altrui. Forse delusioni affettive, fiducia tradita nei rapporti umani, slealtà e comportamenti meschini là dove si attendeva serietà, responsabilità e coerenza. Il vuoto interiore…Poi quella ribellione. E l’improvvisa, inebriante libertà.
    Quel giorno qualcosa si era spezzato e tutto gli era apparso diverso, come un giorno di rivelazione e di rinascita. Così se ne era andato. Dove?
    Giuseppe provò a pensare,  fantasticando. Più ascoltava la voce garbata dell’uomo, più osservava i suoi modi e il suo gestire, più si convinceva che poteva essere questa l’interpretazione giusta. Sì, proveniva da un ambiente istruito, da un mondo in cui educazione, stile e regole di vita avevano un valore indiscusso. Più ancora: veniva da un mondo di relazioni sociali importanti, di lavoro incalzante e di tenace impegno per arrivare,  per essere sempre vincente. Un mondo che non lasciava spazio al silenzio e al pensiero,  non concedeva tregue e non permetteva di uscire dal circolo vizioso dell’attività ad ogni costo, dello sforzo mentale continuo per produrre idee sempre nuove, per sostenere le competizioni e non perdere mai colpi. E forse chissà, era giunta anche la fase del sostegno artificiale,  dell’aiutino chimico. Un po’ di polvere per darsi carica e resistenza, una sniffata per mantenersi lucido e in forma. Sempre più spesso, in un mondo che cominciava a cambiare colore ai suoi occhi : a volte gli diventava gradualmente sfocato e grigio, le cose giravano al rallentatore, il corpo gli sembrava torpido e la mente non gli rispondeva,  le idee diventavano rarefatte e confuse. Allora ricorreva al suo conforto personale, alla strisciolina di neve. Il corpo si rigenerava, la mente tornava attiva,  scattante,  le cose intorno riprendevano colore, i contorni nitidi e brillanti. Ma tutto era strano, falsato,  come guardare in uno specchio: un riflesso, solo un riflesso che rimanda l’immagine con un senso di estraneità. Più tardi lo specchio si spezzava. Le immagini tornavano sconnesse e  annebbiate, tutto di nuovo disarticolato e la luce frantumata in mille schegge senza senso.
    Era così? Le cose stavano veramente così? Giuseppe si interrogava provando un crescente disagio. Chi era quell’uomo sotto la coperta? Un barbone sconosciuto o qualcuno che a lui sembrava quasi di riconoscere?
    Attorno c’era un grande silenzio, ma a ben ascoltare la notte era piena di sussurri. Il respiro pesante dell’altro barbone, poco lontano,  il leggero fruscio tra le chiome degli alberi, nel viale dietro l’angolo, quel lontano sommesso brusio che fa da sinfonia notturna di una città che resta viva e vigile anche quando dorme. E quel suono del tutto immaginario che sale dalle vecchie case, dai vicoli, dalle fessure segrete di un luogo dove il passato ha lasciato
    la sua eco.
    Giuseppe non riusciva ad allontanarsi. Tutto a un tratto venne preso dalla smania di accostarsi apertamente e di conoscere l’uomo misterioso. Continuava a immaginare.
    Lo vedeva prigioniero della sua vita. Ricostruiva questa vita, passo passo: cominciata come una scelta, continuata con l’entusiasmo delle mete raggiunte e le conferme del suo successo. Poi era diventata una corsa progressiva ma allo stesso tempo ripetitiva,  una routine sempre più pesante,  come l’accelerazione di una locomotiva su binari che si snodavano all’infinito. E i binari lo costringevano a non cambiare rotta. I rapporti con le persone più care erano diventati rapidi e distratti. Le occasioni di svago e gli incontri sociali improntati a un piacere sempre rosicchiato da un’ansia sottile. Parlava, parlava e già pensava ad altro. Rideva e già si sentiva stanco, con la voglia di andarsene, di fare qualcos’altro, di vedere qualcun altro. Aveva avuto spesso la sensazione che una parte importante della vita gli stesse sfuggendo.
    Un giorno, forse, si era sentito soffocare. Era uscito e aveva vagato nel parco, non per fare il doveroso Jogging di ogni mattina, ma per sentire l’aria, i profumi, il benessere di una camminata lenta e senza meta. Per vedere e sentire l’umanità che vive. Aveva camminato per tutto il giorno e col passare delle ore si era diretto inconsciamente verso i quartieri più degradati,  verso zone sconosciute della città. Era ormai sera e aveva cominciato a notare quei mucchi scuri di stracci,  circondati da scatoloni vuoti, lattine e cartacce. Stracci viventi che si muovevano e si lamentavano o brontolavano sottovoce o sospiravano rochi,  emanando l’odore stantio della birra o del vino, mescolato a quello dei panni sporchi e dei rifiuti. Aveva sentito repulsione e insieme attrazione. Persone fuori dalla società,  fuori dalle regole, fuori da ogni ragionevole costume di vita. Fascino e disgusto. Ribrezzo e desiderio.
    Era tornato a casa in preda a uno stato di confusione. La mente rapita da un pensiero fisso, da una parola, una sola parola: ”fuori”. Fuori da tutto, fuori da quell’imbuto nel cui gorgo si sentiva trascinato, dal vortice irreversibile della sua vita. E pian piano un’altra parola sempre più chiara risuonava sempre più forte nel cervello e lo ipnotizzava: ”libertà”.
