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Racconti di Marisa Miraglia

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  • 14 aprile 2010
    8 marzo

    Come comincia: Stai sudando, i tuoi capelli sono come serpenti umidi che si agitano sul cuscino, mi chiami in continuazione, implorando aiuto. Sono qui, figlia mia, ma il bambino lo devi far nascere tu.
    Stamattina venendo in ospedale all’alba ho guardato il cielo cristallino e la mimosa, che si stagliava perfetta in quella luce tersa, già fiorita da giorni, emanava un dolce profumo. È l’otto marzo, una data molto simbolica per partorire.
    Sei così piccola e dolorante in quel letto, eppure, senza rendertene conto, stai facendo la cosa più miracolosa che esista.
    Stai per far nascere un essere che hai contenuto, avvolto e protetto per nove mesi, e aldilà del dolore che proverai, questo bambino ti completerà. Pur non sapendo, prima di esserlo, come si fa la mamma, ti verrà così naturale e strada facendo imparerai.
    “Mamma ti prego, ho male, mamma, mamma...” Ti prendo le mani, accarezzandoti la fronte, ti abbraccio, ti amo come sempre, come quando ti ho visto per la prima volta e mi sono spaventata a morte perché appena ti ho presa in braccio, sei scoppiata in un pianto dirotto e ho subito pensato che come mamma mi avevi bocciata, tutto quel parlare di rapporto meraviglioso, feeling istintivo... tu non mi volevi!
    Ho pianto anch’io sentendomi rifiutata, ma era soltanto l’inizio, ho respirato a fondo, ti ho sollevata ad altezza viso e ci siamo guardate e annusate un po’. Eri la mia bambina, vera, morbida, piccolissima e già autoritaria, ti ho promesso che avrei fatto del mio meglio e guardandomi con i tuoi occhietti strabici mi hai dato una chance.
    “Respira tranquilla, a fondo, cerca di rilassarti.”
    Mi guardi con gli occhi sgranati, pensi che la tua mamma non ti aiuta, inaudito.
    Gli stessi occhi sgranati delle tue cadute ai primi tentativi per camminare, io sono qui vicina a te, fai un passo alla volta, brava, sola, sola!
    Io sono qui vicina a te...
    Non credere che sia facile fare la mamma, io ti ho chiesto mille volte scusa, perché non riuscivo bene a ingranare e la cosa più semplice era sgridarti, ma poi guardandoti, così indifesa, mi odiavo. Possibile che non capivo che tu dipendevi da me e quello che saresti stata era una mia responsabilità?
    E provavo e riprovavo e, sebbene mi sentissi saggia ed esperta, crollavo di fronte alla tua ostinazione a non voler essere perfetta! E poi è arrivata la scuola, anche lì ho dovuto apprendere insieme a te, a confrontarmi con le altre mamme, a costringermi a pensare che altri bambini fossero anche più bravi di te, imparare a cedere lo scettro educativo agli insegnanti senza commentare.
    “Mamma non resisto più, mamma...” Anch’io non resisto più a vederti soffrire, una mamma si accolla tutto il dolore dei figli, ma in questo caso è diverso, questa è la tua personale sofferenza, stai perpetuando il mondo, l’ancestrale istintivo dolore che ti temprerà, il legame furioso e viscerale con il tuo bambino inizia da qui.
    E poi sei cresciuta, così, all’improvviso, ed io ancora una volta ho dovuto progredire nel mio ruolo di mamma, curiosa, aperta, severa, buon viso a cattivo gioco? Come sono stata? Ti ho capita, aiutata, sostenuta?
    Mi consolavo pensando che, dopotutto, le tue scelte, giuste o sbagliate erano frutto della tua ragione, formata anche da me, quindi le dovevo accettare.
    Per me fare la mamma è stato ed è un lavoro, non materiale, ma di mente, decidere consigliare, imporsi, ma sempre limando, facendo e disfacendo, ridendo e ingoiando.
    “Mamma non mi lasciare, mamma...”  Mia piccola donna, figlia mia, io sono qui, tra un poco tu sarai la sua mamma... Sai a cosa sto pensando adesso che sei entrata in sala parto? E la mia mamma? Insomma, quando non c’è più la propria e si è mamme, finalmente si cresce.
    Io sono diventata grande da un bel po’ e quello che mi ha donato la mia mamma si è sviluppato pian piano, un’enciclopedia a rate, terminata il giorno della sua morte. Posso sfogliarla e attingere liberamente, mamma a pieno titolo, la tua mamma.
    È un pomeriggio azzurro e limpido, ti offro mimose e amore per sempre e oltre.

