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Autore

Marina Bertagnolli

in archivio dal 06 apr 2010

07 novembre 1968, Gorizia

segni particolari:
Nessuno

mi descrivo così:
Osservatrice di ciò che mi circonda.

28 ottobre 2011 alle ore 14:10

Sgrano il melograno

Il racconto

Occhi del mare,  pesci grigi e lucenti, meduse, ricci e polipi. Il mare pieno che chiude un universo segreto, trasparenza di fondali, coralli rossi, e tu. Alghe, fiumi di melma e un luccio con la bocca aperta. Uccio.. Uccio.
Che mangia. Si nutre di minuscoli insetti, vorace e famelico. E tu.
Medusa, svolazzante e leggera appari rosata tra le acque, trasparente e tonda, perfetta, ti seguirei nel tuo pellegrinaggio. Ahi.. Ahi.
E tu. Piccolo, erede di Atlantide che sai da prima. Il ricordo invade la tua vita di oggi e non è speciale. Intrecciamo fili colorati, arancione, giallo, rosso. Un drago? Setosi e lucenti, formiamo una ruota e afferriamo le pietre calcaree.. grande, medio, piccolo.
Ancestrali vicissitudini di uomini antichi arrivano attraverso la tua testimonianza, il tuo indice indica ogni figura, ogni situazione che si ripete. Attenti a voltare pagina, saltiamo coccinelle e prati per incantarci davanti alle anatre che si bagnano e starnazzano. E tu e io.
Raccogliamo erbe per loro e spazzoliamo gli asini. Si. Con la testa.
Il libro dei pesci rimane sul tavolo. Patatine bianche e profumate per merenda e scarpe infangate.
Corriamo. Strappi bulbi dal terreno, fiori gialli a terra, salvia sulle labbra stritolata dalle dita e dai denti, un rametto esile e striminzito è “lisca” di pesce. Verde.
Sorridi e non mi spingi più. Ti abbraccio e rientriamo. Fa freddo.
So molto di te ora, più che di altri. La tua verità, schietta, non mi spaventa.
Alla faccia della razionalità e della tua condizione, io voglio saperne di più. Voglio esplorare, voglio arrivarci. Portami con te, fammi entrare nel tuo silenzio, nelle tue delicate mezze parole, toccami le mani per afferrare la mia attenzione.
Trascinami, spalanca la porta, fa si che io corra, che salti i gradini, sudata e con i capelli scompigliati dal vento.
Apri l’armadio e infila il portapenne, così, tanto per fare, perché te l’ho chiesto. Con me puoi. Non ti costringerò a rimanere qui, verrò io da te e ascolterò tutto ciò che vorrai, rumori e sapori, storie antiche e popoli sconosciuti, irreali. Giusti.
Nuoterò, mi immergerò, pescherò e farò fatica. Sarò amica di chi vorrai e avrò oro colato per lacrime, giungerò fino al colosso e rimarrò esterrefatta dal simbolo della sua onnipotenza. Mi alzerò fiera e dritta. Proseguirò dietro a te e alzerò gli occhi. Tu sarai pronto e aprirai la tua conoscenza a me. Chi sarò mai? La tua musa, la tua giovane creatura da plasmare a tua immagine? E sia..
Non vi sono certezze, ne prove, nulla da confutare. Tu sei un uomo del mare, lo sei stato e il ricordo ti disturba perché qui, ora, sei diverso. Il tuo destino non è quello che volevi, qui ti è impossibile insegnare, mostrare le meraviglie che conosci. Nessuno ti ascolterà, non sono svegli, dormono in un sodalizio di ricchezza e distrazione apatica, fatta di cibo e poltrona. Chiacchiere insulse e schermi piatti. Denaro e creature demoniache, si dice che il male sia stupido. Uccide in maniera ridicola senza poesia. La nascita e la morte hanno una dignità superiore, densa di uniche possibilità . Mentre bevo tutto ciò dalle tue parole, avvampo di calore e vergogna, non per me, oddio non per me, ma perché sento la realtà riversarsi su di me come olio bollente.
Vorrei impedirmi di guardare attorno, sono per te e tu per me.
Ho sognato un mostro con un cane. Scodinzolava, la povera bestia, intrecciando con la coda le caviglie del padrone. Egli indossava un cappello nero e occhiali scuri, un mantello e i tacchi delle sue scarpe battevano su di un pavimento marmoreo. Sembrava totalmente indifferente a quelle moine. Era diretto, veloce e più mi allontanavo più sentivo prossimo il suo respiro. Ho deciso di affrontarlo e voltandomi ho udito dei suoni che forse volevano essere parole di ammonimento, urla assurde, prive di significato. Parlava di leggi, regole ferree che conducono la nostra vita, le danno la direzione corretta. Mi chiedo di quale correttezza stesse parlando. La noia luciferina che ci distingue dagli animali?
Stanchezza, inedia, infinita tristezza. E tu.
Disegno divino, figlio di Dei dell’amore e della guerra, dell’orgoglio  e della passione.
Siamo soli. Vittime e potremmo sottometterli tutti.
Ma in fondo cosa importa, che faremmo di un esercito di sordi, muti e ciechi?
Che cosa mai potremmo conquistare?
Il panino Macdonald’s?
E tu, la tua dieta a base di gallette e salame, uvetta e melograni.
Ti aiuto? Me ne darai un po’? Di chicchi intendo, rossi e sanguigni. Li succhieremo insieme, avidi di vitamine, acqua e polpa. Usciranno dalla buccia gialla che li contiene e saranno tutti ammucchiati come perle, vicini. Ad uno ad uno li ingoieremo, piano perché ognuno di loro ha il suo senso di esserci, naturale e regalato. Eccoci, sgraniamo ora, mani nelle mani. E tu. Con me.

Commenti
  • Marina Bertagnolli Grazie per l'homepage. Siete fantastici, è come se le mie emozioni vi coinvolgessero. Le mie sono piccole esperienze di un tutto.

    02 novembre 2011 alle ore 18:33


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