    Giuseppe si chiedeva se la sua ricostruzione dei fatti fosse esatta. E se le cose erano andate davvero così, allora chissà quali e quante fratture doveva aver creato nella sua esistenza. La famiglia, il lavoro, gli amici, la casa, le comodità, le abitudini. Cosa aveva raccontato a tutti? Un lungo viaggio di lavoro, un prolungato periodo di ferie…ma come spiegare l’abbandono di tutto, la mancanza di bagaglio, la dimenticanza delle carte di credito? Forse non aveva voluto spiegare e inventare altre storie,  ormai stanco ed estraneo, preso solo dalla febbre della fuga. Era scomparso una mattina senza avvertire nessuno, svanito nel nulla, in silenzio. Nient’altro.
    Giuseppe lo spiava.
    Aveva smesso di parlare. Ora taceva sotto il suo mucchio di stracci. Chissà se, a tratti,  la nostalgia degli affetti si faceva sentire, se a volte era tentato di far conoscere la sua sorte, di farsi vivo con qualcuno. Però sapeva che non sarebbe tornato. E forse, a casa,  aveva ormai perso tutto. C’era chi lo aveva rimpiazzato nel lavoro, chi aveva sospettato in lui la follia, chi lo immaginava in un’isola tropicale a vivere una ribellione di lusso. Lui lasciava credere tutto. Certo nessuno aveva capito la sua rivolta, la sua volontà di annullarsi interamente per dimenticare, per respirare,  per vegetare come una creatura della terra, per decidere ogni giorno il suo cammino.
    Per Giuseppe era facile fantasticare. Cercava di spiegarsi le sue ragioni e riusciva senza difficoltà a immedesimarsi nella sua vita. Quante vicende personali avevano preceduto il crollo? Quel primo matrimonio fallito, quando ancora la carriera stentava ad avviarsi e la vita non era semplice e lui era sempre ansioso e distratto. Quel figlio cresciuto con la madre lontano da lui, chiuso e suscettibile, intimidito da un padre sempre irritabile, poi allevato nel risentimento e nutrito di rancore. Le delusioni nei rapporti umani, a contatto quotidiano con gli arrivismi, le slealtà, le manovre subdole dettate dall’opportunismo. La vita non era stata una vetrina illuminata come si era presentata all’apparenza.
    Forse dietro a un aspetto brillante e inappuntabile c’erano stati fallimenti e sconfitte morali. Lunghi tratti in salita con l’affanno e la fatica di un cammino irto di ostacoli. L’insidioso tarlo delle incertezze, il dubbio corrosivo sul valore e la durata di quello che aveva conquistato.
    Giuseppe si sbizzarriva nel formulare ipotesi sempre più complesse. Chissà perché quella sera si trovava così coinvolto e la sua fantasia si sfrenava in modo così fervido ad analizzare situazioni e sentimenti. Sentiva che gli riusciva di comprenderli bene.
    Una volta presa la decisione, l’uomo aveva abbandonato e poi dimenticato le metropoli nevrotiche, le nebbie, la fretta, le giornate vissute nell’ansia dove il tempo era scandito da impegni,  appuntamenti,  scadenze. Sì, forse aveva cercato di ritrovare il tempo.
    Aveva vagato nei paesi mediterranei, nei luoghi dove il tempo sembrava dilatato,  rarefatto,  dove tutto sembrava fermo, in una sorta di eternità regalata dalla quiete del pensiero. Qui la mente poteva restare assorta a contemplare le antiche pietre, a sentire il respiro dei secoli e a captare le voci della varia umanità di ieri, di oggi, di domani…
    Aveva vissuto in un costante presente, senza pensare più a niente, affidato al caso, a ciò che la sorte gli riservava giorno per giorno. Povertà,  semplicità di vita, bisogni essenziali,  sacrifici e scomodità : niente gli era sembrato così insopportabile, se accompagnato dall’ebbrezza della libertà, dalla serena certezza di essere se stesso e nient’altro. Perfino il disprezzo visibile della gente, l’isolamento da quella società che viveva un’esistenza normale,  niente lo scoraggiava. In cambio aveva conosciuto tanti casi umani, tanta gente invisibile agli altri ma ricca di esperienze, di storie, chiusa nella propria cappa di malinconie,  di rassegnazione, di amori e di dolori. Ma possibile che non provasse rimpianto o rimorso per tutto quello che si era lasciato alle spalle? Le responsabilità, i doveri,  gli affetti…
    Giuseppe si riscosse di colpo dalle sue fantasie. Cosa gli stava succedendo? Si stava facendo prendere dalla sua vena segreta che a tratti riemergeva,  a tradimento: quella del sogno.
    Adesso l’uomo si era girato e si era accorto di lui. Giuseppe non riusciva a distinguere con chiarezza i suoi lineamenti, però intuiva che non era intimorito né arrabbiato. Stretti intorno a lui aveva alcuni libri rovinati dall’uso e poi, nell’ombra di una piega, quasi nascosto, un oggetto curioso che risvegliò ancor più il suo interesse: un flauto.
    -Che strano - pensò Giuseppe. Anche lui suonava il flauto da bambino e quando era assorto nella sua musica riusciva a dimenticare tutto, ad estraniarsi e a sentire in sé l’armonia delle cose. Sorrise al ricordo : se ne era quasi dimenticato.
    Poi vide il volto dell’uomo, vide i suoi occhi, il suo sguardo, e improvvisamente tremò. Lo fissò in silenzio, in preda a un panico misterioso che gli attanagliava lo stomaco.
    -Mi scusi - balbettò. Cercò di spiegare la sua presenza avviando a stento una specie di conversazione. Voleva scusarsi ma non intendeva allontanarsi: doveva trovare un pretesto per sapere. Tanto per dire qualcosa si presentò, disse il suo nome, sperando che anche lui lo facesse. Quando vide che l’altro non parlava, si azzardò a chiederlo.
    - Mi chiamo Giuseppe - rispose l’uomo.