  • 06 novembre 2008
    Speranza

    Come comincia: Come ero nervosa l’altra mattina, mi ero svegliata con una pietra sull’anima, non mi piaceva niente; il cane l’ha capito e si ritirato in buon ordine, neanche il fiore appena sbocciato del cactus, per il quale aspettavo un anno intero, mi dava piacere; il caffè sapeva di terra e i biscotti erano troppo dolci.
    Anche il tempo era un po’ si e un po’ no, mi sono vestita a casaccio con l’unico desiderio di evadere da quello stallo.
    Il sole era anche piacevolmente caldo per essere un’anonima giornata di ottobre. Mentre camminavo cercavo di fare un po’ d’ordine nei miei pensieri, anche se era inutile. Non c’era niente da riordinare, stavo male e basta.
    Continuavo a pensare che poteva succedere a tutti di perdere il lavoro, con un mutuo sulle spalle… anche alla tranquilla signora con la borsa della spesa davanti a me poteva capitare che la sua migliore amica non si sentisse più tale, forse anche di scoprirsi non più tanto innamorata, ma… accidenti, tutto insieme e soltanto a me, francamente mi stritolava.
    Respira, ragiona, il ritornello nella mente non serviva, il lungo viale era terminato, ho deciso di prendere l’autobus per andare al mercato vecchio. “Oggi, se non ricordo male, c’è una mostra di qualcosa”.
    Che fastidio la calca sul mezzo, realizzavo che l’umanità nel suo insieme è brutta e maleodorante, la mia faccia si rifletteva sul finestrino: “Anche io sono loro”, ho pensato, e mi sono sentita anche peggio.
    La piazza del mercato era affollata come al solito e ho pensato a quanto in quel momento mi sentissi sola, triste e confusa.
    Apparentemente tutto il resto del mondo era spensierato e nessuno mi avrebbe teso una mano.
    Ho realizzato infine di che mostra si trattasse: antiquariato e ciarpame vario, ma ero lì, tanto valeva guardare.
    Ho curiosato tra i libri, pezzi d’arredo e biancheria, ma non m’interessava nulla. Più avanti c’erano cataste di quadri, per dovere ho guardato anche quelli… “Che noia”, ho pensato. Rigirandomi per andare via, quasi come in un film, ho visto una tela che mi ha strappato un sorriso e fatto battere il cuore.
    L’ho comprata subito, neanche guardandola meglio, poi però volevo andarmene a casa, perché di solito i miei acquisti d’istinto mi gratificano alquanto e forse per un poco non avrei pensato.
    Il ritorno in autobus è stato complicato, per via dell’ingombro, e con i nervi a fior di pelle mi stavo pentendo dell’acquisto e della spesa, nella prospettiva di un fine mese con denaro contato.
    Speranza, la mia cagnetta, mi ha accolta titubante, annusando il mio umore e la carta di giornale che avvolgeva la tela.
    Ho appoggiato il quadro sul davanzale della finestra e mi sono seduta sul divano di fronte. Avevo fatto benissimo a comprarlo, quel dipinto mi faceva stare bene, sorridevo di nuovo.
    Ho capito perché mi aveva colpito così tanto, mi sono ricordata di quelle poche lezioni di meditazione fatte quasi a forza per accontentare Anna, che sull’onda della moda New Age, mi aveva trascinata in un centro specifico.
    Superato il mio eterno scetticismo, in verità ero rimasta affascinata, ma poi ho smesso, penso per pigrizia…
    Il Maestro ci aveva consigliato, per entrare in sintonia con il nostro Io, di visualizzare un luogo piacevole, farlo nostro e ritornarvi sempre: un giardino per l’anima.
    Mi è sempre piaciuta la montagna, facilmente immaginai il mio posto fra abeti, rocce muscose e un gorgogliante torrente che scendeva tortuoso da un monte maestoso imbiancato perennemente.
    Il mio “giardino” adesso era là, sul davanzale della finestra e sinceramente non sapevo cosa pensare.
