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Racconti di Marla Blu

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  • Come comincia: Come avevo promesso anni prima, ritornai in quel posto che, come dicevano, io conoscevo da sempre, ma che  non ricordavo affatto. Non era un problema. Un letto o l’altro, per me, non ha mai fatto molta differenza. Tornai, dunque, completamente distorta, dopo una lotta all’ultimo sangue con i nodi a cui era legata la mia persona, dalla cintola in giù... le scarpe, in questo, non c'entravano poi molto, però.

     


    Mi telefonò. Risposi con voce roca per via del brutto sapore che avevo in bocca, una sorta di malattia. Cercavo  di deglutire l’ennesimo pezzo di fegato che continuava a salirmi in gola, molliccio, acido, non digerito, incompleto nel suo ciclo. Giallo, magari. Risposi, dunque, quasi strozzandomi e contemporaneamente tentando di stabilire i perché della mia sorte, disegnando cerchi sul  muro  con la punta delle dita. Mi sovvennero dei capelli bianchi. E di chi avrei potuto fidarmi? Avrei potuto, inoltre fare un dono? Oppure, magari, mi sarei avventurata nel morso a una pesca? E da essa mi sarei fatta risucchiare, completamente, fino a diventare anch’io una immensa polpa amorfa e rosa?


    Dall’altro capo, la solita voce di sempre, calda e imbarazzante, per la lingua che gli si scioglieva.


    Gli chiesi una ben determinata cosa, “un come stai”, suggeritomi da lui. Rispose, elecandomi tutta una serie di motivazioni, di avvenimenti, di sensazioni, di dottrine, di miracoli che, sommandoli, avrebbero dovuto essere il motivo per cui ora aveva cominciato a credere in Dio e a smettere di credere in me.


    Forse perché alla base dei suoi assunti doveva esserci la certezza che dio esiste e molto probabilmente io no.


    Camminando lungo una strada vuota, inciampando sui sampietrini.

  • 10 gennaio 2008
    Tarquino

    Come comincia: La malattia imperava, infervorando gli angoli e le porte e i vetri delle finestre, tutti.
    [Tutto-rosso diventando.]

    E dunque Tarquino arava la terra. Dopo la rimescolava. Dopo un po’ poi la bagnava.[La terra.] Ci riversava tutto se stesso nella terra. Con il roteare della testa diventava sua sorella. Sua nemica. E poi l’amava, riposando.

    La malattia, nell’altra stanza faceva rumore. Tutto poi diventava verde. Tutto era soffio nel  fiore del momento.

    Tarquino amava la terra, il rumore non lo infastidiva e dunque il sole e il gelato, posato sulla punta del cappello rosso a sciogliersi ingrato. Colava come le  lacrime di un granchio al ricordo della grande madre lasciata a rinsecchire, avvolta in un amaca storpia che non aveva motivo di esistere, sul lungomare di Bahia in seguito al crollo della casa, in cui tutti persero le scarpe e le punte dei denti. E l’essenza razionale di una grande realtà, Tarquino scoprì l’amore per la terra e  per l’eterno su cui sempre poteva contare.

    Su cui sempre avrebbe potuto ballare a piedi nudi, rivelando così all’acqua, agli insetti e a tutte le strutture sotterranee e a tutte quelle trascendenti il mondo, il suo amore per la danza che alla luce del sole era poesia e disillusione, trasformandolo poi in concime per far crescere  pulcini in serra.

    Alla fine crollava esausto in un pianto di grano, sommesso e talvolta disperato che, tuttavia, servito in un piatto di rame risultava sempre gradito.