     
  • Come comincia: E’ pallida, ma il morbido incarnato ha qualcosa di tenero, di caldo, che la fa sentire viva e vicina. Se ne sta adagiata mollemente, appoggiata su di un braccio nudo e mostrando parte del seno e delle spalle, mentre un drappo vellutato disegna pieghe profonde e sinuose coprendole il resto del corpo. Un velo  di pizzo trasparente,venato di fili d’oro, disegna un ricamo leggero sulla stoffa comunicando la sensazione di una grazia leggiadra e preziosa. Dietro di lei il buio.
    La pelle rosata è fresca e liscia, ma il corpo ha una pienezza fatta di rotondità vellutate, che sembra di poter toccare. Le ombre lievi che segnano il movimento dei muscoli accentuano la consistenza soda delle carni. I capelli sono raccolti con morbide volute e alcune ciocche sfuggono ai fermagli di perle, scendendo sulle spalle con riccioli biondi, setosi e quasi impalpabili,e sfumano lievemente serpeggiando sottili e trasparenti sullo sfondo scuro. Il suo sguardo assorto perfora la tela, attraversa il tempo, i secoli….quanti secoli?
    Tiene in mano un fiore dalla corolla aperta, prossima a sfogliarsi, con petali delicati, appena segnati da riflessi di luce. Se ne sente quasi il profumo un po’ dolciastro, intenso, ma avviato al sentore del disfacimento. Il libro giace accanto a lei, aperto e sfogliato più volte. Lo ha appena deposto e ancora sente risuonare i versi:
    “Rosa, riso d’Amor, del ciel fattura ,rosa del sangue mio fatta vermiglia…”
    E’ una musica. Il verso scivola nella corsa liquida delle parole, scandita da rimbalzi sonori. Un fluire continuo, senza pause o interruzioni, che rotola sull’onda del metro. Amore, natura, vita, morte, dolore: un prisma dalle mille facce che brilla negli aggettivi, nei verbi, nelle assonanze, nelle immagini ricercate, nelle parole che s’inseguono, nelle definizioni ornate e complesse, per sfuggire e dissolversi in un silenzio che suggerisce un abisso dell’anima.
    Sì questa è la vita: fatta di tutto e di niente. Esperienze e sentimenti che s’inseguono, si accavallano, poi sbiadiscono nello scorrere del tempo e inesorabilmente si dissolvono. Passioni che travolgono, che ti esaltano e ti consumano, per poi annullarsi nel vuoto della dimenticanza e nell’amara malinconia del rimpianto o del rimorso. Colpe e ricordi segreti, cedimenti, rivolte dello spirito. E poi pentimenti, espiazioni cercate con angoscia e col desiderio del perdono…
    - Chi sei, donna del passato, incorniciata nella tela insieme alla tua anima, esposta allo sguardo di chi ti osserva attraverso il tempo e trova riflesse nella tua fissità le proprie ansie, le proprie eterne domande. C’è un colloquio intimo con chi ti contempla, immortalata nei tuoi gesti, nei tuoi colori, nei contrasti o nelle sfumature degli oggetti che ti circondano. -
    Un fascio di luce attira lo sguardo sul volto, sulle mani, sulla rosa. Le pieghe profonde del velluto esprimono un movimento inquietante. C’è qualcosa di intenso, di vibrante nell’atmosfera che avvolge la figura, anche se apparentemente immobile nella perennità di un ritratto. Qualcosa che trascende i limiti del tempo.
    “Porpora de’ giardin, pompa de’ prati, gemma di primavera ,occhio d’aprile…”
    Com’è bello per lei placare le sue ansie, le sue inquietudini nell’armonia delle parole, nel sovrapporsi delle immagini eleganti e leggiadre, nel succedersi delle definizioni, nel moltiplicarsi delle metafore.
    E’ come assopirsi in una visione di bellezza che fa dimenticare ogni angoscia, stende un velo su tutte le incertezze. La mente danza,i sensi colgono tutti gli stimoli offerti dai versi, la luce, il colore, il profumo, il sapore, la consistenza, la morbidezza…tutte le sensazioni si esaltano, diventano percezioni acute e poi emozioni.
    Solo la musica dei madrigali, con la sua fantasiosa polifonia, riesce a comunicarle altrettanta serenità, perché le distoglie la mente da ogni altro pensiero impegnandola a inseguire l’intreccio delle linee melodiche, la varietà delle articolazioni vocali, gli acuti virtuosismi del violino, il gioco inesauribile delle “sonate”. La musica frantuma i suoi fragili timori dell’ombra sciogliendo lo spirito inquieto e le fa vincere, a tratti, la malinconia che serpeggia nell’animo.
    - Chi sei, donna del passato ,che cerchi ad ogni costo la felicità, cerchi di sfuggire ai fili invisibili che paralizzano il tuo animo, alle grate di ferro che imprigionano la tua vita e insegui l’armonia e il sogno, in un mondo che si dibatte tra miti e scienza ,tra realtà tangibili e realtà apparenti, tra fantasia e razionalità.-
    L’artista la ritrae in tutta la sua bellezza, ma le fa il dono di un atteggiamento contemplativo e sereno che non corrisponde al suo sentire più nascosto, così come le dona la perennità di una giovinezza che lei sente sfuggire…Vanitas vanitatum.
    Sulla mano posata tra le pieghe di velluto solo lei riconosce le prime rughe. Una rete sottile si dirama su quella pelle che era così morbida, così fresca…le nocche sono più evidenti, il tessuto più arido, ha perso la sua lucentezza di seta. Tutti gli anelli, tutti i bracciali più preziosi non serviranno a celare il passare del tempo, anzi lo accentuano e forse lei non li porterà più: non attirerà l’attenzione su quella prima testimonianza di decadenza.
    Eppure è la naturale vicenda umana, come quella della “violetta… ché tanto dura l’alta ventura di questa tua beltade”.
    Lei mantiene il viso disteso, lo sguardo assorto come le viene richiesto, così forse il pittore non distinguerà il tormento del cuore. Le speranze, le delusioni, i dubbi che avvelenano l’anima, le domande su ogni apparente certezza, la fugacità delle cose, il mutare dei sentimenti, il rimpianto del passato e l’angoscia del futuro, il fascino dei sensi e il predominio della ragione, la vita, la morte… la morte. Il suo tormento è questo dibattersi tra contrastanti tendenze, questo sentirsi in balìa del tempo che trascina tutto nel nulla.
    Il fiore che tiene in mano sta perdendo gli ultimi petali. Nel buio dietro di lei ci sono forse altri oggetti, ci sono fondali e prospettive, ma non si vedono. Nel buio tutto è indistinto, come buia è la coscienza di chi vaga sofferente tra peccato e redenzione, tra mutamenti e tradizione, tra dubbio e verità. Come buio è il mondo in cui non c’è più niente di sicuro, di conosciuto, o dove si comincia forse a conoscere tutto, ma la conoscenza ispira l’angoscia dell’ignoto e sembra quasi una terribile avventura. E’ l’epoca della Nuova Scienza…
    -Addio, donna del passato che parli nel silenzio e porti un messaggio attuale più che mai,in questi tempi oscuri, in questa nebbia che si addensa sul presente, sul futuro, mentre la conoscenza ci arricchisce solo di incertezze… Il tuo pensiero è qui,in chi ti guarda ed è preso dalle tue stesse emozioni.-
    Niente trapela dal suo viso ,sempre rosato e dolce,velato solo da una leggera malinconia. Niente deve trapelare quando tutto ciò che conta, per il mondo esterno, è nelle apparenze, nelle regole, nelle forme. Tutto deve essere come ci si aspetta che sia.
    Passerà il tempo, ma la mano del pittore avrà fissato per sempre sulla tela la sua bellezza, la sua malinconia, l’indefinibile sentore di caducità delle cose. Miracoli dell’arte.