    Ho riflettuto sulle incredibili coincidenze della vita, ma poi …ho respirato profondamente, incredula, quando ho visto la bella pietra di fiume incastrata in un’ansa dove, nel mio luogo immaginario, mi sedevo a toccare l’acqua spumeggiante.
    Mi sono lasciata andare sullo schienale del divano e per la prima volta nella mia vita non mi sono posta domande, era tutto così assurdamente piacevole, mi sono sentita come Alice nello specchio, e come Alice sono “entrata” nella tela.
    L’odore della resina di pini era penetrante, il vento fresco piacevole sul viso e l’erba umida mi bagnava le gambe, mi sono seduta al mio posto e la terra e il cielo sono confluiti in me.
    Il Maestro diceva che bisognava perdersi per ritrovarsi rinnovati. Ne ho capito solo in quel momento il senso.
    Ho capito anche perché non ho voluto più frequentare le lezioni, in quel posto ero davvero, terribilmente sola, sola con me stessa. Stavolta ero riuscita, dove altre volte, per vigliaccheria, avevo abbandonato. Mi vedevo piccola e indifesa, vedevo una bambina che mi guardava con attenzione negli occhi e che cercava spiegazioni.
    Come spiegarle perché i suoi sogni e le sue ambizioni fossero svaniti in una vita egoista e pragmatica.. come dirle che la vita, comunque, mi aveva sottoposto a tanti sacrifici che mi avevano fatto abbandonare per strada cose più importanti...
    Come confessarle il perché dei miei fallimenti, ma anche che in ogni caso avevo provato a fare del mio meglio… ma percependo l’intatto candore del suo cuore, ho capito che molto poco era stato il meglio dei miei sforzi.
    Cercavo il suo perdono, ma io “da grande” avevo mai davvero perdonato? Quante volte con la mia migliore amica, non ero stata sincera tenendo per me opinioni discordi, annuendo per quieto vivere, e con il mio compagno mi comportavo allo stesso modo… usando l’amore in un senso soltanto, offrendo il minimo, pretendendo il massimo, possedendo l’oggetto del mio amore, senza rispetto.
    Senza rispetto anche sul posto di lavoro. Di fatto, non ho mai considerato il mio capo e i miei colleghi come persone diverse da quelle che assolutamente non ricambiano mai. Tutto quello che io facevo per l’azienda!
    Io sempre vittima, il mio prossimo carnefice ad oltranza.
    Le lacrime scendevano copiose, ma sorridevo, perché la bambina che ero stata mi perdonava, regalandomi l’occasione di provare adesso, emozioni positive, in pace con me stessa. Avrei guardato il mio prossimo con altro spirito.
    Speranza mi ha leccato timidamente la mano, riportandomi alla realtà; adesso stavo bene.
    Ho cercato il guinzaglio per uscire e, guardandomi nello specchio all’ingresso con la mia cagnetta festante, sono scoppiata a ridere: due animali, certamente uno più sociale dell’altro, ma ambedue bisognosi dei propri simili nel bene e nel male per realizzarsi a pieno.
    Il giorno era agli sgoccioli, il tramonto era rosso e celeste, bello davvero. La gente rientrava a casa dal lavoro e io uscivo, ma ci stavamo incrociando sotto lo stesso cielo.

  • 21 maggio 2008
    Jonis

    Come comincia: Si era svegliato con un’insolita sensazione. Le cose intorno avevano una luce intensa e il silenzio era interrotto da uno strano ronzio. Avvertì un senso di disagio, di inadeguatezza, soprattutto perché era in alto mare già da un giorno con il suo piccolo peschereccio. Per Jonis lo sciabordìo delle onde era un normale sottofondo alle attività svolte sulla barca, e poi, quella luce, che sentiva addirittura “dentro” di sé tanto da non riuscire nemmeno ad aprire gli occhi. Piano cominciò a prendere coscienza della situazione che gli sembrò, per  lui umile pescatore di una piccola isola greca, davvero soprannaturale.

