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Racconti di Maria Vittoria Morokovski

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  • 19 gennaio 2006
    Il pianobar

    Come comincia:

    E’ sera, cammino senza meta cercando di ritrovare la città amata e odiata tanto tempo fa.

    Non credevo di tornarci, e invece sono qui.

    Non ho telefonato a nessuno, sono passati troppi anni!

    Eppure vorrei rivederli, gli amici di un tempo!

    So di mentire, ho voglia di rivedere solo lui,ma ho paura

    Sono invecchiata, imbruttita, intristita, delusa e rassegnata.

    Eppure sono qui, ho avuto un riconoscimento, mi hanno offerto una targa, un soggiorno e un premio.

    Dovrei festeggiare!

    Solo dieci anni fa non sarei mai entrata in un locale da sola, ma oggi chi vuoi che mi disturbi?

    Entro, è ancora presto e il pianista strimpella svogliatamente una musica sconosciuta.

    Sono secoli che non accendo la radio e non compro dischi, io li chiamo ancora così i modernissimi CD.

    Vorrei trovare un angolo buio, dove non mi possa vedere nessuno, e, allo stesso tempo, vorrei essere vicina al pianoforte e poter chiedere qualche canzone.

    Ordino un toast e uno spumante.

    Non dovrei bere, né essere lì.

    Chiudo gli occhi e vedo la neve in una piazza di Perugia, ero lì con Roberto, cercando di dimenticarti, sperando mi saresti venuto a cercare.

    Enra una coppia, lei è molto carina, porta tacchi vertiginosi, che io faticavo a portare anche allora.

    Lei ride e lui le sussurra qualcosa all’orecchio, sembrano felici, noto che lui ha la fede, lei no.

    Forse non sono felici come sembrano, ma quella è la loro serata e certo sarà un momento da ricordare.

    La mia mente mi rimanda a strane immagini, mi rivedo ad un semaforo, ero a Roma, in quel punto, non ricordavo mai dove svoltare.

    Perché mi vengono in mente, momenti così insignificanti?

    Entra un gruppo di amici, sono rumorosi, allegri, certo festeggiano qualcosa.

    Mi viene in mente un vestito che mi donava molto.

    Il toast è freddo e mi guarda tristemente, lo spumantino invece è brioso e invitante.

    Vedo l’immagine di una scrittrice candidata al Nobel per la letteratura, non ricordo il suo nome, non ho mai letto nulla di suo, ma quel viso sofferto, quella sigaretta accesa e la sua risposta mi hanno detto molto di lei.

    Al giornalista che le chiedeva se era felice di essere candidata al Nobel, la donna sgraziatamente ha risposto: ‘’Che m’importa del Nobel, io volevo essere amata!’’

    Perché mai penso a quella donna, brutta, infelice e scorbutica?

    La musica è gradevole, avvolgente, tamburello con le dita e batto il tempo con il piede.

    Entra un uomo con la chitarra, vorrebbe suonare, ma lo mandano via.

    Lo chiamo al mio tavolo e gli offro un bicchiere e il toast abbandonato sul suo candido piattino.

    L’uomo ringrazia timidamente, ha i capelli grigi che spuntano prepotenti da un biondo artificiale che non gli appartiene.

    L’uomo ringrazia a voce bassa,capisco che una banconota sarebbe più gradita, insisto e allungo la banconota.

    Gli chiedo da dove viene, che canzoni suona, mi sembra di conoscere la sua storia.

    Le storie di persone come lui si assomigliano un po’ tutte; guardo le sue mani, sono più adatte ad un muratore che a un musicista, ma quando parla della sua chitarra gli brillano gli occhi.

    E’ evidente che ama il suo lavoro, malgrado le umiliazioni e le difficoltà.

    Mi racconta che la famiglia lo ha sempre contrastato, che non ha mai trovato una donna che lo abbia capito e si congeda dicendo che deve tentare di trovare altri locali per poter lavorare.

    Ordino un altro spumante, ho sentito due canzoni che mi hanno risvegliato emozioni, vedo un uomo solo che entra.

    Non sei tu, ma potresti esserlo.

    E’ solo come te, ha i capelli lunghi come i tuoi , non vedo i suoi occhi, ma certo non sono belli e divertiti come i tuoi.

    Si siede vicino al piano, come facevi tu.

    Qualche ragazza lo osserva, lui sorride, alza il bicchiere in segno di saluto e poi le ignora.

    Parla con il pianista, che annuisce e beve un sorso d’acqua.

    Un’immagine di sole mi acceca, nel locale c’è buio e non vedo che immagini indistinte.

    Troppo spumante?

    Un tizio si avvicina e mi chiede se voglio sentire una canzone, lo ringrazio e chiedo la nostra, la mia.

    L’uomo si siede senza chiedermi se aspetto qualcuno, come se sapesse che da troppo tempo non aspetto più nessuno.

    Ascolto la melodia con un nodo alla gola.

    L’uomo mi guarda, mi sembra di vederlo solo in quel momento.

    E’ un bel signore, ha un viso sereno e mi aspetto che mi presenti sua moglie e mi dica che sono lì a festeggiare il loro anniversario.

    Mi guardo attorno per cercarla.

    ‘’Dov’è? ’’ domando

    ‘’ Signora, non si ricorda di me? ‘’

    Metto gli occhiali, li avevo tolti per un rimasuglio di civetteria, lo guardo meglio.

    L’uomo non mi ricorda nessuno.

    Il tipo sorride. ‘’Poco fa le ho conferito il premio, io la conosco.’’

    ‘’Mi scusi, sarà il buio, lo spumante…’’

    ‘’L’ho vista entrare, io vengo spesso, ho vissuto qui bei momenti e ogni tanto torno per ritrovarli, credevo aspettasse qualcuno, ma vedo che non arriva, posso  restare un po’ qui con lei? ‘’

    Un altro flash del passato mi folgora la mente, è la mia immagine scatenata in una pista da ballo, sto ballando da sola e tu mi guardi.

    ‘’Resti pure, se le fa piacere, mi racconti pure...’’.gli dico rassegnata ad ascoltare un’altra triste storia.

    ‘’No, non voglio raccontarle nulla, vorrei invitarla a ballare.’’

    ‘’Perché no? E’ tanto tempo che non ballo!’’