     

     
  • 27 maggio 2008
    Alta marea

    Come comincia: Arrivava la mattina, quando ancora la bassa marea lasciava scoperte vaste strisce di sabbia luccicante, percorse da rivoli d’acqua e disseminate di conchiglie morte.
    Si sedeva vicino a quella barchetta rovesciata che restava arenata sulla spiaggia tutta l’estate nella stessa posizione, forse più per “colore” locale che per una qualche necessità. Lì apriva i suoi fagotti, si spogliava dei suoi panni e radunava intorno a sé le poche cose che le servivano per la giornata. Il vestito di cotone ripiegato, le scarpe nere sotto il vestito, il bastone appoggiato in terra.
    Non era un bello spettacolo: una vecchia donna dalla pelle avvizzita, contornata da qualche straccio che non riusciva a nascondere i tristi segni dell’età sul suo corpo. Ma non sembrava curarsene più di tanto. Aveva un atteggiamento assorto, quasi assente, concentrata com’era a ricevere il tepore del sole, a respirare la salsedine marina e ad ascoltare lo sciabordio della risacca. Restava chiusa in un suo mondo di pensieri, di ricordi.
    Era accompagnata da un vecchio cane che si accucciava accanto a lei e raramente tentava una breve esplorazione tra le alghe morte, i sassolini lucenti, le pozze d’acqua schiumosa. Non poteva stare lì perché l’accesso agli animali era vietato, ma nessuno faceva obiezioni e lui restava indisturbato annusando gli arbusti portati dalla marea o scavando nella sabbia.
    Col passare delle ore si vedeva aumentare il passeggio dei bagnanti sulla riva. Le passavano accanto con indifferenza, qualcuno con un lieve cenno di scontento per quella mostra indecorosa di carni flaccide, di povera biancheria intima esposta alla vista di tutti senza pudore. Pochi mostravano interesse per quella figura solitaria e diversa, nel quadro di una spiaggia ridondante di corpi giovani e abbronzati, di costumi colorati, di vivacità chiassosa e spensierata. Nell’arco della giornata cambiavano le luci e i suoni: alla folla della mattinata succedeva l’ora calda e silenziosa del mezzogiorno, quando il mare tornava ad essere vuoto, regno incontrastato di barchette e gabbiani, e la spiaggia era quasi deserta, addormentata. Era l’ora in cui si sollevava la brezza e, nonostante la calura, l’aria sembrava più leggera e l’orizzonte era più grande, più lontano. Lei restava lì, quasi immobile, forse non si accorgeva neppure del trascorrere delle ore. Piccole folate di vento le scompigliavano i radi capelli grigi, mentre a tratti la sua testa sembrava ondeggiare leggermente, assecondando una misteriosa nenia silenziosa che si ripeteva all’infinito, sempre uguale, dentro di lei.
    Nessuno conosceva il filo dei suoi pensieri, ma non erano fantasmi di follia quelli che vagavano nella sua mente. Era lucida e tranquilla, concentrata in un suo sogno che una volta mi aveva confidato. Le avevo rivolto la parola per caso, dopo averla urtata inavvertitamente, e avevo scoperto che non era una persona alienata e nemmeno incolta: parlava con molta dolcezza, a ritmo lento, dicendo cose sensate ma lontane dal mondo che aveva intorno. Inseguiva una sua fantasia. E quel giorno me ne aveva parlato.
    Nessuno immaginava che lei, in realtà, stesse giocando.
    Giocava con se stessa, col suo passato, con la sua vita. E cercava di immaginare quello che la vita avrebbe potuto regalarle.
    Fissava con attenzione i giovani che le passavano accanto e si chiedeva chi di loro avrebbe potuto essere un suo figlio.
    Il giorno in cui si era risvegliata dal pozzo senza vita e senza tempo della narcosi, aveva saputo che un figlio, lei, non l’avrebbe mai avuto. Da allora era cominciato quello strano gioco che rasentava i limiti dell’ossessione. Lo ripeteva ovunque, sempre uguale, ricavandone un appagamento mentale, una sorta di accettazione ipnotica che le dava pace.
    Un giovane abbronzato, col ciuffo ricadente di capelli neri e gli occhiali che scivolavano sul naso: ecco il figlio del suo lontano primo amore. Faceva il gesto ripetitivo di aggiustarsi la posizione delle lenti, leggeva assorto senza distrarsi e a tratti interrompeva la lettura per fissare il mare e inseguire chissà quali pensieri.
    Lei ne era sicura: era lui, lo ricordava bene. Scriveva poesie, allora, e suonava la chitarra, pensava ai problemi del mondo e guardava le cose con fiducia e umanità, convinto di poter risolvere tante ingiustizie col suo idealismo.
    Anche la ragazzina castana lì accanto, con i capelli ricciuti mossi dal vento e il viso sorridente, lo sguardo sognatore perso tra le nuvole e le carni sode e rotondette esposte ai raggi del sole: anche lei poteva essere sua figlia. Ricordava se stessa e si vedeva rispecchiata in quella figura giovane, dall’atteggiamento timido ma curioso verso il mondo, il corpo un po’ troppo florido che  la imbarazzava e non sembrava corrispondere al suo temperamento riservato e schivo, il temperamento di chi non vuole attirare l’attenzione, ma ama osservare, riflettere e sognare…
    E quel ragazzo magrolino con l’espressione insicura sotto i ciuffi chiari spettinati, o l’altro che gli camminava accanto, scherzando e chiacchierando senza sosta, con una smania di vivere evidente e un entusiasmo ingenuo… no. Era più probabile fosse quello concentrato e silenzioso, col corpo asciutto e il viso un po’ scavato, che procedeva con calma e si guardava intorno con espressione seria, attento e acuto nell’osservare, pacato nel parlare, pronto al sorriso ma con i modi misurati di un animo gentile.
    Ed eccolo, finalmente, il figlio che avrebbe avuto sicuramente. Il figlio del suo uomo, del suo compagno di una vita: alto e magro com’era lui. Lo vedeva avanzare sulla riva, l’atteggiamento sicuro e vagamente spavaldo di chi vuole tracciare la sua strada mantenendo intatte le sue coerenze, la grinta ribelle e tenera dell’adolescente incompreso. Lei lo conosceva bene. Dietro quello sguardo ostinato c’era un cuore caldo, c’era l’ansia di dire e di fare, contro tutto e contro tutti, c’erano tante fragilità che lui stesso ignorava. Ancora non aveva quella tenerezza che avrebbe maturato con gli anni, la conoscenza disincantata delle cose che gli avrebbe donato una forza interiore più sofferta senza intaccare la sua voglia di lottare, la sua determinazione, dietro la maschera distaccata del volto.
    Lei lo guardava con insistenza, lo vedeva parlare con gli amici, riconosceva i suoi tratti e già immaginava il trasformarsi dei lineamenti negli anni, quando l’espressione si sarebbe ammorbidita, qualche ruga avrebbe segnato il viso e i capelli si sarebbero argentati.
    Poi anche lui scompariva alla sua vista e il gioco era finito.
    Sulla battigia cresceva l’alta marea, le grida dei gabbiani si facevano più forti nella luce dorata del pomeriggio e le ombre si allungavano. I bambini schiamazzavano tra le onde rifiutandosi di lasciare il bagno. Il vecchio cane inseguiva inutilmente una palla, illudendosi di partecipare al gioco dei ragazzi sulla riva. E andava avanti e indietro, avanti e indietro, senza che nessuno gli rivolgesse l’attenzione. L’aria era più fresca e qualche brivido scuoteva i corpi immobili, stesi da ore sui lettini o sugli asciugamani.
    Lei si risvegliava dal suo sogno. Allora radunava lentamente le sue cose, si rivestiva pian piano e se ne andava: figura solitaria e scura che si allontanava sullo sfondo di una spiaggia immensa che sembrava rappresentare il vuoto della sua vita ma lasciava spazio per tutti i sogni. Domani sarebbe tornata e avrebbe ricominciato.

     
  • 27 maggio 2008
    Un uomo di mare

    Come comincia: “La nave è entrata in porto con la leggerezza del gabbiano. Sfiorava appena l’acqua…pareva scaturita dal mare all’improvviso…Noi l’attendevamo. Stavamo ammassati lungo le battagliole dei bastimenti da guerra, gli equipaggi erano schierati in parata. Sapevamo di salutare, su quel ponte chiaro che avanzava, un manipolo di prodi.”
    Queste parole le sto leggendo su di una vecchia pagina di giornale conservata in casa mia come un prezioso cimelio. Il giornalista parla dell’ “Epica avventura d’una silurante italiana”. Non sono citati nomi di persone, non viene definita la nave, non si nomina il porto di approdo dove “tutti si scoprirono e salutarono il piccolo naviglio reso quasi trasparente dal pallido sole di novembre ma annerito dal fumo della battaglia.”
    E’ tempo di guerra e la stampa osserva la consegna del silenzio su tutte le notizie relative alle azioni belliche.
    Ma io so che nave era, che porto era, e chi c’era su quella imbarcazione. C’era mio padre, giovane ufficiale, imbarcato sul cacciatorpediniere “Grecale”e sopravvissuto ancora una volta a una delle tante battaglie con cui venne decimata la nostra Marina. Il porto era quello di Taranto.
    E’ il mese di novembre del 1941. La nave giunge trainata, dopo essere rimasta alla deriva per sei giorni e sei notti, senza più timone e con i motori in avaria,in balia delle onde che potevano consegnarla in mani nemiche o farla approdare su coste nemiche. I feriti sono distesi sui tavoli da pranzo per essere accuditi dal medico di bordo e dall’infermiere. I morti sono allineati sul ponte.
    I superstiti portano con sé il ricordo di un inferno di fuoco, di sangue, di esplosioni, di lavoro frenetico e forsennato per tentare di recuperare le macchine in una bolgia di fumo e di vapori, frastornati dai colpi di cannone, in una tempesta di granate e di schegge. Poi…hanno ancora nel cuore quelle notti silenziose di paura, in preda alle ignote correnti marine, in attesa della sorte, mentre sentivano lo sciacquio dell’acqua mista a sangue scorrere sull’assito del ponte.