     


    Guardò bene quello che doveva essere il fondo della barca ma che adesso era, come dire, nebbioso, come quando la mattina usciva all’alba e l’orizzonte argenteo si confondeva con la riva, e tutto era pervaso da quella splendida luce che gli scaldava il petto e non gli faceva paura, azzardò un passo e incredibilmente, camminò, sicuro come sulla terra ferma.


    Passo dopo passo si diresse verso quello che gli sembrò un giradischi, ma molto più grande, di quello che aveva visto alla festa del matrimonio della figlia del sindaco, quando mastro Zakarakis in persona aveva offerto a tutta la popolazione ouzo in quantità, in onore degli sposi; il ronzio proveniva proprio da lì, da quella scatola con il coperchio semiaperto.


    Si avvicinò all’oggetto e vide, o meglio, fu visto, perché si ritrovò a guardare strabiliato suo padre e nonno Alecko che lo incitavano a gran voce ad unirsi a loro per consumare pane e formaggio sotto il pergolato frondoso e profumato di glicini della casa paterna, mentre sua madre in una grande ciotola sbucciava cetrioli fragranti e rossissimi pomodori, con il sorriso dolce di sempre, si asciugò le mani sul grembiule  e gli spinse la sedia, invitandolo ad accomodarsi; “ allora, figlio, cosa c’è che non va?” – esordì suo padre – “non ti si vede quasi mai, le partite a carte in due sono noiose, lo sai, e nonno Alecko poi non sa perdere!”


    Suo nonno sorrise e gli offrì un bicchiere di vino, mentre mamma Athina tagliava larghe fette di pane bianco.


    Jonis si sentiva bene, benissimo come oramai non gli succedeva più da tanto tempo, da quanto non avvertiva più quel meraviglioso benessere della semplicità, che era poi il suo tenore di vita, ma che ultimamente gli era sembrato inadatto e gli procurava una sofferenza acuta perché entrambi i suoi figli avevano intrapreso strade che lo rendevano orgoglioso dei sacrifici che aveva fatto per fargli studiare, ma cosciente dei calli sulle mani, del vago odore di pesce che emanava pur lavandosi bene col sapone bianco e l’acqua calda; del suo modesto vocabolario, e, con sua grande vergogna, a volte non li capiva proprio, specialmente quanto i due fratelli parlavano dei loro lavori, e le rispettive mogli sembravano uguali alle donne che vedeva sui giornali illustrati, quando strappava i fogli per incartare il pesce.


    Ma adesso lì, in quel lento pomeriggio caldo dai colori morbidi e suadenti, si rilassò, addentando il pane fragrante di sua madre e rendendosi conto che quelle meravigliose persone erano giunte da un’altra dimensione per toccare le corde del suo cuore, ricordandogli che essere se stessi, per quanto modesti, è quello che veramente conta.