     

    Nella scheda personale del tenente Oreste Ricotti,in data 15 aprile 1942,si legge: “Decorato con la Croce di Guerra al Valor Militare” e nella motivazione: “Imbarcato su C.T. durante uno scontro notturno con Unità nemiche, si prodigava con sereno coraggio e perizia professionale, sotto il violento fuoco avversario, nel ripristino dell’efficienza dell’apparato motore, gravemente compromesso, dimostrando elevate doti tecniche e militari.”
    Nato ad Ancona, se ne era allontanato presto, dopo il diploma, per seguire le vie del mare. Aveva da poco conosciuto la sua “madrina di guerra”che nel settembre del ‘42 diventò sua moglie: la sposò a Rimini, dove stabilì la sua residenza per il resto della vita. In realtà a Rimini visse ben poco, perché la sua esistenza si svolse quasi tutta in mare. Noi due “bambine” ci ricordiamo le sue brevi licenze come periodi speciali, giorni di festa, in cui tutta la casa si animava per preparargli un’adeguata accoglienza. Quando arrivava, ci colmava di affetto e di tenerezza, ci portava ogni volta regali e ci raccontava tante cose: di terre lontane, di gente diversa, di mondi che ci apparivano, allora, quasi favolosi. Ad ogni suo ritorno la casa si riempiva di oggetti esotici e di fotografie, che lo ritraevano sulla nave insieme al suo equipaggio oppure in località straniere, tra rovine archeologiche o monumenti  affascinanti. Ormai, in questa nostra epoca, tutti viaggiano e conoscono il mondo, ma in quegli anni  parlare di coste dell’Asia e dell’ Africa era una cosa rara e stimolava la nostra fantasia: quando veniva papà, ci veniva il mondo in casa.
    Però… quante feste di Natale passate senza di lui, quante circostanze della nostra vita senza la sua presenza, quanti momenti belli o difficili sono stati vissuti con lui solo attraverso il carteggio intenso di quelle lettere che correvano incessantemente tra noi e i porti più vari e lontani. Le vedevamo subito quelle lettere quando arrivavano, con la loro carta grigia e sottile, i bordi a strisce colorate dell’ “Air Mail”.
    La mamma ci comunicava continuamente le notizie che apprendeva dalle lettere e dalle telefonate “via radio” che lui riusciva a fare quando, con la nave, passava sul meridiano giusto.Noi eravamo abituate a scrivergli e a  raccontargli la nostra vita quotidiana e tutti i più piccoli avvenimenti, proprio come se svolgessimo un colloquio continuo fra le pareti domestiche.
    Solo pochi giorni fa ne ho rilette alcune, di quelle lettere, custodite in un cassetto, ed è stato come ripassare le nostre età trascorse, ritrovare un filo che ha ricucito i momenti della nostra esistenza come nella trama di un libro o di un film. Questo colloquio epistolare è il romanzo della nostra vita.
    Così ho ritrovato le scarpette rosse che mia sorella Patrizia ricevette in dono a otto anni e dalle quali non volle separarsi per due giorni e per due notti,e poi i nostri compleanni,i risultati scolastici,i giochi abituali,i capricci della sorellina,le sue cadute dal seggiolone,le mie ore trascorse sui libri, i “marconigramma” per augurare a papà Buon Anno, i problemi quotidiani della mamma,il succedersi dei giorni e dei mesi in cui tutte e tre gli chiedevamo quando sarebbe tornato a casa.
    E i suoi racconti: di quei giorni di tempesta in cui ogni cosa sulla nave, oggetti,
    stoviglie, cibo, tutto sfuggiva e rotolava sul pavimento; di quegli incendi che saltuariamente si verificavano nella sala macchine esponendo tutto l’equipaggio a frequenti pericoli; delle località visitate abitualmente nelle sue soste con le curiosità, il folklore, le caratteristiche storiche o artistiche che non erano ancora alla portata del grande turismo moderno; dei personaggi di cui faceva conoscenza: le navi non facevano crociere ma servizio di linea ed erano ancora pochi i viaggiatori che sceglievano gli aerei. Tra quelli che preferivano la nave spesso c’erano personalità note che, ai pasti, venivano invitate al tavolo degli ufficiali.
    Poi l’attesa di giungere al porto successivo, dove avrebbe trovato le nuove lettere delle sue “ tre donne”.
    Agli occhi della nostra mente si aprivano orizzonti sconfinati di mare nelle giornate serene, di brezze salmastre, di luce riflessa sull’acqua e di cieli profondi solcati da nubi veloci; sentivamo il grido dei gabbiani che seguivano la scia spumosa del piroscafo, a volte accompagnata dai delfini, e sapevamo che i marinai controllavano il volo degli uccelli migratori, abituati a posarsi sui pennoni delle imbarcazioni per riposarsi durante i lunghi trasferimenti. Conoscevamo i porti affollati da gente di ogni razza e di ogni lingua, chiassosi luoghi di traffico marittimo e incrocio di civiltà; il colore delle coste asiatiche o africane, delle città dai nomi esotici…ma conoscevamo anche il buio delle notti tempestose, e poi la solitudine, il caldo, il freddo, il frastuono assordante delle macchine sottocoperta, il fischiare del vento sul ponte nei giorni di burrasca, quando le onde schiaffeggiavano le fiancate o s’infrangevano contro la prua…e quelle strane scaramanzie tipiche della gente di mare o di chi è abituato a vivere affidato  agli umori imprevedibili della natura, come l’avversione per la canzone “Arrivederci Roma”, suonata dall’orchestra di bordo della nave “Andrea Doria” al momento del suo naufragio.

    E così passavano gli anni, le figlie crescevano, avevano nuovi interessi, nuove esigenze: lui seguiva tutto per lettera o nei brevi periodi licenza che trascorreva con noi. Sapevamo che in gioventù aveva percorso le rotte dell’estremo Oriente e aveva toccate le coste più meridionali dell’Africa (raccontava sempre delle feste che si facevano a bordo ad ogni passaggio dell’Equatore). Però nell’età più avanzata aveva scelto le più brevi rotte del Mediterraneo,così poteva tornare spesso in patria e noi potevamo andare a trovarlo in porto: a Venezia, a Trieste, in qualche caso a Genova. Questi viaggi erano per noi occasione di grande gioia per l’opportunità di incontrare papà,ma anche per la nostra personale “avventura” di andare in porto,salire sulla nave e curiosare in quell’ambiente così diverso che era la sua “casa” abituale.
    Tutto è lì, in quelle lettere ingiallite, dove riscopro lunghi tratti della nostra vita famigliare e scopro soprattutto, più di quanto lo conoscessi allora, il carattere affettuoso di un padre che ci è vissuto lontano ma che sapeva ugualmente esserci vicino e ha sempre saputo farsi amare.

     
  • 30 aprile 2008
    La casa delle zie

    Come comincia: C’è una collina, tra le colline, nell’entroterra romagnolo. C’è un paese sulla collina e una chiesa più grande del paese. Una piazza, un borgo, la scuola e, appunto, la chiesa.
    In quel paese sulla collina, ricordo l’infanzia di una bambina un po’ timida e sognatrice.
    Lì aveva trascorso i periodi più belli, in una casa vecchia di tre secoli ma gravemente lesionata dalla guerra e malamente adattata alle esigenze di vita più urgenti e necessarie. Aveva vissuto giorni felici tra campi di grano, filari di viti e sentieri di more. Aveva giocato nel giardino delle zie, tra le aiuole di dalie e di zinnie e sull’orlo dello stagno, bordato di calle bianche. Quel giardino un po’ selvaggio, che sembrava immenso, con i suoi viottoli erbosi e irregolari, i cocci e le piastrelle scompagnate che segnavano i sentieri tra le rose. Aveva ascoltato sinfonie di grilli nelle notti di giugno, respirando il profumo dei tigli e dei gelsomini, quando giungeva un chiacchierio sommesso dal cortile appena illuminato, mentre le lucciole nascevano dal buio e il sonno scendeva lentamente. Aveva sentito le cicale nel silenzio dei pomeriggi estivi, cullata da una noia leggera. E i cori del rosario nel mese di maggio, quando la chiesa odorava di gigli e risuonava di canti e preghiere, nelle sere tiepide di primavera.
    All’orizzonte si vedeva il mare e laggiù, sulla costa, indistinta e sparsa in una linea confusa di case, la città.
    Aveva ascoltato le “sue” fiabe, tante volte ripetute dalla voce delle zie e tante volte richieste, e poi sognate, sempre uguali e sempre nuove, quando ai primi brividi d’autunno si assopiva nel letto, intiepidito dai carboni ardenti dello scaldino e ancora odoroso di cenere. Guardava il grande quadro scuro con l’immagine del bisnonno garibaldino, quel bisnonno famoso che, giovane ribelle, era fuggito dal collegio appena sedicenne contrariando la famiglia “reazionaria”.
    Aveva aspirato dalla porta di cucina l’aroma del ragù, lungamente sobbollito sul fornello della stufa, quando le zie lo cuocevano per ore, perché doveva “covare” a lungo per riuscire saporito.
    Il caminetto scuro nella grande cucina, la lampada azzurra dall’aspetto opalescente, la fruttiera bianca sul tavolo quadrato, il tavolo dei lunghi “solitari” giocati e ripetuti senza fine: era il regno delle “zie”, le sorelle della nonna ormai scomparsa.
    I gomitoli di lana, i centrini, gli uncinetti nelle mani operose di zia Aida che pregava, lavorando silenziosa nel suo angolo, seduta accanto alla finestra. Le verdure fresche ammassate sul tagliere, per i brodi saporiti di zia Alfonsa. E i discorsi sempre saggi di zia Anita, che sapeva ascoltare e consigliare, materna e generosa ma dall’indole forte e indipendente: degna figlia di un eroe garibaldino.
    La casa delle zie. Aveva sognato in quella vecchia casa piena di calore, di affetti quieti e di presenze antiche. Aveva giocato con le amiche e coi cugini in quel giardino un po’ selvaggio che, nel disordine dei fiori e dei cespugli, si perdeva tra gli alberi dell’orto. Era un teatro sempre nuovo di avventure che aprivano la mente a tante fantasie.
    Ricordava le lunghe estati assorte, col loro susseguirsi di giorni odorosi: quello pieno e solare del grano tagliato, nei campi sotto il paese, quello fresco e aromatico della terra dopo gli acquazzoni, quello forte e dolciastro dei gigli nei lenti crepuscoli, quello tenue e avvolgente delle rose, che si aprivano e si slabbravano presto, seminando i loro petali negli orti e nei giardini. Profumi, sensazioni, frammenti d’immagini: un patrimonio prezioso per gli anni a venire.
    Ora quel mondo non esiste più.
    Io non sono più quella bambina. Le zie sono scomparse, la casa venduta, lo stagno prosciugato. Il paese dell’infanzia è stato abbandonato e ormai dimenticati i compagni di giochi e di avventure.
    Gli anni son corsi veloci, nell’altalena incessante di esperienze, di mete raggiunte o svanite, di cambiamenti e delusioni. Uno srotolarsi inafferrabile di giorni che strappa la vita dalle mani, che lascia l’indefinito rimpianto delle occasioni perdute e la malinconica insoddisfazione delle gioie appena avvertite e subito sfuggite, mai assaporate a lungo, mai abbastanza trattenute e meditate.
    Eppure mi basta un profumo, un’immagine, un lampo breve e improvviso: ed ecco il sussulto del cuore.
    Mi basta guardare là verso le colline, ed ecco tornare, insieme al ricordo, la quieta dolcezza delle cose. Quegli attimi preziosi e segreti che hanno il potere di rapirmi fuori dal tempo e riportarmi un’antica armonia, un rapido palpito di felicità.

     

    Tratto da "Passeggiata d'autunno"

     
  • 30 aprile 2008
    Leggerezza

    Come comincia: Ecco, sono tornati. Come ogni anno, ad ogni primavera inoltrata, ritornano: leggeri, bianchi, impalpabili. Volano danzando senza meta, dondolando incerti sulle ali della brezza, seguendo ogni lieve soffio di vento, galleggiando nell’aria tiepida senza regola.
    Velano il terreno con soffici trasparenze, si addensano lanosi ai bordi delle strade, vagano verso l’alto cercando, cercando…
    Sono i fiocchi bianchi dei pioppi.
    Annuncio di una prossima estate, come ogni anno, si aggirano tra le cose, tra le case, davanti ai nostri occhi ancora abbagliati dai primi soli della stagione. E noi… ce ne andiamo con loro.
    Eccoli: sono i nostri pensieri, rarefatti nell’aria, che si disperdono e se ne vanno in cerca di orizzonti, ansiosi di  libertà, ancora intorpiditi dall’inverno ma bisognosi di spazi infiniti, di sole, di luce, ribelli a ogni regola e a ogni logica.
    Sono i nostri sogni, che sfuggono ai confini ristretti della realtà e  rincorrono miraggi lontani, in cerca di superiori armonie.
    Non c’è, in queste farfalle erranti, la gioia frizzante e l’incanto lieto dei fiocchi di neve, ma la dolcezza un po’ ebbra e malinconica che suggerisce il passare delle stagioni, lo scorrere del tempo e anche il desiderio un po’ folle di sfuggire alle severe leggi della ragione, di lasciare i binari prestabiliti per trovare nuovi sentieri, nuovi linguaggi.
    Leggevo, qualche tempo fa, Italo Calvino e le sue “Lezioni americane”. Una cosa, tra le altre, egli voleva salvare e trasmettere alle nuove generazioni  del Millennio: la “leggerezza”. Quella leggerezza di spirito che dona la libertà interiore, dà le ali alla fantasia, ispira la gentilezza dei sentimenti e crea, infine, la poesia.
    Oggi il lieve volo di questa neve di primavera sembra parlarmi  lo stesso linguaggio: è un messaggio gentile alle nostre esistenze appesantite dalle consuetudini quotidiane, dall’amore per le “cose”, dalla disarmonica banalità del vivere; un invito a saper vedere ugualmente la bellezza e a spiccare, nonostante tutto, il magico volo della poesia.
    Così, con “leggerezza”, distolgo lo sguardo da quanto vedo intorno a me in questa città, deformata dalle ferite della storia e dalle cicatrici del suo tributo alla modernità e al benessere, e cerco di volare là dove, dice Calvino, giungono i poeti, gli artisti o quanti vogliono guardare il mondo con gli occhi della mente e del cuore per donare alla realtà la levità del sogno.
    Con “leggerezza” sollevo lo sguardo dal triste traffico stradale e lo dirigo sui tetti della città, dove intrecciano voli i colombi sullo sfondo di un tramonto rosato. I campanili delle chiese del Suffragio  e di Santa Maria in Corte si stagliano contro il cielo, vegliando con severa austerità questo paesaggio urbano che, nonostante tutto, ha un suo fascino antico. Sullo sfondo, la dolce compagnia delle colline che, con i loro chiaroscuri sfumati, fermano la corsa  dello sguardo verso l’orizzonte, quasi a donarci sicurezza e punti di riferimento perenni.
    Tra poco, a giorni, arriverà il profumo dei tigli. E io come ogni anno tornerò adolescente, a un mese di giugno lontano, quando l’intera città era pervasa da un aroma dolce e inebriante. Era la stagione dei miei diciotto anni e io, tra gli alberi della piazza e lungo i sentieri dei giardini, scoprivo i primi sussulti del cuore e l’incanto delle prime emozioni.
    Con “leggerezza”, sollevo gli occhi dalle modeste case di via Sigismondo e dalla strada ingombra di motorini e biciclette ammassate lungo i marciapiedi scalcinati, e volo su verso quel miracolo di bellezza che è la chiesa di S. Agostino. Vista così, dall’angolatura dell’abside e del campanile, vegliata da cipressi scuri, suscita ogni volta emozioni profonde. Allora tutto scompare intorno; la chiesa sembra ergersi isolata nella sua purezza di linee, nella severità raccolta e mistica delle sue pareti, nella sobria eleganza dei suoi pochi elementi decorativi. Semplicità e bellezza, forza e armonia, lavoro umano e spiritualità: un assoluto inimitabile di perfezione. E ancora una volta provo il senso di inspiegabile, felice appagamento che la vista della chiesa di S.Agostino mi sa regalare.
    Con “leggerezza”, volto le spalle ai palazzoni del Lungomare, alla folla chiassosa che già, in questo inizio d’estate, porta i suoi colori sgargianti, i suoni stridenti dei suoi veicoli, la sua esuberanza disordinata, e guardo verso l’orizzonte.
    Il fragore perenne del mare mi culla in una sorta di incanto. Sulla riva torna e ritorna il velo perlato delle onde, con movenze sempre varie e sempre uguali, per distendersi liscio in una lunga carezza. E rifluisce con chiari e lucenti rivoli che scorrono nei solchi ondulati della sabbia, lasciando quieti specchi d’acqua, tra frammenti di conchiglie e orme che si vanno cancellando. In alto volano i gabbiani, inseguendo vele bianche che vagano lontano, mentre in cielo si stracciano lentamente cirri sfilacciati e rarefatti verso l’orizzonte.
    Così il tempo non è più tempo: tutto scompare e tutto ritorna, nel ritmo armonioso della vita.
    La neve di primavera oggi mi sta conducendo lontano : il suo messaggio di leggerezza e di libertà mi invita a una confusa, indistinta ricerca di bellezza e mi lascia il desiderio sottile di continuare all’infinito questo “volo” senza meta, di vagare coi pensieri lontano, in sintonia con la danza lieve e un po’ folle dei fiocchi bianchi dei pioppi.