  • 28 aprile 2008
    I confetti

    Come comincia: La luce chiara e pulita del mattino illuminava come sempre la piccola cucina di Serafina. Come tutti i giorni, estate e inverno, si era alzata alle sei e dopo aver atteso che il caffè salisse si apprestava a berlo vicino alla sua postazione di lavoro, la piccola vecchia sedia un po’ sfondata ma comoda e il banchetto fatto a misura per lei.
    Guardava fuori Serafina, osservando l’inizio del giorno di tutto il suo quartiere, il tutto era come un congegno ben oliato, ciascuno aveva un compito preciso, anche i bambini che, sciamando a frotte, dopo poco avrebbero riempito di grida il cortile.
    Serafina sorrise e trascinando la sua gamba sbilenca, tirò su i due grandi cesti pieni di mandorle che, entro sera, avrebbe dovuto sgusciare e consegnare alla piccola fabbrica di confetti, che si trovava su in cima alla collina.
    Serafina accese la radio e, come ogni volta, provava una grande gioia: innanzitutto l’aveva comprata proprio lei, con i suoi risparmi, l’aveva scelta proprio rossa, un bel colore ai suoi occhi, e poi i vecchietti, che al primo sole si sarebbero seduti sotto il suo balcone, le avrebbero chiesto tante cose su come andava questo pazzo mondo e lei si sarebbe sentita proprio come la signorina del radiogiornale, che rispondeva con cognizione alle domande fattele.
    Il grembiule fu filato e lo schiaccianoci cominciò la sua danza, erano ormai dieci anni che faceva questo lavoro, l’unico che la sua condizione fisica le aveva permesso.
    Era nata con una gamba sifolina, l’ultima di sei fratelli, mamma e papà erano morti da tempo e i suoi affetti erano andati a cercare fortuna altrove, in paesi lontani dove nevicava quando da lei era estate.
    Era stato duro trovare il lavoro, a servizio non era potuta andare perché le avevano fatto capire che non poteva “figurare” e nelle campagne lo sforzo era da considerare.
    Dopotutto sgusciare mandorle a lei piaceva, pensava che ogni seme che ripuliva sarebbe stato ricoperto da uno spesso strato di zucchero bianco e sgranocchiato da bambini golosi o offerto a signorine timide, sempre in contesti di feste.
    Le mandorle passavano per le sue mani e anche lei contribuiva a quella futura felicità.
    Per lei era proprio un bel lavoro, e poi c’era quel profumo dolce e avvolgente che, quando il vento era giusto, scendeva dalla collina e riempiva il naso e l’animo.
    Schiacciava i gusci con amore Serafina, e quando qualche mandorla si spezzava, c’era sempre un bambino pronto a prenderla al volo.
    A lavoro compiuto, ogni sera c’era la consegna, passava Severino con un triciclo, ritirava le ceste e si fermava, anche perché, pronto per lui, c’era sempre un bicchiere di acqua fresca e anice d’estate o di vino d’inverno.
    Un altro giorno era terminato, si affacciava al balconcino Serafina: adesso era la luce morbida del tramonto ad illuminarne il volto.
    Rientrata in casa piano piano, cominciò a preparare la cena, sgranò le fave, tagliò una fetta di formaggio e sorridendo si asciugò una lacrima, complice la rossa cipolla dall’acre profumo che quella sera le aveva regalato Severino.
    Il pasto fu terminato insieme alla puntata dell’appassionante storia che accompagnava le sue serate.
    Ah, la radio! Come avrebbe fatto, pensava spesso, se non l’avesse avuta!
    Il semplice letto di ferro battuto con il copriletto fatto dalla sua mamma tanti anni prima l’aspettava.
    Serafina sorrise di nuovo, adesso era pronta per dormire, recitò con dovizia le preghiere, come una bambina, e chiuse gli occhi.
    Lei non lo sapeva, ma, tutte le notti, il suo amore semplice e incondizionato per il prossimo veniva premiato, i suoi sogni erano i più belli  e colorati che si fossero mai visti, e qualche volta in sogno arrivava anche Severino che, con il suo triciclo verde, la portava in giro per la campagna avvolti in un soave profumo di zucchero cotto… e Tommaso, Adelina, Eusebio, e tutti gli altri bambini del paese la chiamavano… anche lei poteva fare arrampicate pericolose per prendere i nidi, quelli con le uova più belle, azzurre…nuotare nel fiume fino a farsi rughe profonde nelle dita… mordere al volo pomodori rossi e sugosi rubati negli orti… e i suoi vecchietti sorridevano compiaciuti in attesa di altre notizie… tutto era condito da un amore denso che andava e veniva, un donare e ricevere senza fine, ben aldilà del piccolo paese. Non si rammaricava Serafina al risveglio dai suoi sogni, intuiva che era giusto vivere così, che la sua condizione fisica era un dettaglio perché il palpito del suo cuore era per tutto l’universo.
    Un altro giorno l’attendeva e lei avrebbe continuato a sgusciare mandorle e a donare confetti.