     

    Tratto da "Passeggiata d'autunno"

     
  • 30 aprile 2008
    Ritratto di signora

    Come comincia:

    Era bella. Il giovane Federico Fellini un giorno le aveva fatto il ritratto: uno schizzo tracciato con veloci tratti e con l’abilità di un artista dilettante dotato di estro e di genio, che si divertiva a fare ritratti e volantini pubblicitari. Ma i suoi concittadini non lo apprezzavano ancora, ritenendolo un ragazzo originale e senza prospettive, così lei non aveva dato  importanza al disegno e ben presto lo aveva smarrito.
    In una fotografia un po’ ingiallita, la si vede nei suoi anni giovanili: alta, bruna, con lineamenti solari e un’espressione aperta e comunicativa. Ha un abito bianco, le stanno accanto un’amica e il fratello minore. Sullo sfondo c’è il Kursaal. Quel famoso Kursaal che rappresentava il sogno della società riminese d’anteguerra: aiuole fiorite, palme, panchine e il bell’edificio elegante, che nelle grandi serate da ballo risplendeva di luci, luogo di ritrovo per la società raffinata dei villeggianti. Erano i tempi in cui Rimini era l’ “Ostenda d’Italia” e da tutta Europa giungevano persone dell’alta società internazionale per la stagione balneare.
    Durante un soggiorno a Roma era stata notata da un agente di Cinecittà, che aveva voluto farle un provino cinematografico. Ma era ancora un’epoca in cui la carriera di attrice era considerata disdicevole per una ragazza di buona famiglia che veniva dalla provincia. Così rinunciò e non ci pensò più.
    Sono tanti i ricordi di quegli anni. Gli affetti familiari, i soggiorni nella casa delle zie sulla collina, la vita di collegio dove, nonostante la tristezza della separazione dai suoi cari, riusciva a rallegrare le giornate col suo temperamento vivace e ottimista, e con l’innato senso di umorismo le suggeriva scherzi e burle ai danni delle povere “Maestre Pie” (le suore del collegio, che tuttavia le volevano un gran bene). A scuola coltivò le sue più care amicizie, che seppe poi conservare per tutta la vita con grande costanza e lealtà.
    C’erano i pic-nic sulla spiaggia con zie e cugini, tra le dune di sabbia e gli arbusti di tamerici. C’erano le rare serate a Teatro, in quel bel teatro neoclassico del Poletti, inaugurato a suo tempo da Verdi,  che si diceva avesse un’ottima acustica, tanto che le migliori compagnie d’opera venivano volentieri a cantare per i cittadini riminesi, molto amanti della lirica. In quel teatro, una volta, si era esibita in un saggio ginnico della scuola, con le clave illuminate fatte roteare nel buio. L’effetto era stato così suggestivo che in lei era rimasto per sempre il ricordo di quella serata  magica, con i suoi arabeschi di luce e le sue musiche, tra i palchi maestosi e davanti alla platea di spettatori eleganti.
    Ma i giorni sereni finirono presto. Ancora giovanissima rimase orfana di entrambi i genitori, con inattese difficoltà economiche da affrontare. Mentre il fratello maggiore si allontanava per intraprendere la sua carriera (e per vivere più tardi vicende di guerra e di prigionia), il fratello più giovane, ancora studente, contrasse una grave malattia e lei dovette far fronte a un lungo periodo di sofferenza e di pesanti responsabilità. Aveva il diploma di maestra e lo mise a frutto cominciando il suo lavoro di insegnante, che nei primi anni la condusse a vivere situazioni difficili in località disagiate, perdute nella campagna, in ambienti  squallidi dove viveva giornate di solitudine e di malinconia...
    Non le mancavano i parenti: proveniva da una famiglia numerosa i cui discendenti erano un po’ dappertutto. La invitavano spesso, ma il suo vero rifugio era la “casa delle zie” su in collina. Lì le sorelle della mamma, Anita, Aida e Alfonsa, l’accoglievano a braccia aperte donandole tutto il conforto e il calore di cui aveva bisogno. In quella casa antica, ricca di ricordi, di tradizioni, di abitudini semplici e di sincero affetto, lei trovava la forza di affrontare il futuro.
    Poi venne una nuova felicità.
    La fotografia del suo matrimonio la rappresenta in un bell’abito bianco all’uscita della chiesa di San Girolamo, là dove si apriva la cancellata, tra le due cappelle laterali, al braccio del marito in divisa di gala e preceduta dalle damigelle d’onore. Durante la cerimonia, il primo violino dell’EIAR (che era un parente acquisito, marito dell’estrosa zia Peppina) aveva suonato per lei il “Sogno”di Schumann e il sacerdote aveva fatto piangere la sposa e gli invitati ricordando i dolori che l’avevano afflitta.
    Aveva conosciuto il marito in un modo singolare. Erano anni di guerra e, come tutte le giovani donne di una certa istruzione, era stata esortata a considerarsi “madrina” di un combattente e a scrivergli lettere di incoraggiamento. Così intrecciò una lunga corrispondenza con uno sconosciuto ufficiale di Marina che ebbe modo di apprezzarla prima ancora di vederla. E quando la vide se ne innamorò.
    Ma la guerra premeva. Il suo primo anno di sposa lo trascorse ad ascoltare Radio Londra e i bollettini di guerra, trepidando ad ogni notizia che riguardava i combattimenti navali e ricordando con angoscia le tragiche vicende vissute dal marito in precedenza, quando il cacciatorpediniere “Grecale” era rimasto per molti giorni in avaria vagando alla deriva. Quando le nacque la prima figlia, era stato appena dichiarato l’armistizio e a Rimini si avvicinava il fronte.
    Con la bimba di pochi mesi volle allontanarsi, terrorizzata dalla minaccia che la Linea Gotica rappresentava per loro. Così una notte fuggì sopra un camion tedesco, guidato da un autista ubriaco, dove aveva ottenuto il passaggio grazie a un giovane ufficiale della Wermacht, che aveva lasciato a casa, in Germania, una bimba della stessa età. Dopo un viaggio avventuroso si rifugiò a Milano presso i cognati e poi si stabilì sul lago di Como, dove rimase per alcuni anni. Ma quando dovette tornare provvisoriamente a Rimini, per recuperare i suoi documenti dopo la fine del conflitto, rimase sconvolta. La città, attraversata dalla Linea Gotica e teatro di scontri e bombardamenti devastanti, era stata letteralmente rasa al suolo. Lei ricorda ancora con impressionante lucidità lo spettacolo che le si presentò. Uscita dalla stazione, non capì dove si trovava e perse l’orientamento. Le macerie ingombravano il terreno in ogni direzione; non c’era più traccia di strade e palazzi conosciuti; non c’era più un impianto urbanistico; non c’era più Rimini.
    Da allora gli anni sono passati portando la pace, la ricostruzione, il benessere. Tante antiche famiglie sono scomparse o si sono trasferite. Tanti costumi e tanti valori sono cambiati. Lei è tornata nella sua città dove è riuscita a vivere serenamente una vita che non è stata facile, col marito sempre lontano, in mare. Una vita che le ha portato nel tempo altre gioie e altri dolori. E’ nata una seconda bambina; il giovane fratello, amato come un figlio, è morto in circostanze drammatiche; una malattia cronica ha limitato presto e per sempre la sua esistenza; il marito è scomparso prematuramente. Ma lei ha continuato a insegnare con impegno e passione. E ha allevato le sue due “bambine”.
    Oggi è un’anziana signora con i capelli bianchi. Passa le ore nella sua poltrona parlando con vivacità e con la mente lucida, ricordando le cose lontane della sua vita e valutando con interesse e saggezza le cose del mondo di oggi. Ha una fede forte e senza ombre, che l’ha sempre sorretta e confortata. In estate contempla i gerani del suo balcone e controlla il volo delle rondini. E’ ancora bella, nonostante l’età e i problemi di salute. E io la conosco bene.
    E’ la mia mamma.*


    * [ n.d.a.: Al momento di questa mia trascrizione, la mamma non c’è più.]

     Tratto da "Mi torna al cuore"


     
  • 30 aprile 2008
    Nebbie

    Come comincia:

    Suona la sirena del porto, come in ogni notte di nebbia. E’ un suono malinconico, insistente, un richiamo accorato e solitario nel silenzio, proiettato verso il nulla. Costante e ripetitivo come i battiti del cuore, regolare come il respiro. E’ lamento di solitudine, domanda senza risposta, grido che penetra il mistero senza svelarlo e subito si spegne in un’eco sommessa...
    E’ la voce della nebbia, dei mari e delle nebbie  di ogni tempo e di ogni luogo. Ma nel lento scorrere delle ore, quella nenia monotona diventa una voce amica, una compagna fedele nella notte.  Mi fa sentire a casa, vicina al mio mare, avvolta dalla mia nebbia, che fascia i contorni della mia città.
    Nebbia di mare, che non è nebbia di città. Non è la coltre immobile e impenetrabile che limita i sensi e rende opaca la mente, ma è una nebbia portata dall’acqua, che viene da lontano, da quell’orizzonte che per noi gente di mare prefigura l’infinito. Si addensa in banchi fumanti colmi di mistero e si dirada in visioni improvvise per velarle subito di nuovo, in un’alternanza imprevedibile che ha la dimensione del sogno. Viene e poi va come la marea, ma è mutevole come le correnti. Cancella ogni confine: noi siamo  sulla terra e siamo sul mare. Siamo al di là del mare. In un mondo sterminato dove si offusca la vista fisica e si apre la vista della mente che ci fa essere qui e altrove, al di fuori del tempo. Dal mio guscio caldo e protetto la sento, la vedo: la nebbia. E in essa colgo apparizioni immobili e  fugaci, quasi visioni della mente: frammenti di una realtà  indistinta che non si mostra ma suggerisce solo brevi intuizioni, improvvise rivelazioni che subito scompaiono. Sta fluttuando densa tra i pinnacoli e gli arabeschi del Grand Hotel, traforata dalle ombre scure e frangiate  delle tamerici nel lungomare. Sta planando sulla distesa  quieta della spiaggia e poi sull’acqua. Sale su lungo i viali, trafitta  dalle pallide luci dei lampioni che diffondono aloni opachi, scivola tra le case e ristagna nelle piazze, fasciando i fantasmi scuri  dei palazzi comunali e stracciando lentamente il suo velo sui marmi bianchi del Tempio.
    Non è la nebbia leggera e piovigginosa  che  risale le colline, odorosa di fumo e di mosto nei borghi laboriosi amati da Carducci. Non è il Limbo felliniano di Amarcord, dove la vita e la morte sembrano toccarsi in una dimensione  trasognata di attesa e di smarrimento. Non è il  rimpianto nostalgico di Quasimodo nel rievocare un antico autunno. O la trasparenza poetica di Monet che stempera i colori e la luce sulla cattedrale di Rouen, giocando con le “impressioni”.
    La mia nebbia è un’amica silenziosa, eppure risonante di messaggi. Già l’ascoltava Pascoli quando coglieva nel suo mare grigio l’intuizione del mistero che avvolge il mondo e in essa intravedeva  rare ombre solitarie: quelle dell’uomo sperduto e spaurito che  vaga, angosciato  dalla minaccia del nulla, nel  vano tentativo di captare qualche frammento della verità. 
    Ma l’itinerario “astrale”, che conduceva il poeta ad affacciarsi nelle voragini misteriose dello spazio e del tempo, non mi procura lo stesso sgomento.
    L’abbraccio  quieto della nebbia è un invito al mistero, un ammonimento al limite insuperabile della conoscenza, ma nel mio animo ansioso di infinito si traduce in un invito, allettante come il canto delle sirene, all’abbandono fiducioso. E mi trascina dolcemente nel grande mare dell’essere.

    Tratto da "Passeggiata d'autunno"